“Non è stato il Congresso che mi aspettavo”

Dal 4 al 7 aprile si è tenuto a Rimini il V congresso del nostro Partito, un momento fondamentale per la vita e la crescita di una struttura organizzata come la nostra, che dopo aver fatto in questi anni delle scelte coraggiose afferma orgogliosamente di esserci, di esistere ancora e di essere insostituibile per la democrazia di questo Paese.
Per ogni militante di Rifondazione comunista, l’appuntamento con il congresso rappresenta un impegno, una riflessione sulla linea politica intrapresa fino ad oggi e su quella da portare avanti, ed una discussione sui rapporti all’esterno, con le realtà che lo circondano, non più solo nel panorama politico italiano ma mondiale.
Una ragazza di ventidue anni che prende parte per la prima volta ad un esperienza del genere, va oltre il significato “vero” di un congresso, supera il reale e arriva a quell’appuntamento carica dei sentimenti più disparati. Ed è veramente difficile riuscire a descrivere in poche righe l’emozione, la curiosità, l’attesa, la voglia di conoscere, di apprendere e di confrontarsi e la tensione che si riescono a provare in un contesto così importante. Se aggiungiamo all’età anche il luogo della provenienza, cioè Reggio Calabria, una città in cui la Federazione di questo partito non conosce pace ormai da tempo immemorabile, il quadro si delinea meglio e le confessioni di questa giovane compagna acquistano forse più profondità.
Con questo spirito sono dunque partita alla volta di Rimini, con una mia formazione ma con il grande desiderio di farmi stupire da un partito, che per la prima volta vedevo riunito tutto insieme nel suo momento più importante. Non c’era una sola cosa che non mi trasmettesse energia, il viaggio, la città, la fiera in cui si svolgeva il congresso, anche la stanza dell’albergo a miei occhi traspirava di un’atmosfera particolare. Mi piacerebbe tanto poter dire che tutto questo bagaglio di entusiasmo si è arricchito nel ritorno a casa, ma purtroppo devo ammettere che il tutto è stato affievolito a distanza di poche ore dall’inizio dei lavori. Il salone della fiera di Rimini che ospitava l’assise, a differenza di altri che lo hanno criticato aspramente, l’ho trovato molto bello, i grandi schermi posti ai lati della sala in cui venivano proiettate in continuazione immagine relative alle realtà che ci stanno a cuore, davano una continua testimonianza della nostra esistenza e della nostra battaglia, come pure il bellissimo video firmato da Pietrangeli con colonna sonora annessa. Poi un lunghissimo tavolo rosso con i 60 membri della presidenza e sopra le loro teste tre grandi scritte “Rifondazione, Rifondazione, Rifondazione” in platea i 600 delegati e i 70 ospiti stranieri. Si sta per iniziare, sono lì che aspetto le note dell’Internazionale che annuncerà l’apertura dei lavori, ma mi accorgo con un po’ di delusione che sono state sostituite con quelle della canzone cult di John Lennon, Imagine.
Vabbé che sarà mai, non siamo certo meno comunisti per questo!
Infatti mi riprendo subito, il primo a parlare, eletto a simbolo dell’angoscia che tutti noi stiamo vivendo per la questione palestinese, è Nemer Hammad, rappresentante di Arafat in Italia. Il quale ha preso la parola e senza alcuna esitazione ha denunciato il terrorismo originato nell’occupazione israeliana ed ha affermato che un giorno uno come Sharon finirà davanti al tribunale internazionale. Un momento alto ed estremamente emozionante, in cui Hammad ha ricevuto una vera e propria ovazione con dei lunghi applausi. Subito dopo ha inizio la relazione del compagno Fausto Bertinotti. Due ore e mezzo per spiegare un passato completamente da rivedere, un presente in cui si può parlare di unità d’azione ma non di collegamento organico con il centrosinistra, un futuro che si chiama socialismo.
Propone una lotta radicale in Parlamento, l’ostruzionismo e un’iniziativa forte e innovativa, cioè un pacchetto di referendum. Fra i bersagli, ovviamente spicca la politica governativa sul lavoro e sull’art. 18 che definisce non negoziabile anche se si chiede quale sarà lo sviluppo su questo tema dopo lo sciopero generale.
“Bertinotti parla ai no global e ai girotondisti, va a braccetto con il sindacato criticandolo, propone alleanze elettorali tematiche con il centrosinistra che però dichiara morto, si pone l’obbiettivo di un nuovo progetto politico aprendo una fase costituente per la sinistra di alternativa”. Un’alternativa che può diventare anche di governo, se fondata sulla duplice discriminante del no alla guerra e alle politiche neoliberiste. Dopo aver riassunto il suo pensiero in queste coordinate principali dovrei iniziare a parlare del movimento, perché il grande ed unico vero tema del congresso è stato questo. Senza incertezze, infatti, lo sposalizio con gli antiglobal.
Il “movimento dei movimenti”ha raggiunto in Italia, uno sviluppo originale un’ampiezza e una consistenza particolare. Ha segnato di per sé una nuova fase socialmente, culturalmente, politicamente. Si colloca dentro un fenomeno mondiale. Ed è tanta la fiducia nel movimento che Bertinotti addirittura afferma: “Posso dire senza sminuire il valore di nessuno che la gigantesca manifestazione del 23 marzo a Roma non ci sarebbe stata in quei termini senza il movimento?”
