Paesi Baschi: i comunisti di Ehak in parlamento

*Giornalista, esperto di questioni dell’America Latina

“I risultati dei Paesi Baschi sono una grande tragedia per la Spagna”. Così l’ex premier Aznar commentava i risultati delle elezioni per il rinnovo del Parlamento autonomo basco. Motivo della reazione sconsolata dell’ex uomo forte di Madrid è stato l’ingresso nelle istituzioni autonome del piccolo e finora sconosciuto Partito Comunista delle Terre Basche – Euskal Herrialdeetako Alderdi Komunista (EHAK).

EHAK AGGIRA L’APARTHEID POLITICO

Come già in passato, la lista di Batasuna era stata rispedita al mittente dagli uffici elettorali in quanto fuori legge. Ma anche la lista composta da tecnici, intellettuali e artisti, alcuni dei quali estranei alla storia della sinistra patriottica, Aukera Guztiak (“Tutte le opzioni”), è stata vietata, in quanto ritenuta da magistrati e servizi segreti un’emanazione di Batasuna. E questo nonostante che tale lista avesse come unico programma politico la “difesa del diritto che spetta ad ogni opzione politica e a chi la difende di partecipare liberamente ai comizi elettorali”, di “intervenire politicamente nella difesa dei diritti civili e politici, individuali e collettivi di Euskal Herria”, e di “appoggiare le iniziative che avvicinino la risoluzione del conflitto politico per mezzo del dialogo”.
È all’indomani della sentenza del Tribunale costituzionale spagnolo che ribadisce l’esclusione di Aukera Guztiak perché “subordinata alla disciplina di ETA”, che entra in scena EHAK. Il 2 aprile, durante una conferenza stampa, i capolista della formazione politica fino ad allora passata inosservata affermano che, di fronte a uno “scenario di apartheid politico nel quale a un enorme settore della società basca viene impedito di partecipare alle elezioni”, il partito rinuncia al proprio programma elettorale per assumersi il compito di portare nelle istituzioni autonome la richiesta di risolvere il conflitto basco attraverso la via negoziale.
L’8 aprile la direzione collettiva di Batasuna, inizialmente orientata verso l’indicazione del voto nullo come nelle elezioni statali del 2004, dopo aver consultato circa 5000 militanti in 180 riunioni, decide di chiedere il voto per EHAK perché “è l’unica scheda e l’unica opzione legale esistente in assoluta sintonia non col criterio ideologico e politico di Batasuna, bensì col processo di superamento del conflitto politico ed armato”. Di li a poco sia Aukera Guztiak che alcuni gruppi della sinistra comunista basca e spagnola – la rivista Boltxebike, La Corrente Rossa, Euskal Herriko Komunistak e il Partito Comunista dei Popoli di Spagna – decidono di fare lo stesso. La possibilità che dopo anni di esclusione forzata dalle istituzioni la Sinistra patriottica basca possa aggirare la “Legge sui partiti” varata dal PP e dal PSOE nel 2002 allarma sia i popolari, che basano la propria campagna elettorale sulla richiesta ossessiva di mettere fuori legge anche EHAK, sia i partiti autonomisti e nazionalisti baschi che, se a parole continuano a reputare antidemocratica una legge che esclude dal gioco democratico una delle forze politiche più rappresentative, avevano però sperato di poter far man bassa dei voti di Batasuna e conquistare così la maggioranza assoluta. Il PSOE, nonostante le assicurazioni che i servizi segreti e la magistratura stanno facendo il possibile per escludere anche EHAK, si trincera dietro al cavillo legale secondo cui EHAK sarebbe stata già indagata nel 2002 e giudicata non legata all’ETA. Ma la mancata messa fuorilegge della lista comunista diventa argomento di polemica al vetriolo contro il PSOE, accusato di tollerare gli indipendentisti per impedire ai nazionalisti moderati di stravincere. I più si aspettavano per EHAK un risultato poco più che simbolico; a quanti seggi avrebbe potuto aspirare una formazione politica sconosciuta, senza neanche una sede o un sito web, con così pochi militanti da dover riempire le liste con candidati improvvisati, messa in croce ed esclusa dai grandi mezzi di comunicazione perché accusata di non condannare esplicitamente l’ETA? E invece il risultato di EHAK è stato tutt’altro che simbolico: più di 150.000 voti e 9 seggi, il che lo trasforma in una forza politica centrale nel Parlamento autonomo.

