Obama un anno dopo

1. “L’offensiva alleata fa strage di civili afghani”: è il titolo del moderato Corriere della sera (15 febbraio 2010). L’America di Obama ha dichiarato di averli uccisi “per errore” con un missile. Non sono i soli morti civili della guerra in Afghanistan; sono soltanto i più recenti. Comandante in capo delle forze armate che fanno la guerra in Afghanistan, è il presidente Obama. L’Italia – che nella sua Costituzione (articolo 11) “ripudia la guerra” – partecipa alla offensiva in Afghanistan. I caduti italiani in questa guerra, sono stati 14 dall’inizio della partecipazione alla missione (2004). Obama sembra avere deciso di vincere in Afghanistan, e l’Italia per un’altra volta sogna forse di sfilare a Kabul “alla testa delle truppe vittoriose”. L’America di Obama annuncia di volere mandare in Afghanistan nuove truppe. Il segretario di stato americano, Hillary Clinton, prepara il terreno diplomatico per un attacco contro l’Iran. I democratici americani non sono nuovi alle gesta guerresche: ricordate il Vietnam, nei primi anni ’60, durante la breve presidenza di John F. Kennedy (1961-1963)? Il nuovo presidente sembra ora alla ricerca di qualche rimedio alla crisi mediante l’incremento delle spese militari americane. Obama sembrava volere rinnovare l’American dream, ma non è proprio diverso dagli altri presidenti. Aveva fatto tante belle promesse, aveva acceso tante speranze.

2. Barack Hussein Obama II è stato un eccellente stratega della propria campagna elettorale. Ha battuto una professionista della politica, Hillary Clinton, che sembrava voler realizzare qualche riforma compatibile col sistema americano. Obama potrà essere ricordato per avere ridestato la passione politica in America. A un anno dal suo insediamento, egli sembra preoccupato soprattutto della campagna elettorale per la sua rielezione, alla caccia dei voti a destra che gli erano mancati. Prima dell’elezione, Obama (nato ad Honolulu, Hawaii, il 4 agosto 1961) aveva acceso tante speranze; ma ancora non si è visto nessun cambiamento nella politica dell’impero. A parte la presa d’atto implicita dei mutati rapporti di forza degli Stati Uniti d’America nel mondo. Obama s’è accorto che esiste una Repubblica Popolare Cinese molto forte, militarmente ed economicamente; e che la Russia non si sottomette. Ma anche lui mostra di non avere capito che un altro potere forte del mondo è oggi quello dell’Islam, che contiene delle frange irriducibili e molto agguerrite. Gli Stati Uniti vogliono continuare a misurare la loro potenza nel mondo con le armi e il prodotto interno lordo: senza capire né la forza incontrollabile del terrorismo, e neppure che il pil non è l’unico misuratore economico. Non ha ridotto le spese di guerra, anzi sembra indirizzato a farle continuamente lievitare.

3 . L’affermazione elettorale di Obama è stata consistente: il 52,9 per cento dei voti contro il 45,7 del repubblicano John S. McCain, e 365 voti elettorali contro 173. Alla presidenza, si è insediato il 20 gennaio 2009. Nel 1932, Franklin D. Roosevelt (1882–1945) aveva vinto con il 57 per cento. Obama sembra avere preso subito coscienza di una situazione internazionale mutata, nella quale gli Stati Uniti non sono più la potenza massima, ma una potenza che deve convivere con altre. Al di là di questo quadro, c’è la realtà del terrorismo, che Obama crede di potere sconfiggere.

4. La potenza militare non si misura più dal numero delle testate nucleari, dei missili, degli aeroplani, delle navi da guerra, dei soldati; si deve tenere conto anche di altri elementi, meno controllabili. Fra questi, un posto molto importante – non si sa se può diventare decisivo – lo hanno i kamikaze. Gli Stati Uniti non ne hanno. I loro nemici, ne controllano tanti.

