Nuova Yalta o nuova Malta?

1. Un’abile mossa di Putin?

La presa di Kabul è stata condotta dalla frazione dell’Alleanza del Nord comandata dai tagiki appoggiati da Mosca, e Putin può presentarsi da Bush forte di questo risultato, con una forza contrattuale nuova, sconosciuta all’ex presidente Eltsin. Secondo il generale Carlo Jean, “la svolta decisiva sul piano strategico-militare della guerra si è avuta quando l’America ha deciso che non era il Pakistan la chiave di volta per forzare le operazioni anti-Taleban, bensì il fronte delle ex repubbliche sovietiche, come l’Uzbekistan, il Tagikistan e il Turkmenistan. Da questo punto di vista, si può dire che uno degli artefici della disfatta dei Taleban sia stato Vladimir Putin. È infatti grazie alla Russia che gli Usa hanno potuto spostare l’asse delle operazioni, ottenendo i primi, significativi successi sul campo. Ed ora Putin passerà all’incasso, e certamente quello reclamato dal Cremlino sarà un prezzo, politico-economico, molto alto”2.
L’imprevista conquista di Kabul da parte di forze legate a Mosca può apparire, a prima vista, un regalo avvelenato per l’amministrazione USA e segnare un punto a favore dei russi nel complesso gioco della grande scacchiera eurasiatica e mondiale.
L’amministrazione americana (o, almeno, una frazione di essa) sembra essere stata colta di sorpresa e costretta a fare buon viso a cattivo gioco. Solo qualche giorno prima della caduta di Kabul, il presidente americano in prima persona invitava gli uomini dell’Alleanza del Nord ad astenersi dall’entrare nella capitale afghana3.
“Al Palazzo di vetro delle Nazioni unite a New York – scrive Astritt Dakli – si è svolta una riunione definita ‘d’emergenza’ dei ministri degli esteri di otto paesi: i sei confinanti con l’Afghanistan (Cina, Pakistan, Iran, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan) più Stati uniti e Russia.[…] Per la settimana prossima è annunciata, anche se ancora non ufficialmente, una conferenza dedicata alla ricostruzione dell’Afghanistan, che vedrà in prima fila i governi degli Stati uniti e del Giappone ma alla quale non mancheranno certo di essere presenti i sauditi. […] È davvero una corsa contro il tempo, quella delle Nazioni unite e dietro di esse degli Usa, che hanno demandato al segretario generale Kofi Annan l’incarico di organizzare la gestione del dopoguerra a Kabul. Il tempo, infatti, è sfuggito di mano a George W. Bush o meglio al suo segretario di stato Colin Powell, che voleva rallentare l’azione militare fino a quando non avesse incominciato a dare frutti positivi l’azione politico-diplomatica. Powell aveva promesso – et pour cause – al Pakistan che a Kabul non si sarebbero insediati i mujaheddin, detestati a Islamabad; e addirittura che sarebbero stati inclusi nel futuro governo afghano ‘moderato’ anche degli elementi taleban. Questa era una delle condizioni dell’appoggio del generale Musharraf alla grande alleanza ‘antiterrorista’, una delle condizioni al mantenimento di uno status quo politico nella regione. […] Ma così non è stato. Altre forze hanno spinto con decisione in senso opposto, per una eliminazione completa dei taleban dalla scena afghana e per la costituzione di un governo in cui l’influenza pakistana sia pari a zero: i maggiori gruppi dei mujaheddin, in primo luogo, ansiosi di cogliere più rapidamente possibile i frutti della loro lotta di anni. […] E dietro di loro si intravede bene la mano di Mosca – il presidente russo Vladimir Putin è andato personalmente a Dushanbe a incoraggiare Burhanuddin Rabbani e a promettergli pieno appoggio militare, prontamente fornito dalla 201ma divisione russa in Tagikistan (improvvisamente i combattenti anti-taleban hanno sfoderato un mucchio di tank e veicoli che prima non c’erano). Non era difficile prevedere del resto che la Russia avrebbe cercato senz’”altro di giocare in proprio in questa guerra, coperta dall’ombrello della santa alleanza voluta da Bush: i russi (e con loro gli uzbeki del presidente Islam Karimov) hanno sempre avuto le mani in pasta in Afghanistan, il generale Rashid Dostum (che ha preso Mazar-i-Sharif e i cui uomini pare stiano compiendo saccheggi e fucilazioni) è un loro uomo; difficile pensare che volessero semplicemente essere d’aiuto agli americani”4.
A due anni dall’avvento della presidenza Putin, dopo gli schiaffi e le umiliazioni subiti a più riprese, la Russia sembra dunque capace di un nuovo protagonismo, protesa a recuperare uno status di potenza capace di inserirsi con intelligenza nella grande partita mondiale che si gioca ora a tutto campo, dove possono rapidamente saltare schemi consolidati.

