Nell’inferno capitalista

*Docente Universitario di Storia e Politica, Parigi; direttore della rivista di sinistra “La pensée libre”

“… C’è in Parigi, in quelle periferie di Parigi che non molto tempo fa il vento delle sommosse sollevava così facilmente, ci sono strade, case, cloache, dove delle famiglie, famiglie intere, vivono alla rinfusa, uomini, donne, ragazze, bambini, che non hanno per letto, che non hanno per coprirsi, stavo quasi per dire per abiti, che dei brandelli infetti di stracci in fermentazione. (…) Nei giorni scorsi, un uomo, mio Dio, un infelice uomo di lettere, poiché la miseria non risparmia più le professioni liberali di quanto non risparmi le professioni manuali, un uomo infelice è morto di fame, letteralmente morto di fame, e si è constatato solo dopo la sua morte che non mangiava da sei giorni” (1).

Oggi, apparentemente, si muore assai di rado di fame nelle periferie di Parigi; ma dopo la recente ondata di sommosse è un’ondata di freddo quella che ha colpito Parigi, e si è (ri)scoperto che vi si muore di freddo. È una prova della decomposizione del tessuto sociale, della decadenza dello Stato, ma anche della scomparsa delle organizzazioni popolari. Sono già due anni che più di 15.000 vecchi sono morti “in surplus” alla media a causa di un’ondata di caldo che le istituzioni non sono state in grado di gestire. Non c’era nessuno a portare da bere a delle persone disidratate! E naturalmente il numero dei morti è stato superiore alla media nelle classi più povere e nelle case di ricovero meno care. Eccolo qui il contesto generale delle sommosse in Francia.
Dalla primavera del 2005, vale a dire dopo la vittoria del “no” al referendum sulla costituzione europea, “no” al quale politicamente non ha fatto seguito …niente, o quasi, gli osservatori attenti delle banlieues segnalavano che i “giovanissimi” “si stavano allontanando”. Non solo si allontanavano dalla politica, dalla scuola e dalla religione, ma anche dalla famiglia e dal “rispetto” verso i fratelli maggiori. Le rivolte sono scoppiate in seguito ad uno dei tanti “piccoli” incidenti mortali che regolarmente scandiscono le città: la morte per folgoramento di due ragazzi che scappavano dalla polizia e che si erano rifugiati in una cabina elettrica. Le sommosse si sono allora sparse, come una notizia che si diffonda in un lampo, nei quartieri più disastrati di tutta la Francia. Là dove la povertà imperversa, là dove le organizzazioni politiche di sinistra hanno da molto tempo rinunciato a reclutare, a formare, a mobilitare, a canalizzare l’odio di classe, là dove le moschee, nelle mani di vecchi spesso legati ai regimi marocchino o algerino, non hanno saputo sostituire un tessuto associativo o politico dissolto, e là dove i caid della droga non hanno nemmeno potuto imporre il loro lucrativo commercio …le cui briciole cadono sui giovani che “ sorvegliano” il traffico. Là, dunque, dove il senso di vuoto e d’abbandono è totale, là dove i poteri pubblici sono inesistenti, ma anche qualsiasi altra forma d’organizzazione sociale.
Chi sono dunque questi giovani incendiari? Perché si tratta di giovanissimi, che raramente hanno più di vent’anni. Esiste un fenomeno generazionale che si accumula a un fenomeno di povertà e di emarginazione. E un fenomeno maschile, perché le ragazze non partecipano a queste rivolte, cosa che le organizzazioni femminili benpensanti hanno d’altronde tentato di recuperare, senza grande successo (2).
“Molti giovani abitanti delle banlieues, implicati o meno nelle sommosse, in queste ultime settimane hanno ripetuto questa medesima frase: “Non ci considerano come francesi. Si direbbe che, perché qualcuno sia considerato francese, egli debba venire dalla Bretagna! ”, ha dichiarato il 7 novembre all’AFP un rivoltoso di Grigny (Essonne), nato 17 anni fa nel dipartimento francese della Martinica. ‘Le gente mi guarda, ve ne sono alcuni che dicono: “da dove viene questo qui”, ha poi aggiunto l’adolescente nero, dai capelli intrecciati e la maglietta “rasta”. ‘E quando io dico “sono francese’, si guardano fra loro e ridono”(3).
Oltre la povertà, è la scuola che è sul banco degli accusati, perché non svolge più la propria missione d’emancipazione sociale. Imparare “non serve più a niente”, e quel che è inutile lo si brucia, tanto più che il servizio educativo pubblico è in crisi profonda e che, riforma dopo riforma, i “nuovi” metodi d’insegnamento si sono rivelati poco efficaci. Al punto che alcuni ritengono ormai che si sia stata messa in atto da tempo un’offensiva di ottundimento del cervello delle classi popolari più o meno intenzionale, sia da parte dei media audiovisivi che della scuola “dei quartieri”. Bisogna ben riconoscere che il vecchio sistema educativo repubblicano, autoritario, nozionistico e implicitamente colonialista andato in crisi nel 1968, non è stato sostituito dopo gli avvenimenti del 1968 da un nuovo sistema capace di proporre prospettive alle classi popolari.
Un certo maggio 1968, nella sua versione “giovane”, è stato fatto da e a profitto delle classi medie integrate, imborghesite.
I tradizionalisti hanno dunque buon gioco oggi a fare i loro discorsi, che non sono solo arcaici. Si è distrutto il metodo classico d’apprendimento della scrittura e della lettura, che verso la metà del XX secolo aveva fatto della Francia uno dei paesi più alfabetizzati del mondo. E lo si è sostituito con metodi più “innovatori”, relativisti, soggettivisti, individualisti, la qual cosa non poteva corrispondere agli interessi delle classi popolari, ma forse a quelli dei piccoli borghesi aspiranti allo status di quadri o d’imprenditori. Il risultato “nei quartieri sensibili” è la condizione di illetterati delle classi popolari: verso i 15 anni, dal 15 al 20% si ha difficoltà a leggere un testo semplice e a comprenderlo. Ecco dunque qualcosa che riguarda le cause ammesse alla crisi. Ma che ne è degli atteggiamenti verso i rivoltosi?