5. La campagna elettorale di Obama ha fatto riavvicinare agli Stati Uniti parte dell’opinione pubblica internazionale dissenziente. È stata una campagna di rottura; una campagna di speranza. Una campagna che conteneva un programma di cambiamento: pareva perfino un’inversione di rotta rispetto a una politica muscolare. Conteneva un messaggio per portare gli States a confrontarsi con le diversità del mondo. Da una visione contabile della politica – la consistenza degli strumenti da guerra tradizionali – sembrava che si passasse a un’altra visione. Ma l’ostinazione sulla guerra in Afghanistan, col potenziamento del contingente americano e la chiamata degli alleati – Italia compresa – a rafforzare le forze di guerra, ha annullato quella speranza. Soltanto a Oslo non si sono accorti di tutto questo, e hanno incoronato il presidente americano con un premio Nobel “per la pace” (10 dicembre 2009). La speranza che Obama aveva trasmesso nella campagna elettorale di un’America capace di scoprire le complessità del mondo, finora è delusa.

6. La statua di Liberty Island, all’imbocco del porto di New York, fu eretta per celebrare i cento anni della confederazione. Anni imperniati sulla “libertà”: un limite individualistico che ignorava l’articolato messaggio della rivoluzione francese di “liberté, égalité, fraternité”. Proprio da Obama è venuta però un’apertura rispetto alla formula della libertà americana, mediante il progetto di assistenza sanitaria generalizzata fatto approvare al Congresso. Quando il presidente l’ha annunciato nella campagna elettorale, ha sostenuto due valori nuovi per la legislazione e la cultura degli Stati Uniti: l’uguaglianzae la fra – tellanza, almeno nelle questioni della salute. Uguaglianza nell’accesso alle risorse dello stato nelle condizioni di malattia e di bisogno; fratellanza nel consentire, attraverso l’imposizione fiscale, la realizzazione dei principi. Così Obama ha progettato per l’America un passo avanti rispetto alla sua condizione di paese arretrato in una basilare questione sociale. Conferendo agli Stati Uniti anche un’influenza positiva contro la riduzione del w e l f a re state in atto in Europa. Il progetto di Obama, ha trovato problemi al senato. Gli interventi di Obama – sebbene timidi e contraddittori – in campo finanziario e industriale, con l’avere posto modesti limiti alla socializzazione delle perdite, che era la regola americana, hanno ricordato positive esperienze europee e americane degli anni ‘30.

7. A pesare sulla coscienza degli Stati Uniti resta ancora Cuba, con l’embargo. Obama ha infatti prolungato per un altro anno la misura punitiva nei confronti del popolo cubano. È una rappresaglia che incide perfino sull’importazione di medicinali essenziali. A questo proposito, vanno ricordate le riserve che Noam Chomsky aveva avanzato subito nei confronti di Obama. Egli aveva previsto che la sostanza della politica americana sarebbe rimasta immutata.

8. Un nodo da sciogliere per gli Stati Uniti è quello di Israele. In America, il potere è condizionato da lobby molto influenti. Quella finanziaria, quella militare; e quella ebraica che agisce come tale, ma pesa anche attraverso le prime due. La lobby israeliana, facendosi sentire anche dall’esterno degli Stati Uniti, ha una influenza sostanziale. Nella Palestina, questo ha avuto conseguenze molto significative, con ripercussioni al di là delle relazioni fra gli Stati Uniti e Israele. Per esempio, gli insediamenti ebraici si sono potuti estendere sempre più, trasformandosi da temporanei in annessioni territoriali di fatto. Facendo sì che i diritti dei colonizzatori fossero i soli tutelati nel quadro della politica estera degli Stati Uniti. I nativi originari della Palestina e i loro discendenti sono divenuti people senza patria e senza terra: con diritti fortemente limitati rispetto agli occupanti. Fra i diritti perduti, c’è quello della proprietà della terra, confiscata qualora i legittimi proprietari non fossero presenti: ed essi ne sono spesso impediti di fatto. Per non dire delle rappresaglie subite dai congiunti dei terroristi arabi o dei sospettati di sostenere la resistenza. Inutilmente le Nazioni Unite hanno deliberato contro questo stato di cose. Ai palestinesi non è rimasta che una resistenza disperata, suicida e sanguinosa. Ora non basta più affermare – come Obama ha fatto – che Israele deve fermarsi nel costituire nuovi insediamenti, perché ne ha già tanti realizzati illegalmente.

