Occorre l’alternativa, non una svolta moderata

Da tempo, avevamo cercato di lanciare l’allarme: le primarie, sostenevamo, non solo rappresentano un’ ulteriore degenerazione della politica in senso leaderistico, una sua americanizzazione e spettacolarizzazione sempre più svuotata di contenuti, un ulteriore offuscamento della questione programmatica. Ma – ribadivamo – contengono in sé, attraverso l ‘ “investitura” popolare del “capo” vincente, anche il rischio di una svolta ancor più moderata della coalizione, di un prosciugamento della dialettica interna ai partiti dell’Unione, di una diminuzione ancor più grave, nel suo seno, del peso dei comunisti e della sinistra d’alternativa, dei loro valori e dei loro obiettivi. Così è stato, e il fatto che ne eravamo stati buoni profeti non diminuisce in noi il senso del pericolo che ora ci si presenta di fronte.
Romano Prodi, in effetti, e con lui la linea politica dell’area moderata dell’Unione, sono usciti dalle primarie “santificati” dal vastissimo consenso popolare, un consenso e una linea ancor più inattaccabili poiché determinati da una vasta e certo inaspettata affluenza alle urne, che è stata chiaramente un segno di una volontà diffusa nel Paese di cacciare il governo Berlusconi, ma anche il segno chiaro che quando le due organizzazioni di massa dell’Unione – Ds e Margherita – si mobilitano massicciamente, sono ancora in grado ( specie gli eredi dell’organizzazione del Pci) di muovere milioni di persone, sino a predeterminare gli esiti delle “libere” primarie.
Specularmente alla grande vittoria dell’area moderata dell’Unione ( che complessivamente ha raccolto circa l’82% dei consensi), abbiamo assistito, da una parte, alla “tenuta” del Prc , che attraverso il suo candidato, Fausto Bertinotti, ha raggiunto, più o meno, lo stesso consenso, in percentuale, raccolto dal partito nelle ultime sue prove elettorali ( un risultato comunque inferiore alle attese e tale da non ripagare l’investimento politico, economico e mediatico ); d’altra parte abbiamo assistito invece alla vera e propria débâcle dei rappresentanti della sinistra d’alternativa e dei movimenti, che escono dalla prova delle primarie con un consenso insignificante, ben al di sotto, certamente, del loro vero e importante peso sociale, a conferma della natura non democratica e sicuramente distorcente insita nel meccanismo stesso delle primarie.
Il primo e più spettacolare esito delle primarie non ha tardato a manifestarsi: da esse, dal nuovo asse politico nato dalla grande vittoria di Prodi, sono scaturite infatti sia la svolta clamorosa della Margherita che la conseguente proposta, condivisa da tutta l’area del centro sinistra, di costituzione, in tempi rapidi, del Partito democratico: un’ eventualità che, qualora si realizzasse, cancellerebbe dal panorama italiano anche i residui segni politici socialdemocratici, imprimendo una torsione ulteriormente moderata e centrista all’intera politica italiana. Non è un caso che, in tale scenario, non siano apparse poi così assurde le proposte di Tremonti, relative ad una Grosse Koalition italiana.
Gli esiti dell’ affermazione dell’ala moderata dell’Unione si sono poi in breve tempo manifestati anche sul piano dei contenuti politici, e in un breve lasso di tempo abbiamo assistito a performances inquietanti quanto, probabilmente, prevedibili, poiché carsiche e mai cancellate da una intesa programmatica: l’ex ministro Treu, della Margherita, è tornato sulla questione della Legge 30, affermando che essa non dovrebbe essere abolita, come chiedono l’intera sinistra d’alternativa, la Fiom e i movimenti, ma “rafforzata”; sono stati ribaditi da più parti, Fassino in testa, sia il rispetto rigido dei vincoli di Maastricht e del Patto di Stabilità, vere e proprie basi materiali della destrutturazione del welfare, della politica di privatizzazioni e dei tagli sociali; è stato solennemente annunciato da Prodi che l’eventuale nuovo governo di centro sinistra cancellerà la “ proporzionale” di Berlusconi, una legge certamente da modificare, ma non per ripristinare il maggioritario, storicamente di destra e base di un bipolarismo che emargina le forze d’alternativa; è stata “ratificata”, da gran parte dei maggiori esponenti del centro sinistra, l’assoluta fedeltà ai patti atlantici; D’Alema ha creduto opportuno, per consacrare, dal suo punto di vista, ancor più il centro sinistra quale forza di governo, condannare l’uccisione di Mussolini da parte dei partigiani, raschiando così, sino in fondo, il barile del revisionismo storico; Cofferati, attraverso la propria involuzione ma anche grazie al clima generale alla Tony Blair in crescita nell’area moderata, ha scelto la strada della “legalità”, subordinando ad essa il principio della solidarietà, proprio in una fase, segnata dalla rivolta parigina degli esclusi delle periferie, che lancia l’allarme a tutte le metropoli europee, dicendo ad ogni forza democratica e di sinistra che la politica dell’inclusione sociale è ormai centrale e decisiva, per il destino della sinistra stessa ma anche per non favorire il dilagare del populismo e delle istanze reazionarie della destra.