LE INTERPRETAZIONI DEGLI AVVENIMENTI

Da parte del potere, le interpretazione si sono concentrate sul vandalismo, sulla manipolazione da parte dei “caid della droga”, sull’“etnicismo” o sul l’“integralismo” arabo- mussulmani e neri, colpevoli di “vittimismo”, o ancora al “primitivismo” di una gioventù senza valori e senza ambizioni. Ma molti hanno ben compreso le dichiarazioni provocatorie del ministro dell’interno, Nicolas Sarkozy, rappresentante della corrente liberista, filo USA, filo israeliana e fautore della compartimentazione etnico-religiosa della Francia. Questo spiega perché, all’iperattivismo securitario di Sarkozy, ha fatto poi eco la lenta reazione della “vecchia destra” conservatrice, post-gollista, quella di Chirac e di Villepin. Chiaramente Sarkozy, con i suoi discorsi provocatori ma indubbiamente anche con la sua polizia in uniforme o con i suoi agenti senza uniforme presenti nei quartieri popolari, cerca di conquistare per le prossime elezioni presidenziali l’elettorato di estrema destra. Egli tenta inoltre di ricostruire una Francia atlantistica, recentemente delegittimata.
Argomenti esemplari in tal senso possono essere alcune frasi apparse su Le Figaro, il giornale della grande borghesia francese: “I forum islamisti di lingua araba si sono impossessati della crisi delle banlieues.
Dialogando su siti come tajdeed. net,alsaha.com o ancora alfirdaous. net”, gli “islamonauti” di tutto il mondo denuncerebbero le “forze di polizia crociate” e la “Francia terra di infedeli”, che lottano contro i “mujahidin”; “sionistizzata” e “ in – fame”, la “Francia nemica dei mussul – mani”, “colonizzazione”(4).
L’importanza di tali siti è assolutamente marginale rispetto ai principali siti mussulmani, e se vi è stato qualche intervento di imam o di qualche “barbuto” durante le sommosse, è stato per cercare di calmare la tensione, in una situazione in cui, secondo il giudizio stesso di molti sindaci delle banlieues, sia di destra che di sinistra, in quei territori “lo Stato aveva cessato di esistere”. Questo non ha impedito in seguito ai media compiacenti di denunciare l’irruzione di “integralisti” nel campo politico riservato ai laici, i quali hanno tuttavia disertato i “quartieri sensibili”. Se vi fosse stata una qualche volontà islamica di prendere il controllo delle banlieues, questa di fatto non si sarebbe affatto scontrata con la presenza di qualche potere, e poiché essa non si è verificata, questa è la prova che non esiste affatto una cospirazione islamica in Francia, e che, almeno su questo terreno, un resto “d’educazione repubblicana” continua ad esistere anche presso i mussulmani praticanti. È senza dubbio per questo, d’altronde, che gli integralisti mussulmani in Francia, i salafidi, rifiutano per principio d’immischiarsi alla vita sociale e politica “miscredente”, disdegnando pure la gioventù attivista, giudicata “corrotta”. Le altre correnti mussulmane sono o assai “rispettose” dell’ordine, eredità del periodo coloniale, o guardano verso l’altermondialismo, e si sentono disorientati di fronte a una gioventù che rifiuta ogni “recupero” politico, anche se pensatori come il teologo della liberazione mussulmano Tariq Ramadan hanno senza dubbio un po’ più d’autorità morale sui fratelli maggiori e sulle “sorelle” rispetto ai partiti politici, largamente screditati.
Ma più forzatamente dei detentori del potere sono stati gli ambienti della sinistra salottiera ad aver superato i limiti di quel che sino ad ora era stato il “politicamente corretto” di sinistra, prendendosela apertamente con la supposta origine etnica o religiosa dei rivoltosi. Questi ultimi sono stati presentati da Alain Finkielkraut, uno dei principali ideologi del politicamente corretto “di sinistra”, come gli autori di “pogrom anti-repubblicani”, giudicati non molto distanti dall’antisemitismo fascistizzante. Il fondo del suo pensiero egli l’ha tuttavia riservato al giornale israeliano Haaretz, al quale ha dichiarato che “i rivoltosi non sono infelici, sono mussulmani”. Sviluppando questo tema egli ha dichiarato: …In Francia si vorrebbero volentieri ridurre le sommosse alle loro cause sociali ; vedere in esse una rivolta dei giovani delle banlieues contro la propria situazione, la discriminazione di cui soffrono, e contro la disoccupazione. Il problema è che la maggioranza di questi giovani sono neri o arabi, e s’identificano nell’ Islam. Vi sono infatti in Francia altri immigrati in situazioni difficili, cinesi, vietnamiti, portoghesi, ed essi non partecipano alle rivolte. È quindi evidente che si tratta di una rivolta a carattere etnico-religioso(5).” Avendo avuto le sue parole in Francia ripercussioni imprevedibili a causa dell’autore, Finkielkraut ha dovuto spiegare la sua deriva dal carattere incontestabilmente razzista. Visto poi che vi sono anche dei “bianchi” e dei cinesi nei collettivi dei sans-papier e degli squatters. Come allora non sottoscrivere le opinioni riscontrabili in alcuni ambienti mussulmani che non esitano a dichiarare: “Lo scopo di Sarkozy non si limita a voler trarre vantaggio dalle sommosse per ridurre i cittadini francesi arabo-islamici, per lui infatti si tratta innanzitutto di utilizzare questi avvenimenti come una tappa per mobilitare il nocciolo del popolo francese contro la stessa popolazione arabomussulmana e di conseguenza di far pendere la politica estera francese in favore del clan sionista-neo-conservatore-fascista di Sharon/Bushh/Blair”(6).
È infatti forse un caso se Parigi svolge al tempo stesso il ruolo di punta avanzata contro la Siria e l’Iran, e che essa è ormai quasi silenziosa sul dossier dell’occupazione dell’Iraq? La sinistra “morale”, a differenza della sinistra sociale, è stata anch’essa spesso preda dell’opportunismo a proposito delle cause delle sommosse. Anche numerosi comunisti e dirigenti d’estrema sinistra hanno esitato prima d’analizzare gli avvenimenti ricorrendo ad una corretta visuale sociale. L’amalgama “mafia-delinquenza-islamismo”, totalmente stupida, è stata in effetti ripresa da numerose organizzazioni “laiche” della sinistra moderata, talvolta anche da alcuni comunisti, compresi ambienti della dissidenza di sinistra del PCF(7). Questa amalgama non ha né capo né coda, perché i mafiosi hanno bisogno di quartieri calmi per fare i loro “commerci”, mentre gli estremisti islamici si vantano della propria capacità di sostituire lo Stato in dissoluzione nel reprimere la delinquenza, e i rivoltosi non hanno saccheggiato le boutique ma attaccato i simboli del potere (polizia, edifici pubblici) o di una emancipazione da cui essi si sentono esclusi (automobili, scuola, etc.). Tuttavia la sinistra del “néné” (“né Sarkozy né rivoltosi”, come altre volte “né Bush né Saddam” o “né Clinton né Milosevic”) si è spesa in molteplici dichiarazioni o in marce “pacifiche” sottoscrivendo pienamente la polpetta avvelenata inventata dal ministro degli interni rivoltosi- islamici-mafia: “…Credere anche un solo istante ai discorsi di compassione verso i delinquenti mafiosi e i capi dell’islamismo politico che tengono i cittadini e le loro famiglie in ostaggio nelle banlieues, è rendersi complici di un’impostura. Credere un solo istante che le provocazioni mediatiche del ministro degli interni siano qualcosa di diverso dallo scandaloso tentativo di servirsi della situazione per scopi elettorali, significa lasciarsi abbindolare.
… Non possiamo tollerare più a lungo che i cittadini vedano la loro vita messa in pericolo da mascalzoni pronti a qualsiasi violenza fisica e pure ad incendiare autobus carichi di passeggeri. Non possiamo tollerare più a lungo di vedere i poliziotti lasciarsi sparare con I fucili da caccia.
… la carità si sostituisce alla solidarietà repubblicana, come provano quelle ultime proposte anti-laiche di finanziare la costruzione di moschee e di dare un salario agli iman con i fondi pubblici …”(8)

CHI C’ERA NELLE STRADE?