9. I luoghi possono avere grande importanza. Il Cairo, capitale cosmopolita in terra islamica, città in parte occidentalizzata; luogo legato all’Occidente nella cultura e nella politica. Sede di autorità religiose islamiche, ma sede di altre religioni compresa quella ebraica. All’università del Cairo, Obama ha tenuto (4 giugno 2009) il suo primo discorso di politica estera. Ha parlato per circa cinquanta minuti. Egli ha esordito ripetendo per nove volte il suo thank you alla folla. Il suo approccio a quel vasto pubblico è stato molto significativo. Si è detto “fiero di portare” con sé “la buona volontà del popolo americano” e “un saluto di pace da parte della comunità musulmana” degli Stati Uniti. “Che la pace sia con voi”, egli ha quindi detto, e questo soltanto in arabo. Immediatamente dopo ha riconosciuto che quell’incontro avveniva “in un periodo di tensione fra gli Stati Uniti e i musulmani del mondo intero, una tensione generata da forze statiche che travalicano l’attuale dibattito politico”. Ha voluto perciò segnare subito una differenza fra le sue intenzioni e la politica dei suoi predecessori. Ha ricordato che “le relazioni fra Islam e Occidente si basano su secoli di coesistenza e cooperazione”, tuttavia ha immediatamente ricordato che quelle relazioni sono state caratterizzate “anche da conflitti” e “guerre di religione”.

10. Obama ha ricordato che “in tempi recenti, le tensioni sono state attizzate dal colonialismo, che negava diritti legittimi e opportunità a molti musulmani, e dalla guerra fredda, nel corso della quale i paesi a maggioranza musulmana troppo spesso sono stati trattati come semplici pedine, senza tener conto delle loro aspirazioni”. Ha riconosciuto che “i cambiamenti profondi avviati dalla modernizzazione e dalla globalizzazione hanno spinto non pochi musulmani a vedere nell’Occidente un nemico delle tradizioni dell’Islam”. Ha affermato anche che “una parte” del suo paese considera “l’Islam come inesorabilmente ostile non solo all’America e ai paesi occidentali, ma anche ai diritti umani”, e ha annunciato perciò “un nuovo rapporto fondato sul reciproco rispetto e su interessi comuni”. Un annuncio molto importante è stato quindi quello che “occorre fare uno sforzo sostenuto per ascoltarsi a vicenda; per imparare gli uni dagli altri; per rispettarsi vicendevolmente e cercare un terreno d’intesa”. A questo proposito, egli ha ricordato ancora il Corano, che afferma “Dio ti guarda, dì sempre la verità”. Questo richiamo è apparso significativo. Subito dopo, egli ha ricordato: “Sono cristiano, ma mio padre veniva da una famiglia keniota che vantava generazioni di musulmani”. Su questo argomento ha molto insistito, ricordando anche che “lo studio della storia” gli aveva insegnato “quanto è grande il debito della nostra civiltà verso l’Islam”. Un realismo rispettoso ha continuato a improntare il discorso di Obama: “Ho conosciuto l’Islam in tre continenti prima di mettere piede nella regione che ne è stata la culla”. Ha affermato che “la collaborazione tra l’America e l’Islam dovrà essere impostata su quello che l’Islam è, non su quello che non è”. Perciò ha detto: “Sarà mia responsabilità, quale presidente degli Stati Uniti, combattere gli stereotipi negativi dell’Islam ovunque essi si manifestino”. Avvertendo che “lo stesso principio, tuttavia, dovrà ispirare la percezione dell’America tra i musulmani”, concludendo che “l’America non incarna il vile stereotipo di un impero egoista”. Ha quindi introdotto la questione del suo nome – Barack Hussein Obama – collegandola ai “quasi sette milioni di musulmani americani”. Ha difeso il diritto delle donne musulmane che lo vogliano di portare il hijab, un diritto sancito ormai dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. Dando così qualche punto alla Francia che lo vieta e all’Italia che anche su queste faccende subisce i ricatti della Lega Nord. Egli ha affermato: “Siamo pronti tuttavia a combattere senza mezzi termini gli estremisti che mettono a repentaglio la nostra sicurezza”. Ricordando che il suo “primo dovere, come presidente, è quello di proteggere il popolo americano”.

