Note sulla Cina

Questa articolo è diviso in due parti. La prima parte contiene alcuni indicatori basici sulla realtà economica e sociale della Cina, alcuni dei quali sono messi a confronto con quelli di altri paesi sviluppati e in via di sviluppo. Nella seconda parte cerco di articolare brevemente, alcune posizioni su temi complessi come la posizione della Cina e di altri paesi “socialisti” nel mondo e sulla politica internazionale della Repubblica popolare cinese (RPC).

1. La Cina in cifre1

1.1. Rapido sviluppo economico
Al momento della fondazione della RPC nel 1949 la maggior parte della popolazione cinese era costituita da contadini poverissimi e analfabeti, mentre le modeste infrastrutture industriali e di trasporto erano a pezzi. Da allora, la Cina si è sviluppata rapidamente, anche se in modo instabile. A metà degli anni ’70 il paese aveva già realizzato un gigantesco processo di industrializzazione, sia pure in forme autarchiche relativamente inefficienti. La vita media e la mortalità infantile erano migliorate enormemente. La grande maggioranza della popolazione sapeva leggere e scrivere e vedeva soddisfatti i suoi bisogni fondamentali in termini di alimentazione, salute ed educazione. Questi risultati sociali in un paese ancora piuttosto povero sarebbero stati impossibili se la Cina non fosse stato uno dei paesi più egualitari del mondo.
A partire dall’inizio delle riforme rurali nella seconda metà degli anni ’70, estese successivamente e gradualmente all’industria e all’economia nel suo complesso, lo sviluppo economico cinese ha subito una forte accelerazione. Il GDP è cresciuto in media del 10% negli ultimi vent’anni, facendo della Cina il paese a più alto tasso di crescita del mondo. I consumi sono aumentati moltissimo, contribuendo ad migliorare enormemente il tenore di vita della maggior parte dei cinesi nelle città e nelle campagne, pur tenendo conto delle numerose contraddizioni sociali ed ecologiche del nuovo sentiero di sviluppo (Tavola 1). La percentuale della popolazione sotto la soglia di povertà assoluta è scesa da più del 50% nel 1978 a 8% nel 1997, secondo gli standard nazionali cinesi, e da oltre 60% a 22%, secondo quelli della Banca mondiale. (OECD 2000).

1.2. Espansione e diversificazione delle esportazioni
La crescita delle esportazioni è stata molto più rapida di quella del GDP, trasformando l’economia cinese, prima semi-autarchica, in una molto integrata internazionalmente, con un rapporto esportazioni/PIL straordinariamente alto per un paese di quelle dimensioni. (Tavole 1,2). Le esportazioni cinesi, inoltre, sono migliorate qualitativamente e si sono diversificate. La quota rappresentata dalle materie prime nel totale delle esportazioni è scesa, mentre quella dei prodotti manufatturati è aumentata dal 50% del 1980 a quasi 90% nel 1998. La sotto-categoria di prodotti metalmeccanici relativamente avanzati costituita dalle macchine e mezzi di trasporto ha visto aumentare la sua quota sul totale delle esportazioni manufatturiere dal 9% del 1980 al 27% del 1998 (Tavola 2). Le esportazioni cinesi sono ora più diversificate di quelle di ogni altro paese in via di sviluppo, e specificamente di quelle di Corea, Taiwan, Stati Uniti e Giappone (Tavola 3). Solo Olanda, Italia, e la Repubblica Ceca mostravano un indice di concentrazione delle esportazioni più basso di quello della Cina nel 1997(UNCTAD 2000, Tavole 4,5).

