Note sul socialismo e sulla Cina

*Economista e ricercatore

1. Nel mio articolo sul Manifesto dello scorso agosto sostenevo che la Cina è un paese “socialistico”. Il termine “socialistico” si riferisce ad alcune caratteristiche strutturali che consentono di differenziare strutturalmente il sistema cinese dalla norma dei paesi capitalistici sul piano positivo (cioèdi pura descrizione oggettiva e scientifica della realta’). Questa definizione èindipendente dal piano normativo (quello che riguarda i fini che il funzionamento del sistema stesso dovrebbe conseguire), ed anzi giustapposta al termine “socialista”, che preferirei associare a caratteristiche sistemiche, strategie di sviluppo, e politiche economiche atte a conseguire obiettivi sociali quali la giustizia sociale ed altri tradizionalmente associati alla tradizione del movimento socialista e comunista.. Per chiarire questo concetto aggiungo alcune semplici note interpretative nei paragrafi seguenti.

2. Utilizzando – sia pure in modo grossolano e ad hoc – alcune fondamentali categorie marxiane, ritengo che tutti i sistemi socioeconomici contemporanei possano essere considerati come varianti di un unico modo di produzione, quello moderno. Questo modo di produzione, a differenza di quelli precedenti, è basato sulla accumulazione di capitale e sul progresso tecnico, nonché’ (con poche e circoscritte eccezioni) sulla pervasivita’ delle relazioni di mercato,che consentono – a certe condizioni – una crescita della produzione nel lungo periodo, [1]

3. La prima variante storicamente affermatasi del modo moderno di produzione è stata quella capitalistica classica, studiata tra l’altro da Marx stesso. Marx ammirava molti aspetti dinamici e modernizzanti del capitalismo, ma ne criticava i difetti, auspicando il suo abbattimento e l’avvento di un nuovo modo di produzione, il socialismo, fondato sulla proprietà’ pubblica dei mezzi di produzione e sulla sostituzione di un piano economico razionale alle anarchiche (ancorchè vitali) forze di mercato.

4. La storia ha dimostrato, a mio parere, che il livello elevato e continuamente crescente di complessita’ del sistema economico moderno, legato ad una continua e stratificata accumulazione di saperi, non consente soluzioni semplicistiche né eccessivamente centralizzate al problema della governabilita’. Si rende quindi inevitabile da parte dello stato un grado elevato di delega al mercato della funzione di coordinare le attivita’ economiche ordinarie. [2] Questa lezione storica ci deve indurre ad abbandonare la categoria di socialismo come un sistema talmente diverso dal capitalismo, e anzi ad esso opposto, dal dovere essere considerato un nuovo e distinto modo di produzione. E’ secondo me più’ corretto considerare un unico modo di produzione, nell’ambito del quale, come risultato di vari fattori tra cui il principale è dato dalla lotta di classe, possono storicamente svilupparsi una serie di varianti.

5. Tali varianti si differenziano tra loro in misura piu’ o meno marcata. Un modo di rappresentare queste differenze consiste nel classificare concettualmente i vari sistemi socioeconomici realmente esistenti (o che potrebbero razionalmente esistere) rispetto alla loro posizione in uno spazio “pieno” multidimensionale, determinata da vari “vettori”, i quali a loro volta descrivono in modo continuo fondamentali caratteristiche economiche e sociali. [3] Le caratteristiche principali sono quelle che rappresentano gli aspetti strutturali dei rapporti di produzione, ed hanno quindi essenzialmente natura positiva.

6. Uno dei vettori piu’ importanti è quello che descrive il peso relativo dello stato e del mercato nella regolazione delle attivita’ economiche – dando per scontato che l’area realmente rilevante esclude gli estremi “niente stato” e “niente mercato”, in quanto non sostenibili. [4] La quantificabilita’ di questa caratteristica (peso rispettivo del mercato e dello stato) èsolo parziale. Un altro vettore strutturale descrive la distribuzione della proprieta’ dei mezzi di produzione. Un altro ancora identifica la classe, o il gruppo sociale che controlla l’economia nel suo insieme, e in particolare determina in misura decisiva il processo di accumulazione e progresso tecnico. E cosi’ via.