11. È entrato tuttavia in contraddizione parlando dell’Afghanistan: “Non siamo andati in Afghanistan per nostra scelta, ma per necessità”. A questo proposito non è riuscito a spiegare in cosa consistesse quella “necessità”, ma ha ricordato che quella guerra viene condotta da una coalizione di quarantasei stati: fra i quali – ricorderemo noi – c’è l’Italia, in violazione della propria costituzione. Arrivato al problema dello stato d’Israele, Obama è sembrato in imbarazzo. Ha esordito definendolo una “importante causa di tensione”. Ma al primo posto ha voluto porre “i forti legami che uniscono l’America a Israele”. Ha affermato che esiste “un nodo indissolubile, fondato su vincoli storici e culturali e sulla consapevolezza che l’aspirazione a una patria ebraica affonda le radici in eventi tragici e incontestabili”. Perché “il popolo ebraico è stato perseguitato per secoli in tutto il mondo e in Europa l’antisemitismo è sfociato in un olocausto senza precedenti. Sei milioni di ebrei sono stati sterminati, più della in- tera popolazione d’Israele ai nostri giorni. Negare questi fatti è un atto di viltà, di ignoranza e di odio”. Soltanto a questo punto, con minore spazio e minore enfasi, ha ricordato che “è innegabile che il popolo palestinese – cristiani e musulmani – abbia sofferto, a sua volta, nella ricerca di una patria. Da più di sessant’anni esso non conosce la tutela di uno stato. I palestinesi sono soggetti a umiliazioni quotidiane – grandi e piccole – che derivano dall’occupazione”. Deve considerarsi significativo, da parte del presidente americano, l’avere adoperato finalmente la parola “occupazione”. Egli ha soggiunto: “Lo ribadisco con forza: la situazione del popolo palestinese è intollerabile. L’America non volterà le spalle davanti alle legittime aspirazioni del palestinesi di vivere dignitosamente in uno stato proprio. L’unica soluzione è quella di fare convergere le aspirazioni di entrambi i popoli nella creazione di due stati, in cui israeliani e palestinesi vivranno in pace e sicurezza.” La politica di Obama su questa questione importante è tutta da verificare nei fatti, ma egli ha avuto intanto parole nuove rispetto alla logica filo-israeliana che ha guidato finora la politica estera americana.

12. Un passo breve del suo discorso Obama lo ha dedicato all’accesso dell’Iran all’energia nucleare. Il suo discorso si è avviato in modo contorto, ma si è concluso con l’affermazione che “tutti i paesi – anche l’Iran – hanno il diritto di accedere all’energia nucleare a scopo pacifico, se accettano le proprie responsabilità sotto il trattato di non proliferazione nucleare”. Nessuno infatti sottovaluta i pericoli di una proliferazione di armi nucleari nel Medio Oriente, ma nessuno può dimenticare che una posizione così drastica non viene applicata verso lo stato d’Israele, che un proprio programma di armamento nucleare lo porta avanti.

