Opposizione al governo Berlusconi e conflitto sociale

Con le ultime vicende che hanno interessato il nostro Paese, si è delineato un quadro altamente contraddittorio e incerto nei suoi esiti. Per molti versi, il governo Berlusconi ha accentuato il suo profilo iperliberista e autoritario, riuscendo ad ottenere alcuni risultati lusinghieri. Sul versante internazionale, l’esito dell’incontro di Siviglia segna, sebbene in forme meno smaccatamente reazionarie, il successo di una impostazione oltranzista in tema d’immigrazione, la cui paternità va ascritta al nuovo asse Aznar-Blair-Berlusconi. Su quello interno, l’offensiva sull’articolo 18 ha ottenuto, in larga misura, l’obiettivo che si proponeva, determinando la spaccatura del sindacato e lo sfondamento su un punto di alto valore politico, propedeutico alla conduzione di una operazione più ampia sul mercato del lavoro.

A dispetto di molte valutazioni superficiali sul fenomeno delle destre, quella cui stiamo assistendo è una estensione dell’egemonia liberista a livello europeo che si accompagna alla crisi dei governi di centro-sinistra. In questo contesto, la situazione italiana presenta tratti peculiari ma non contraddittori con le tendenze in atto. Non solo, infatti, i temi posti nell’agenda del governo Berlusconi diventano elementi di riferimento della politica europea, ma la stessa particolare formula che ha contrassegnato la nascita dello stesso governo (e cioè un misto di iperliberismo, pulsioni xenofobe e razziste ed esasperato localismo), sta affermandosi in Europa attraverso la formazione di nuove maggioranze di governo (il caso olandese ne è una testimonianza, dopo quello austriaco) e il prodursi di nuovi orientamenti politici. Ma c’è di più. Questi orientamenti emergenti indicano il progressivo riallineamento di parti importanti dell’Europa con gli Stati Uniti su un progetto imperialistico particolarmente aggressivo. Il governo Berlusconi è fra le componenti più determinate di questo schieramento. Ne sono la dimostrazione: la politica di riarmo annunciata, le resistenze ad una piena integrazione dell’Europa e, da ultimo, l’allineamento inquietante con le posizioni di Bush sulla Palestina.

Se vi è un elemento di controtendenza in questa fase esso è rappresentato dalla ripresa di un movimento di lotta guidato da alcune organizzazioni sindacali. Anche in questo caso, la vicenda italiana ha svolto una funzione anticipatrice. La manifestazione nazionale della CGIL e poi lo sciopero generale hanno scosso non solo l’opinione pubblica del nostro Paese ma anche quella europea. Su questa linea si è assistito nell’ultima fase ad una ripresa dello scontro sociale in Europa, valga per tutti l’esempio dello sciopero generale tenutosi in Spagna, mentre sono state annunciate iniziative di respiro europeo sugli stessi temi. Su questa nuova conflittualità sociale si ripongono in larga misura le speranze di una opposizione efficace alla destra e di una ripresa di consensi a favore della sinistra. In tal senso, l’annuncio di un nuovo sciopero generale in autunno da parte della CGIL, accompagnato dalla ripresa di una conflittualità decentrata sul territorio, costituiscono segnali importanti.

Se osserviamo con attenzione i recenti risultati delle elezioni amministrative, per quanto limitato e particolare sia questo test, possiamo cogliere una riconferma dell’importanza della ripresa del conflitto sociale. Non è un caso che, a prescindere dall’ambito istituzionale analizzato, la crescita dei consensi elettorali a favore della sinistra e delle forze democratiche avvenga nella parte del Paese in cui non solo queste sono maggiormente radicate, ma anche dove più efficace è stata l’iniziativa contro la modifica dell’articolo 18. E, tuttavia, quel voto dimostra anche che erodere il consenso alle destre non è facile. Non solo, infatti, la crescita delle forze democratiche e di sinistra è limitata, essendo concentrata per l’appunto quasi esclusivamente al nord, ma molte volte non è tale da determinare una modifica significativa degli equilibri istituzionali, mentre per converso al sud è in atto la costituzione di un nuovo blocco di potere egemonizzato dalle destre.

Quello cui stiamo assistendo è, insomma, una sorta di lotta contro il tempo il cui esito non è dato conoscere. Da un lato, la destra si sta organizzando cercando di penetrare nelle società locali, scuotendo l’opinione pubblica con messaggi tesi ad alimentare pulsioni xenofobe e autoritarie, operando attraverso alcuni indirizzi di politica economica e sociale una ristrutturazione del Paese all’insegna del liberismo, dall’altro, la ripresa del conflitto sociale si pone in esplicita contrapposizione con questo progetto, ne mette in luce le intime contraddizioni, ripoliticizza una parte dell’elettorato o indebolisce il consenso a favore dello schieramento avversario. Ma si tratta dei primi segnali dello sgretolarsi di un’egemonia, anziché le manifestazioni dell’apertura di un nuovo ciclo politico. Di qui il carattere indefinito della fase e l’incertezza sui suoi esiti possibili.