2. O un doppio gioco americano?

Tuttavia, il dilagare delle truppe dell’Alleanza del Nord in gran parte del paese, fino alla roccaforte di Kandahar, senza incontrare una significativa resistenza, se non in alcune sacche e centri, offre all’amministrazione USA alcuni indiscutibili vantaggi, tanto da far sospettare che vi sia un “doppio gioco” americano5.
Sono vantaggi di immagine e di consenso per l’opinione pubblica mondiale e americana, che proprio lunedì 12 viveva in forma minore la replica dell’incubo delle due torri con il disastro aereo di Rockaway (sulle cui cause rimangono ancora aperti gli interrogativi, nonostante l’FBI e media si siano affrettati a classificarlo come incidente): la guerra infatti appariva impantanata in bombardamenti sempre più massicci e devastanti per le vittime innocenti, col rischio di un’esplosione di folla in Pakistan e in altri paesi islamici, dove già si contano numerosi morti ammazzati dall’esercito nelle piazze, mentre il proclamato obiettivo – Bin Laden – non veniva scalfito. Per di più, qualche tentato blitz si era concluso con un nulla di fatto, o, peggio, con agguati in piena regola ai marines americani6. La strategia americana appariva confusa e rabberciata, frutto di improvvisazione e rabbia, piuttosto che di scelte razionali.
La presa di Kabul offre il destro per affermare, contro i critici (e contro i pacifisti)7 l’utilità militare dei bombardamenti, che avrebbero a tal punto indebolito le difese talibane da provocare un effetto domino nella caduta di tutte le principali città del centro nord del paese. I taliban, se non sono stati completamente sconfitti, devono comunque cambiare strategia – guerriglia sulle montagne – e abbandonare il controllo di snodi stradali strategici e degli aeroporti. Le televisioni possono mostrare le immagini di aquiloni colorati nel cielo di Kabul, di bambini sorridenti “che festeggiano come fanno tutti i bambini del mondo”8, di qualche donna senza burka e col volto truccato, di barbieri al lavoro, di stadi in cui si gioca a calcio, di negozi di tv e videoregistratori riaperti al pubblico, di musicassette ascoltate per strada, di gente in festa che acclama i liberatori, di improbabili donne che ringraziano gli americani per averle restituite alla libertà con le bombe fatte piovere dal cielo. Insomma, la “guerra umanitaria”, la guerra liberatrice da un regime folle e oppressivo. Per di più, questa guerra per interposta persona può finalmente apparire non come la guerra americana. Anzi, appare come una guerra afghana, tra afghani di diversi credo, etnie e tribù, in cui gli americani si sono schierati con la fazione “buona” (per il momento!) contro i “cattivi” (che essi avevano foraggiato e sostenuto fino a poco tempo fa, per smembrare ulteriormente la Russia e la Jugoslavia). Può finalmente apparire non la guerra dell’Occidente contro l’Islam, ma una guerra interislamica, una guerra tra diverse etnie e tribù, in cui l’Occidente sarà ulteriormente costretto a intervenire per mettere ordine e por fine a ulteriori e prevedibili massacri (già si preannunciano scontri intorno a Kandahar e altri centri del sud del paese tra tribù pashtun legate a re Zahir, tribù pashtun cui i taliban hanno passato il testimone e frazioni dell’Alleanza del Nord).
E questa prevedibile instabilità del paese9 può non dispiacere affatto alla frazione dell’amministrazione USA legata al complesso militar-industriale e al Pentagono, i cui strateghi puntano non al peacekeeping, ma al disordine permanente per tenere sempre in moto la macchina di guerra e minacciare, atraverso essa, qualsiasi potenziale “avversario strategico”. Mentre per la Russia è vitale una stabilizzazione democratica del paese e di tutta l’area dell’Asia centrale, agli USA la destabilizzazione può tornare utile per giustificare una presenza militare, che da contingente e provvisoria si protragga indefinitamente nel tempo e diventi permanente (come sta accadendo nei Balcani, dalla Bosnia al Kosovo). Non è stata forse battezzata tutta l’operazione “Giustizia infinita” e poi più modestamente (si fa per dire) “Libertà duratura”? In Afghanistan c’è tanta carne da cuocere e da mandare al macello: l’alleanza del Nord è composta da una dozzina di frazioni, a tenerle unite è stato il comune nemico talibano, ma basta molto poco perché queste frazioni possano combattersi tra loro: musica per le orecchie di Wolfowitz.