COMUNISTI E INDIPENDENTISTI

Chi sono questi comunisti baschi? Non certo quelli della locale sezione di Izquierda Unida, che si è affrettata a negare ogni legame con questa formazione e che anzi ha rimproverato aspramente la sua ex deputata Angeles Maestro che aveva invitato a sostenere EHAK.
EHAK è nata nel 2002, quando alcuni militanti della coalizione indipendentista di sinistra Euskal Herritarrok decisero di unirsi ai transfughi del PC Basco “ufficiale” per dar vita a un partito che, all’interno del movimento indipendentista, privilegiasse il cambiamento sociale e la lotta contro il liberismo. Il partito è la derivazione parziale di Euskal Herriko Komunistak, una corrente che ha partecipato al congresso di rifondazione della sinistra patriottica tra il 2000 e il 2001, che poi portò alla fondazione di Batasuna, con la mozione Igitaia ta mailua (“Falce e martello”). La fondazione ufficiale di EHAK da parte di alcuni militanti di EHK derivò anche dal fatto che l’approvazione nel 2002 della “Legge sui partiti” con lo scopo di mettere fuori legge Batasuna rendeva necessario lasciarsi aperta qualche strada legalmente percorribile.
Oggi di EHAK fanno parte alcune decine di persone, molte delle quali militano anche in EHK, che come corrente comunista è parte integrante del Movimento Basco di Liberazione Nazionale, cioè di quel vasto panorama di forze politiche, sociali, sindacali ed associative che lottano per un Paese Basco riunificato, indipendente e socialista. Altri militanti di EHK, invece, non aderiscono a questa formazione politica, che d’altronde fino ad aprile non aveva praticamente svolto nessuna attività pubblica o quasi. EHAK ha finora rappresentato più che altro l’esigenza da parte di alcuni settori indipendentisti di non abbandonare la chiave di lettura marxista della realtà e di controbilanciare l’orientamento di alcune forze, all’interno del MLNV, verso un “socialismo identitario” eccessivamente vago.
Nel suo statuto EHAK rivendica “la lotta di classe come elemento de trasformazione rivoluzionaria”, il “diritto all’autodeterminazione e l’unità politica del popolo basco”, la “realizzazione del socialismo attraverso la dittatura del proletariato”, “l’eliminazione progressiva dello Stato, del capitale e delle classi sociali” (El País, 9-4-2005).
In un’intervista concessa al giornale della sinistra indipendentista Gara l’1-8-2004, alcuni dirigenti di questo partito affermano: “Il socialismo instaurato dalla Rivoluzione Sovietica del 1917 è stato in tutto superiore al capitalismo”. Riferendosi a Izquierda Unida affermano che “il problema di fondo non è il letargo ideologico, ma il pentitismo di molti quadri rivoluzionari che hanno cercato una sistemazione personale all’interno del mercato”. EHAK denuncia il riformismo e gli oppone la necessità della distruzione del modello politico e sociale vigente: “le riforme occorre realizzarle nella prospettiva di costruire uno Stato democratico dei lavoratori e non uno stato capitalista dal volto umano”.
Jokin Elarre e Javier Ramos rivendicano la traiettoria storica del MLNV come fonte della propria legittimità ideologica all’interno della sinistra patriottica: “l’obiettivo di molte generazioni di combattenti patrioti a partire dagli anni ’60, a causa del quale hanno dovuto soffrire la repressione sulla propria pelle, è il conseguimento di un’autentica società socialista, cioè senza classi, basata sul potere popolare, senza sfruttatori né sfruttati, all’interno di uno Stato basco sovrano” (Gara 27- 12- 2003).