1.3. Produttività, progresso tecnologico e sostenibilità ambientale
Una crescita economica rapida ma inefficiente basata sulla depredazione delle risorse naturali può essere mantenuta per periodi relativamente lunghi, specialmente in condizioni di isolamento commerciale, ma è ultimamente insostenibile. I dati del paragrafo precedente suggeriscono indirettamente che questo non è il caso della Cina: una espansione quantitativa e qualitativa delle esportazioni cosi’ rilevante, in un mercato mondiale crescentemente competitivo, sarebbe stata impossibile senza un forte e continuo miglioramento della produttività e qualità dei prodotti.
I dati sulla produttività non sono di interpretazione incontrovertibile e immediata. Secondo dati ufficiali, comunque, la produttività del lavoro nell’industria (in termini reali) è aumentata da meno di 8000 yuan nel 1980 a più di 156000 nel 1999 (SSB 2000). Più complesso è invece tentare di stimare quanta parte di questo aumento sia dovuta al progresso tecnico -inteso in senso ampio, a indicare anche i progressi compiuti nel campo della gestione, amministrazione, marketing etc. – e quanta invece all’aumento del rapporto quantitativo capitale/lavoro2. Secondo stime della Banca Mondiale (2000) e di altre fonti (Hu e Wang 1999) la componente qualitativa (legata al progresso tecnico) dell’aumento della produttività del lavoro in Cina è stata molto elevata, probabilmente la più alta in Asia (e quindi nel mondo).
Ritengo che queste stime siano sostanzialmente corrette3 e che, specialmente negli anni ’90, il progresso tecnologico nell’economia cinese sia stato e continui ad essere rapido, sostanziale e diffuso. Nei prossimi 10 anni, ad esempio, si prevede che la Cina diventerà il primo produttore mondiale di hardware informatico-tecnologico (Dong Tao, economista senior con il Credit Suisse First Boston Corp a Hong Kong, citato da Smith C.S., May 29, 2001, NYT, China’s High-Tech Industry Approaches Critical Mass).
Malgrado l’evidente miglioramento qualitativo della produzione industriale, i costi ambientali dello sviluppo, aggravati dall’uso preponderante del carbone e dalla arretratezza relativa del settore energetico, sono stati pesanti4. In questo campo, tuttavia, sono stati fatti importanti progressi nella seconda metà degli anni ‘905.

1.4. Progresso relativamente lento negli indicatori sociali e nella educazione di massa
Grazie all’eccezionale sviluppo economico, il PIL pro capite in Cina è aumentato da livelli bassissimi negli anni ’50 a più di 3000 dollari6 nel 1998, non molto inferiore a quello di paesi come le Filippine o Cuba (vedi tavola 4).
Tenendo conto dei grandi passi avanti realizzati fino agli anni ’70, tuttavia, i progressi sociali realizzati finora durante l’epoca post-maoista sono stati sostanziali, ma non del tutto soddisfacenti7, come appare chiaro confrontando gli indicatori cinesi non solo con quelli di altri paesi socialisti come Cuba e Vietnam, ma anche con quelli di diversi paesi capitalisti. Molti osservatori imputano questo fenomeno soprattutto al deterioramento della distribuzione del reddito, che è diventata meno egualitaria che nel passato8, e al declino dei servizi sociali comunitari, specialmente nelle aree rurali.9

I dati sulla aspettativa di vita e sul tasso di mortalità infantile, e altri più controversi indicatori (tra cui l’indice di povertà umana e l’indice di sviluppo umano, elaborati dall’UNDP) mostrano che i passi avanti realizzati dalla Cina sono maggiori di quelli fatti dalla maggior parte degli altri paesi in via di sviluppo, ma inferiori a quelli del piccolo gruppo costituito dai paesi a più rapido sviluppo sociale. Anche la differenza tra il “piazzamento” relativo della Cina nelle “classifiche” rispettive del PIL pro capite e dello sviluppo umano, che costituisce un indicatore approssimativo della capacità di un paese di “tradurre” la crescita economica in progresso sociale, è positiva – un risultato, per definizione. superiore alla media mondiale -ma inferiore, ad esempio, a quella fatta registrare da paesi come Cuba e la Svezia (Tavola 4).
Infine, faccio brevemente riferimento agli indicatori sociali relativi all’educazione.10
Il tasso di alfabetizzazione degli adulti in Cina (82.8% nel 1998) è maggiore di quello della maggior parte degli altri paesi in via di sviluppo, ma inferiore, ad esempio, non solo a quello di Cuba, ma anche a quello del Vietnam (paese asssai più povero) e delle Filippine. Il tasso di partecipazione educativa del secondo gruppo di età lascia anch’esso a desiderare.
La spesa pubblica per l’educazione in Cina, alla metà degli anni 90, era inferiore a quello della Corea e dell’India. Il tasso di alfabetismo dei giovani, tuttavia, è molto alto, indicando che una grande espansione dell’educazione elementare ha avuto luogo in Cina negli anni 80 e 90 (Tavola 5)