Fassino e Rutelli hanno difeso a spada tratta la Tav, nonostante la contrarietà delle popolazioni in lotta della Val di Susa; gran parte dei dirigenti del centro sinistra hanno aderito ( proprio mentre rullavano i tamburi di guerra Usa contro l’Iran e contro la Siria ) alla vergognosa manifestazione filo americana, pro-israeliana e obiettivamente antipalestinese convocata da “ il Foglio” di Ferrara. Soprattutto, Fassino e lo stesso Prodi ci hanno chiarito che la parola d’ordine dell’intero movimento per la pace, della sinistra d’alternativa e della grande maggioranza del popolo italiano per il ritiro immediato delle truppe italiane dall’Iraq, sarebbe un “estremismo” alla Zapatero, una scelta, per il futuro Governo dell’ Unione, impraticabile. E ciò negli stessi giorni nei quali trapelava e si diffondeva la tragica notizia, evocante sia il napalm “vietnamita” che gli orrori di Hiroshima, dell’uso delle bombe al fosforo su Fallujah e chissà su quali altri fronti di guerra iracheni. E il fatto che di fronte alla retromarcia di Fassino sia stato, nell’area moderata, Dario Franceschini, della Margherita, a riuscire ad affermare che: avevamo già deciso, se fossimo andati al governo, di ritirare subito le truppe; non capisco perché vogliamo complicarci sempre la vita e crearci da soli nuove difficoltà”, la dice lunga sulla “razionalità” del passo indietro del segretario dei Ds.
In effetti, le ultime affermazioni del leader dei Ds e del centro sinistra – relative ad un ritiro scadenzato e al fatto che il ritiro dovrà venire da una richiesta del nuovo governo iracheno de – mocraticamente eletto – non solo somigliano del tutto alle posizioni dello stesso Berlusconi e di Blair, ma depongono a favore dei “boatos” che dicono di un incontro avvenuto ultimamente tra l’ambasciatore Usa in Italia e il gruppo dirigente del centro sinistra.
Certo, tali posizioni del centro sinistra, le cui vele forse troppo ottimisticamente ci si era illusi avessero recepito il forte vento dei movimenti, e che rispetto a ciò avesse così significativamente spostato la propria barra sino al punto da permettere ai comunisti di stringere a priori un accordo di governo, certo tali posizioni non possono derivare solo dall’esito delle primarie, ed è possibile che le difficoltà sempre più serie degli Usa possano aver contribuito allo spostamento moderato dell’asse Fassino-Rutelli.

La corazzata imperialista americana, in effetti, non naviga in acque tranquille. Nonostante le atrocità commesse a Falluja, le truppe di occupazione non riescono a piegare la Resistenza del popolo iracheno; in Afghanistan la situazione non è affatto pacificata e il fallimento dell’Alca, congiuntamente al nuovo protagonismo dei popoli e degli Stati dell’America Latina, Cuba e Venezuela in testa, stanno aprendo una nuova e positiva stagione per l’intero continente latino-americano, che confligge con gli interessi nord-americani. Si accentua, inoltre, la grave crisi economica Usa, segnata da un altissimo debito estero e dal profilarsi sempre più minaccioso di un antagonista, economico, politico e militare, come la Cina Una serie concatenata di contraddizioni e difficoltà che spingono Bush non solo ad accelerare di nuovo ( pur di fronte alla verticale caduta di consensi del popolo americano, alla contrarietà di settori ormai vasti del Partito democratico e alle riserve di “ teste d’uovo” come Kissinger, che da tempo si chiedono se la via della “guerra infinita” non porterà, infine, gli Usa alla rovina ) sul keynesismo di guerra e, conseguentemente, a intraprendere la strada concreta del conflitto bellico e dell’intervento destabilizzante ( come dimostrano le minacce veementi alla Siria e all’Iran: ma anche a Cuba e al Venezuela di Chavez). Ma, e questo è il punto politico relativo alla situazione italiana, anche a chiedere agli alleati e agli interlocutori d’oltreoceano più fedeltà e più allineamento.

Quale dovrebbe essere, in questo quadro, in Italia, il ruolo dei comunisti e della sinistra d’alternativa? Queste forze dovrebbero oggi, di fronte all’esigenza primaria di cacciare Berlusconi e di collocare su di un terreno più avanzato il centro sinistra, riempire le piazze, alimentare il conflitto, ridare linfa al movimento contro la guerra, respingere, dalle lotte sui territori, il progetto del Ponte tra la Sicilia e la Calabria, l’alta velocità, i tagli – davvero feroci – agli Enti Locali, affiancare gli studenti in lotta contro la “devastazione Moratti”, appoggiare con tutta la forza possibile la vertenza dei metalmeccanici per il contratto di lavoro, una lotta dal carattere strategico per l’intera classe lavoratrice; chiudere i Cpt, battersi – sia a livello sociale che istituzionale – per i diritti agli immigrati e unire nelle lotte i lavoratori bianchi e neri, organizzando e dando coraggio e punti di riferimento anche agli ultimi schiavi giunti in Italia: le vittime, ormai numerose, della Bolkestein, che con salari di 200 euro al mese, dalle impalcature di Torino per le Olimpiadi ai cantieri edili e navali di tutta Italia, dimostrano sulla loro pelle quanto sia duro e spietato il capitalismo dell’Europa di Maastricht.