E tuttavia alcuni giornalisti hanno fatto davvero il proprio mestiere. Hanno scoperto che le sommosse erano un fenomeno generazionale, un fenomeno generalizzato dell’insieme delle banlieues su tutto il territorio francese (le sommosse hanno pure dimostrato che non esisteva uno “spazio di sommossa europeo” più di quanto esista uno “spazio politico europeo”, poiché esse si sono limitate al territorio francese, malgrado i timori inizialmente manifestati all’inizio dall’ “europeo” Prodi). Questa gioventù di diverse origini può tenere in mano come emblema unificante tanto i ritratti di Che Guevara che gridando “Allah akbar”, come i giovani dell’intifada. In un reportage dalla regione di Lille, la corrispondente di Libération conferma il carattere “socio-generazionale” dei rivoltosi: “I due terzi dei giovani che dovranno comparire in tribunale per un giudizio immediato dopo gli incendi notturni sono dei Jean-Marc e dei Maxime”, ci dice un cronista di casa nel tribunale di prima istanza. “Non sono che abbronzati “, conferma Serge Damiens, educatore alla missione locale di Lille. “Nel quartiere Bois-Blancs a Lille, quando la scuola è bruciata, durante la prima mezz’ora essi erano tutti bianchi.” Questo non stupisce. “Il colore della pelle è un handicap per trovare lavoro, è vero. Ma anche l’indirizzo. Quelli che vogliono venirne fuori danno spesso l’indirizzo finto di una zia, fuori quartiere, o di una città vicina.” Il razzismo non è che un handicap in più sul loro percorso a ostacoli: “I gendarmi passano più tempo a controllare le teste ricce che i Patrick e i Gérard.” Nel Nord e nel Pas-de-Calais, terre di antica immigrazione, l’immensa maggioranza dei quartieri popolari sono etnicamente misti. I figli di operai – e sempre più di disoccupati – che vivono nei quartieri in difficoltà sono francesi di cosiddetto “ceppo”, o provenienti dall’immigrazione belga, polacca, portoghese, spagnola, maghrebina e africana. La presenza di questi ragazzi “bianchi” nei tribunali correzionali dopo due settimane non stupisce affatto Maryse Esterle- Hedibel, sociologa. “Mi avrebbe stupito il contrario”, essa commenta. Ex educatrice di strada nella regione parigina, ora lavora da quattro anni nei quartieri di Roubaix.
“Contrariamente a quel che ho visto nella Val-d’Oise e nella Val-de-Marne, ho scoperto qui una popolazione assai specifica, senza discriminante “immigratonon immigrato”. Vi sono qui anche famiglie “bianche” molto povere.
“Alcuni bambini non mangiano a sufficienza, vivono senza riscaldamento perché l’azienda elettrica ha tagliato l’elettricità, e madri di famiglia che hanno sedici anni. Il quarto mondo.” Per lei le sommosse urbane di questi ultimi giorni non vanno analizzate in termini etnici: “Questi argomenti sulla poligamia sono propaganda pura e semplice. Al contrario, questi sono interi quartieri che sono stati devastati dalla deindustrializzazione. Le vecchie forme di solidarietà operaia sono scomparse, rimpiazzate da forme di assistenzialismo. Il quartiere dell’Alma, a Roubaix, vuol dire il 40 % di disoccupati. Le madri di queste ragazze che lasciano la scuola a quindici anni presentando un certificato di gravidanza, trenta anni fa potrebbero essere state operaie a La Redoute. Qualcosa di sicuramente di – verso dal ricevere solo l’assegno RMI (reddito minimo d’ingresso).(9)”

Altra constatazione: nella loro stragrande maggioranza, i giovani portati davanti ai tribunali per la sommossa non sono mai stati precedentemente condannati, cosa che contraddice la tesi dei loro legami con la delinquenza. Queste sommosse rappresentano il primo “ingresso nella vita sociale adulta” di una generazione senza riferimenti,
senza organizzazione, e per il momento senza speranza. Di chi è la colpa?

QUALI PROSPETTIVE?