2. La Cina e noi

1. La morale che io mi sento di trarre dai dati presentati nella prima parte è, molto brevemente, la seguente.
Storicamente, lo sviluppo dell’economia socialista in Cina ha avuto come necessaria premessa logica, oltre che politico-sociale, la liquidazione della borghesia e dei proprietari terrieri come classe e la dittatura del partito comunista. Lo sviluppo economico e sociale in epoca maoista è stato molto sostenuto anche se instabile e ha consentito grandi passi avanti nella liberazione dal bisogno e dalla miseria, oltre che il consolidamento e la crescita statuale della RPC.
Il grande merito dei dirigenti comunisti post-maoisti è stato quello di riconoscere l’ “esaurimento – ancora tendenziale, perchè l’economia cinese nei primi anni ’70 non era in crisi strutturale – della spinta propulsiva” del modello tradizionale, promuovendo un processo riformatore (e non liquidatorio) volto alla costruzione di una economia socialista di mercato. Il risultato è stato un nuovo modo di produzione, diverso dal socialismo tradizionale ma anche, naturalmente, dal capitalismo. Lo sviluppo delle forze produttive e il miglioramento del tenore di vita della grande maggioranza del popolo sono sotto gli occhi di tutti. Senza questo sviluppo, tra l’altro, anche la Cina sarebbe stata ormai gorbaciovizzata dall’imperialismo. Rimangono, naturalmente, enormi interrogativi ai quali solo la storia potrà dare una risposta definitiva. E’ impossibile prevedere con certezza se l’economia socialista di mercato (che va avanti, tra continue riforme, da più di vent’anni) si rivelerà stabile e sostenibile nel lungo periodo. Non si sa se il PCC avrà la volontà e la forza politica di combattere la tendenza – già più volte denunciata ai più alti livelli politici – verso il peggioramento della distribuzione del reddito. Io ritengo che la questione sia, appunto, politica, e che non vi siano incompatibilità economiche fondamentali tra l’esigenza di rendere più egualitaria la distribuzione del reddito e quella di sviluppare ulteriormente le forze produttive nel quadro dell’economia socialista di mercato16. Sono d’accordo, in questo caso come in molti altri, con il principio secondo cui ci vuole “più socialismo”, e non meno. Ritengo anche che alla lunga l’alternativa inevitabile sarebbe costituita dalla conquista dell’egemonia e in ultima analisi del potere politico da parte di quella protoborghesia che – sempre a mio parere – ne è a tutt’oggi priva, mentre svolge un ruolo necessario limitato alla sfera dell’economia17. Ritengo anche, ma è una questione a cui voglio solo accennare, che il XXI secolo dovrà risolvere la questione dell’incompatibilità tra socialismo e democrazia politica, in Cina18 come altrove, anche se sono contrario a eccessi democraticisti che considero non realistici e spesso culturalmente subalterni all’egemonia liberale.

