Nostra patria è il mondo intero

*Comitato Politico Nazionale Prc

Negli ultimi mesi nel Paese e nel nostro Partito si è avviato un dibattito molto acceso sulle vicende che hanno caratterizzato alla fine della guerra il confine orientale, con particolare riferimento alle foibe e all’esodo degli istriani, nonché alla politica del Partito Comunista di Trieste.
Un compagno mi ha chiesto chi era Vittorio Vidali. Da questa domanda ho capito che anche tra di noi la conoscenza di quelle vicende semplicemente non esiste. Quanto segue rappresenta la memoria raccolta dai compagni che hanno condiviso questo periodo di storia con Vidali
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Vittorio Vidali era nato a Muggia il 27 settembre 1900. La sua famiglia era originaria dalla Carnia; aveva lontani parenti in Istria, a Verteneglio, un nipote a Muggia e un fratello ingegnere navale a Monfalcone. Il suo carattere combattivo e coraggioso si dimostra nelle prime lotte per la pace e i diritti dei lavoratori, fin dagli scioperi di Trieste e Muggia nel 1917. Con la fine della guerra partecipa alle lotte degli “Arditi Rossi” nella sua città e nella Venezia Giulia. È uno dei fondatori del PC d’Italia dopo il Congresso di Livorno. È attivo dirigente nelle prime lotte contro i fascisti, a Trieste; sul Carso e in Istria, viene spesso arrestato e torturato.
Deve abbandonare Trieste; partecipa alla lotta antifascista in Piemonte. I fascisti di Alessandria lo massacrano di botte e sono convinti di averlo ammazzato. Comincia presto la sua esperienza nella battaglia internazionalista in vari paesi d’Europa: in Germania (ancora arrestato e torturato), in Francia, in Belgio, in Cecoslovacchia, ecc. e anche
in Africa Settentrionale.
Dove c’è da combattere per la giustizia, contro le illegalità, per i diritti degli oppressi e degli sfruttati, là è Vidali. È un patriota di tutte le patrie in cui sia necessaria l’opera di un dirigente energico, esperto, un comunista abile nel lavoro cospirativo e nei movimenti di massa.
Negli Stati Uniti dirige l’Alleanza Antifascista dell’America del Nord, collaborando con i partiti dell’area antifascista e lavorando assieme agli emigrati, i cittadini americani e latinoamericani. Dirige anche la Federazione Comunista italiana. Dopo la generosa lotta per salvare la vita ai due anarchici italiani, Sacco e Vanzetti, gli Stati Uniti ne decretano l’espulsione: è costretto a trasferirsi in Messico, dove continua la lotta come giornalista, come dirigente sindacale, come agitatore.
Prima di riparare in Unione Sovietica, partecipa alla lotta clandestina contro il nazismo. Passando per tanti Paesi, viene a conoscere centinaia di uomini politici, poeti, artisti ed impara le lingue: inglese, tedesco, spagnolo.
Quindi l’epopea di Spagna, dove giunge fra i primi, organizzando col nome di “Carlos” il V Reggimento. Partecipa alla battaglia a Guadalajara, è gravemente ferito alla difesa di Madrid. Anche dopo la grave ferita continua la sua attività come commissario politico della Divisione Lister.
Di nuovo in Messico. In URSS è uno dei massimi dirigenti di Soccorso Rosso, che ha il compito di aiutare le famiglie dei perseguitati politici in tutto il mondo. Solo nel 1947 riesce a tornare in Italia, e si stabilisce definitivamente a Trieste, con l’incarico di Togliatti di ricostituire un vero Partito Comunista italiano.
Togliatti ha informato esattamente Vidali sulla situazione della città e della Venezia Giulia. La situazione è confusa, il Trattato di pace con l’Italia prevede la costituzione di un Territorio Libero senza truppe di occupazione. Ma la diplomazia delle grandi potenze non riesce, non vuole riuscire, a dare un assetto definitivo al territorio, per cui si giunge alla sua suddivisione in due zone, una con Trieste (Zona A) amministrata dagli angloamericani, l’altra (la Zona B), amministrata dalle truppe jugoslave. In questo marasma di attese e di intrighi la città sta deperendo economicamente, è percorsa da tumultuose dimostrazioni di strada, di scontri nazionalistici che favoriscono le forze più reazionarie e i fascisti.
Già nell’aprile del 1946, un anno prima che Vidali arrivasse a Trieste, Togliatti aveva scritto a Tito e a Thorez, segretario del PC francese ,una importantissima lettera (ignorata dagli storici) che rappresentava il quadro della situazione in cui si sarebbe trovato ad operare Vidali.