Una delle conseguenze dell’11 settembre e degli sviluppi dell’operazione “Enduring Freedom” è che le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale ospitano basi militari americane, in particolare l’Uzbekistan10, il paese più importante (24 milioni di abitanti) e col più grosso esercito della regione, con ambizioni egemoniche nell’area11. Sono almeno 1000 i militari USA già presenti in questo Stato12. Anche il Tagikistan ha offerto tre basi aeree13. Se consideriamo i precedenti e gli interessi strategici e geopolitici statunitensi14, è difficile pensare che – nonostante le assicurazioni americane – la concessione di queste basi sia un fatto provvisorio.
Grandi preoccupazioni in questo senso sono state espresse dallo Stato maggiore russo15, da vari intellettuali16 e dai comunisti. Scrive ad esempio V. Tiksin ai primi di novembre: “Per la prima volta i territori dell’ex Unione Sovietica sono utilizzati per azioni militari contro regimi invisi agli USA, per la prima volta qui si sono installate le divisioni dell’esercito americano. E, come pare, si sono istallate per molto tempo. Il Presidente Bush ha avvertito esplicitamente che la guerra al terrorismo durerà lunghi anni. E l’Uzbekistan è un’ottima piazza d’armi. E non solo per la lotta ai fondamentalisti islamici in Afganistan. Ce ne sono non pochi sul territorio stesso dell’Uzbekistan, del Tagikistan, della Kirghisia. Sicché c’è un lungo lavoro per i corpi speciali americani e inglesi. Ma come essi nei fatti combattano il terrorismo, l’hanno indicato il Kosovo e la Macedonia. Nel primo caso i terroristi, che si definivano anche ‘islamici’, hanno rovesciato né più né meno il governo legittimo, instaurando il loro diretto dominio, nell’altro, hanno smembrato uno stato sovrano, costituendo una base militare per le successive azioni espansionistiche negli interessi della ‘Grande Albania’. E tutto con la diretta complicità degli stessi soldati americani e inglesi. Nei Balcani essi non hanno in nessun modo favorito la ‘stabilità’ e la ‘pace’. Ma hanno lavorato molto efficacemente per gli interessi strategici degli USA e della NATO. Non succederà forse lo stesso nelle ex repubbliche dell’Asia centrale? […] Secondo le valutazioni degli esperti militari […] la comparsa di missili in Uzbekistan – e Washington dichiara ormai apertamente la necessità di una sua presenza militare permanente in quel paese – toglie praticamente efficacia al potenziale atomico russo. I missili Tomawack, non atomici, vicini alle frontiere russe possono annientare completamente in 5-6 minuti tutti i missili strategici nucleari”17.
Ma non si tratta solo di fondate preoccupazioni di carattere strategico-militare.
La scelta di Putin di schierare – nonostante forti resistenze all’interno stesso dello staff presidenziale18 e del paese – la Russia in prima fila accanto agli USA nella “lotta al terrorismo” sembra collocarla nettamente per la prima volta all’interno di uno schieramento “occidentale” a guida USA, che potrebbe preludere anche ad una sua partecipazione alla NATO, come Tony Blair ora auspica19. G. Zjuganov, presidente del Comitato Centrale del Partito Comunista della Federazione Russa, teme si tratti di una nuova svendita degli interessi del paese agli Stati Uniti, come fece nel 1989 Gorbaciov con Bush senior a Malta20.
Tuttavia, il quadro mondiale che ci troviamo di fronte si presenta molto più complesso e contraddittorio: le grandi potenze giocano a tutto campo e sono possibili imprevisti “giri di valzer” e rovesciamenti di fronte nel sistema delle alleanze: quanto sta accadendo sul terreno afghano – con l’evidente corsa delle diverse fazioni in campo all’occupazione di posizioni e alla politica del fatto compiuto; con dichiarazioni solenni disattese nel momento stesso in cui si pronunciavano21 – può essere la metafora di futuri scenari in una situazione tendenzialmente instabile, in cui, dietro la cortina dell’apparente unanimità si muovono e confliggono interessi divergenti dei diversi paesi e delle rispettive frazioni imperialistiche. In questo senso non si può assolutamente parlare – come ha fatto Le nouvel Observateur con altri commentatori dopo l’incontro di Shanghai dell’APEC del 20-21 ottobre – di una “nuova Jalta”22.
Al momento, quando la lunga guerra annunciata da Bush junior non è che ai suoi inizi, non si profila nessun ordine mondiale – quand’anche conflittuale e aperto agli spostamenti imposti dai movimenti di liberazione antimperialisti – come fu quello che sul finire della II Guerra mondiale i vincitori della coalizione antihitleriana disegnavano a Jalta.