2. Vi sono due lezioni importanti da trarre dall’esperienza cinese.. La prima è di carattere teorico-storico. L’esperienza della RPC – in modi diversi, sia prima che dopo l’inizio del periodo riformista – dimostra che è possibile sviluppare molto rapidamente le forze produttive e migliorare enormemente il livello di vita delle masse in un sistema economico fondato sulla proprietà sociale dei mezzi di produzione. Aggiungo, per chiarezza, in assenza di democrazia e di libertà nella sfera politica. Pur con molti problemi, le esperienze di Cuba19 e del Vietnam sono anch’esse significative. E’ quindi priva di fondamento scientifico, oltre che grottesca per chiunque abbia della storia una concezione vagamente ispirata al marxismo e al materialismo, la credenza diffusa nella sinistra (ma naturalmente del tutto subalterna alle idee dominanti) secondo la quale l’esperienza delle economie socialiste postrivoluzionarie nel XX secolo costituisce un completo fallimento, da rifiutare in blocco per ricercare nuovisticamente deboli scappatoie riformiste20. D’altra parte, sono anche molto interessanti e più direttamente assimilabili alla nostra realtà italiana le esperienze di rifome economiche e sociali profonde portate avanti da forze socialdemocratiche e comuniste in contesti non rivoluzionari con gli strumenti della democrazia politica (si pensi ad esempio alla Svezia e agli stati indiani del Kerala e del Bengala Occidentale). La lezione teorica che viene da queste ultime è che cambiamenti radicali nella distribuzione del reddito e nei rapporti di forza tra le classi sono anche possibili senza uno stravolgimento traumatico dei meccanismi di riproduzione dell’economia capitalistica, oltre ad essere compatibili con un continuo sviluppo della produttività e dei consumi privati e pubblici.
3. La seconda lezione è di carattere politico, e anche eminentemente pratico.
Viviamo in un’epoca di rafforzamento del carattere intrinsecamente antidemocratico del capitalismo e dell’imperialismo, di rinnovate tensioni di classe determinate in alcuni casi dal delirio di onnipotenza della borghesia, forse verso una crisi capitalista internazionale profonda e duratura. La Cina è il paese più grande del mondo, quello con la più rapida crescita e l’unica grande potenza economica e militare non subalterna agli Stati Uniti. Di conseguenza, costituisce l’unica forza in grado di contrapporsi alla dittatura planetaria dell’imperialismo con rapporti di forza di un ordine comparabile21. Non può quindi sorprendere l’aggressività dell’imperialismo americano. Nel lungo periodo, il rischio di guerra è reale e crescente. Come linea di tendenza, quindi, il PCC si vede virtualmente “costretto”, malgrado la moderazione dei suoi dirigenti, a cercare alleanze tra tutte le forze statuali e non statuali che possano costituire un argine contro la prepotenza americana. La globalizzazione22 è attualmente dominata e specificata nelle sue modalità dall’imperialismo e dal “pensiero unico”, ma è probabile che si stia andando di fatto verso una bipolarizzazione tra il campo imperialista, in cui l’egemonia statunitense non teme certo le deboli critiche europee23, e un campo internazionale antiimperialista di cui, data la attuale estrema frammentazione, si può solo sperare per ora la formazione e il rafforzamento. Ogni speranza di contrastare efficacemente il dominio imperialista, la globalizzazione neoliberista selvaggia, e la spinta verso la militarizzazione e la guerra sarebbe vana se non si riuscirà a trovare momenti di intesa e, in futuro, di coordinamento e di alleanza, tra forze estremamente eterogenee, quali ad esempio, le componenti meno subalterne della sinistra moderata europea, elementi patriottici e nazionalisti tuttora presenti nello stato e nella società russi, i partiti comunisti al potere in Asia e in America Latina, la sinistra latinoamericana, il movimento di critica alla globalizzazione nei paesi occidentali. Riprendendo un vecchio slogan, si tratta di ricercare l’unità nella diversità. Ma i comunisti devono fare la parte dei comunisti, e non quella della anime belle. Noi, comunisti italiani, non possiamo evitare di sporcarci le mani, credendo semplicisticamente che tutte le casematte conquistate e non ancora perdute dal movimento operaio, socialista e comunista nel corso della guerra di classe del secolo XX siano rimasugli stalinisti di cui prima ci liberiamo, meglio è, perchè non sono politicamente corretti. Noi dobbiamo promuovere nel nostro piccolo una crescente articolazione di queste forze antiimperialiste disparate nel panorama internazionale, cominciando dai rapporti con i partiti comunisti, sia al governo che all’opposizione, e anche con le avanguardie rivoluzionarie con forte radicamento di massa attive in alcuni paesi dell’America Latina e dell’Asia.24 Non si tratta certo di ricadere in errori infantili del passato, abbandonandoci al culto della personalità del compagno Jiang Zemin. Ma un miglioramento dei rapporti tra il PRC italiano e il PCC mi pare necessario e auspicabile.