13. “Il quarto argomento che intendo affrontare riguarda la democrazia”, ha affermato Obama. L’averlo annunciato ponendolo fra i temi da affrontare, segna una posizione nuova rispetto a un dogma americano. Il presidente ha spiegato in poche parole di cosa si tratti: “Negli ultimi anni, non poche controversie hanno circondato il concetto di diffusione della democrazia, specie a proposito della guerra in Iraq. In questa sede pertanto vorrei ribadire che nessuna nazione può permettersi di imporre a un’altra un qualsivoglia sistema di governo. L’America è pronta ad ascoltare tutte le voci pacifiche e rispettose della legalità che vogliono farsi sentire nel mondo, anche se si trova in disaccordo con esse”. Il futuro mostrerà se la “legalità” sarà quella delle Nazioni Unite, o quella degli States. Infatti Obama non ha potuto mettere da parte qualche riserva: “Noi accogliamo tutti i governi pacifici ed eletti dal popolo, purché siano rispettosi dei loro cittadini”. Si tratta di una formula difficile da tradurre nella politica internazionale, perché contiene qualche scappatoia per non realizzarsi nel concreto. Si capisce tuttavia che di più Obama non poteva forse dire nella fase iniziale del suo mandato, e occorrerà vedere come egli stesso, nei fatti, attuerà questa formula. Egli ha parlato anche della “libertà di religione”, definendola “un concetto fondamentale per garantire la convivenza pacifica dei popoli” e ha affermato che si dovrà “fare molta attenzione nel tutelarla”. Al sesto punto del discorso Obama ha affermato i “diritti delle donne”. Qui è apparso molto deciso: “Respingo quanto si sostiene talvolta in Occidente, che la donna che decide di coprirsi il capo si consideri in un certo senso inferiore. Sono fermamente convinto, invece, che negare l’istruzione alle donne significa negare loro il diritto all’uguaglianza”. Ed eccolo adoperare in modo esplicito la parola “uguaglianza”, che di tutto il suo discorso era stato un presupposto inespresso. Egli ha chiarito quindi: “Non è una coincidenza che i paesi dove le donne godono di elevati livelli di istruzione hanno maggiori possibilità di sviluppo”. Obama ha concluso enfaticamente: “Questo è il mondo che vogliamo, ma potremo realizzarlo soltanto con l’impegno di tutti”. Ha chiuso con parole che in America ottengono sempre rispettosa attenzione: “Sta a noi decidere, ma solo se avremo il coraggio di impostare un nuovo inizio, tenendo a mente le Scritture”. Ma è tornato immediatamente dopo a un polivalente richiamo religioso: “Dice il Corano: ‘Umanità, ti abbiamo creato maschio e femmina e moltiplicato in nazioni e tribù per farvi conoscere’. Dice il Talmud: ‘La Torah intera ha lo scopo di promuovere la pace’. Dice la Bibbia: ‘Beati i costruttori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio’. I popoli del mondo sanno vivere assieme pacificamente. Sappiamo che è questa la volontà di Dio. E questo sarà il nostro compito sulla terra. Grazie, e che la pace del Signore sia con voi”.

14. Il messaggio programmatico di Obama – per la prima volta – è stato pronunciato fuori del territorio americano. L’Egitto è forse il più occidentale fra i paesi del Medio Oriente. Uno stato che è anche islamico, nel quale cioè l’islamismo convive con religioni occidentali. Un paese più moderno rispetto ad altri della stessa area geografica. Un paese che ha vincoli profondi con l’Occidente – culturali, economici, diplomatici – che tuttavia non vuole rinnegare la propria appartenenza a un’altra area del mondo. Un paese retto da un regime illiberale, ma dotato di un rituale esteriormente democratico. Al Cairo Obama si è dichiarato “fiero di portare” con sé “la buona volontà del popolo americano”. E ha detto di recare “un saluto di pace da parte delle comunità musulmane” del suo paese: per essere più esplicito e più incisivo, questo lo ha ripetuto anche in arabo. Ha ricordato, con chiarezza, che quell’incontro avveniva “in un periodo di tensione fra gli Stati Uniti e i musulmani del mondo intero”.

15. Mettere in discussione la libertà, affermando che essa non deve esistere isolata dal limitato egualitarismo del welfare state, significa cominciare a operare su un cardine del sistema americano, fatto solo di libertà per le classi abbienti e privilegiate. L’uguaglianza, a differenza che in Europa, in America non è un valore. Ebbene, nei primi passi di Obama, essa sembra incominciare invece a introdursi almeno nel dibattito politico. Questo potrebbe evolversi in un fattore di giustizia sociale, ma anche di maggiore stabilità. Che Obama realmente lo voglia, e possa farlo, resta però da verificare nei fatti.

