Nazioni Unite: presente e futuro

1. Premessa

La guerra contro l’Irak, condotta da USA e Gran Bretagna in spregio al diritto internazionale e senza alcun avallo, per quanto indiretto, dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, segna un punto di non ritorno importante nella storia delle relazioni internazionali. Nulla di più sbagliato che ritenere che il dissidio, registratosi al riguardo tra Amministrazione Bush e vari altri Stati importanti (Francia, Germania, Russia, Cina), costituisca tutto sommato un episodio secondario e suscettibile di riassorbimento in nome di una presunta logica unitaria ed omogenea fra gli Stati più ricchi e potenti.
La verità, innegabile, è che invece una frattura, politica, normativa e istituzionale, di notevoli dimensioni si è verificata con il rifiuto degli Stati suddetti, ma anche di numerosi altri, di procedere a concedere all’amministrazione statunitense la delega in bianco, che pure in altre occasioni era stata accordata.
Lo stesso fallimento del recente Vertice G-8 di Evian, che al di là della solita vetrina e della solita brutale repressione che ne ha accompagnato lo svolgimento, non ha prodotto alcun risultato concreto, evidenzia il permanere del dissidio e con esso la mancanza di un luogo effettivo ed adeguato di governo della globalizzazione. Dimensioni, caratteristiche ed effetti di tale frattura vanno attentamente accertati e valutati. Ad essa del resto si accompagnano numerosi altri motivi di divergenza e di contraddizione.
Possiamo distinguere vari livelli della dialettica esistente a livello internazionale. Un primo livello è costituito dagli interessi divergenti tra le potenze dominanti, un contenzioso sostanzioso e multiforme che riguarda tutta una serie di terreni concreti. Un secondo livello riguarda i rapporti della potenza egemone con le potenze emergenti, in particolare gli Stati ex-comunisti (Russia e Cina). Un terzo livello riguarda poi la dialettica esistente fra i Paesi produttori di materie prime del Sud e quelli del Nord, che stentano peraltro a presentare un fronte compatto, anche per le problematiche inerenti alla valuta di riferimento (dollaro o euro). Un quarto livello è costituito dall’insanabile conflitto esistente fra progetto delle Nazioni Unite e progetto statunitense. Il quinto, e decisivo livello, è poi quello della contrapposizione del movimento alla globalizzazione capitalistica basata su guerra, neoliberismo e razzismo.
Siamo senza dubbio in una situazione in forte trasformazione, e nulla può essere dato per scontato.

2. Il futuro delle Nazioni Unite

Un primo terreno concreto di analisi è costituito, a tale proposito, dalla situazione delle Nazioni Unite dopo la guerra contro l’Irak.
Secondo Luigi Ferrajoli, che ha espresso tale posizione in un recente numero della Rivista del manifesto, mai come oggi le Nazioni Unite stanno attraversando un periodo tutto sommato positivo, dopo l’opposizione alla guerra contro l’Irak culminata nella mancata adozione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza che avrebbe dovuto, nella logica dell’amministrazione statunitense, fornire una legittimazione al conflitto.
Tale presa di posizione è stimolante, ma merita una discussione approfondita. Se è vero infatti che un avallo prestato da parte del Consiglio di sicurezza alla guerra statunitense avrebbe segnato per molti versi la fine dell’organizzazione mondiale in quanto soggetto politico indipendente e, se è vero, più in generale, che le Nazioni Unite si confermano, proprio per le caratteristiche assunte dall’attuale fase di globalizzazione, un luogo essenziale e ineludibile di confronto e di adozione di politiche comuni, è pur vero che le stesse continuano ad essere le vittime di una contrapposizione strategica esistente fra il loro disegno originario e le politiche belliciste perseguite con sempre maggiore determinazione da parte della principale potenza mondiale.
Non sembra d’altronde possibile superare tale situazione di stallo limitandosi a fare appello ai principi pur contenuti nella Carta delle Nazioni Unite e agli attori politici internazionali tradizionali (gli Stati).
Occorre invece un profondo ripensamento ed aggiornamento degli obiettivi contenuti nella Carta ed un rapporto permanente e fecondo con il grande movimento di massa che da alcuni anni è sceso in piazza con forza crescente sulle questioni globali, in primo luogo quella della pace e della guerra.
Ferrajoli coglie quindi nel segno quando rileva, come fattore positivo, un’accresciuta attenzione per il diritto internazionale e l’organizzazione mondiale da parte dell’opinione pubblica e specialmente dei settori più organizzati e coerenti della stessa che hanno dato vita al movimento contro la guerra.
Per non deludere le aspettative sollevate, appare tuttavia necessario aggiornare il disegno che sta alla base delle Nazioni Unite.