7. Altri vettori potrebbero avere caratteristiche piu’ prettamente normative, e rappresentare il grado di conseguimento di obiettivi intermedi (come la crescita economica o il progresso tecnico) e finali (come l’eliminazione della poverta’, la soddisfazione universale dei bisogni primari, una distribuzione del reddito conforme a determinati principi etici e sociali, il rispetto dell’ambiente). Molti di queste caratteristiche, sia positive che normative, posssono anche essere interpretate come descrittive di un grado maggiore o minore di “socialisticita’” del sistema. Pur dando per scontato che non vi sara’ necessariamente in ogni caso unanimita’ tra gli osservatori neanche rispetto a questo criterio definitorio, è probabile che la maggioranza consideri come “più’ socialistico” un sistema nel quale il ruolo economico dello stato è maggiore (da un punto di vista positivo). Su un piano ben diverso, quello normativo, è “più’ socialista” rispetto ad altri un un sistema con minori diseguaglianze sociali e di reddito.

8. Tenuto conto della estrema complessità’ dei rapporti sociali di produzione e di scambio tipica del modo moderno di produzione, e della natura dialettica e non lineare della storia, non esiste necessariamente una corrispondenza biunivoca lineare tra la sfera positiva e quella normativa. Cio’ non significa che le due siano del tutto separate e che i movimenti sociali di ispirazione socialista debbano rassegnarsi a una completa irrilevanza e impotenza progettuale. I. rapporti tra struttura sistemica e esiti economici e sociali possono essere visti come una forma specifica del più’ generale rapporto tra mezzi e fini nella sfera storico-sociale. Essi sono sempre complessi, a volte contraddittori, e lasciano un ampio margine di flessibilità’ all’azione della politica, anche all’interno di determinate coordinate sistemiche che escludano rivolgimenti rivoluzionari.

9. L’approccio delineato nei paragrafi precedenti non esclude che possa darsi nella sfera positiva una differenza definitoria tra socialismo e capitalismo di tipo dicotomico. Tale differenza, tuttavia, non è cosi “forte” da permettere di considerare il socialismo come un nuovo e diverso modo di produzione, ma piu’ “debole”. A date condizioni, certe varianti del modo di produzione moderno possono essere viste come abbastanza diverse dal tipico modello capitalistico dal poter essere considerate delle nuove e diverse “formazioni economico-sociali”. Il “socialismo di mercato” attualmente esistente in Cina e in Vietnam è una manifestazione storica reale della possibilità’ teorica di esistenza di “formazioni economico-sociali” diverse dal capitalismo, all’interno del modo moderno di produzione.

10. La caratteristica strutturale del socialismo di mercato asiatico che consente di differenziarlo strutturalmente dal capitalismo è(come ho sostenuto nell’articolo menzionato all’inizio) la seguente: il controllo diretto e indiretto dei mezzi di produzione da parte della sfera pubblica determina in questi paesi rapporti sociali di produzione diversi da quelli tipici del capitalismo. Questa differenza è rilevante e significativa a livello macroeconomico e sistemico, ma non si manifesta necessariamente a livelli piu’ bassi, quelli rilevanti soggettivamente per gli individui. Anzi, quasi tutti i cinesi e vietnamiti devono confrontare (come piccoli contadini o come salariati) come lavoratori con rapporti sociali di produzione determinati essenzialmente dal mercato, e quindi soggettivamente non diversi da quelli capitalistici. [5]

11. In Cina e in Vietnam il ruolo di agente principale della accumulazione, nonchè detentore del potere politico e militare, è svolto dal partito, non dalla borghesia. Il partito costituisce un gruppo sociale che non gode giuridicamente della pro- prieta’ privata dei mezzi di produzione, ma esercita un controllo strategico su questi ultimi attraverso una rete di organismi pubblici e semipubblici e un sistema complesso e variegato di diritti di proprieta’. Aggiungo che ritenere che il partito conservi tale controllo strategico (che indubbiamente aveva durante l’epoca preriformista), da una parte, e che non si sia ormai trasformato in una nuova borghesia capitalistica (malgrado la corruzione e le commistioni sempre piu’ frequenti con l’imprenditoria privata), dall’altra, costituiscono giudizi di valore derivanti da una valutazione complessiva. Altri osservatori potrebbero non condividere tali giudizi di valore, la cui accettazione non esclude peraltro la possibilita’ sempre presente di una progressiva (come contrapposta a quella catastrofica verificatasi nella ex-URSS) degenerazione capitalistica.