Note

1 Un osservatore attento, informato e competente, con esperienza diretta sul campo, come Giulietto Chiesa, esclude che la caduta di Kabul fosse imminente (cfr. l’intervista a Paola Pittei, Liberazione, 11-11-2001), dopo la caduta di Mazar i Sharif nelle mani del generale uzbeko Dostum, precisando, però, che “da quella parte [Mazar i Sharif], un’imminente entrata a Kabul, come hanno scritto i giornali, è una sciocchezza […] attraverso quella strada la marcia verso Kabul non sarà possibile almeno fino alla primavera. A meno che gli americani non decidano di aprire contemporaneamente un altro fronte attraverso la piana di Shomali che dista poco più di 50 km. da Kabul”. Eventualità che gli pare improbabile, perché lì ci sono i tagiki, e “tutto fa pensare che in questa fase gli americani abbiano preferito privilegiare gli uzbeki rispetto ai tagiki: i primi piacciono di più perché sono vicini al presidente uzbeko con cui gli USA stanno tessendo rapporti strategici sempre più stretti. I mujaheddin di etnia tagika invece fanno riferimento al Tagikistan dove sono schierate truppe e armi russe. E poiché la Russia in questo conflitto sta perseguendo la sua strategia che non coincide esattamente con quella americana, la scelta del Pentagono si spiega facilmente. Adesso staremo a vedere cosa succederà: se cioè gli aerei americani apriranno la strada anche ai tagiki che fronteggiano i taleban sul fronte di Shomali o se gli uzbeki di Dostum verranno ulteriormente favoriti sulle montagne”. (Tondi miei, A.C.)

2 Cfr. l’intervista di Umberto De Giovannangeli, che definisce il generale “una delle massime autorità nel campo degli studi di strategia militare”, in L’Unità 14-11-2001. Corsivo mio, A.C.

3 Cfr. La Repubblica, 12-11-2001, p. 3: “Dostum vince, Bush lo avverte ‘Non dovete prendere Kabul’ – L’avanzata dei ribelli preoccupa la casa bianca – Gli USA prima vogliono consolidare con il Pakistan un accordo sull’Afghanistan”. Scrive Vittorio Zucconi: “Il fronte dei Taliban ha ceduto […] la porta vero Kabul è spalancata. E Bush e Powell hanno intimato l’altolà. Perché la vittoria militare può trasformarsi in un disastro politico immane. Come ha ricordato ieri anche il ministro degli Esteri italiano Renato Ruggiero: “Occorre evitare fatti che, invece di facilitare il processo di pace, possono renderlo più complesso” […] facendo riferimento alla rapida avanzata dei mujahiddin verso la capitale afgana”. Cfr. anche Liberazione del 13-11-2001, pp. 12-13: “USA e Pakistan bloccano i mujaheddin a sei chilometri dalla capitale in attesa della riunione di tutte le etnie sul futuro assetto dell’Afghanistan” e Libération del 13-11-2001: “L’avanzata delle forze della resistenza dell’Alleanza del Nord verso Kabul è troppo rapida per i gusti di Washington, che ora teme che i suoi alleati di fortuna sfuggano al suo controllo. Il presidente George Bush ha detto chiaramente in questo fine settimana di non volere che l’Alleanza del Nord prenda la capitale afgana prima di una soluzione politica che integri tutte le etnie del paese, in particolare i Pashtun del Sud” (Pascal Riché L’avancée de l’Alliance inquiète Washington, http://www.liberation.com/ny200
1/actu/20011113marg.html).

4 Cfr. Astrit Dakli, “La guerra e la recita per Kabul. La corsa al governo ‘amico’ in ritardo sulla crisi dei taleban. Il gioco dei russi, il doppio gioco degli americani” in Il Manifesto 13-11-2001, p. 5.