16. L’imperialismo della scuola politica americana ha voluto esasperare la provocazione, la sopraffazione e quindi lo scontro con una parte molto considerevole del mondo fino alle Twin Towers di New York (abbattute dagli attacchi dell’11 settembre 2001); si è poi insabbiato nella vergogna di Guantanamo. È fallito sul piano finanziario – lo si avverte molto in America, perché si è infranto un punto chiave di quella cultura. Incredibile sarebbe stato che si affidasse all’Italia il compito d’indicare qualche rimedio per riavviare l’industria automobilistica degli Stati Uniti: eppure proprio questo è successo, con l’accordo fra due industrie automobilistiche degli Stati Uniti e dell’Italia (il 30 aprile 2009, Obama ha affermato: “Sono lieto di annunciare che la Chrysler e la Fiat hanno costituito una partnership che ha strong possibilità di successo”). È stata una manifestazione di pragmatica abilità di governo, prendendo quello che riesce a prendere – ora in termini di duttilità e inventiva industriale adatta ai tempi – da un paese debole. Intanto, in vista dei profitti da raccogliere in America, la Fiat scarica sui lavoratori di Termini Imerese i risultati della sua cattiva gestione.

17. La promessa di fare cessare la vergogna americana di Guantanamo era nei discorsi elettorali di Obama. Ma Guantanamo è ancora in esercizio pieno. Qualche marginale alleggerimento – alcuni prigionieri rilasciati e fatti scomparire dall’attenzione dei mass media, qualche altro affidato a paesi compiacenti (Italia compresa) con procedure legalmente inconsistenti, l’introduzione di qualche marginale regole di decenza in una detenzione illegale – non hanno cancellato quella vergogna americana. Ma hanno reso Obama traditore di un impegno elettorale importante.

18. Degna di nota la ridicolizzazione da parte del sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri italiano, Guido Bertolaso (Mezz’ora, Rai 3, 24 gennaio 2009: “troppe stellette, gli americani tendono a confondere l’intervento militare con quello di emergenza”) per avere fronteggiato la devastante emergenza del terremoto di Haiti con un poderoso contingente di 10 mila soldati (Corriere della sera, 16 gennaio 2010), inutile alle occorrenze di salvataggio e ricostruzione dell’isola, situata proprio alla porta degli States, usualmente umiliata come resort vacanziero e lupanare americano.

19. Oltre al bombardamento sullo Yemen (l’Occidentale, orientamento quotidiano, 20 dicembre 2009) – compiuto da forze yemenite, ma armate, autorizzate e guidate dagli Stati Uniti – si deve sottolineare anche il perdurare, sotto la guida di Obama, della politica neo-coloniale nell’America Latina: ingerenze in Honduras (la Repubblica, 29 giugno 2009), accordo di “cooperazione militare” del 30 ottobre 2009 con la Colombia, che prevede l’installazione di sette basi militari statunitensi, al quale seguono forti reazioni da parte di Venezuela, Bolivia ed Ecuador (Limes, 11 gennaio 2010), col pretesto di servire contro il traffico di cocaina. Non mette invece conto sottolineare la violazione dello spazio aereo nazionale del Venezuela, smentita da Washington, ma denunciata dal presidente Hugo Rafael Chávez Frías (17 gennaio 2010). Mentre si deve infine sottolineare la prosecuzione dell’ostilità e dello embargo contro Cuba.

20 . “ Yes, we can!” Ma che cosa? L’America è un grande paese; ancora più grande – per popolazione, per esempio – è la Cina. L’America rimane un paese aggressivo e senza sfumature. Ricchezze smisurate, miseria disperata. Se in America si cercano espressioni significative della cultura umanistica, bisogna tornare alla Rapsody in blue di George Gershwin (1898–1937) che rappresentò la drammatica grandezza del risveglio della metropoli, o guardare la disperata solitudine dipinta da Edward Hopper (1882–1967). C’è una grandezza americana nella tecnologia, non solo per l’impiego militare. Con Barack Obama si avverte la tensione di un umanesimo rivolto verso nuove tecnologie. È la residua scommessa di Obama. Ma l’esperienza di un anno del suo potere non ha fatto meritare al presidente un giudizio positivo.

* docente di Storia dell’America, Università di Bari