LIBERAZIONE NAZINALE E LIBERAZIONE SOCIALE

EHAK rappresenta una tendenza che ha sempre animato il movimento basco di liberazione fin dai primi decenni del XX secolo, a partire dal fondatore del Partito Comunista Basco Jesus Larrañaga, fino ad arrivare al dirigente di HASI (Partito Socialista Rivoluzionario del Popolo) Santi Brouard e al dirigente di Euskadi Ta Askatasuna José Miguel Beñaran Ordeñana “Argala”, entrambi assassinati dagli squadroni della morte spagnoli negli anni ’70-’80. Una tendenza basata sull’adozione del marxismo come teoria sulla quale e attraverso la quale costruire un movimento che coniughi liberazione sociale e liberazione nazionale come due facce della stessa medaglia.
“Per noi non può esistere una liberazione del popolo che non passi per la sconfitta degli interessi della borghesia, per quanto autoctona essa possa essere, a favore degli interessi delle classi popolari.Non siamo idealisti né crediamo che esista in Euskal herria solo un problema di oppressione nazionale. Anzi, siamo convinti che non saranno certo i nazionalisti (del PNV) a guidare il processo di liberazione, a causa degli interessi che li vincolano allo Stato che ci opprime”, hanno dichiarato nel 2001 alcuni esponenti di EHK, riaffermando che non può esistere alcuna Unità Popolare basca che non veda al suo interno i comunisti.
Non si può comprendere l’exploit di EHAK senza considerare l’originalità dell’Unità Popolare basca, che da decenni riesce a tenere insieme correnti politiche anche abbastanza distanti tra di loro: alcune nazionaliste tout court, altre socialiste, altre ambientaliste, altre comuniste e marxiste. In nemmeno 15 giorni i quartieri e i villaggi del Paese Basco, le università e i luoghi di lavoro si sono riempiti di manifesti e di simboli con la stella rossa. Meeting politici improvvisati hanno affollato gli stadi di pelota, che rappresentano il centro della vita sociale di ogni sperduto villaggio di montagna. Migliaia di attivisti si sono dedicati al porta a porta, affinché tutta la base sociale della sinistra indipendentista identificasse in EHAK una forza da sostenere. E dopo tanti anni le bandiere rosse e l’Internazionale sono tornate a rappresentare l’identità di una sinistra basca che, pur avendo sempre mantenuto una chiara e netta identità di sinistra, ha invece dato poco spazio alle simbologie tipiche della tradizione comunista.
In molti, sia all’esterno che all’interno del Paese Basco, ritenevano proprio il carattere direttamente comunista dell’identità di EHAK il principale ostacolo per la sua affermazione elettorale. Un pregiudizio che possiamo riassumere con le parole del “ministro” basco della Giustizia, del Lavoro e della Previdenza Sociale Joseba Azkárraga: “Non tutto il voto di Aukera Guztiak è trasferibile al PCTV, poiché se il voto di Aukera stava più vicino a quello che storicamente è Batasuna, ho dubbi che un partito col nome ‘comunista’ possa avere tutto quell’elettorato per sé”, perché “c’è anche un conservatorismo importante dentro quel collettivo e sicuramente a molti si torceranno le budella al pensiero di dover votare un’opzione politica con quel nome”.
L’impressionante risultato di EHAK dimostra quanto poco i dirigenti del PNV conoscano il popolo che governano per conto di Madrid. Se è forse vero che alcune piccole frange dell’elettorato abertzale hanno scelto altre opzioni (ad esempio Aralar, una formazione sorta da una scissione di destra socialdemocratica e “pacifista” di Batasuna, che ha ottenuto il 2,3% e 1 seggio), è anche vero che la stragrande maggioranza degli elettori di Batasuna ha accolto con entusiasmo l’invito a votare comunista, laddove per comunista non s’intende la sezione locale di una Izquierda Unida che propone un modello politico rinunciatario e “decaffeinato”. Lo sottolinea l’ex membro della Direzione di Herri Batasuna, Floren Aoiz: “La parola comunismo rappresenta idee belle e ammirevoli per milioni di persone. Non possiamo lasciare questo patrimonio nelle mani di una sinistra addomesticata e debole” (Gara, 9-4-2005).
