Non violenza e rinuncia al progetto rivoluzionario

*redazione de il Manifesto

UNA LETTURA DEL LIBRO IL POTERE, LA VIOLENZA, LA RESISTENZA, CHE RACCOGLIE GLI INTERVENTI DEL CONVEGNO ORGANIZZATO DA L’ERNESTO IL 26 E 27 MARZO SCORSI A MILANO.

In una delle fasi più drammatiche della storia, sulla quale pesa come un macigno la minaccia della “guerra permanente e preventiva ” ai popoli arabi e islamici e, più in generale, a tutti quei paesi e società – dalla Cina, all’Europa all’intero terzo mondo, che potrebbero in futuro non accettare più di continuare a finanziare l’enorme deficit Usa – il libro edito in queste settimane da l’ernesto su “Il potere, la violenza, la resistenza”, costituisce un utile strumento per chiunque intenda opporsi alla progressiva resa alle “idee dominanti” che caratterizza tanta parte della sinistra italiana di fronte all’offensiva militare, economica, politica e culturale dell’imperialismo e delle classi dominanti.
Il libro raccolta di interventi dell’omonimo convegno a più voci tenutosi a Milano lo scorso marzo alla Casa della Cultura, parte, e non poteva essere altrimenti, dal dibattito interno al Prc aperto dal segretario Bertinotti con l’assunzione della “non violenza” a valore preminente e con il rifiuto dell’idea stessa della “presa del potere” che, realizzandosi con le stesse armi impiegate dalla classe dominante, farebbe assumere ai suoi antagonisti le stesse caratteristiche di quest’ultima. In altri termini, ciò che sembra in gioco in questo dibattito appare essere innanzitutto l’identità del Prc : in questo contesto si assume l’idea di un Movimento che, insieme alle altre forze riformiste, senza tener conto delle radici materiali ed economiche all’origine della guerra permanente e del dominio imperialista, si dovrebbe limitare, all’interno di una dimensione eurocentrica, a correggere gli eccessi e le storture del liberismo selvaggio. Ciò dovrebbe avvenire rispondendo con uno “stato d’animo” – simile ad una spesso parziale e inesatta vulgata del pensiero cristiano – ai violenti, spesso terroristici, poteri del mondo. In altri termini si tratterebbe di arrivare ad un cambiamento “rivoluzionario” della distribuzione del reddito a livello internazionale e nazionale con il consenso di coloro che gestiscono, traendone enormi vantaggi, questo sistema di guerra e di oppressione. Il dibattito su “violenza – non violenza”, sulle foibe e la resistenza, più in generale investe quelli che sono considerati come i “peccati originari” del comunismo: la possibilità e spesso la necessità, in determinate circostanze, dell’uso della forza e l’idea stessa di una “presa del potere” della maggioranza contro le minoranze che la sfruttano, al fine di liberare tutti gli uomini (anche i membri di quella minoranza) dalla schiavitù dello sfruttamento e dell’alienazione. Partendo da una disamina delle degenerazioni del potere sovietico – senza peraltro tenere in dovuto conto il contesto di quella storia e ciò che la Rivoluzione d’Ottobre e i partiti comunisti hanno significato per la storia dell’umanità – e attribuendole esclusivamente alla concezione stessa della “presa del potere”, si rischia di arrivare alla liquidazione dell’intera storia comunista. Ciò è emerso in molti interventi del convegno di Milano, assai critici della “furia” quasi iconoclasta con la quale è stato portato avanti questo dibattito, nonostante che non ci sia praticamente più nessuno nel nostro paese e tanto meno nel movimento, a sostenere la “presa del palazzo di inverno” o a rimettere in discussione la scelta a favore della lotta politica e il rifiuto della lotta armata. Di qui l’impressione, come ha sostenuto Valentino Parlato, ma non solo lui, della strumentalità, oggi in Italia, di questo dibattito sulla “violenza non violenza”, paragonato a quello lanciato a suo tempo da Bettino Craxi su Proudhon. Quasi che si volesse, come allora, respingere l’intera tradizione comunista in un momento di sconfitta delle nostre ipotesi paragonabile a quello della Restaurazione, nell’ambito di un processo non di resistenza ma piuttosto “di adattamento ai tempi che corrono”. Altri interventi hanno contestato l’idea stessa che la degenerazione avvenuta in Unione Sovietica fosse un approdo già tutto scritto nella Rivoluzione d’Ottobre (senza la quale forse avremmo ancora la Zar), nel leninismo e persino nel pensiero di Gramsci e nella storia del comunismo italiano. Per Lucio Magri i comunisti non hanno mai messo al margine il tema della pace, ma al contrario sono nati proprio contro i crediti di guerra, hanno sempre rifiutato l’idea di esportare con gli eserciti il loro modello