Occorrerebbe, oggi più che mai, proprio in vista della lotta per il governo, consolidare e allargare il consenso aprendo il conflitto sui temi sociali, mobilitarsi, rivendicando e popolarizzando tra i lavoratori, tra il “popolo della sinistra”, il programma alternativo a quello delle destre. Ma la mobilitazione, se c’è, non è certo all’altezza dello scontro di classe innescato dai padroni e dal governo e sicuramente non è sufficiente a spostare l’asse politico del centro sinistra.
E, poi, purtroppo, non c’è nessun programma da rivendicare, poiché, semplicemente, nessun programma per l’alternativa è stato discusso e proposto.
Da tempo andiamo dicendo, dalla stessa fase del VI Congresso del Prc, che sarebbe stato essenziale costruire e popolarizzare un programma per l’alternativa, che mettesse al centro, innanzitutto, il no alla guerra ( un no assoluto, anche per un conflitto armato “ammesso” dall’ Onu) e un sì a una nuova politica economica, che facesse almeno un po’ male ai padroni e mettesse al centro gli interessi delle classi subalterne. Da tempo andiamo dicendo che tale programma andava costruito assieme alle forze della sinistra d’alternativa e assieme ai movimenti, che decisivo era costruire, sul campo, nelle lotte sociali la sinistra d’alternativa.
Crediamo di poter dire, oggi con più consapevolezza di ieri, che la scelta di dedicarsi troppo presto all’accordo, pressoché aprogrammatico, di governo non solo non ha pagato, ma ha, invece, creato problemi sia al Prc, sia alla sinistra d’alternativa che ai movimenti, contribuendo anche al costituirsi della difficile fase attuale.
Il programma, da noi rivendicato, non era riducibile alla facile retorica dei “paletti”: esso sarebbe stato, nella fase di costruzione, un collante – non l’unico – per la messa in campo della sinistra d’alternativa; sarebbe stato lo strumento per trasformare il tavolo nazionale dell’Unione in una rilevante “cassa di risonanza” delle posizioni dei comunisti e dei movimenti; sarebbe stato “la bandiera issata nella testa della gente”, una parola d’ordine, un motivo per la mobilitazione di massa, la promessa, verificabile, del cambiamento, che, una volta assunto, non si poteva eludere.
La scelta intempestiva dell’accordo di governo ( cosa ben diversa dalla scelta dell’unità per battere le destre) ha indebolito di molto la possibilità di costruire la sinistra d’alternativa e , assieme alle primarie, al loro esito, al nuovo quadro internazionale e alle conseguenti “richieste” degli Usa, ha dato fiato alle già consistenti aree moderate del centro sinistra.
E’ tardi, per cambiare il corso delle cose, ma forse non tutto è compromesso: occorre rimboccarsi le maniche, unire le forze della sinistra d’alternativa, rilanciare parole d’ordine nette contro la guerra e contro le politiche liberiste; occorre aumentare le forze, sociali e politiche e alzare la voce – cosa che non si sente – contro le derive moderate del centro sinistra, facendo chiaramente capire, ai gruppi dirigenti moderati , ma anche ai lavoratori e al “popolo della sinistra”, che un accordo di governo non può ritenersi scontato, che la giusta, sacrosanta parola d’ordine “cacciare Berlusconi” non può essere usata per spegnere ogni altrettanto giusta ricerca del cambiamento, dell’alternativa, della pace duratura.
La destra non si batte sul terreno della destra: se ciò avvenisse, se una vittoria del centro sinistra sfociasse in una tale pratica governativa, il pericolo non sarebbe solo quello di una “alternativa mancata”; sarebbe soprattutto quello di una vittoria effimera che darebbe fiato alla destra per una rivincita ed una affermazione di lunga durata.
Questi mesi che ci separano dalle elezioni potrebbero davvero rivelarsi importanti: unire la sinistra d’alternativa, spingere sul versante del conflitto sociale rilanciando i temi centrali dell’alternativa programmatica, incalzare il centro sinistra affermando chiaramente che il sostegno da parte delle forze più avanzate non sarà scontato e gratuito.
Essenzialmente, questo è il ruolo del Prc: il Partito può svolgerlo, può ancora recuperare il tempo perduto, uscendo dalle secche ed evitando sia le già rilevanti difficoltà odierne che quelle prevedibilmente più grandi che si potrebbero presentare in un ormai vicino e possibile futuro governativo di basso profilo programmatico.