“I 150.000 che il 17 aprile hanno messo nell’urna il simbolo di EHAK hanno dimostrato di non essere intimoriti dalla falce e martello, di essere razionalmente di sinistra, internazionalisti e indipendentisti”, ha scritto la storica Alizia Sturtze. Se è vero che la Sinistra patriottica ha sempre tenuto in secondo piano i contenuti comunisti della propria identità politica, è anche vero che la sua strategia si basa sull’inscindibile legame tra liberazione nazionale e liberazione sociale, e questo fin dalla V Assemblea di ETA del 1966, la stessa che approvò una definizione di identità basca tutt’altro che escludente, checché ne dicano i critici progressisti dell’indipendentismo basco: “È basco chi vive o vende la propria forza lavoro nel Paese Basco”. D’altronde chi confonde l’identità politica di Batasuna col nazionalismo o addirittura col leghismo compie un grosso sbaglio, visto che nel contesto basco sono i partiti di osservanza spagnola a rappresentare il nazionalismo, mentre la Sinistra patriottica incarna un’esigenza di liberazione che cesserà di essere “nazionale” dal momento in cui il popolo basco vedrà riconosciuta la propria sovranità.
Operando un parallelismo con lo slogan “Patria o muerte” di Fidel Castro, il dirigente comunista Javier Ramos afferma che “è perfettamente possibile e plausibile difendere l’identità storica, culturale e linguistica del popolo basco senza per questo essere nazionalisti” (Gara 27-12-2003). Per il MLNV la lotta di liberazione nazionale di Euskal Herria non è altro che la manifestazione locale di una lotta globale contro il sistema capitalista mondiale. A chi accusa i patrioti baschi di egoismo nazionale, basta ricordare l’impegno e in alcuni casi il sacrificio di migliaia di loro in tutte le lotte di liberazione degli ultimi secoli, dalle lotte di indipendenza dei popoli dell’America Latina, in Nicaragua, Honduras, Salvador negli anni ‘70 e nel Venezuela di oggi. Già il Coordinamento socialista patriottico, organo dirigente collettivo delle diverse organizzazioni del Movimento di Liberazione, ribadiva nel 1992: “La nostra pratica è immersa, essenzialmente, nella lotta mondiale dell’umanità contro il Capitale (…) siamo obbligati a scegliere tra il comunismo o il caos”.

E ADESSO LA PACE. GIUSTA

L’identità “marxista-leninista” di EHAK dovrà necessariamente modularsi sulle esigenze pragmatiche di gestione di una fase politica caratterizzata, per la prima volta dopo anni, dall’opportunità dell’avvio d’un processo negoziale tra popolo basco e Stato spagnolo. I 9 eletti comunisti dovranno rappresentare le rivendicazioni di tutta la sinistra indipendentista finora espulsa dalle istituzioni.
D’altronde, la capacità di tenere insieme una progettualità strategica rivoluzionaria e una tattica pragmatica è ciò che ha permesso a Batasuna di resistere in questi duri anni di repressione e di resuscitare all’interno delle istituzioni, mentre dal punto di vista sociale e politico il protagonismo della sinistra indipendentista, seppure illegale, non è mai venuto meno. La messa fuori legge operata dalla classe politica spagnola e dal supergiudice Garzon nel 2002 è stata battuta nei fatti. In questi ultimi tre anni Batasuna è stata il motore della proposta sociale e politica di cambiamento dello status quo. Praticamente ogni settimana decine di migliaia di persone scendono in piazza animando un conflitto a tutto campo: per la liberazione dei prigionieri politici, per la fine dell’apartheid politico, contro l’alta velocità e gli inceneritori, contro la privatizzazione e lo smantellamento dei cantieri navali pubblici, contro l’apertura domenicale degli esercizi commerciali, contro l’occupazione della Palestina e dell’Iraq, per la piena ufficialità della lingua basca.