12. Questo sistema consente di eliminare in parte un tradizionale difetto del capitalismo: la potenziale contraddizione tra risparmi e investimenti causata dalla appropriazione del surplus in forma finanziaria da parte di una classe sociale estremamente ristretta, ma priva di meccanismi spontanei di coordinazione interna delle fondamentali decisioni economiche. Nel socialismo di mercato, o almeno nella forma in cui sta funzionando in Cina e in Vietnam, lo stato determina il tasso d’investimento in misura qualitativamente piu’ forte che nel capitalismo, grazie alla maggiore ricchezza ed efficacia di strumenti per il controllo diretto e indiretto del surplus e della sua utilizzazione, ed alla assenza di una classe borghese nazionale propriamente strutturata e politicamente egemone. Il controllo strategico diretto e indiretto sui mezzi di produzione e sui centri di generazione e riproduzione del sapere tecnico consentono in linea di principio una forma avanzata di pianificazione -anche qualitativa – delle principali direttrici tecnologiche dello sviluppo (come si vedra’, tuttavia, questa potenzialita’ non èstata finora sfruttata adeguatamente).

13. Lo straordinario dinamismo della economia cinese ( e, in misura un poco minore, di quella vietnamita) è dovuto in buona misura a queste caratteristiche fondanti del socialismo di mercato. In altre parole, questo sistema consente in teoria (e, almeno da trent’anni a questa parte, in pratica) di conseguire piu’ efficacemente del modello capitalistico standard un obbiettivo intermedio fondamentale, soprattutto per i paesi arretrati: lo sviluppo delle forze produttive – misurato expost sinteticamente, in modo notoriamente inadeguato, dalla crescita [6] del PIL [7]. Questo è il significato normativamente neutro che attribuisco al termine “socialistico”.

14. Il controllo pubblico di gran parte del surplus, se si potesse e volesse estendere alla sfera dei consumi finali (cosa a mio avviso possibile , in linea di principio, nell’ambito del socialismo di mercato), implicherebbe anche potenzialmente un grande vantaggio distributivo: vi sarebbe infatti la possibilita’ di minimizzare il consumo superflluo delle classi privilegiate,che nel capitalismo godono di redditi non da lavoro, per canalizzarlo a forme di consumo pubblico o sociale. èpurtroppo evidente che questa potenzialita’ non è affatto realizzata attualmente in Cina (e nemmeno in Vietnam): anzi èormai riconosciuto quasi ufficialmente che la spirale perversa verso un continuo peggioramento della distribuzione del reddito èsfuggita praticamente di mano, mentre servizi pubblici essenziali quali la sanita’ e l’educazione primaria sono da tempo allo sfascio.[8]

15. èquindi sempre piu’ evidente che il socialismo di mercato attualmente esistente in Cina e Vietnam si èdimostrato gravemente deficitario nel compito di tradurre la realizzazione di un obbiettivo intermedio e strumentale come la crescita del PIL in obbiettivi finali di tipo sociale e in senso lato, “umanistico”- intendendo con questo termine una serie di ragionevoli obbiettivi non di classe ma di fondamentale importanza per l’umanita’ nel suo compleso, trai quali primo un rapporto soddisfacente e sostenibile tra la sfera delle attivita’ umane e quella della natura.

16. Le radici di questa contraddizione sono a mio parere non contingenti, ma strutturali. Le riforme che hanno fondato il socialismo di mercato sono scaturite da una giustificata reazione contro gli eccessi arbitrari e irrazionali del precedente modello di socialismo egualitaristico centralmente pianificato. Hanno interpretato una profonda aspirazione dei contadini, quella di sentirsi in uma certa misura padroni della terra per cui avevano fatto la rivoluzione. Le riforme hanno cosi’ potuto creare rapporti sociali di produzione adeguati alla fase storica che Cina e Vietnam stavano attraversando un trentina di anni fa. Per usare una terminologia vecchia ma ancora efficace, hanno rappresentato una cor- retta reazione “di destra” ad eccessi egualitaristici, volontaristici e “di sinistra” che stavano mettendo a rischio la sopravvivenza stessa del potere del partito e l’indipendenza nazionale, il cui unico possibile esito sarebbe stato il ritorno della dominazione neocoloniale imperialista ( a parte il rischio concreto di spaventose carestie).[9]