Questa situazione interpella direttamente tutte le forze di sinistra che, a forza di elettoralismo, di tentazioni politico amministrative e di politiche governative riformistiche, hanno in primo luogo trascurato i quartieri popolari, poi abbandonato le cellule comuniste, le associazioni mobilitanti, i sindacati e l’educazione popolare, disertando questi quartieri in abbandono. Non è stato molto tempo fa che alla direzione del Partito comunista si è pure teorizzata la scomparsa delle cellule di quartiere e di fabbrica. Oggi ce se ne rammarica, si dice, ma la perdita sarà difficile da rattoppare. Il vuoto non è stato neppure colmato da un’estrema sinistra troppo intellettuale e piccolo borghese. Quando il governo della sinistra plurale lanciò l’esperienza oggi abbandonata da Sarkozy dei “poliziotti di vicinato”, la direzione del Partito comunista francese di allora rinunciò alle cellule “di vicinato”, con il pretesto di rinunciare a delle strutture “arcaiche” e di lasciare che i militanti s’organizzassero “liberamente”, “in rete”. Come potrebbe mai un partito politico di massa analizzare, immaginare, pensare, costruire, mobilitare in vista di un progetto sociale alternativo, senza quel legame d’andata e ritorno permanente fra militanti e quadri che ha caratterizzato il movimento dei lavoratori, e dei disoccupati, dagli albori del movimento operaio? La ripresa della sinistra sociale passerà necessariamente per la ricostruzione di strutture di mobilitazione e di educazione popolare nei quartieri e nelle fabbriche. Ecco almeno uno dei risultati positivi di queste sommosse, questo conoscenza un po’ troppo disertata dal Partito comunista della “Francia che sta in basso”, ma che tuttavia non aveva affatto cessato d’esistere. Il referendum europeo aveva permesso di scoprire, anche da parte della stampa borghese, che “la classe operaia sta ritornando”. Le sommosse hanno permesso di scoprire che il popolo può manifestarsi potentemente, anche se magari in modi per il momento sono poco efficaci a lungo termine.
Allora, fedele alla sua tradizione, la destra ha instaurato lo Stato d’emergenza. L’ha fatto ripristinando una legge liberticida che data dalla guerra d’Algeria, che nella storia francese ha servito da copertura per operazioni colonialiste e razziste, per torture e assassini. È in questo modo che la borghesia vuole ristabilire l’”ordine repubblicano”, con un regime di “monarchia presidenziale” contro quelle che un tempo venivano definito “le classi pericolose”. Ma la malattia non potrà trovare rimedi grazie alle misure repressive. Anche il presidente Chirac, dopo aver lasciato che Sarkozy s’agitasse nel suo mondo tutto repressivo, è uscito dal suo lungo mutismo per riconoscere le cause sociali della malattia. Egli si è “premurato” di trovare alcuni fondi prima introvabili per tappare i buchi delle esigenze “dei quartieri sensibili”. Tuttavia un abisso separa sempre “la gente d’alto bordo” dai milioni di giovani che si sentono definitivamente parcheggiati nei “ghetti”, senza lavoro, senza avvenire, poveri e disprezzati dal potere, dalle élite, dai media e dagli intellettuali “mediatici”.
Ai vertici dei partiti, dei sindacati, delle associazioni sorte nel secolo scorso per lottare contro il capitalismo, ci si ostina ancora nel tentativo di trovare un’ennesima “sintesi” con i rappresentanti di un partito socialista che sono appena stati sconfessati dai loro stessi elettori nel corso del referendum sulla costituzione europea. Anche in un sindacato come la CGT si possono sentire dirigenti che chiedono ai capitalisti di “cambiare rotta”, di “rilanciare l’economia”, di “tenere conto dei bisogni sociali”, o di “rispettare il voto del 29 magio”. Si chiede dunque rispettosamente ai borghesi di comportarsi come se non fossero capitalisti. La frequentazione degli incontri della Confederazione europea dei sindacati non sembra aver contribuito ad aumentare il vigore dei dirigenti sindacali francesi! Dopo qualche settimana le sommosse hanno perso intensità, per mancanza di organizzazione e di obiettivi precisi. Ma il segnale che esse hanno mandato persiste. La destra avrebbe interesse a tenerne conto se è la stabilità che essa cerca. La