Nietzsche: il ribelle aristocratico

1. Voglio qui segnalare il recente libro di Domenico Losurdo, Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio critico, Bollati Boringhieri, Torino 2002. Si tratta di una segnalazione, e non di una vera e propria recensione, perché una recensione minimamente articolata avrebbe richiesto almeno il quadruplo dello spazio. Il libro di Losurdo è di altissimo livello, ed è una contributo importante della critica nicciana in Italia. Ho espresso qui una valutazione molto impegnativa, che è bene in qualche modo motivare. Farò precedere questa motivazione da quattro considerazioni introduttive, utili al lettore per “situare” culturalmente il libro di Losurdo. Svolte queste quattro considerazioni, segnalerò alcuni punti del libro di Losurdo meritevoli di particolari riflessioni.

2. Il chiacchiericcio filosofico-mondano della comunità politicamente corretta degli intellettuali italiani, cui per sua fortuna Losurdo non appartiene, gira intorno ad alcuni fondamenti dogmatici che non devono essere posti in discussione pena la denuncia ed il dileggio. In breve Hegel è morto, ed è noto che la storia non ha alcun senso; il pensiero deve essere debole, perché in questo modo l’economia, che non ha bisogno del pensiero, sia più forte; Marx non è del tutto morto, perché anche se è caduta per sempre l’utopia comunista totalitaria può continuare ad aiutarci a denunciare l’eccessivo scandalo della miseria; Dio è morto, ma le plebi avranno sempre bisogno di Padre Pio, purché non lo impongano nella scuola laica; Heidegger ci dimostra che l’essere si è consumato nella tecnica, e dunque che non c’è più; Nietzsche ci insegna che tutto è interpretazione, e dunque non rompeteci più le scatole con le grandi narrazioni prescrittive, eccetera.

Losurdo a modo suo infrange le regole di questo chiacchiericcio filosofico-mondano, ed è dunque normale che l’Osservatore Romano di questo chiacchiericcio, il giornale La Repubblica, abbia subito aperto un fuoco di sbarramento (01/10/02 e 27/12/02). Lo considero un buon segno. Il pretesto per questo chiacchiericcio è stato un punto a mio avviso del tutto marginale ed irrilevante, e cioè una valutazione del tutto secondaria di Losurdo sull’edizione Colli-Monti-nari di Nietzsche. È come valutare l’opera di Marx sulla base del fatto che Marx ha avuto una scappatella con la sua “collaboratrice domestica” Helene Demuth. Questo è il livello del chiacchiericcio filosofico-mondano di La Repubblica . Ma dietro ci sta ben altro, e cioè una vera valutazione stroncatoria dell ‘intero lavoro di Losurdo. Nella fattispecie (27/12/02),”..certe ricostruzioni vagamente poliziesche, staremmo per dire lucacciane, sono tutt’altro che minoritarie”.

3. Il libro di Losurdo non è lucacciano, per una ragione semplicissima. Con il termine “lucacciano”, quando si parla di Nietzsche, si allude generalmente alla notevole opera storiografica di György Lukács La distruzione della ragione , Einaudi, Torino 1959.
Bene, l’approccio di Losurdo non ha nulla a che vedere con quello di Lukács, e so quello che dico, perché sono stato a suo tempo uno specialista del pensiero di Lukács. Losurdo fa una rigorosa, documentata ed analitica biografia intellettuale, in cui non ci sono solo le citazioni, ma ci sono anche le letture di Nietzsche ed il contesto del dibattito culturale del tempo.
Lukács fa invece una ipotesi generale di storiografia filosofica, per cui Hegel è il punto più alto del pensiero borghese progressista (ad un tempo illuministico e romantico), e dopo Hegel inizia una sorta di “distruzione della ragione”, cioè del razionalismo dialettico, in cui Nietzsche è solo una tappa, insieme con altre (ultimo Schelling, Scho-penhauer, Kiergegard, eccetera).

Come si vede, l’accusa di “lucaccismo” è solo un fuoco di sbarramento politicamente corretto, e non c’entra assolutamente niente con l’approccio scelto da Losurdo.