17. Le successive fasi di riforme applicate all’industria sono state anch’esse molto efficaci in termini di sviluppo delle forze produttive, ma hanno anche generato contraddizioni sociali scescenti. La strategia riformista ha manifestato un grave limite culturale, probabilmente inevitabile all’inizio ma divenuto progressivamente piu’ deleterio, e trasferitosi progressivamente sul piano sociale e politico. Questo limite consiste essenzialmente nella sua natura accentuatamente pragmatica e priva di solide fondamenta teoriche, scientifiche e – lo aggiungo senza tema di passatismo –ideologiche. Il salutare bagno di realismo dopo la sbornia irrazionalistica della Rivoluzione Culturale, efficacissimo nel breve periodo, si èman mano tradotto in una crisi intellettuale e morale e in un vuoto ideologico. Questo vuoto, inevitabilmente, èstato man mano riempito da una subalternita’ crescente al pensiero economico borghese e all’ideologia globalizzante del “pensiero unico, e addirittura dal rischio di un ritorno in forze di credenze magiche e religiose.

18. L’apertura al mercato ha generato nuove contraddizioni di classe – inesistenti o comunque del tutto secondarie nel periodo precedente, quando paradossalmente Mao proclamava l’intensificarsi della lotta di classe dopo la rivoluzione – che, in assenza di un adeguato intervento soggettivo della politica, non sono state governate e sono andate progressivamente fuori di controllo. Il partito stesso ha mostrato gravi forme di degenerazione opportunistica, e la politica economica è stata caratterizzata in pratica da una priorita’ eccessiva e parossistica accordata alla crescita quantitativa. èstata inoltre sottovalutata la gravita’ dell’impoverimento relativo delle masse causata dalla continua divaricazione delle differenze sociali (pur in una epoca di straordinario miglioramemento assoluto delle condizioni di vita per quasi tutti i cinesi), mentre sono stati ;argamente abbandonati in pratica i sani principi egualitari del socialismo (che dovrebbero e potrebbero essere distinti dagli irrazionali eccessi “egualitaristici” del passato).

CHI COMANDA AL MERCATO?

19. Insomma, la crisi ideologica a livello sovrastrutturale ha impedito finora di utilizzare ai gruppi dirigenti di utilizzare gli ampi spazi di flessibilita’ che la politica puo’ e deve mantenere, pur dando per scontato il rispetto dei vincoli strutturali e macroeconomici fondamentali per il funzionamento della accumulazione e della crescita interno al modello di socialismo di mercato. Tali vincoli sistemici sono infatti, a mio parere, compatibili con l’attuazione di forti politiche sociali, redistributive e ambientali, all’interno di qualsiasi sistema di accumulazione parzialmente basato sulla delegazione di gran parte delle scelte economiche ordinarie agli automatismi del mercato.[10] Parafrasando un vecchio detto di Mao, è il partito che deve comandare al mercato, e non viceversa.

20. La consapevolezza della gravita’ della crisi sociale, ambientale, morale, e ideologica del paese, che si sta manifestando parallelamente allo straordinario successo del socialismo di mercato nel compito primario (ma non esclusivo) di sviluppare le forze produttive, non èestranea al (relativamente nuovo) gruppo dirigente del PCC. Si parla ormai apertamente e dai pulpiti piu’ elevati della necessita’ di (ri)- costruire una “civilta’ spirituale socialista” fondata sulla “armonia” sociale e di mantenere un “approccio scientifico allo sviluppo”. Piu’ concretamente, i dirigenti del partito e la stampa ufficiale affermano sempre piu’ insistentemente che le differenze sociali e di reddito hanno ormai oltrepassato il livello di guardia e non sono assolutamente tollerabili, che il degrado ambientale ètalmente rovinoso da rendere ingannevole la stessa idea di crescita della ricchezza nazionale a causa dei suoi enormi effetti perversi, che le sofferenze inflitte alle masse dalla assenza di un sistema sanitario nazionale degno di questo nome sono inaccettabili in qualsiasi paese civile, men che meno in un paese socialista.