sinistra ha ancora più interesse a tenerne conto, se è la sua sopravivenza in quanto forza politica autonoma che ha in testa, senza parlare della sua missione storica. Prima o poi, inevitabilmente, si scoprirà che i giovani hanno appreso una lezione: quella che di loro si parla e ci si occupa di loro solo quando essi arrivano ad occupare i titoli di testa dei telegiornali, francesi e stranieri, e quando fanno tremare le statistiche del turismo francese. Ma coloro che sono stati arrestati dalla polizia subiscono, spesso in solitudine, una giustizia sbrigativa. Probabilmente siamo entrati in un circolo di agitazione-repressione.
La Francia non sarà più comunque quella di prima. Essa ha imparato due cose fondamentali: che la crisi sociale ha raggiunto un’ampiezza più profonda di quanto si pensasse nei bei quartieri e nelle redazioni. Questa crisi colpisce tutta la società, ma viene percepita soprattutto nelle famiglie “uscite dall’immigrazione” e nei quartieri popolari gau – lois delle regioni abbandonate dalla grande industria, come il Nord della Francia. In media queste zone sono il 20 % più povere della media nazionale. Questi giovani accumulano gli handicap: disoccupazione, casa, sanità, educazione, etc. Discriminazioni di provenienza, discriminazione etnica, discriminazione negli atteggiamenti verso le tradizioni e le credenze “straniere”. Umiliazioni sornione, “sorvegliate”, “incorniciate” da individui razzisti piazzati negli strati medi della società. La discriminazione all’assunzione è la forma più visibile: è forse un caso se, nei quartieri poveri, il tasso di disoccupazione supera di quattro o cinque volte quello delle medie nazionali?
Di fronte a una tale situazione, l’ipocrita riconoscimento da parte di Sarkozy e de promotori della “cultura delle differenze” all’americana della “differenza religiosa” in Francia mira a creare nei fatti un “islam della Francia”, sottomesso alle autorità, evirato, come lo sono state prima della Rivoluzione francese le altre Chiese, svuotate del loro respiro profetico e dei loro elementi teologici liberanti, quelli che da tempo fa hanno riscoperto in America latina i teologi della liberazione. La falsa alternativa fra un laicismo accondiscendente e borghese e un integralismo religioso intollerante ma di fatto sottomesso al potere mira a generalizzare sia la mondializzazione dei mercati sia la compartimentazione delle popolazioni, ridotte allo stato di consumatori passivi, e nella migliore delle ipotesi produttori precari.
Esiste in Francia una “frattura coloniale” che non è mai stata eliminata dopo la colonizzazione, e che s’aggiunge alla frattura sociale. Queste fratture partecipano poi ad una frattura internazionale più ampia. A modo suo, “l’apoliticità” dei giovani rivoltosi testimonia questa situazione. Essi non si sentono a proprio agio nelle formazioni di destra o della sinistra moderata, che non promuovono che una manciata “di Arabi” o “di Neri”, “di servizio” o “manager” in posti dai titoli roboanti ma dal potere limitato.
È troppo presto per sapere se la rinascita dei movimenti popolari organizzati verrà da una sinistra rivoluzionaria più o meno laica e favorita dal comunismo francese oppure da una teologia della liberazione, cristiana o mussulmana, o magari da una convergenza di queste diverse correnti. Quel che è certo, è che la Francia popolare costituisce un mosaico che ha rifiutato di riversarsi nella compartimentazione etnicista, quella che ha tentato Sarkozy. La rinascita verrà da movimenti capaci di farsi carico della diversità del paese reale, capaci di avanzare un programma unificante in grado di dare risposte alle giovani generazioni popolari senza punti di riferimento. Questi giovani non credono più nei politici “locali”, “di quartiere”, nell’“antirazzismo morale” ; essi manifestano inconsciamente un desiderio di “politiche globali”, un desiderio di alternative sociali radicali, assumendo il meglio di quel che essi, malgrado tutto, hanno ricevuto da una Francia repubblicana in decomposizione, e di quel che essi hanno ascoltato delle lotte dei loro genitori del terzo mondo. Essi chiedono un nuovo collettivismo, a mille miglia dai forum per classi medie(10).