La classe lavoratrice basca ha sempre lottato e continuerà a lottare in modo esemplare contro l’oppressione e lo sfruttamento. Nel 2004 il 61% delle giornate di lavoro perse per sciopero in tutto lo Stato spagnolo si sono avute nel Paese basco. Il 20 febbraio, è stato soprattutto grazie alla mobilitazione della sinistra indipendentista se in Euskal Herria il No alla Costituzione europea ha raggiunto quota 31%, cioè esattamente il doppio che nel resto dello Stato.
Né la repressione né la messa fuori legge di numerose organizzazioni sociali e politiche, né la chiusura di quotidiani e di radio hanno eliminato la sinistra basca dalla scena politica. Con un’alta capacità di mobilitazione politica e sociale nonostante la criminalizzazione, Batasuna ha non solo saputo evitare una deriva militarista che molti temevano (e alcuni auspicavano), ma ha anche dimostrato ai partiti nazionalisti moderati che il suo elettorato non è così facile da conquistare. I 150.000 voti e il 12,5% sono più dei 143.000 voti e del 10,1% che ottenne Euskal Herritarrok nel 2001: un incremento importante se si considera il tasso di astensione di 10 punti più alto rispetto a 4 anni fa e il fatto che all’epoca non esisteva Aralar. EHAK si afferma come terza forza politica nella provincia di Donostia-San Sebastian con il 18%, sottraendo consensi a Izquierda Unida nella cintura rossa di Bilbao, laddove è più forte la precarietà e il disagio sociale e dove più forti sono state le critiche alla gestione clientelare dell’assessorato alla casa da parte del “comunista” Madrazo.
L’unico altro partito a guadagnare consensi è stato il Partito socialista basco di Patxi Lopez, sull’onda del successo nazionale di Zapatero ma anche di un discorso politico che per la prima volta da anni si è differenziato da quello dei Popolari. Nel 2001 Popolari e Socialisti si erano alleati tentando il colpaccio – la conquista del potere nella Comunità autonoma basca –, ma erano stati sconfitti, generando una reazione di indignazione nell’elettorato che era confluito massicciamente sulla coalizione tra i partiti nazionalisti moderati PNV-EA. Questa volta i socialisti hanno detto fin dall’inizio di non essere interessati a un governo con la destra e di essere disponibili ad una riattualizzazione dello statuto di autonomia, il che ha permesso al PSE di passare dal 17,9 al 22,6% e da 13 a 18 seggi, mentre il PP è crollato dal 23,1 al 17,3% e da 19 a 15 seggi. I nazionalisti moderati si sono dovuti invece accontentare del 38,6% e di 29 seggi, contro il 42,7 e i 33 seggi del 2001.
I due blocchi – quello baschista e quello spagnolista – hanno più o meno mantenuto le proprie posizioni, con un’importante redistribuzione interna. Al contrario di quanto hanno affermato i grandi quotidiani, non è stata sconfitta la proposta di una maggiore autonomia avanzata dalle forze di governo nazionaliste, anzi. Il voto “soberanista” è cresciuta dal 52,8 al 53,4%, al quale bisogna aggiungere buona parte dell’elettorato di Izquierda Unida che rifiuta il centralismo di Madrid. L’affermazione di EHAK dimostra invece che una buona fetta dell’elettorato basco pretende una riforma vera dello Statuto di autonomia che è stato varato 25 anni fa proprio per frustrare le aspirazioni del popolo basco all’autodeterminazione. Per questo, a sorpresa, il 30 dicembre 3 dei 6 deputati indipendentisti hanno permesso l’approvazione da parte del Parlamento autonomo del “Plan Ibarretxe”, prendendo in contropiede un PNV che sperava nella bocciatura del proprio progetto per poter salvare la faccia (“ci abbiamo provato ma…”) senza però alterare un equilibrio che fino ad ora ha privilegiato la Democrazia cristiana basca, da sempre ago della bilancia. Col Piano Ibarretxe la borghesia basca ha cercato di alzare il tono della polemica con la borghesia centralista, perché interessata ad una quota maggiore di potere economico.
