Operai in affitto

Dal gennaio 1996 un consorzio di cooperative gestisce il cantiere navale di Livorno, la cui realtà lavorativa è tipica di tutti i cantieri navali, a partire dall’organizzazione della produzione: diretti, lavoratori delle ditte appaltatrici e subappaltatrici; con un rapporto (nella produzione) tra diretti e indiretti di 4 a 1. Una presenza di lavoratori delle terze ditte così consistente in cantiere non c’era mai stata prima; una nuova situazione che crea grossi problemi sia al sistema produttivo – anche per il tipo di operatività che le navi comportano – e una grossa difficoltà del sindacato a sensibilizzare i lavoratori, con la conseguenza di una bassa rappresentatività sindacale.

Fin dall’inizio della gestione delle cooperative abbiamo assistito ad una variegata tipologia di rapporti tra i datori di lavoro ed i lavoratori: dal contratto nazionale alle paghe globali, dalle piccole cooperative ai prestatori di manodopera e lavoratori in affitto. E guarda caso, mano a mano che i dipendenti di qualche ditta si organizzavano sindacalmente si assisteva a dei flussi migratori di lavoratori che da tali ditte si spostavano verso altre ditte prive di organizzazioni sindacali, trascinandosi dietro le paghe globali.

Questa, secondo me, è una delle cause principali della scarsa rappresentatività del sindacato: la diversità delle paghe tra i lavoratori, questione che divide profondamente. La continua pretesa da parte dei datori di lavoro di una maggiore flessibilità comporta una perdita di regole in una realtà nuova come quella attuale del mondo del lavoro (snellimento delle grandi fabbriche e aumento di medie e piccole aziende).

Essenzialmente, c’è stata una frantumazione delle realtà produttive con la conseguente caduta dei diritti dei lavoratori, soprattutto quelli delle piccole ditte, per non parlare dei lavoratori atipici per i quali c’è ancor meno rappresentatività sindacale. Nelle piccole aziende non vi è potere contrattuale, assistiamo ad un maggior profitto da parte dei padroni con scarso ritorno economico ai dipendenti.

Questa situazione deve portare il sindacato, oltre che ad una strenua difesa del contratto nazionale, ad uno sforzo maggiore per capire e per dare strumenti nuovi ai lavoratori, partendo da quelli delle piccole aziende. Purtroppo assistiamo a continui attacchi padronali ai contratti nazionali, allo statuto e ai diritti dei lavoratori (fenomeno internazionale che – conseguentemente all’avvenuta unificazione sovranazionale del capitale – ricade pesantemente sul movimento operaio italiano), mentre il sindacato stenta ad organizzarsi unitariamente per contrapporsi con strumenti nuovi e di più ampio raggio (ad esempio passare dai contratti nazionali ai contratti europei). È falso ciò che la Confindustria afferma, e cioè che i contratti e i sindacati sono dei vincoli troppo stretti per le aziende; stesse cose che diceva riguardo la scala mobile. L’arretramento sindacale e operaio e l’aggressività padronale portano ad uno scontro tra lavoratori e tra generazioni, tra chi è tutelato e chi non lo è. La stessa situazione si ripercuote sulle pensioni, che al di là dei problemi reali rischia di mettere contro figli e padri; il calcolo diversificato delle pensioni porta ad una ulteriore divisione tra i lavoratori, e conseguentemente ad indebolire la stessa capacità di difesa e di rilancio – da parte del movimento operaio – del sistema pensionistico.