DISCRIMINAZIONI “DI SINISTRA”

La diagnosi sulla responsabilità del capitalismo liberista nella crisi è senza appello. Anche i dirigenti francesi non tentano di negarlo. In compenso, non si può che constatare l’esistenza a sinistra di discriminazioni che riprendono la vecchia divisione che – fra l’altro durante la guerra d’Algeria – ha diviso coloro che erano pronti a unirsi ai diseredati, come essi sono realmente, in una comune lotta anticolonialista, anti-imperialista, rivoluzionaria, e coloro che credevano malgrado tutto in un’ennesima rifrittura della “missione civilizzatrice della Francia repubblicana”. In questo modo la condiscendenza della “sinistra accomodante” riprende i suoi vecchi cliché(11).
Quando gli impiegati postali di Bègles commettono atti illegali durante la loro legittima lotta, sequestrando il proprio superiore gerarchico, sono numerosi gli esponenti della sinistra politica, sindacale e associativa che per principio li sostengono, che chiedono l’annullamento dell’incriminazione giudiziaria, che chiedono o esigono dai giudici un giudizio clemente.
Quando sono i liceali a commettere atti illegali in una lotta giudicata legittima, facendo picchetti duri all’ingresso delle loro scuole, molti dirigenti e de militanti li sostengono, e chiedono l’annullamento delle incriminazioni o un giudizio clemente.
Quando i marinai della SNCM che unisce la Corsica al continente prendono d’assalto un battello, commettendo in tal modo atti illegali nella loro lotta ritenuta legittima, sono numerosi i dirigenti e i militanti che li sostengono o li ammirano e che chiedono l’annullamento delle incriminazioni e un giudizio clemente..
Allora perché mai, quando la lotta mobilita degli “sconosciuti”, dei nuovi venuti, che sono anche inesperti, che pensano e ricorrono a mezzi non sperimentati, senza portavoce, senza organizzazione, perché quando sono i più diseredati, i “senza” (avvenire, casa, auto, diploma, etc.) a commettere atti illegali, allora troppo spesso il tono cambia? Alcuni riconoscono che questa collera è legittima, …ma… Ma non ci si mobilita davanti o dentro i tribunali, non si cerca d’incontrarli e di sostenerli, se ne ha paura. Dove potranno mai questi giovani, in simili casi, imparare ad aver fiducia, e a indirizzare la loro collera verso obiettivi riconoscibili? Si possono ritrovare attorno ad essi alcune piccolissime associazioni, alcuni militanti di partiti marxisti un po’ isolati, qualche religioso, il tutto in un grande vuoto. Un grande vuoto lasciato da una scuola che non ha loro insegnato nulla, poiché essa era parte integrante di una società abituata all’idea che possono esserci degli “esclusi”, dei “perdenti”, dei “meno di niente”.