Nota post-11 settembre 2001

Questo articolo era stato scritto originariamente prima dell’attacco alle Twin Towers.
Tante cose sono cambiate da quella tragica giornata.
Nel lungo periodo, è probabile che l’imperialismo americano uscirà strategicamente indebolito da questa palese dimostrazione della sua non- invulnerabilità, anche perchè il terrorismo islamico – anch’esso, in sostanza, un sottoprodotto del colonialismo, ma soprattutto della crociata mondiale anticomunista capitanata dagli Stati uniti fin dagli anni ’50 e culminata nell’infausta era reaganiano-gorbacioviana – sopravviverà a Bin Laden, e sarà sempre più evidente che la guerra convenzionale non costituisce una risposta adeguata e sufficiente a questo fenomeno. Inoltre, l’amministrazione Bush ha dovuto rinunciare al suo sdegnoso unilateralismo per assicurarsi l’appoggio servile (nel caso dell’Europa) o interessato (nel caso della Russia ), o il silenzio/assenso del resto del mondo per la sua avventura afghana, e quando le acque si saranno calmate sarà costretta a riconoscere di essere si’ la maggiore, ma non l’unica potenza mondiale. Questo, toccando legno, se le acque si calmeranno. Cioè se l’ isteria bellicista che si è già in gran parte impadronita del governo e del popolo americano, offesi e terrorizzati dalla improvvisa fuoruscita dal tranquillizzante schermo televisivo dei mostri da loro stessi evocati non provocherà tragedie ben maggiori di quelle che già sta provocando in Afghanistan.
Di fronte a questa situazione pericolosissima, con la maggiore potenza militare di tutti i tempi ansiosa di lanciare bombe, magari nucleari, contro chiunque abbia una faccia che non gli va a genio, la Cina ha dovuto porsi come assoluta priorit l’esigenza di evitare che l’emergenza terrorismo si trasformasse in un pretesto per isolarla e demonizzarla, favorendo magari in seguito un attacco militare di potenziali conseguenze apocalittiche. La Cina, inoltre, ha interessi militari e di sicurezza interna che la portano a vedere con favore una conseguenza inevitabile della guerra americano-talebana, cioè il forte depotenziamento, non tanto del terrorismo islamico caro ai media occidentali, ma della sua matrice storica, cioè di quel particolare strumento di provocazione e destabilizzazione ideologica e militare reazionaria e anticomunista che è stato molto spesso l’estremismo islamico, abbondantemente finanziato e armato fino ieri dagli Stati Uniti e dai loro alleati feudali nel mondo arabo.
Naturalmente, la Cina ha tutto l’interesse strategico a mantenere il maggior livello possibile di pace nel mondo, sia perchè questa costituisce una condizione necessaria per lo sviluppo della sua economia e della sua stessa potenza come stato nazionale, sia perchè ( e spero, naturalmente, di parlare di una ipotesi del tutto accademica) non è attualmente in grado di sostenere una guerra contro gli Stati Uniti e i loro alleati, nè fredda, nè tantomeno calda. Ma per cercare di salvare un po’ di pace – nella sua qualità di grande potenza nucleare non alleata degli Usa (per certi versi antagonista) e negli attuali rapporti di forza anche militari a livello mondiale – essa non può contrapporsi più di tanto agli Stati Uniti e sfidare apertamente il loro interventismo militare planetario. Anzi, per salvaguardare la propria sicurezza, la Cina si trova in certi casi costretta suo malgrado a subirne almeno in parte l’iniziativa.
A differenza di quello che può e deve fare, in un contesto ben diverso, la sinistra antimperialista europea (e non solo), che non è condizionata da quelle logiche di Stato e di real-politik che inevitabilmente condizionano (nel bene e nel male) una grande potenza nucleare. Beh, chi aveva detto che la vita è semplice?

Note

1 Questa parte riprende alcuni risultati del mio studio “Science and Technology Policies, Industrial Reform, and Technical Progress in China – Can socialist property rights be compatible with technological catching up?” UNCTAD Discussion Paper No.155, 2001, September.

2 Equivalente alla marxiana composoizione organica del capitale, o al rapporto lavoro morto/lavoro vivo.

3 Anche perche’ sono coerenti con i risultati di ricerche piu’ approfondite che ho portato avanti su questo tema (vedi nota 1).

4 Si veda, ad esempio, un articolo apparso recentemente su un giornale americano P.P.Pan sulla siccita’ e l’inquinamento dei laghi Baiyangdian nel nord del paese, in parte causati da processi incontrollati di industrializzazione e urbanizzazione (P.P.Pan, A Legendary Lake Area Is Drying Up as China’s Epic Drought Persists, Washington Post, June 25, 2001).