Nonostante le accuse sia dei popolari che dei socialisti, secondo cui quello Ibarretxe sarebbe un piano separatista, in realtà il PNV non vuole l’indipendenza, né il suo Piano la prevede. Perché allora Batasuna ha appoggiato il contraddittorio progetto di “libera associazione con Madrid” teorizzato dal governatore basco? Perché altrimenti le forze politiche che compongono il governo regionale avrebbero accusato della bocciatura la sinistra abertzale, andando poi a trattare al ribasso con il PSOE per un probabile governo di coalizione. E ciò a patto che il leader del PNV ritirasse il Piano che porta il suo nome e si affidasse invece, per il superamento dello Statuto d’autonomia, a Zapatero, che va ripetendo di essere l’unico in grado di riformare le Autonomie regionali senza sfasciare la Spagna.
Inoltre il Plan Ibarretxe, pur non rappresentando una chiara via d’uscita dal conflitto perché lascia irrisolti i nodi che lo alimentano, nel suo preambolo contiene comunque i punti chiave della soluzione: il principio dell’autodeterminazione, il riconoscimento dell’unità territoriale di tutte le province basche, l’impegno a sottoporre il piano all’approvazione popolare tramite referendum.
La sinistra patriottica si è quindi impossessata del Plan Ibarretxe dandogli un significato di rottura dello status quo, e al tempo stesso ha presentato alla società basca una proposta organica di risoluzione pacifica del conflitto. Denominata “Orain bakea, orain herria” (Ora la pace, ora il popolo), la proposta è basata su due tavoli separati di negoziazione: uno tra le forze politiche, sociali e sindacali basche per concordare uno scenario condiviso da sottoporre poi alla cittadinanza attraverso un referendum; l’altro tra l’ETA e gli Stati spagnolo e francese attinente esclusivamente alla smilitarizzazione del conflitto, ai prigionieri, ai deportati, ai rifugiati e alle vittime. Rispetto alla precedente proposta, che nel 1998 portò all’accordo di Lizarra Garazi e ad una lunga tregua unilaterale di ETA, quella attuale non prevede la creazione di un fronte nazionalista basco da opporre al nazionalismo spagnolo, bensì di un contesto politico in cui, in assenza di violenza, ogni forza politica possa adeguatamente difendere il proprio progetto politico senza esclusioni.
Da parte sua l’ETA ha più volte affermato di essere disposta “ad ogni tipo di iniziativa pur di avviare uno scenario senza violenza”. Ma l’organizzazione armata ha anche dimostrato di essere capace di colpire ovunque, come quando a dicembre ha fatto esplodere contemporaneamente degli ordigni in diverse città spagnole e alla Fiera di Madrid a poche ore dalla visita del Re. Da due anni l’ETA ha smesso di mietere vittime e ha proclamato una tregua in Catalogna; anche per questo, quando Batasuna ha presentato il suo piano di pace in molti hanno parlato di una debolezza tale da costringerla a venire a patti col governo. Ma l’ETA vuole dimostrare che se vuole negoziare è per scelta e non per disperazione.

ZAPATERO SARÀ IL BLAIR SPAGNOLO?

A questo scenario il governo Zapatero sta rispondendo positivamente, anche se con molte contraddizioni. Sicuramente il passo più importante è stata la rottura del “Patto Antiterrorista” con il Partido Popular. Il 17 maggio il governo ha ribadito la volontà di arrivare ad una soluzione negoziata del conflitto, ed ha ottenuto dalla maggioranza parlamentare il mandato per aprire una trattativa con l’ETA, a patto però che l’organizzazione deponga subito le armi. Tanto è bastato per far gridare il PP allo scandalo, accusando Zapatero di “dar fiato ai terroristi” e di “parlare lo stesso linguaggio di Batasuna”.