4. Da circa venticinque anni regna in Italia con totalitaria unanimità una lettura di Nietzsche ispirata al cosiddetto “pensiero debole” (Gianni Vattimo, eccetera). Secondo questa lettura il modello antropologico nicciano di Übermensch non deve essere interpretato “a destra” come Superuomo prepotente, gerarchico, razzista e protonazista, e neppure come esteta paradannunziano, ma deve essere letto “a sinistra” come oltreuomo, e cioè come nuova figura antropologica al di là delle illusioni metafisiche sia trascendenti (religioni monoteistiche rivelate), sia immanenti (la grande narrazione marxista del comunismo). Nietzsche ci insegna a “danzare” la vita. Nietzsche è un decostruttore impareggiabile di ogni metafisica. Bravo Nietzsche!

5. Sebbene l’autocitazione sia sempre antipatica (cfr. C. Preve, I secoli difficili , Editrice CRT, Pistoia 1999), il lettore ha diritto di sapere da quale punto di vista io mi metta in “prospettiva” verso Nietzsche. In estrema sintesi, toccherò due punti.

In primo luogo, io ritengo, in posizione assolutamente minoritaria, che paradossalmente Nietzsche sia il filosofo più “democratico” che esista, se per democrazia non si intende marxianamente il potere popolare organizzato in istituzioni stabili ma la si intende tocquevillianamente come la tendenza capitalistica al livellamento egualizzante come presupposto del consumo indifferenziato. Nietzsche teorizza che la verità è solo interpretazione, e quindi opinione, e che il criterio per valutare le opinioni è la potenza energetica che esse possono mettere in azione. Questo effettivamente non è il quadro delle azioni hitleriane (che era il darwinismo sociale, l’antisemitismo ed il germanesimo razzista), ma delle macchine desideranti delle moltitudini negriane del comunismo del consumo. Negando il problema della verità, Nietzsche è il teorico ideale di un sistema che non si legittima più con il richiamo alla verità stessa (religiosa e/o illuministico-razionalistica), ma all’opinione, che è appunto il modo in cui si legittima il mercato (audience, pubblicità, eccetera).

In secondo luogo, l’interpretazione di “sinistra” di Nietzsche (Vattimo, eccetera) non deve essere valutata a mio avviso a livello filosofico e filologico, ma solo ideologico. A livello filosofico e filologico non tiene e non resiste ad una analisi spassionata, e basta registrare le migliaia di opinioni terribili di Nietzsche sul mondo, che farebbero vergognare Rauti, Freda ed Evola. A livello ide-ologico, invece, questa interpretazione è rilevantissima, perché ha accompagnato passo passo la trasformazione del PCI prima in PDS e poi in DS, e cioè il passaggio da una forma di storicismo progressistico di tipo grande-narrativo ad una sorta di “smaterializzazione del mondo” ridotto ad un insieme di opinioni ad un tempo nichilistiche e moderate del nuovo movimento dei girotondi, il cui lato decisionista è D’Alema e quello più insipiente è Moretti. La riduzione del mondo a gioco delle interpretazioni fa appunto di questo Nietzsche il nuovo Gramsci del PDS-DS.

Solo la “carità di patria” di sinistra, che ha sempre individuato l’avversario ideologico in Tarchi e De Benoist, senza accorgersi che invece ce l’aveva in casa, ha impedito fino ad oggi la comprensione di una simile evidente verità.

6. Un niccianesimo soft è oggi il Prozac degli intellettuali delusi ed inebetiti dalla caduta delle speranze del progressismo storicistico, che in modo assurdo e regressivo continua però ad essere riproposto come ideologia identitaria della ricostruzione di un nuovo movimento comunista (che, lo dico solennemente, su queste basi non potrà mai essere ricostruito). Questi intellettuali, che oggi intasano praticamente tutte le strutture di comunicazione culturale e di chiacchiericcio pseudofilosofico, devono ridurre il lavoro di Losurdo a “ricostruzione vagamente poliziesca”. Benissimo, la lingua batte dove il dente duole. Ed a proposito di Nietzsche il dente duole in tre punti, che il lavoro di Losurdo diagnostica esattamente.