5 Cfr. Astrit Dakli, art. cit.: “Gli americani stessi, del resto, non sono univocamente dietro a Powell e giocano su diversi tavoli: aver messo uomini loro e inglesi (pare neanche pochi) a combattere insieme ad alcuni gruppi mujaheddin, aver mandato truppe nelle basi uzbeke, è insieme un modo di controllare e un modo di partecipare. La Casa bianca ha rivolto un appello all’Alleanza del nord perché si fermi e non prenda Kabul, ma questo rientra nella parte della recita politica: chissà se i militari americani sul terreno in queste ore stanno davvero cercando di frenare i mujaheddin oppure no; o se i bombardieri, che ai mujaheddin hanno spianato la strada la settimana scorsa, hanno cambiato bersagli. Nelle file di coloro che hanno fretta e che gradiscono vedere il Pakistan escluso da ogni influenza su Kabul c’è anche l’Iran del presidente Khatami, che a sua volta ha dato appoggio militare ad alcune fazioni mujaheddin – quelle di Ismail Khan, che ieri hanno preso Herat. Ieri a Palazzo di vetro il ministro degli esteri Kharrazi e Powell si sono stretti la mano – al loro livello, non si vedeva un gesto del genere da 22 anni”..

6 Cfr. “L’assalto alla casa del mullah Omar, una disfatta”, stralci da un articolo del New Yorker, in Liberazione, 6-11-2001, pp. 8-9.

7 Si vedano a questo proposito gli editoriali trionfalistici di Piero Ostellino, “Imbarazzi a sinistra”, Corriere della sera, 15-11-2001: “La stampa di sinistra, da Il manifesto a Liberazione alla stessa Unità , non nasconde un qualche imbarazzo di fronte alla caduta di Kabul e alla fine del regime dei talebani. E’ comprensibile. Essa aveva sostenuto fino a ieri l’inefficacia della guerra o aveva espresso forti dubbi sull’intervento e ora deve constatare che, invece, la guerra sta producendo effetti positivi”; e di Boris Biancheri “Gli orfani del pacifismo”, La Stampa, 15-11-2001: “Perché tutti sono così combattivi nell’osteggiare la guerra e così prudenti quando si profila la pace? Non sarà forse perché, se la guerra finisse davvero non resterebbe nulla contro cui manifestare?”

8 Cfr. l’editoriale di Biancheri, cit.

9 Cfr. l’intervista al generale Jean, cit.: “D.: Resta però la preoccupazione sul futuro dell’Afghanistan ‘post Taleban’. C’è chi teme, e non solo in Occidente, una situazione di anarchia. R.:Questo più che un rischio a me pare una certezza. L’anarchia in Afghanistan continuerà ad esserci perché questo Paese non ha mai avuto un vero processo di nazionalizzazione. La struttura portante resta quella delle tribù, dei clan, di un’appartenenza etnica che ha comunque la meglio su quella nazionale. Quella afghana è e resterà ancora per lungo tempo una società tribale instabile” (tondo mio, A. C.).

10 “L’Uzbekistan […] giorno dopo giorno sta svelando la natura dell’accordo stretto la settimana scorsa con Donald Rumsfeld. Altro che semplice uso di una base aerea: il presidente di Tashkent, Islam Karimov, si è riservato il compito di farla finita con i talebani schierati sui 173 chilometri di frontiera e lo sforzo militare non sarà ricompensato solo con la fine dell’incubo integralista”, in “Il mosaico di Putin”, Il Foglio,12/10/2001.

11 “Tashkent gioca un ruolo centrale nella guerra contro il regime afghano e coltiva ambizioni egemoniche nella regione” (Mukhabbat Sultanova, “L’Uzbekistan nel nuovo grande gioco”, in Nel mondo di Bin Laden – Quaderni speciali di Limes, Roma 22-10-2001, p. 149 sg.).“Karimov [il presidente uzbeko] ha intenzione di spingersi oltre e di giocare di contropiede per rilanciare l’ipotesi di un Turkestan, laico in questo caso, che federi Uzbekistan, Tagikistan e inevitabilmente inglobi in sé, ufficialmente per ragioni di sicurezza, una fetta dell’Afghanistan del Nord. Inutile dire che la capitale del nuovo Turkestan dovrebbe essere Tashkent a testimonianza dell’influenza uzbeka conquistata sul campo, da un lato sostenendo lo sforzo bellico anglo-americano e dall’altro garantendo a Mosca la fedeltà della futura federazione” (“Il mosaico di Putin”, art. cit.). Cfr. anche Vicken Cheterian, “L’astro nascente uzbeko”, in Le monde diplomatique – il manifesto, novembre 2001, p. 13.