Tale incertezza è legata anche al fatto che la ripresa del conflitto sociale non trova adeguati riferimenti politici. Questo è, probabilmente, l’elemento più preoccupante della situazione. La vicenda dell’Ulivo è particolarmente indicativa. Non si tratta solo della mai sopita lotta per l’egemonia all’interno dello stesso Ulivo, ma anche del manifestarsi di differenze su questioni decisive che attengono al profilo dell’opposizione. Il fatto che la Margherita si allinei a CISL e UIL sulla trattativa col governo costituisce un oggettivo elemento d’indebolimento dell’opposizione, contribuendo all’ulteriore isolamento della CGIL. Ma questa ricollocazione delle componenti centriste dell’Ulivo non produce una radicalizzazione dei DS che anzi, stretti fra scontro sociale e pulsioni moderate presenti nella coalizione, tendono a lacerarsi. La vicenda del mancato sostegno alla CGIL da parte della direzione nazionale dei DS, la dice lunga sulla difficoltà strategica della maggioranza dei DS a conciliare la salvaguardia dell’unità del centro-sinistra con il sostegno alla battaglia in difesa dei diritti sociali. Ma dice anche che nel momento della stretta emergono in quel partito propensioni inquietanti a privilegiare sempre e comunque l’unità politica con le altre componenti dell’Ulivo. I rischi che questi comportamenti accentuino l’isolamento della CGIL e del movimento di lotta sono del tutto evidenti.

Questi ultimi avvenimenti (esito delle elezioni amministrative, proseguimento e accentuazione del conflitto sociale e dinamiche in atto nell’Ulivo) rendono evidente che in questa fase la partita con la destra, e quindi anche la prospettiva di una svolta politica, si gioca in larga misura sul sostegno alla battaglia della CGIL e sulla rimessa in discussione della collocazione e degli orientamenti delle altre forze politiche della sinistra. Eludere questi terreni significa rimanere isolati dai processi reali. Né vale a questo punto continuare, come si è fatto nel Congresso di Rifondazione comunista, a sostenere tesi che appaiono ormai palesemente superate dai fatti. Mi riferisco in particolare a due aspetti. Il primo è una lettura apologetica e del tutto irrealistica del movimento no global, assunto come chiave di volta per una prospettiva di alternativa nel nostro Paese e non solo. La crisi così rapida e profonda di tale movimento, ma anche la sua sostanziale estraneità rispetto al conflitto sociale in atto, dovrebbero essere sufficienti per farci comprendere la sua effettiva rilevanza.

Il secondo aspetto sul quale un ripensamento è d’obbligo è l’ analisi del sindacato. Si può e si deve ribadire la contrarietà alla politica della concertazione perseguita dalla CGIL, ma non si può non riconoscere che se oggi è aperta una prospettiva per la sinistra nel nostro Paese essa è, in larga misura, dovuta ad una svolta nei comportamenti di questa organizzazione e al ruolo di capofila di un movimento più ampio che la stessa sta assumendo. E ciò non deve (e non doveva) sorprendere, se si considerano le caratteristiche della CGIL e l’acutizzarsi dell’offensiva antipopolare delle destre. Se mi soffermo su questi nodi che sono stati al centro del recente congresso di Rifondazione non è per riaprire un dibattito che sarebbe per molti versi anacronistico, ma per segnalare l’urgenza del superamento d’impostazioni che oggettivamente finirebbero per collocare il partito in una posizione marginale. Le questioni dirimenti sono in particolare le seguenti.

La prima riguarda la centralità da attribuire allo scontro sull’articolo 18 e alla piattaforma sociale, e la necessità di assumere come riferimento essenziale il mondo del lavoro. Su questi terreni Rifondazio-
ne comunista ha dimostrato nell’ultimo periodo un particolare impegno, e ciò è positivo.
L’iniziativa referendaria sta certamente polarizzando l’attenzione dell’opinione pubblica, e le ambiguità dei DS ne possono esaltare il valore. Il punto, tuttavia, è che una effettiva capacità d’incidenza implica in questa fase la capacità di essere parte integrante di questa ripresa della battaglia sociale ponendosi il problema del suo sbocco. E qui veniamo alla connessione fra iniziativa referendaria e battaglia della CGIL sull’articolo 18. Questa connessione va stabilita o, perlomeno, va evitato che si aprano lacerazioni tali da pregiudicare l’esito del referendum, una volta che la raccolta delle firme si sia conclusae questo venga formalmente indetto.

È certamente positivo che la CGIL abbia dichiarato l’intenzione di promuovere un referendum contro le modifiche dell’articolo 18 introdotte dal governo Berlusconi. Ciò compatterebbe il fronte in una possibile battaglia unitaria, ma questa prospettiva non è automatica, dato che ben difficilmente il referendum annunciato dalla Cgil potrà tenersi in concomitanza con l’altro. Né peraltro, dopo le lacerazioni prodottesi nell’Ulivo, appare credibile poter ricorrere allo strumento dei referendum promossi dai consigli regionali. Pertanto, se risultasse impossibile presentare per tempo un referendum sulle modifiche dell’articolo 18, è essenziale che il Referendum sostenuto da Rifon-dazione,Fiom ed altre forze (l’unico a restare in campo) ottenga un ampio sostegno. Infatti, in questa battaglia non sarà sufficiente ottenere la maggioranza dei si ma occorrerà anche superare (e questo è probabilmente il vero scoglio) la soglia del quorum necessaria a rendere valido il referendum.