5 In questo breve periodo, secondo dati del Lawrence Berkeley National Laboratory in California e del US Department of Energy, le emissioni di diossido di carbonio in Cina sono diminuite in termini assoluti del 17%, mentre il PIL cresceva del 36% (Erik Eckholm, China’s Great Leap on Gases, New York Times June 16, 2001). E’ opinione prevalente tra gli esperti, tuttavia, che queste cifre, a causa di inesattezze nelle rilevazioni statistiche, sopravvalutino il miglioramento nella efficienza energetica del paese, che pure costituisce un fenomeno reale di grande rilevanza.

6 In termini di potere d’acquisto.

7 Una dimensione delle contraddizioni sociali dello sviluppo molto peculiare alla Cina e’ lo squilibrio demografico tra uomini e donne, frutto della tensione perversa tra i risultati -sostanzialmente positivi – delle drastiche politiche di controllo della natalita’ e la secolare discriminazione antifemminile propria della cultura contadina tradizionale. Una delle sue manifestazioni piu’ tragiche e’ la frequenza di rapimenti di donne in zone rurali povere ed emarginate, alimentata dalla eccezionale “domanda di mogli” , dovuta alla scarsita’ di potenziali spose e, paradossalmente, al relativo benessere diffuso in molta parte delle campagne.
8 Vari indicatori statistici sembrano indicare che la distribuzione del reddito in Cina, un tempo estremamente egualitaria, e’ ora piu’ ineguale che in vari paesi capitalistici, anche se migliore di quella prevalente nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo (si veda, ad esempio, la tavola 4). Si ha notizia di uno studio ufficiale recente che ha mostrato come l’indice di Gini sia vicino al 40%, inducendo i massimi dirigenti del Partito a sottolineare la gravita’ di questa tendenza negativa e la necessita’ di correggerla.
Nei primi anni dell’epoca post-maoista le riforme rurali, migliorando i redditi contadini, avevano avuto un effetto distributivo positivo. Successivamente, il deterioramento della distribuzione del reddito in Cina e’ stato molto marcato, ma non ha (finora) una dimensione prevalentemente di classe. Studi statistici e sociologici mostrano che le differenze di reddito all’interno dello stesso settore (urbano o rurale) della stessa provincia, pur maggiori che nel passato, sono ancora relativamente contenute. Invece, si e’ ampliata enormemente la dimensione spaziale delle differenze, che va ormai molto al di la’ del tradizionale divario citta’-campagna. Ad esempio, i redditi rurali medi nella Cina orientale sono ora piu’ del doppio di quelli nella Cina occidentale, mentre trent’anni fa erano piu’ o meno uguali. Sono molto aumentate anche le differenze di sviluppo economico tra microregioni diverse della stessa area geografica, mentre relativamente minori rimangono le differenze nella capacita’ di consumo – e quindi nell’effettivo tenore di vita – degli abitanti delle diverse zone, grazie al parziale successo delle varie forme di redistribuzione del reddito operate dall’intervento dello Stato (vedi, ad esempio, Lee 2000, Song et al.2000, Xu e Zou 2000). Si deve comunque considerare che le dimensioni stesse della Cina e il suo straordinario ritmo di cambiamento strutturale comportano “ceteris paribus” una distribuzione spaziale del reddito piu’ ineguale rispetto a quella prevalente in paesi piu’ piccoli e di piu’ lenta crescita, per ragioni puramente statistiche.

9 In quale misura questo relativo peggioramento sociale deve considerarsi un inevitabile costo da pagare per ottenere i benefici delle riforme ? E’ la domanda da un milione di dollari. La mia personale opinione, difficile peraltro da dimostrare, e’ che si debba rispondere: “molto poco”. La colpa non va attribuita alle leggi immutabili dell’economia (che non esistono) , ma a un “deficit di socialismo” legato alla insufficiente volonta’ politica e alla scarsa capacita’ da parte del PCC nel governare il mutamento a livello sociale.

10 Oltre al suo valore intrinseco come obbiettivo finale dello sviluppo, l’educazione e’ anche un mezzo per aumentare il capitale umano e quindi la capacita’ di generare e assorbire il progresso tecnologico.

11 Secondo paese del mondo a piu’ alto tasso di crescita economica.

12 A parita’ di potere d’acquisto.

13 Rapporto tra la frazione del reddito totale che va al 20% piu’ ricco della popolazione e quella che va al 20% piu’ povero. Piu’ il rapporto e’ alto, maggiore e’ la disuguaglianza.