sociale e, soprattutto in Italia, non sono mai vissuti nell’attesa dell’ “ora x” ma al contrario nella ricerca del consenso, nella costruzione di un’egemonia, nella conquista delle “casematte” gramsciane, nel sostegno a tutti i movimenti per la pace. In secondo luogo molti interventi hanno ribadito la necessità di non astrarre la questione della non-violenza dal lungo processo storico che, contraddittoriamente e lentamente, l’ ha resa perseguibile né dai contesti in cui si colloca e che la qualificano. Si tratta in particolare degli stati nazionali, che hanno si fatto molte guerre ma allo stesso tempo hanno cominciato a regolare la violenza con il diritto; la nascita delle costituzioni che limitarono l’arbitrio dell’assolutismo; la lenta conquista del suffragio universale e infine l’opera di partiti, sindacati movimenti. Elementi sui quali sono nati e si sono potuti sviluppare il movimento operaio e democratico che hanno pagato, per arrivare alla democrazia, un gran tributo di sangue, sofferenze durissime, lotte anche violente quando non è stata lasciata loro alcun’altra possibilità. In altri termini il problema “violenza non violenza” non potrebbe essere affrontato in termini puramente etici senza individuare soluzioni, forze, alleanze relative ad una precisa situazione concreta nella quale agire. Senza tener conto quindi della dimensione politica. La giusta critica alle degenerazioni della politica non dovrebbero indurci nell’errore di pensare che la politica – come organizzazione permanente, pensiero coerente e progetto consapevole – sia ormai inutile, così come le teorie su una presunta crisi degli stati nazionali rischiano di non farci vedere la realtà della continua esistenza, e centralità, dello Stato e dei suoi poteri per nulla marginali. In altri termini l’errore starebbe proprio nell’idea che il dominio di classe si regga solamente sul mercato e quindi che si possa cambiare la società solo dal basso attraverso la spontaneità di un movimento reticolare. Al contrario, hanno ribadito molti interventi, gli Stati pesano ancora e anzi i più forti tendono a rafforzare la loro supremazia a livello internazionale e a ridurre continuamente gli spazi di libertà al loro interno e al di fuori dei loro confini. D’altra parte l’esperienza dimostra l’impossibilità di cambiare la società senza incidere sulle scelte dello Stato e questo non è possibile senza una forza e un progetto adeguati dal momento che la società porta con se nel bene e nel male il meglio e il peggio del sistema che la costituisce. Anche se non si tratta più di prendere il palazzo d’inverno, sulla scorta di quanto sostenuto dallo stesso Gramsci, non è comunque possibile rimuovere il problema del potere. L’egemonia è, infatti, consenso ma anche forza, nell’ambito di un processo che trasformi il primo in partecipazione diffusa e permanente limitando il più possibile la forza (in senso lato) in vista di una comunque inevitabile rottura del sistema. Del resto – come sostiene Giorgio Bocca nel suo intervento – non è possibile condannare in assoluto l’uso della forza dal momento che, da quando esiste, la lotta per il potere è sempre stata caratterizzata dalla violenza e anzi senza di essa i padroni delle ferriere avrebbero continuato a governare per millenni senza alcuna contraddizione. Se chi detiene il potere detiene anche il monopolio della forza -sostiene Bocca- com’è possibile cambiare il sistema senza usare la forza? Per poi aggiungere di considerare un grave errore “ il condannare ed escludere, in linea di principio, la violenza come lotta e mezzo di difesa dei popoli”.
E a tale riguardo, nel discrimine tra riformismo, antagonismo e comunismo, s’inserirebbe la grande questione del partito, strumento giudicato da molti intervenuti come essenziale, oggi, in una società così complessa e frammentata, ancor più di ieri e della necessità che questo non si riduca a mero supporto dei movimenti da una parte e a semplice rappresentanza parlamentare dall’altra. La questione dell’intellettuale collettivo portatore di una rivoluzione culturale e morale nella società e nello stato, contestazione pratica della divisione tra governati e governati. Del resto l’importanza del potere e dello stato – hanno ricordato molti, da Piero Bernocchi a Gianluigi Pegolo – verrebbe in qualche modo confermata proprio dalla decisione della direzione del Prc di prendere parte ad uno schieramento di centro sinistra essenziale per cacciare Berlusconi dal “palazzo”, non d’inverno ma sempre “palazzo”, e soprattutto dalla determinazione ad assumere il controllo delle leve decisionali entrando direttamente nel governo.
