Oggi come ieri: perché non possiamo non dirci antifascisti*

BREVI RIFLESSIONI SULLA RESISTENZA, SUL REVISIONISMO, SULLA VIOLENZA

* da un incontro/conversazione che il giornalista e compagno Niccolò Volpati,per l’ernesto, ha avuto lo scorso 25 marzo con Giorgio Bocca

I valori della lotta partigiana e della Resistenza sono oggi più che mai necessari. Rappresentano la volontà di costruire un’Italia che non c’è: un Paese di persone libere, democratiche, che tengono fede alla parola data. Osservando l’Italia di oggi, non posso far altro che dichiararmi molto pessimista. Non tanto perché temo il risorgere di un fascismo sul modello di quello passato, ma perché vedo il riemergere di tutti i difetti dell’italiano medio. Un esempio per tutti è la questione della libertà d’informazione e il modo in cui la stampa tratta qualsiasi argomento. È estremamente deludente perché, checché ne dicano i direttori, la maggioranza dei giornali in fondo è filoberlusconiana. I mass media sono parte in causa di questo progetto e l’editoria non è da meno. Con il libro Il sangue dei vinti, Gianpaolo Pansa, che ha un fiuto per il peggio del Paese, ha capito che in Italia i fascisti sono più numerosi di quanto si pensi. Non tanto i fascisti come gente che vorrebbe riportare la dittatura, ma come gente che rifiuta il nuovo, i rapporti di potere stabiliti dalla lotta partigiana e che quindi rifiuta la Resistenza. Gente che si domanda “Ma chi erano questi qui? Come si permettono di aver fatto la guerra partigiana e di aver cercato anche di fare un po’ di pulizia?”. Il successo del libro di Pansa ha una sola spiegazione: questo revisionismo, questa caduta di antifascismo che spinge gli animi più subordinati a fiutare il cambiamento dei tempi ed usufruirne in termini personali. Oggi, ad esempio, si dice che anche i “ragazzi di Salò” avessero un’anima, che andarono a morire per i loro ideali : la verità è che quando Graziani invitò gli ufficiali dell’esercito Regio, che si era dissolto, a rientrare in servizio promettendogli il raddoppio dello stipendio, aderirono in 80 mila. I sostenitori della Repubblica Sociale di Salò adesso vantano dei numeri elevati, ma in gran parte si trattava di persone che volevano semplicemente uno stipendio.
Il revisionismo è sempre stato un pretesto per combattere qualsiasi movimento democratico e progressista e per premiare lo status quo, la conservazione. La guerra partigiana è stata una novità in Italia, una guerra di popolo senza comandanti e senza poteri ufficiali, per questo ha rappresentato e rappresenta qualcosa di contrario alla restaurazione. E per questo ne parlano male. Parlano male dei partigiani perché hanno rotto un rapporto secondo il quale i potenti hanno sempre ragione. Il revisionismo purtroppo era già presente durante la guerra di liberazione. C’era una parte dell’antifascismo che era per l’attesa, per la pace dei vescovi, per “Roma città aperta”. La contraddizione si manifestò in occasione dell’attentato di via Rasella, perché secondo alcuni a Roma non si doveva far niente, mentre secondo altri quell’attentato rappresentò un’azione necessaria e positiva. Io mi schiero, senza dubbio alcuno, con quest’ultima interpretazione.
Il revisionismo oggi ha portato a speculazioni politiche vergognose come quelle innescate dalla vicenda della piazza di Mestre intitolata ai martiri delle Foibe. Se il fatto che i partigiani sloveni fossero contadini feroci e vendicativi può essere veritiero, non bisogna dimenticare che dopo la prima guerra mondiale noi italiani abbiamo occupato zone abitate dagli sloveni togliendogli l’uso della lingua, le scuole e molto altro. Non si può dimenticare questa persecuzione, la quale ovviamente provocò la vendetta. Non si trattava di fatti lontani nel tempo: tra la repressione fascista e le foibe sono trascorsi solo 10, 15 anni, quindi la memoria era ancora molto viva. Ci sono anche delle ragioni storiche per cui, per esempio, al confine tra il Piemonte e la Francia non è accaduto nulla di simile. In Francia gli italiani erano andati per emigrare, mentre nella Venezia Giulia, dove c’era un razzismo dei triestini tuttora presente, erano andati a colonizzare.
Rispetto al tentativo di conciliazione nazionale sul tema della resistenza e dell’antifascismo bisogna chiarire: se si parla di conciliazione tra relazioni umane, questa avvenne già il 25 aprile del ’45. La conciliazione fra idee moralmente e politicamente così lontane, invece, non potrà mai avvenire.
L’ultimo sdoganamento di An è l’esempio massimo del trasformismo italiano elevato a sistema di vita, perché Fini può anche fare i suoi calcoli di potere, ma è un insulto che stampa e opinione pubblica italiana abbiano accettato senza protestare un trasformismo di questo genere. E’ un insulto non solo alla ragione ma anche alla comune decenza che questi nipotini di Salò neofascisti dicano che il fascismo è stato il male peggiore. Il terreno era stato preparato da parole come quelle di Violante sul valore morale dei repubblichini. Quelle affermazioni mi fanno sospettare che in lui, da uomo politico, la tattica politica prevalga sulla ragione morale. Chi vede la vita solo dal punto di vista politico può essere indotto a queste semplificazioni. La tentazione elettorale dei politici è eterna.
Si deve fare attenzione a non mostrare il fianco al revisionismo. Anche la questione della condanna in assoluto della violenza io la ritengo un errore colossale. Da quando esiste la lotta per il potere è stata sempre esercitata la violenza. Quando mai le strutture profonde del potere sono cambiate pacificamente? C’è sempre stato un uso della violenza, che fa parte dell’essere umano e della sua storia conflittuale. Se non ci fosse violenza i padroni comanderebbero per millenni, senza nessuna contraddizione. Se il concetto elementare è che chi detiene il potere detiene anche la violenza legale, il potere della polizia e dell’esercito, allora per abbatterlo cosa bisogna fare? I sogni non bastano. Mi stupisce molto che Bertinotti sostenga tali tesi, che per me sono fantastiche e con le quali sono in netto disaccordo. Una cosa è dire che in questa situazione politica alla sinistra italiana conviene una lotta democratica e che in una situazione di assoluto predominio del capitale sia consigliabile non affrontare degli scontri che il capitale vincerebbe certamente. Ma condannare ed escludere in linea di principio la violenza come lotta e mezzo di difesa dei popoli mi sembra un grave sbaglio.