In primo luogo, il dente duole perché Losurdo documenta con centinaia di citazioni contestualizzate che il progetto centrale di Nietz-sche, quello che profetizzava appassionatamente, era fondato su di un asservimento di tipo schiavistico della casta inferiore dei lavoratori, assimilati a malriusciti mossi dall’invidia e dal risentimento. I cantori del Nietzsche oltreuomo liberal di centro sinistra, nuovo Gramsci degli ulivisti e dei girotondari, devono mettere sotto silenzio tutta questa parte filologicamente centrale di Nietzsche, e degradarla ad inutile verbale di polizia inquisitorio. Ma le bugie hanno le gambe corte.

In secondo luogo, il dente duole perché Losurdo documenta in modo inoppugnabile che gran parte del lato oscuro e terribile di Nietzsche (cioè la legittimazione dell’asservimento e della schiavizzazione) derivava in modo più o meno diretto da filosofie di origine liberale (Locke, Tocqueville, eccetera) che erano sempre molto “politicamente corrette” sul piano costituzionale, ma si scatenavano poi quando dovevano giustificare il colonialismo, il razzismo ed il dominio di classe. Ma Losurdo si accorge di questo non certo perché fa parte della “tiepida vita accademica”(sic!, La Repubblica , 27/12/02), ma perché mette al centro della sua ottica lo sguardo sull’imperialismo. E‚ uno dei pochissimi intellettuali italiani a farlo (e colgo l’occasione per mettermici anch’io), in un mondo in cui sembra che ci sia soltanto il fordismo e le ruberie dei cortigiani del Berlusca.

In terzo luogo, il dente duole perché Losurdo non nasconde il fatto che Nietzsche, pur all’interno del suo progetto di rilegittimazione di un dominio integrale sugli invidiosi ed i malriusciti, distrugge lui stesso tutte le ipocrite motivazioni ideologiche di tipo cristiano, eurocentrico, occidentalistico, eccetera, con cui veniva giustificato allora l’interventismo colonialistico e viene giustificato oggi il bombardamento umanitario e la punizione dei cosiddetti “stati canaglia” (il cui torto è quello di non sottomettersi alle canaglie più forti e più armate che vogliono controllare l’intera economia mondiale).

Ci sono dunque almeno tre ragioni per spiegare la reazione nervosa dei nuovi nicciani soft. Essi vorrebbero un “Nietzsche tranquillizzante”, un Nietzsche postmoderno e possibilmente anglofono, un Nietzsche compatibile con l’educata chiacchiera del ceto accademico globalizzato e degli studenti adoranti che ne ascoltano le batracomiomachie sofisticate. Losurdo gli rompe effettivamente le uova nel paniere, ricostruendo in modo filologicamente impeccabile un Nietzsche incompatibile con i riti di esorcizzazione cui sonno abituati.

7. Losurdo non intende affatto, ovviamente, “chiudere” il problema Nietzsche, perché tutti sanno che questo problema fra un secolo sarà ancora del tutto aperto. Solo chi confonde i manuali staliniani di storia della filosofia, in cui Platone era indicato come “portavoce ideologico delle classi reazionarie schiavistiche” ed Hegel era fatto passare per “reazione aristocratica alla rivoluzione francese” (e trascuro per ragioni di spazio altre infami perle del genere), può pensare che un problema filosofico venga “chiuso”. Ogni generazione è chiamata a fare i conti con la philosophia perennis, che si fa gioco degli ideologi e delle loro strumentalizzazioni.

Ma Losurdo ci aiuta almeno a leggere Nietzsche dopo il suo uso fascista e dopo il suo uso postmoderno. Se ne sentiva il bisogno. Per ricominciare a leggere Nietzsche dopo il Superuomo nazi-estetizzante e l’Oltreuomo pidiessino-postmoderno ci voleva prima un bagno rinfrescante nelle cose che Nietzsche aveva “veramente detto”, contestualizzate con le fonti culturali, politiche e giornalistiche del tempo. Nietzsche appare così un vero “scriba del caos” (secondo l’insuperabile formulazione di Ferruc-cio Masini), ma anche uno scriba che tenta di “organizzare il caos” secondo un progetto di ribellismo aristocratico, comunque incompatibile con le tre varianti del comunismo rivoluzionario marxiano, del fascismo mussoliniano ed hitleriano e del buonismo (peraltro “cattivista” nel legittimare i bombardamenti imperiali) postmoderno e nichilista soft.