12 Cfr. Véronique Soulé, “L’Ouzbékistan, allié de circonstance”, in Libération, 9-10-2001.

13 “Gli Stati uniti avranno a disposizione tre basi aeree in Tagikistan per condurre la campagna in Afghanistan. Lo ha annunciato il presidente tagiko, Emomali Rakhmonov, che ha ufficialmente offerto il territorio del suo paese alle forze armate americane. Il presidente ha rivelato in un conferenza stampa che, su richiesta degli Stati uniti, ‘si sta prendendo in esame la possibilità di utilizzare tre aeroporti’. Si tratta degli scali di Khojand, Kurgan-Tjube e Kulyab, già impiegati per il dislocamento di truppe russe in Tagikistan. Il governo ha ammesso che da tre settimane i tecnici statunitensi sono impegnati nell’esame degli impianti degli aeroporti”, il manifesto, 8-11-2001.

14 Già Z. Brzezinski ne La Grande Scacchiera (1997; ed. it. Longanesi, Milano, 1998) aveva chiaramente esposto la necessità del controllo americano dei “Balcani euroasiatici”, (dall’area caucasica del Caspio alle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, Afghanistan e Iran), situati in “posizione centrale rispetto alla rete di comunicazione destinata inevitabilmente a collegare più direttamente le estremità più ricche e industriose dell’Eurasia occidentale e orientale” (pp. 167-168). Si moltiplicano oramai gli articoli di giornali e riviste che individuano senza mezzi termini – al di là degli obiettivi conclamati di “lotta al terrorismo internazionale” – tra gli scopi di Enduring Freedom, il controllo dei grandi corridoi energetici che attraversano l’Afghanistan. Si veda ad es.: V. Prashad, “Tutte le vie del petrolio”, in Internazionale, n. 409, 26-10-2001; Francesco Piccioni, “Quanto pesa il petrolio del Caspio”, Il Manifesto, 12/10/2001; Manlio Dinucci , “Sotto il corridoio afghano”, Il Manifesto, 18/10/2001; Alexandre Adler, “L’exportation des hydrocarbures, sujet stratégique majeur pour l’Asie centrale”, Le monde, 20-10-2001; Massimo Riva “La guerra del greggio, si fa, ma non si dice” La Repubblica 23/10/2001; Federico Rampini, “In guerra per il petrolio, l’altra faccia dei raid” La Repubblica, 24/10/2001. Ma non di solo petrolio si tratta, è in gioco la possibilità di controllare e minacciare qualsiasi potenziale “avversario strategico” degli “interessi nazionali americani” (cfr. A. Catone, “Le due torri e la grande scacchiera” sul precedente numero de L’Ernesto).

15 Il ministro della Difesa, Sergej Ivanov, “sostenuto dal capo di Stato maggiore, Anatolij Kvashnin, non perde occasione per raffreddare ogni entusiasmo per una grande coalizione contro il terrorismo internazionale che veda la Russia a fianco degli Stati Uniti”.(“Ivanov contro Ivanov”, Il Foglio, 25/9/2001; cfr. anche Nina Bachkatov, “Perché Mosca ha colto la palla al balzo”, Le monde diplomatique- il manifesto, novembre 2001, p. 5: “All’interno di paesi fragili come l’Uzbekistan o il Tagikistan la presenza a lungo termine di truppe americane rischia di provocare una radicalizzazione simile a quella che ha conosciuto l’Arabia Saudita con la presenza di 7000 soldati americani dopo la guerra del Golfo”.

16 Cfr. A. Prochanov, “Il Pentagono e i suoi lacché del Cremlino”, in Courrier international, n. 572, 18-10-2001

17 Cfr. V. Tiksin, “Rossija, ne predavaj sebija” [Russia, non tradire te stessa!], 2-11-2001, in http://www.kprf.ru/post.htm#

18 Cfr. il già citato “Ivanov contro Ivanov”.

19 In una conversazione telefonica di sabato 17 novembre Tony Blair e Putin discutono della possibilità di rivedere i rapporti tra Russia e NATO alla luce del recente summit russo-americano in Texas; cfr. Interfax. Saturday, Nov. 17, 2001, 6:56 PM Moscow Time.

20 G. Zjuganov, Lettera al Presidente della Federazione Russa, V. V. Putin, http://www.kp
rf.ru/putti.htm#

21 L’ex re Zahir e il dittatore pakistano Musharraf si sono sentiti “traditi” e “ingannati” dagli uomini dell’Alleanza del Nord e dagli Stati Uniti.

22 Cfr. Liberazione, 18-10-2001, p. 9.