21. Finora si èfatto qualcosa per metterci una pezza, ma non basta. Il primo a saperlo sembra essere Hu Jin Tao. Se la politica riuscira’ a tornare al posto di comando per governare le contraddizioni inevitabilmente generate dallo straordinario successo del socialismo di mercato si sapra’ abbastanza presto (non c’e’piu’ molto tempo, il rischio che il processo sfugga di mano èreale). Naturalmente, come andranno le cose dipendera’ soprattutto dalla lotta politica interna al PCC, e dalle lotte sociali e ideologiche in corso nella societa’ cinese.

Note

1 Si noti che l’estrazione di plusvalore (o se si vuole usare un termine piu’ neutro, di surplus), fondamento della accumulazione, non èinvece una novita’, in quanto preesistente e caratteristica di tutti i sistemi divisi in classi (anche se, naturalmente, essa presenta caratteristiche nuove nel sistema moderno).

2 Del tutto ridicola e’, d’altra parte, la falsa utopia borghese di un mercato autoregolantesi in modo perfetto senza bisogno alcuno dello stato.

3 Tali caratteristiche hanno sia componenti positive che componenti normative, che possono essere quantificate compiutamente solo in certi casi, mentre in altri ènecessario affidarsi ad un giudizio euristico in certa misura intuitivo e non privo di un margine di arbitrarieta’.

4 Questo vettore rappresenta una caratteristica positiva (il mondo come e’), ma non èprivo di implicazioni normative: un liberale favorira’ un ruolo minimo dello stato come un valore in se’, mentre un socialista , al contrario, vedra’ nello stato almeno una potenzialita’ di razionalita’, giustizia e democrazia, e tendera’ (ceteris paribus) a vederlo con favore rispetto alle cieche forze di mercato.

5 Con una precisazione: malgrado la grande espansione del settore private soprattutto nell’industria e nei servizi, la maggior parte dei cinesi e dei vietnamiti ètuttora costituita da contadini. Numerosi, anche se in diminuzione, sono i dipendenti pubblici e delle imprese statali. Queste due gruppi sociali non sono sottoposti a “sfruttamento” capitalistico nel senso classico marxiano.

6 Non è questa la sede per un discorso critico sulla “teoria della decrescita”. In sostanza, tuttavia, credo che sia sempre corretto da un punto di vista sociale porsi un obbiettivo di crescita e sviluppo, sempre che per crescita si intenda “ampliamento progressivo della sfera delle possibilita’ tecniche per soddisfare legittimi bisogni umani”, tra i quali ovviamente un giusto rapporto con la natura, e non, capitalisticamente, una espansione indefinita e incontrollata della produzione di merci a discapito dell’ambiente.

7 La consapevolezza del fatto che il tasso di crescita del PIL convenzionalmente misurato èinadeguata, soprattutto perchène ignora (o sottostima gravemente) i costi ambientali, èmolto avanzata in Cina, anche negli ambienti ufficiali. Per uno dei paradossi tipici di questa fase di grandi cambiamenti, ad esempio, i progressi statistici verso una stima realistica del “PIL verde” sono assai piu’ avanzati in Cina che nella maggior parte dei paesi occidentali avanzati. A questi progressi teorici non hanno pero’ corrisposto finora grandi risultati pratici in termini di politica ambientale..

8 Questo sfascio va inteso come gravissimo degrado della necessaria natura pubblica di questi servizi, che dovrebbero essere universali e gratuiti: al contrario, in Cina essi sono stati largamente abbandonati al mercato.

9 Questi sommari giudizi storici si riferiscono alla Cina. La situazione in Vietnam alla fine degli anni ’70 era diversa ma anch’essa drammatica.

10 La Svezia, ad esempio, èun paese capitalista e non “socialistico”, da un punto di vista non-normativo. Tuttavia, lo stato svedese mostra grandi capacita’ di controllo sulle risorse nazionali attraverso la leva fiscale, e riesce a riorientarle in senso fortemente sociale ed egualitario, mantenendo al contempo politiche macroeconomiche compatibili con una forte crescita del PIL. Senza ignorare le enormi differenze storiche e culturali e il ben diverso livello di sviluppo delle forze produttive, non vi sono ragioni teoriche di principio per cui politiche redistributive e sociali comparabili non potrebbero essere applicate in un sistema di socialismo di mercato.