3. Le novità della globalizzazione

L’esigenza di tale aggiornamento deriva in modo diretto dalle novità apportate dal fenomeno della globalizzazione, del quale non può essere data una lettura esclusivamente o prevalentemente economica.1
Essa infatti si è realizzata grazie agli sviluppi delle tecnologie, in particolare dei trasporti e delle telecomunicazioni, ai processi di concentrazione e transnazionalizzazione del capitale, specie finanziario, e al crollo degli esperimenti alternativi tentati, con alterne fortune, nei decenni precedenti, nell’Est e nel Sud del mondo.
La globalizzazione si regge su due pilastri fra loro intrecciati: il mercato mondiale tendenzialmente unico, seppure persistono forme di protezionismo a beneficio dei settori più forti a conferma del carattere prevalentemente ideologico del discorso sul libero mercato, e la situazione di predominio politico e militare da parte degli Stati Uniti d’America. Dato tale duplice fondamento, la globalizzazione, egemonizzata socialmente e culturalmente dalle forze del capitale finanziario, produce un ordine mondiale ingiusto, segnato dal diffondersi della miseria, dalla perpetuazione della guerra, realizzata a varie intensità secondo le esigenze, e dal ricorso al razzismo come ideologia che permetta l’attuazione del principio del divide et impera, frammentando le classi antagoniste.
In effetti, esiste al tempo stesso una complementarietà e una contraddittorietà tra i due aspetti centrali della globalizzazione. Taluni protagonisti di quest’ultima – come ad esempio Stephen Roach al recente Global Economic Forum organizzato dalla Morgan Stanley – lamentano la diseconomicità dell’egemonia statunitense. Ed è fuori di dubbio che la guerra costituisca una iattura per le sorti dell’economia astrattamente intesa, pur applicando integralmente i parametri neoliberali dominanti.
È però altrettanto innegabile che il cosiddetto libero mercato ha bisogno del ruolo di poliziotto mondiale svolto dagli Stati Uniti, che la mano invisibile deve, all’occorrenza, trasformarsi in un temibile pugno visibile, e che, in altre parole, l’attuale ordine mondiale ingiusto non può essere imposto ai popoli senza la minaccia del ricorso alla violenza indiscriminata degli armamenti contemporanei.
Il ricorso alla guerra comporta peraltro dei costi pesanti anche per la stessa potenza imperiale. Il dollaro continua a perdere colpi nei confronti dell’euro e potrebbe in un futuro non lontano vedere posto in discussione il suo ruolo di valuta di riserva, con effetti imprevedibili per l’economia statunitense.
Un altro fattore che non va trascurato è poi la resistenza dei popoli al progetto imperiale e la loro tendenza a riappropriarsi del loro destino esercitando il sacrosanto diritto alla loro autoderminazione. L’eliminazione di un dittatore come Saddam può in fin dei conti risultare, per gli stessi Stati Uniti, come l’apertura del vaso di Pandora, se davvero l’aspirazione alla democrazia, quella vera, comincerà a diffondersi per l’intero Medio Oriente e per tutto il resto del mondo…
Lungi dal risanare le rilevate contraddizioni, il ricorso alla guerra ne apre insomma di nuove, aprendo al tempo stesso spazi di azione e intervento per il movimento che contrasta la globalizzazione capitalistica attuale.