Se tra le motivazioni di fondo del nuovo processo messo in moto da Bertinotti vi è anche quella della ricerca del consenso, non solo presso i partiti del centro sinistra ma soprattutto in nuove aree sociali e politiche, non c’è dubbio che in esso abbiano pesato non poco la sempre più drammatica realtà internazionale e il tentativo di smarcarsi dalla necessità di prendere chiaramente posizione sulla realtà dell’imperialismo americano e dalla politica bellicista dello stato di Israele. Eppure, contrariamente alla tesi sostenuta da Bertinotti, – come ha ricordato nel suo intervento Gian Luigi Pegolo – tutto si può sostenere tranne che ci si trovi in un mondo pacificato dal momento che la guerra preventiva in realtà ha le sue motivazioni nella volontà Usa di continuare ad imporre il proprio dominio sull’insieme del pianeta e costringere l’orbe terracqueo a pagare i debiti degli Stati Uniti affinché questi possano mantenere il loro gigantesco complesso militare industriale e i livelli di reddito delle fasce dominanti e non solo di queste. Rimuovendo le radici economiche alla base dell’imperialismo Usa e della guerra preventiva, le nuove posizioni espresse da Bertinotti, unendosi a quelle di alcuni settori del movimento “no global” secondo le quali in un mondo internazionalizzato, caratterizzato dalla evanescenza degli stati e dall’irrilevanza delle contraddizioni interimperialistiche, l’unica vera prospettiva è quella della crescita di un movimento “non violento” a livello sociale, finiscono per non vedere e per negare qualsiasi rilevanza al ruolo che nei paesi aggrediti, dall’Iraq alla Palestina, possono giocare, pur nella asimetria del conflitto, movimenti di resistenza popolare all’occupazione e all’imperialismo Usa. Il passo successivo è quello di presentare qualsiasi resistenza armata o come forme di terrorismo o comunque come azioni senza alcun effetto positivo, vista la sproporzione delle forze, e anzi, in prospettiva, destinate a produrre effetti perversi. Qui, scesi dal campo della teoria a quello della drammatica realtà, carne e sangue di migliaia di uomini schiacciati dalla guerra, il dissenso nel convegno e fuori rispetto alle tesi del segretario del Prc si è rivelato profondo; un dissenso che potrebbe acuirsi vista la possibile partecipazione del partito ad un governo che si troverà a gestire una delle fasi più drammatiche ed acute della guerra preventiva, quella della balcanizzazione dell’intero Medioriente sotto i colpi dell’imperialismo americano e della Nato e della politica di guerra dello stato di Israele, nonché di una nuova cacciata dei palestinesi dalle loro terre con l’annessione definitiva dei territori occupati da parte di Israele.
Da questo punto di vista si può affermare che, ancora una volta, la cartina di tornasole tra una politica di reale cambiamento, comunista nella sua capacità di non perdere di vista i dannati della terra, la carne da cannone del capitale e del colonialismo, e una politica che tende a tirare i remi in barca cercando una nicchia nella quale continuare a vivere con il beneplacito delle forze dominanti, è proprio la questione palestinese. Ed in particolare il diritto dei palestinesi a resistere nelle forme possibili, anche con le armi, all’occupazione israeliana. Triste necessità, quella di resistere in qualsiasi forma, che nel silenzio del mondo e nella sua non volontà di esercitare alcuna pressione su Israele di natura politica, economica e commerciale, com’era stato fatto con il Sudafrica dell’apartheid, la resistenza ha comunque avuto il merito di porre agli occhi del mondo e, di fronte alla repressione brutale di qualsiasi altra forma di protesta pacifica, di tenere aperto il problema, di evitare che il politicidio dei palestinesi, il loro annientamento politico e sociale, arrivasse alle sue estreme conseguenze nel disinteresse internazionale. Senza contare il fatto che fu proprio la resistenza a costringere Israele a ritirarsi dal Libano meridionale nel 2000 dopo 22 anni di occupazione, che la resistenza è, per ammissione stessa dei generali israeliani, uno degli elementi che consigliano ad Israele di lasciare gran parte della striscia di Gaza e che in Iraq è stata ancora la resistenza che ha fatto saltare sino ad oggi tutti i piani americani di controllo del paese e una sua estensione della guerra agli altri paese arabi da balcanizzare e ridurre a brandelli a cominciare dalla Siria. Non solo. Senza la resistenza irachena la campagna elettorale Usa non avrebbe avuto storia e per Bush, Blair, Aznar e Berlusconi sarebbe stato facile convincere le proprie opinion pubbliche della infallibilità delle loro ricette di guerra e distruzione. Senza contare che, come ha ricordato Andrea Catone, il movimento operaio e quelli di resistenza nella maggior parte dei casi non hanno certo potuto scegliere quali mezzi usare per arrivare alla democrazia e alla liberazione. Nel tentativo di negare alcun ruolo positivo alla resistenza palestinese e a quella irachena, nel suo intervento Rina Gagliardi finisce praticamente per ridurre la resistenza palestinese al solo fenomeno dei kamikaze, senza interrogarsi da quale abisso di disperazione provenga tale fenomeno, sul fatto che sia esploso dopo e non prima il crollo del processo di pace e che in ogni caso questa drammatica forma di lotta sia stata rimessa in discussione dalla resistenza stessa. Rina Gagliardi finisce quindi per chiedersi: “C’è qualcuno che possa sostenere che il popolo palestinese possa uscire vittorioso dalla tragedia attuale?”