Scrive tra l’altro Togliatti: “Trieste è italiana e voi del Partito francese e quello jugoslavo, state sbagliando in questo problema e stanno sbagliando i compagni del Partito a Trieste che puntano sull’annessione… Tutto il nostro lavoro è distrutto. I partiti italiani non comunisti sono sospinti verso il nazionalismo… Raggiungiamo un accordo per un’organizzazione autonoma sotto l’egida comune dei due Partiti. Senza informare, i compagni jugoslavi creano un Partito cosiddetto indipendente che in realtà è sezione del partito jugoslavo e dichiarano che la presenza di un compagno del nostro Comitato centrale è da essi considerato un atto di ostilità. L’abbandono di questa linea, concordata tra i due partiti, ha provocato le conseguenze che noi vediamo. La influenza totale che avevamo nei confronti dei ceti medi è compromessa ed essi sono sospinti verso il nazionalismo e il fascismo. La classe operaia è sempre più isolata ed esistono i primi sintomi di divisione della classe operaia. Ed è questa la conseguenza di avere voluto svolgere nella città nei confronti della popolazione una politica di nichilismo nazionale. Trieste è in mano degli angloamericani, non esiste nessun governo popolare nella città diventata un focolare di propaganda antisovietica e di provocazione alla guerra”.
Questo è il quadro preoccupante in cui dovrà operare Vidali: divisione tra la classe operaia, spinte nazionalistiche, perdita di fiducia da parte dei ceti medi, centro di provocazione antisovietica, inesistenza di un proclamato potere popolare, inesistenza di un vero Partito in cui possano operare fraternamente i due partiti comunisti. Vidali è accolto con diffidenza, fa parte del direttivo del PC del TLT (Territorio Libero di Trieste), non ha la tessera del Partito, è circondato da sospetti e ostilità visibili. Prima di impegnarsi in qualche attività cerca il contatto con i vecchi compagni del 1919-22, italiani e sloveni, di Trieste, di Muggia, del Carso e dell’Istria. Vuole conoscere dalla loro viva voce e dall’esperienza del carcere, del confino, della lotta di Liberazione. Ma prende parte a comizi, a dibattiti, in cui fa sentire la voce del Partito nuovo, di massa, voluto da Togliatti. Parla a folle di comunisti istriani, finché non gli impediscono di tornare a Pirano, a Isola, a Capodistria. Era una ventata di verità e di novità, la gente aveva finalmente cominciato a sentire ciò che voleva sentirsi dire e principalmente la lotta contro il nazionalismo e l’esaltazione delle conquiste dell’Unione Sovietica.
Nel Direttivo critica aspramente i metodi dittatoriali, il settarismo, il nazionalismo imperanti. Espone ufficialmente le sue critiche ai dirigenti, ed a un certo momento chiede di essere richiamato a Roma o altrove. Solo l’insistenza di Togliatti lo decide a tornare a Trieste.
Con la dichiarazione dell’Ufficio del Cominform prende immediatamente posizione, approvandolo incondizionatamente. Riesce a raccogliere intorno a sé la grandissima parte dei compagni italiani e sloveni, strutturando il partito sul tipo del PCI, cioè in un partito di massa, creando nuovi quadri soprattutto fra i giovani. Gode di una grande simpatia, e anche fra gli intellettuali allarga le posizioni tra la classe operaia. Dedica parte notevole della sua attività oltre che alla politica all’elevamento culturale, contribuendo alla sprovincializzazione del mondo culturale sia invitando storici, poeti, scrittori, artisti nelle sedi culturali cittadine e nei circoli di cultura, sia invitando a parlare nelle conferenze i più prestigiosi dirigenti del PCI. D’altra parte coglie ogni occasione (gite, incontri, congressi, ecc. e campagne elettorali) inviando per settimane e mesi alcuni compagni giovani e anche non giovanissimi per far conoscere nello scontro politico elettorale l’ambiente sociale e politico dell’Italia, in Sicilia, in Sardegna, nel Veneto, in Toscana e nel Lazio.
Con la costituzione della Federazione autonoma del PC, ne diventa segretario. Sarà per 10 anni consigliere comunale, in un periodo in cui, non essendoci state ancora elezioni per il Senato e per la Camera dei Deputati, il Consiglio comunale è l’unica palestra politica rilevante nella città giuliana.
Con gli altri tredici consiglieri italiani e sloveni rappresenta una agguerrita pattuglia che dibatte non solo i problemi cittadini ma soprattutto le questioni più importanti della situazione internazionale e il riflesso sull’avvenire della città. Sotto la sua guida, la Federazione è diventata una robusta realtà, finalmente una vera organizzazione periferica del PC italiano.
Vidali è inflessibile nella disciplina del Partito, non ammette bugie e debolezze; qualche volta eccede nella polemica, ma è sempre disposto a riconoscere i propri errori. Lo fa nei piccoli e nei più seri problemi che lo hanno coinvolto. Difende con energia il documento del Cominform, ma riconoscerà che i Partiti comunisti si sono comportati ingiustamente con la Jugoslavia e la sua Lega dei Comunisti, anche se nel documento c’erano anche delle tesi accettabili. Ed anche nella questione della realtà sovietica e del comunismo reale ebbe un comportamento indipendente e autonomo, come risulta dal suo libro sul Ventesimo Congresso, e in genere in tutti i suoi libri.
Fu senatore della Repubblica per due mandati, occupandosi di tutti i problemi della città, della sua economia, dei cantieri, delle responsabilità del fascismo e dei diritti della comunità slovena. Fu candidato nelle elezioni europee. Quando dovette diminuire la propria attività per ragioni di salute, si dedicò al lavoro culturale e fu presidente del Circolo Che Guevara.