A tal fine è necessario che la battaglia sociale si sviluppi sulla base di una piattaforma più ampia. La prossima finanziaria rappresenterà un passaggio decisivo, a maggior ragione alla luce dei provvedimenti in corso. I temi sono noti: sanità, scuola, sistema pensionistico, ammortizzatori sociali, riforma fiscale, Mezzogiorno. Essere parte attiva in questa battaglia generale, costruendo elementi di convergenza dove è possibile, è essenziale. Rifondazione può svolgere a tale riguardo un ruolo importante e non solo nella battaglia parlamentare, ma anche sul territorio, a partire dalle istituzioni locali, sulle quali rischiano di scaricarsi parte delle contraddizioni prodotte dal disegno di Berlusconi. Ne è un esempio la partita sulla sanità, dove si moltiplicano le notizie sul tentativo del governo di addossare alle regioni i maggiori costi derivanti dalla lievitazione della spesa sanitaria. Visto che si tradurranno, quasi sicuramente, in tagli di servizi e imposte crescenti per gli utenti locali, l’avvio di un movimento nelle varie regioni a difesa dei servizi sociali è decisivo.

A fianco della difesa dell’articolo 18 e del rilancio di una piattaforma sulle grandi questioni sociali in vista della prossima finanziaria, va considerato un altro terreno decisivo, quello della democrazia. Su questo piano, come è noto, vi è stata negli ultimi mesi una ripresa dell’iniziativa politica e sociale. Per quanto si possa discutere sui caratteri del movimento dei girotondi e delle stesse ambiguità che lo caratterizzano è indubbio che il richiamo al valore della questione democratica sia stato importante. Gli ultimi sviluppi della situazione indicano che le propensioni autoritarie del governo Berlusconi sono radicate. Ne sono stati esempi significativi: la politica di conquista della RAI (con la relativa individuazione delle liste di proscrizione), lo scontro aperto nei confronti della magistratura, per non parlare della lunga fila di provvedimenti ad personam assunti in campo giudiziario fino alla legge sul conflitto d interessi. Accanto a questi atti, si è aggiunto di recente il tentativo di utilizzare il terrorismo per criminalizzare la protesta sociale. L’attacco vergognoso a cui è stato sottoposto Cofferati in relazione alla vicenda Biagi è indicativa di una concezione allarmante del potere. Di qui la necessità che nell’agenda politica la questione della democrazia sia assunta con grande determinazione, in quanto essenziale per impedire i tentativi di liquidazione del conflitto sociale.

In questo contesto un elemento va chiarito, e riguarda la prospettiva politica da assumere. Questo nodo può apparire disancorato dalla questione immediata, ma non lo è. E qui tocchiamo un altro punto decisivo. Appare evidente che questo impegno a sostegno del conflitto sociale e del suo allargamento deve accompagnarsi alla consapevolezza che occorre stabilire, in primo luogo, una connessione col popolo della sinistra e cioè con un’area di opinione vasta che dal mondo del lavoro si estende a nuovi soggetti e che attraversa, in larga misura, i partiti della sinistra. Non credo, infatti, che un’ottica tutta protesa a privilegiare settori tutto sommato marginali sarebbe avveduta. Credo, peraltro, che sia necessario tenere aperta una offensiva nei confronti della sinistra moderata. Ciò vale in particolare nei confronti dei DS. Dovrebbe essere ormai chiaro che il nodo del futuro del centro sinistra si gioca nei DS, una forza che è ormai attraversata da una evidente crisi strategica. Incautamente in passato si è sottovalutata la portata delle contraddizioni in atto in quel partito, non prevedendo, ad esempio, in tutta la sua portata, lo scontro che si sarebbe aperto con il congresso di Pesaro. Lo sviluppo di una dialettica forte in quel partito e lo scioglimento dell’equivoco rappresentato da enunciazioni in sostegno del movimento di lotta contraddette da incomprensibili equidistanze nei confronti delle diverse posizioni presenti nel sindacato, vanno considerati obiettivi essenziali per una incisiva iniziativa politica.

Quello che insomma si rende necessario è recuperare un’ottica egemonica, con la coscienza che questo compito aspetta in primo luogo al partito, senza la cui funzione ben difficilmente è pensabile mettere in campo uno schieramento alternativo. Da questo punto di vista, la partita in atto implica il rifiuto di ogni approccio minoritario o banalmente movimentista. Peraltro, anche l’esito delle recenti elezioni amministrative qualche cosa ci può insegnare. In una fase di scontro sociale acuto, in cui le rivendicazioni sociali finiscono col saldarsi alla battaglia politica contro la destra, un partito che non voglia fare della pura testimonianza deve saper condurre una battaglia a tutto campo, aperta al confronto unitario e capace, altresì, di un’autonoma iniziativa sociale.