UN GLOBALISMO COMPARTIMENTATO

Durante il “folle decennio” degli anni 90 durante il quale il liberismo più sevaggio si è imposto ovunque, la Francia aveva continuato a manifestare una sua “piccola differenza”: movimento sociale del 1995, governo della sinistra plurale, resistenza all’imperialismo durante l’aggressione contro l’Iraq, voto “no” al referendum sulla costituzione europea. Ma dopo le prese di posizione della Francia al momento della guerra in Iraq, dall’estero si è fatto di tutto, e anche all’interno con l’appoggio dei tradizionali agenti d’influenza di “stay behind ” (12), per destabilizzare la Francia, le sue istituzioni e le basi della sua legittimità (Repubblica “sociale”, laicità “aperta”, tolleranza, etc.). L’instupidimento mediatico ed educativo organizzato nelle scuole dei quartieri popolari da molti decenni vi ha molto contribuito, in particolare presso i “giovani” provenienti da famiglie di analfabeti. Come stupirsi allora se questi giovani non riescono a percepire che c’è una differenza fra “rivolta”, “jacquerie” e “rivoluzione”? E poi le grottesche manipolazioni, in primo luogo quelle del tipo “affare del foulard islamico”, hanno permesso di confondere le idee presso i “Gaulois”, i “francesi di ceppo”, e di umiliare i “francesi venuti dall’immigrazione”. I grandi media sono arrivati ad inventare il neologismo “minoranze visibili”, …solo da quando queste hanno appiccato incendi “visibili”. Ma questi grandi media non sembrano affatto percepire che dietro le “minoranze visibili” si nasconde una maggioranza, quella che ha, fra l’altro, votato “no” al referendum costituzionale europeo, quella che ha rifiutato la guerra in Iraq, quella che non crede alla superiorità della proprietà privata, quella che rifiuta i “valori capitalistici”. Tutte le analisi sociologiche mostrano che questa Francia è maggioritaria. Quando essa diventerà una maggioranza visibile?
Si sono create delle divisioni secondarie là dove le divisioni fondamentali (sociali e internazionali) avrebbero dovuto logicamente avere il primo posto. Ma le sinistre salottiere, i notabili, hanno più paura del “populismo” – e dunque in ultima istanza del popolo – che degli effetti delle fluttuazioni finanziarie – e dunque dei borghesi, termine che è scomparso dal vocabolario come per incanto. E ne sopportiamo le conseguenze a livello di capacità di riflessione politica. Com’è poi possibile denunciare gli errori dei “giovani” rivoltosi?
Constatare questo fatto non significa non vedere l’assenza, per il momento, di comportamenti progettuali in questi giovani. Dopo il referendum europeo e l’ “imprevista” vittoria del “no” (decisamente questo popolo non fa mai come gli si ordina di fare!) e soprattutto dopo l’assenza di reazioni veramente all’altezza da parte dei partiti del “no”, davanti ai quali s’apriva un viale aperto, quello della ricomposizione della sinistra sociale sulle rovine del partito socialista, sono ricominciati gli incontri al vertice per conservare qualche posizione in parlamento o alla guida dei comuni, etc. Le élite sociali hanno da parte loro compreso che era urgentemente necessario “riprendere in mano il popolo”. In un simile contesto, Sarkozy si è trovato (o si è inventato?) di fronte a una situazione che lo sospinge verso i piccolo borghesi impauriti, suo unico vero elettorato.
Se i “ragazzi selvaggi” (la parola, premonitrice dell’attuale crisi, non viene originariamente dalla destra! Sfortunatamente ha fatto la sua comparsa ai tempi della sinistra plurale al potere) non sanno dove stanno andando, è vero, ma sono riusciti a far scendere in campo finalmente il primo ministro, poi il presidente della Republica, …ma ciò è senza dubbio dovuto all’immagine disastrosa di una “Francia che brucia”, che fa diminuire il numero dei turisti, e i benefici. E siccome per il momento non vi sono più organizzazioni popolari capaci di mantenere un’efficace pressione, sostenuta e responsabile sui poveri, si può allora dubitare che le misure prese in favore dei “quartieri” siano durature. La crisi potrebbe dunque avere delle recrudescenze.
Lo slogan che mette insieme “integralisti- ragazzi selvaggi-mafia” è naturalmente stupido, perché i boss della droga “governano” quartieri che non “s’incendiano” per principio e che non devono incendiarsi proprio perché il business possa continuare. Gli “integralisti” (i salafiti), in Francia cercano a loro volta soprattutto di isolare il proprio gregge dai problemi “della Francia, terra del peccato”, e possono eventualmente “coabitare” in quartieri dei boss che non s’infiammano, ma non sosterranno certo i “ragazzi selvaggi” che, a modo loro, incendiando, partecipano ad un’attività “francese”, “da infedeli”. I “ragazzi selvaggi” sono presenti piuttosto là dove i racket dei boss sono poco presenti, là dove non il denaro non c’è affatto, compreso quello frutto dei traffici, e là dove non vi sono salafiti, ma dove eventualmente si possono trovare moschee “etniche” (in particolare quelle sottomesse al re del Marocco, con l’appoggio della Francia “repubblicana”).
Non vi sono per il momento, a somiglianza dei paesi anglosassoni, veri ambienti “etnico-aggressivi” in Francia. E quando Sarkozy cerca di diffondere questa paura, non può che limitarsi a denunciare i pochi francesi che sono andati a combattere in Iraq, cosa questa che non ha nulla a che vedere in generale con l’integralismo, poiché ogni osservatore consapevole ed attento della situazione irachena sa che la resistenza irachena non ha nulla a che vedere con Zarkaoui, che è un prodotto della propaganda USA, e che gli attentati di Zarkaoui sono di fatto organizzati sotto la direzione degli USA e degli inglesi. I rari giovani che vanno a battersi in Iraq, o in Palestina, sono più vicini allo spirito alle vecchie brigate internazionali che degli integralisti. È colpa loro se la sinistra di oggi ha dimenticato questa tradizione internazionalista che ha fatto sia la sua forza che la sua gloria?
Ma il fatto che Sarkozy non riesca a dimostrare l’esistenza di candidati ad “attentati suicidi” in Francia è rivelatore del fatto che lo spirito del modello repubblicano francese, in quel che di migliore ha, malgrado tutto tiene. I nostri “ragazzi selvaggi” sono certamente politicamente disorientati, e talvolta manipolati, ma essi stanno insieme, d’origine “beur” (araba), ma anche “black” (africaina o antillana) o “gauloise” (europea), cosa che non avviene in Inghilterra, dove la segregazione è pressoché totale. E questo ci spinge a un prudente ottimismo sul lungo termine, anche se sarebbe preferibile che questi “ragazzi selvaggi” bruciassero le banche o la borsa, invece che le automobili dei loro vicini di miseria(13).
Si dovrà ben ritornare, prima o poi, sulla necessità di metter mano a un’educazione popolare e politica nei quartieri, e aiutare in tal modo a discernere il vero dal falso. Ma sarà pure necessario che i militanti comunisti imparino dal popolo. Sarkozy è effettivamente un pompiere piromane al servizio degli interessi atlantici che spingono alla generalizzazione dei conflitti etnici affinché il business possa continuare, “as usual”, dalle due parti dei “muri dell’apartheid” che esso vuol creare. L’esperienza della sinistra plurale francese è stata uno scacco, e i tentativi di rattopparla, soprattutto dopo la vittoria popolare nel referendum europeo, non potranno che rafforzare la frattura sociale, e politica, fornendo in tal modo delle chance ai pescatori nel torbido della destra estrema.