. Un interrogativo che può si darci un alibi per disinteressarci di questo problema ma che non offre certo alcuna prospettiva alternativa, al di là della resa, agli abitanti della West Bank e di Gaza di fronte alla bestialità dell’occupazione. Un altro mondo in Palestina e in Iraq sarà anche possibile ma non certo prima che se ne siano andate via le truppe di occupazione lasciando ai palestinesi e agli iracheni la possibilità di autodeterminarsi nel loro paese. Nostro compito è, ovviamente, di sostenere le forze a noi più vicine ma questo non può comportare anatemi o condanne nei confronti di una resistenza come quella irachena, perché non condividiamo la filosofia e gli obiettivi di alcuni suoi spezzoni minoritari. Altrimenti gli unici nemici in Iraq finiscono per essere non le truppe di occupazione e i collaborazionisti locali ma i gruppi della resistenza che si ispirano ad ipotesi di natura islamista. Del resto, i “neocons” Usa sono arrivati alla distruzione creativa del Medioriente e alla guerra imperiale da posizioni di estrema sinistra, poi divenute apertamente anticomuniste e infine apertamente imperiali. Con l’occhio sempre rivolto alla realizzazione della grande Israele.
Il libro de l’ernesto affronta poi una delle più discutibili questioni ( per usare un eufemismo) intorno alle quali sia mai ruotato il dibattito all’interno del Prc: la presunta “spi-rale guerra-terrorismo”. Su questo punto si è soffermato l’esponente de l’ernesto, Claudio Grassi, il quale dopo aver pronunciato una chiara condanna del fenomeno terroristico (tra l’altro introdotto in Palestina negli anni trenta dal movimento sionista, circa 53 anni prima di Hamas), ha sostenuto che la guerra non è causata dal terrorismo ma casomai dal neoliberismo e dalle esigenze dell’economia Usa nel quadro seguito alla scomparsa dell’Unione Sovietica. Le guerre degli ultimi anni, sostiene Grassi, sarebbero connesse ai nuovi equilibri mondiali dopo il crollo dell’Urss, alla crisi economica americana, all’emergere di potenze regionali come la Cina o di poli come l’Europa che potrebbero mettere in discussione il dominio Usa sul mondo. Da qui e non certo dall’undici settembre – copertura e accelerazione di fenomeni già in atto – verrebbero i nuovi venti di guerra che, lungi dall’essere la continuazione della politica con altri mezzi, è sempre più spesso divenuta la politica o per meglio dire la negazione della politica a livello internazionale.
Per Mario Tronti il concetto di guerra infinita altro non sarebbe che la prassi politica del capitalismo moderno, vero e proprio sistema del disordine che imporrebbe il suo ordine politico con la cattura del consenso attraverso le istituzioni liberaldemocratiche quando può e quando ciò non è possibile con il comando assoluto come è stato nel tempo dei totalitarismi e come è in molte situazioni di confine. Da qui deriverebbe la violenza che in ogni caso, come sostiene Rossana Rossanda, non è solo guerra ma anche sfruttamento del lavoro, precarizzazione della vita, alienazione della persona, discriminazioni di razza, disparità di opportunità, subordinazione di genere. Una violenza diffusa, stabilizzata e aggravata dal capitalismo mondializzato. Il rapporto di capitale poggerebbe, secondo Tronti, su una società divisa su inconciliabili interessi di parte che non possono che essere in conflitto. In questo ambito “come si fa a parlare di violenza e non violenza a prescindere da questo contesto?”. Per Tronti il rischio conseguente alle nuove teorizzazioni di Fausto Bertinotti sarebbe in realtà quello che, invece di farsi eredi di tutta la storia del movimento operaio per poi superarla nella nostra azione politica sulla base della situazione attuale, si arrivi ad archiviare e demonizzare quella storia per tornare all’ovile democratico progressista dal quale con “l’opera di Marx prima e prima ancora con le lotte sulla giornata lavorativa l’esistenza proletaria era definitivamente uscita”. Fuori dal rapporto di capitale rimarrebbe solamente la gente mediaticamente integrata oppure la moltitudine selvaggiamente in rivolta.
Da qui deriverebbe che “il tema all’ordine del giorno non è tanto l’autocritica del movimento operaio, o i dibattiti sulla violenza ma una nuova critica del capitalismo contemporaneo e l’analisi, la ricerca, la riorganizzazione delle forze che vi si oppongono”.