14 Valori piu’ alti indicano maggiore poverta’. L’indice e’ calcolato solo per i paesi in via di sviluppo.

15 Elaborato dall’UNDP.

16 In Vietnam, dove si stanno portando avanti con successo da molti anni politiche economiche riformatrici analoghe a quele cinesi, sembra che il deterioramento nella distribuzione del reddito sia stato molto piu’ contenuto che in Cina.

17 La questione della ammissibilita’ formale nel PCC di membri “capitalisti” e’ , in un certo senso, simbolica. Alla lunga, chi controllera’ chi?

18 La consapevolezza dei problemi causati dalla mancanza di democrazia e’ diffusa nel PCC. Ad esempio, un rapporto pubblicato in maggio 2001 dal Dipartimento di Organizzazione.afferma: “Se mancano i canali per far andar via il vapore, lo scontento represso degli individui potrebbe trasformarsi in instabilita’ su larga scala”. D’altra parte, il dibattito tra “correnti” diverse del partito, alcune delle quali rappresentano la sinistra interna ( “maoisti”, “nuova sinistra”)e’ molto vivace. Gran parte di questo dibattito e si svolge via Internet, un mezzo di comunicazione intrinsecamente “aperto”, anche se elitario per gli standard cinesi..

19 Durante il recente periodo di grave crisi e di successiva moderata ripresa economica, Cuba e’ riuscita a migliorare ulteriormente in modo significativo alcuni fondamentali indicatori sociali, che sono a livelli vicini o superiori a quelli dei paesi industrializzati.
20 Queste credenze si accompagnano spesso a un tranquillo giudizio liquidatorio sulla storia complessa e tragica delle rivoluzioni socialiste. Oltre che nell’ampia folla di pentiti, venduti e voltagabbana che pullula nel belpaese, sono diffuse ampiamente tra molte persone in buona fede, sinceramente solidali con la sorte dei poveri e degli sfruttati, sia nella sinistra moderata che in quella piu’ radicale, e si accompagnano spesso a una sorta di moralismo buonista.

21 Come si e’ documentato nella prima parte di queste note, la Cina – a meno di crisi sistemiche sempre possibili in un paese in cosi’ rapido mutamento e che mantiene una notevole arretratezza rispetto a questioni politiche molto importanti quali la democrazia formale e sostanziale, la liberta’ di espressione, e la certezza del diritto, arretratezza che si traduce in deficit di capacita’ egemonica a livello internazionale e viene facilmente sfruttata dai suoi avversari nella guerra mediatica – si avvia nell’arco di un ventennio ad acquisire un peso economico simile a quello degli Stati Uniti (vedi Burki S.J., Financial Times, June 11, 2001).

22 Naturalmente, come gia’ osservava Marx in una epoca meno diversa da quella attuale di quanto molti pensino, la globalizzazione, di per se’, e’ una realta’ inevitabile, e anzi auspicabile nel contesto dello sviluppo delle forze produttive, sia nei paesi capitalisti che in quelli socialisti.

23 In futuro, il ruolo dell’Europa potrebbe cambiare, diventando meno servile, piu’ autonomo e piu’ progressista. Dipende soprattutto da noi.

24 Durante la fase storica presente, rotture rivoluzionarie e processi di costruzione del socialismo possono darsi quasi esclusivamente in paesi a sviluppo capitalistico intermedio o paesi molto arretrati, dove le contraddizioni capitalistiche e imperialistiche raggiungono l’apice e si sviluppano forze capaci di essere soggetti rivoluzionari.

Riferimenti Bilbiografici

Banca Mondiale, World Development Report 2000-2001

Economist Intelligence Unit (EIU), China-Country report, 1st quarter.

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Song S., Chu G.S.F., Cao R., 2000, Intercity regional disparity in China, China Economic Review, No.11, pp. 246-261.
State Statistical Bureau of The People’s Republic of China (SSB), 2000, China Statistical Yearbook 2000, China Statistical Information and Consultancy Service Center, Beijing.

UNCTAD 2000, Handbook of Trade and Development Statistics, New York and Geneva.

UNDP 2000, Human Development Report, New York.

Xu L.C. e Zou H., 2000, Explaining the changes of income distribution in China, China Economic Review, No.11, pp. 149-170.