Non chi ma come

Non mi persuade il giudizio di Luigi Pintor sulla crepa che si è aperta nei Democratici di sinistra dopo le regionali e i referendum. Certo siamo lontani – ma lo siamo tutti – dal prender corpo, in vite e masse, d’un soggetto politico in grado di far fronte all’ordine che da dieci anni è imposto al paese dal monetarismo nazionale e internazionale. E non basta: piovono in questi giorni dalla Banca d’Italia, dall’Unione europea, dal Fondo monetario, dall’Ocse, e sono riprese dalla Confindustria, le grida per ridurre i pochi soldi alle pensioni, abolire metodo e forza dei contratti, fare ancor più del lavoro un usa e getta per la competitività. La normalizzazione dell’Italia non è mai abbastanza compiuta. Certo questo soggetto oggi è quasi assente. Abbiamo una Cgil che non sa più se concertare in ritirata qualche metro di respiro o se alzare una modesta barricata. E un partito dei Democratici di sinistra che, in attesa di sciogliersi in un Democratici tout court, saluta quel che avviene come una piacevole mutazione storica. Fino ad oggi l’opposizione è stata tutta sulle esili spalle di Rifondazione, cui rimproveriamo a ogni passo di non essere abbastanza forte, aperta e simpatica in modo da aggregare il 40 per cento dei voti. È sufficiente che la sinistra Ds abbia per la prima volta dopo il Lingotto preso la parola chiedendo una inversione di linea e candidandosi alla leadership di essa? Che sia uscita dalla segreteria – unico luogo di decisione rimasto – annunciando una lunga marcia attraverso il partito? Anche ammesso che il proposito sia tenuto sino in fondo, non basta certo a fargli cambiare strada: la risposta di D’Alema, che neppur s’è degnato di discutere, e di Veltroni è stata paradossale. Ma che diavolo volete? Non è successo niente, eravamo minoritari nel 1996 e lo siamo oggi. Molta gente non vota più? Basta che non voti per il Polo (salvo, incidentalmente, in Lombardia e nel Lazio). A meno d’un suicidio di Berlusconi perderemo le prossime elezioni? Non è certo e non importa. Noi siamo un partito di centro, clintoniano, che si propone di mandar avanti la stessa barca sulla stessa rotta. La linea non si discute, si “declina”. Anche nel centralismo democratico la linea non si discuteva, si declinava. Ed è su questo clamoroso rifiuto d’una presa d’atto che lo statement della sinistra interna parla molto al di là del suo venti per cento. È di fronte all’avanti tutta sulla via che ha portato i Ds di sconfitta in sconfitta che l’urgenza d’un cambiamento ha la sua forza, persino di buon senso. Quel che conta è che questa sponda sia tenuta ferma e la vastissima zona inquieta dei Ds vi si afferri. Si guardi in faccia, discuta. Come si dice oggi, competa per la leadership. Non sento l’urgenza che un terzo partito si formi per riaggregare i diessini di sinistra e le forze ingabbiate, fra fragilità delle strutture e pluralità delle provenienze, in Rifondazione comunista. I processi di ricollocazione e schieramento possono avvenire senza che una terza formazione si presenti a cercar voti sulla scena istituzionale. E non solo perché noi, o almeno io, non abbiamo grandi trofei da sventolare su questo terreno. Ma perché la domanda che più preme non è chi?, ma come? Alla quale non risponderei: uscendo di qui e di là, precipitando elezioni domani invece che doman l’altro. Mi premerebbe di più la costruzione, dentro e fuori le sigle, d’una precisa e convincente strategia antiliberista (oggi il capitale è quello) in Italia, Europa, 2001. Senza di essa non c’è sussulto morale che tenga e che basti. Diamo una mano, se ne siamo capaci, a costruirla e poi ognuno sceglierà il vascello su cui imbarcarsi. C’è da scommettere che se la proposta è forte, anche il veicolo sarà diverso.

Ringraziamo la direzione del Manifesto per avere consentito la pubblicazione di questo articolo