Note

1 Victor Hugo “Discours sur la misère”, all’Assemblea Nazionale, 9 luglio 1849

2 “No alle violenze: l’appello delle donne!”, appello lanciato, fra le altre, da numero s e associazioni legate all’Unione delle famiglie laiche, vicina ai socialisti.

3 AFP, Parigi, 14-11-2005

4 J. C. „Una nuova jihad secondo alcuni siti islamici – I ‘poliziotti crociati’ e la ‘Francia terra d’infedeli’ vengono attaccati sui forum arabofoni radicali”, Le Figaro 14 –11-2005

5 «Essi non sono infelici, sono mussulmani’, quando Finkelkraut, il filosofo della repubblica si lascia andare… con la stampa israeliana» , Estratto da un reportage di 6 pagine del supplemento settimanale di Haaretz datato 18 novembre 2005: traduzione dall’ebraico – estratti – di Michel Warschawski – Michèle Sibony

6 http://blogs.guardian.co.uk/news/archives/ 2005/11/08/inflammatory_language.htm

7 „Queste azioni (le rivolte nda) talvolta criminali trovano degli strani difensori che compatiscono non le vittime ma i delinquenti, avvocati chi vedono nel fumo degli incendi le luci della rivoluzione. E invocano i grandi nomi, come Hugo, gli avvenimenti emblematici, come la jacquerie e l’Intifada. Come fare delle tenutarie gli apostoli del femminismo e degli amanti della carme infantile (che chiamiamo cun un controsenso pedofili) dolci mamme papa . » Guy-Virgile Martin, «Quelli che confondono la feccia con il nettare della rivoluzione »,Combat 18-11-2005

8 Comunicato dell’Unione delle famiglie laiche, I cittadini delle banlieues hanno diritto alla sicurezza, il governo deve assicurare l’ordine sociale e repubblicano.

9 Haydée Saberan, «La crisi delle banlieues – Nel Nord, in tribunale, dei rivoltosi lontani di cliché – Alcuni giovani bianchi provenienti da ambienti sfavoriti compaiono davanti alla giustizia», Libération, vendredi 18-11-2005

10 Jean-Emmanuel Ducoin, «Editoriale – Discriminazioni», L’Humanité, 26-11-2005

11 Cédric Housez, «Divisione» della sinistra: il ‘linguaggio doppio’ di Caroline Fourest » – Voltaire, 25 –11-2005, http:// www. – voltairenet.org/article130948.html (.)

12 Thierry Meyssan, „Controllo delle democrazie – Stay-behind: I servizi d’ingerenza americani”, Voltaire, 20-08-2001 http:// www. voltairenet. org/ article8691. html? var_ recherche= stay+ behind? var_ recherche= stay %20behind

13 Per quel che riguarda le automobili che bruciano, si potrebbe forse ridare un’occhiata alle statistiche riguardanti giornalisti exgauchiste sessantottini oggi felicemente ricasati che in gioventù hanno allegramente bruciato le automobili del Quartiere latino o altrove in nome della lotta contro la società dei consumi e dello slogan «pagheranno le assicurazioni».
Oggi costoro consumano assai, ma rifiutano ai loro «eredi» quel medesimo diritto. Supplementare prova dell’ipocrisia delle élite della destra conservatrice, ma anche della sinistra «neo-conservatrice».