Sia i buoni risultati elettorali di EHAK e del PSOE, sia un sondaggio pubblicato da El Pais secondo cui il 61,4% degli spagnoli è favorevole all’inizio di un negoziato, ci dicono che le condizioni affinché il negoziato parta veramente ci sono tutte. Il problema è di capire se e quanto il Partito socialista è disposto a rischiare in questa impresa. E finora i segnali lanciati dal PSOE non sono molto incoraggianti. Zapatero si è difeso dalle accuse di Rajoy ricordando che non si può dubitare dell’impegno del suo governo in fatto di lotta al terrorismo, dato che in circa un anno sono state arrestate per presunta appartenenza o relazione con ETA più di 170 persone. Se da una parte Zapatero ha ritirato le truppe spagnole dall’Iraq (ma le ha spedite in Afghanistan) e ha intrapreso una lotta contro la Chiesa per la laicizzazione della società, dall’altra non è stato affatto tenero con la sinistra indipendentista, anzi: manifestazioni elettorali, politiche e sindacali caricate dalla polizia e disciolte con la forza, centri sociali chiusi e addirittura demoliti, poliziotti mandati a strappare le bandiere basche dai Municipi della Navarra. radio comunitarie in attesa di essere cancellate dall’etere perché farebbero concorrenza sleale alle radio commerciali, monaci benedettini settantenni arrestati perché considerati postini dell’ETA. Questo è il quadro di un Paese Basco assediato e sottoposto ad uno stato di eccezione permanente, in cui decine di persone ogni anno denunciano l’uso della tortura da parte delle forze di sicurezza. E mentre potrebbe partire una trattativa storica, attraverso il “dossier 18/98”, procede implacabile la repressione giudiziaria di tutte le organizzazioni politiche, sociali, culturali ed economiche considerate a torto o a ragione legate al movimento basco per l’autodeterminazione. Un macrodossier basato sul “Teorema Garzon”, assurdo quanto pericoloso: chiunque condivida le aspirazioni ad un ordine politico e sociale diverso da quello costituzionale deve essere considerato un terrorista, e in quanto tale punito. Per i giudici qualunque collettivo o giornale o partito si richiami agli obiettivi politici o culturali della sinistra patriottica è da considerarsi un’emanazione diretta dell’ETA.
È chiaro che in questo contesto di repressione selvaggia non è pensabile l’avvio di un negoziato che finalmente elimini lo scontro armato dal conflitto basco. Zapatero ha offerto la sua disponibilità alla trattativa, ma sa benissimo che chiedere il disarmo preliminare dell’ETA è una condizione inaccettabile, tant’è che nulla di tutto ciò è stato chiesto da Blair quando parecchi anni fa avviò le trattative con l’Esercito Repubblicano Irlandese. L’ E TA non compie più attentati mortali da due anni, e questo è un segnale inequivocabile della volontà di arrivare ad un compromesso che, necessariamente, la vedrà prima o poi deporre le armi. Ma è anche vero che il compromesso non può che essere basato su concessioni reciproche, e fino ad ora Zapatero non ne ha operata alcuna. Le condizioni minime per l’apertura di una seria trattativa oggi non possono che riguardare almeno la sospensione della “Legge sui partiti” e l’inizio del riavvicinamento alle loro famiglie dei 720 prigionieri politici baschi dispersi in decine di carceri a migliaia di km da casa, tra l’altro in violazione della stessa legge spagnola.
Se il governo Zapatero è disponibile a questi passi minimi lo si vedrà entro pochi mesi, e l’estate potrebbe essere la stagione buona. Sempre che i poteri di fatto che governano la Spagna dopo la morte di Franco e nonostante il colore politico dell’esecutivo – Monarchia, Chiesa, Esercito, imprenditori, grande stampa – non si accorgano che il prezzo da pagare per la normalizzazione del paese è troppo alto per i propri interessi, e non decidano di tornare alle vecchie e sperimentate maniere dell’era Aznar e di quella Gonzalez prima.