Lui lo può dire, ma nessun stupore se Cofferati non condivide questa analisi e ci manda a dire su un’intervista al Corriere della sera, che le dinamiche che hanno portato agli scioperi e alla manifestazione del 23 marzo non sono un effetto dello sviluppo del movimento, ma che quella di Roma è stata una manifestazione sindacale e tiene a non farle perdere questa caratteristica.
Declina poi la sua idea di sinistra che si rifonda nel conflitto di classe e nella creazione di un nuovo movimento operaio per costruire “il nuovo mondo possibile: il socialismo” In altre parole, “un processo di liberazione delle donne e degli uomini contro la modernizzazione capitalistica”. Bertinotti in veste del tutto revisionista dice: “il nostro comunismo può parlare lo stesso linguaggio se si libera dal fardello di oppressione che ci portiamo dentro”.
A 46 anni dalle denunce di Kruscev al XX congresso del Pcus, si getta anche da Rifondazione comunista lo stalinismo fuori dalla finestra.
“Dobbiamo cambiare noi stessi per contribuire a cambiare il mondo: è finita l’era della resistenza, diciamo addio allo stalinismo, perché lo stalinismo è incompatibile con il comunismo”. “E se voglio proporre la mia idea di comunismo, debbo renderla assolutamente plausibile agli occhi dei movimenti. Dunque debbo fare i conti con la storia. E con ciò che di questa storia vive ancora in noi. Residui di stalinismo compresi”. Ho qualche difficoltà a capire “il movimento dei movimenti”. Mi è stato sempre detto che trova la sua grandezza nella pluralità che ha al suo interno, cioè nella capacità di unire realtà diverse nel combattere un nemico comune, oggi scopro invece che per stare dentro il movimento devo affossare la mia storia, perché non è compatibile con una mentalità no global.
Vabbè che sarà mai, non siamo certo meno comunisti per questo!
Non parlo degli interventi fatti dai compagni perché ci vorrebbe tantissimo spazio e non è possibile, ognuno è degno di nota, e dal punto di vista della formazione politica lo reputo uno dei momenti più utili per me. Come anche un momento pomeridiano che abbiamo avuto come Giovani comunisti in cui alcuni compagni hanno raccontato la loro esperienza fatta proprio in quei giorni in Palestina.
Sicuramente un altro duro colpo è arrivato dall’approvazione del nuovo Statuto. Dopo cinque ore di discussione notturna, sono stati respinti tutti gli emendamenti alle modifiche del nuovo statuto proposti dalle minoranze. Fra i padri politici resta solo il nome di Marx, mentre non trovano più posto Lenin e Gramsci. Tutto ciò nel preambolo che rigetta “ogni concezione autoritaria e burocratica, stalinista o d’altra matrice, del socialismo e ogni concezione e ogni pratica di partito di stampo gerarchico e plebiscitario”. Vengono ristretti il Cpn, la Direzione e la Segreteria, e aumenta in tutti gli organismi – almeno sulla carta – la presenza femminile con l’approvazione della quota al 40%, promotrice di tale innovazione Elettra Deiana e il suo Forum delle donne che parla di una norma antidiscriminatoria che abbatte il monopolio della rappresentanza maschile.
Inutile commentare la liquidazione di Lenin e Gramsci che trovo semplicemente assurda, non in termini nostalgici come qualcuno vuole fare passare, ma in un’ottica di comprensione delle dinamiche nazionali ed internazionali.
Invece per quanto riguarda la norma antidiscriminatoria dopo averla sostenuta con tanta forza, non è stata rispettata la quota rosa del 40 per cento nel nuovo Comitato politico di Rifondazione comunista, a dimostrazione che oggi si vuole il partito dei disubbidienti, infatti si disubbidisce anche alle regole che gli stessi si danno.
Vabbè che sarà mai, non siamo certo meno comunisti per questo!
Devo essere sincera. Non è questo il congresso che mi aspettavo, non me la sento di dire che è stata una brutta esperienza, però c’è la delusione di non aver trovato un ambiente che ci caratterizza, di non aver trovato un atmosfera comunista, di non aver trovato l’orgoglio per la nostra storia e potrei aggiungere tanti altri aspetti che mi hanno lasciata con l’amaro in bocca. Come me tanti compagni penso abbiano riscontrato la stessa difficoltà. Parlo almeno di quel 27% che si è riconosciuto negli emendamenti alle tesi di maggioranza, ma in realtà dovrei dire molti di più. L’espressione di una sensibilità interna al partito, niente affatto minoritaria e marginale, che nonostante qualche incarico importante che si vede tolto, esce da questo congresso rafforzata, sempre più convinta dell’esigenza di un partito solido, radicato e soprattutto comunista.
La nostra presenza è stata senza alcun dubbio produttiva. Niente affatto paragonabile al “piombo nelle ali”o all’ancòra che limita la portata della “svolta”. Siamo stati il pungolo che ha permesso lo svolgimento di un dibattito vero, non ingessato da tentazioni unanimistiche o da sommergibilismi politici, che è riuscito a trovare anche alti momenti d’unione. Si pensi al Documento politico finale, approvato con la sola opposizione della minoranza di Ferrando, in cui sono tangibili i segni di una positiva “contaminazione” de l’ernesto.
Proviamo ad accostarlo al Documento preliminare, alle tesi congressuali, e vedremo che il nostro lavoro non è stato affatto vano!