4. Contrapposizione tra Nazioni Unite e Stati Uniti

Il processo di globalizzazione, che produce come detto guerra, neoliberismo e razzismo, e che va di pari passo con il mantenimento del predominio degli Stati Uniti, avviene peraltro in forte contrasto con il progetto di governo globale affacciato, sia pure timidamente, dalle Nazioni Unite e che ha visto nell’ultimo decennio, oltre che a una serie di vertici dedicati a tematiche specifiche (ambiente, sviluppo sociale, donne, diritti umani, popolazione), la stipulazione di una serie di trattati su materie quali il controllo degli armamenti, la giustizia internazionale, i diritti umani, l’ambiente, ai quali gli Stati Uniti si sono ben guardati dall’aderire.
Possiamo farne derivare che esiste una profonda contrapposizione, di natura strategica, fra progetto delle Nazioni Unite e unilateralismo statunitense. La guerra all’Irak costituisce a ben vedere solo una delle ultime, sia pure più evidenti, manifestazioni di tale contrapposizione.
Ne esistono altre, che conviene a questo punto brevemente riepilogare.
Gli Stati Uniti hanno costantemente sabotato l’attuazione di un’effettiva politica di disarmo e di controllo degli armamenti di distruzione di massa, ostinandosi fra l’altro a disattendere (in compagnia peraltro di tutte le altre potenze nucleari), l’art. VI del Trattato di non-proliferazione nucleare che, come riaffermato all’unanimità dalla Corte internazionale di giustizia, impone alle potenze nucleari di intraprendere negoziati in buona fede per la progressiva limitazione dei propri arsenali.
In nome della difesa del proprio insostenibile modello di consumi gli Stati Uniti hanno rigettato il Protocollo di Kyoto, privando quindi di ogni effetto la Conferenza di Rio de Janeiro sull’ambiente e lo sviluppo del giugno 1992. Essi si oppongono all’ampliamento dei diritti umani, rifiutandosi di aderire a importanti trattati internazionali come il Patto del 1966 sui diritti economici, sociali e culturali e la Convenzione sui diritti del fanciullo. Essi stanno apertamente sabotando, giungendo fino a minacciare l’intervento armato per liberare cittadini statunitensi accusati di crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio, la Corte penale internazionale.
Insomma, gli Stati Uniti costituiscono oggi la principale minaccia per il diritto internazionale e le istituzioni mondiali.
È bene avvertire come tale contrapposizione sia maggiore e più complessiva di quelle, che pure non vanno trascurate, che si registrano fra gli Stati Uniti da una parte e singoli Stati o gruppi di Stati dall’altra.

5. Insufficienza strategica del progetto classico delle Nazioni Unite

Va tuttavia rilevato che, nonostante tale contrapposizione di fondo, le Nazioni Unite non sono riuscite fino ad ora ad esprimere una chiara condanna della guerra di aggressione condotta da Bush e da Blair. Rivelatrice appare, a tale riguardo, l’impossibilità dell’Assemblea generale di giungere, come pure da più parti auspicato, all’adozione di una risoluzione sul modello di quella Uniting for Peace, che scavalcasse il Consiglio di sicurezza bloccato dal veto delle forze belliciste.
Va del pari rilevato come manchino finora reazioni significative dell’Organizzazione al crimine della guerra contro l’Irak e ai numerosi crimini di guerra realizzati in tale occasione dalle forze angloamericane (uso bombe a frammentazione, uranio impoverito, uccisione deliberata di civili e giornalisti, ecc.).
Ci troviamo in una situazione di stallo, dalla quale si può uscire solo con una forte iniziativa delle forze del progresso e della trasformazione sociale.
Più in generale va detto che il progetto delle Nazioni Unite, così come contenuto nella Carta, appare fortemente inadeguato rispetto alla realtà del terzo millennio. Esso infatti è stato concepito in un momento profondamente differente dell’evoluzione della comunità internazionale, senza prendere in considerazione il processo di globalizzazione e le sue notevoli implicazioni.
Beninteso, taluni principi davvero cardinali e di fondo pur contenuti nella Carta, come ad esempio il ripudio della guerra, ben esemplificato dalla frase del Preambolo che fa riferimento all’esigenza, purtroppo disattesa, di risparmiare il flagello della guerra alle future generazioni, o ancora la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali, quella dell’autodeterminazione o la necessità della cooperazione internazionale di cui all’art. 55, mantengono tutta la loro validità.
Come pure interessanti spunti di riflessione possono essere tratti da progetti di riforma come quello formulato dal Movimento dei Paesi non allineati.
L’organizzazione mondiale deve tuttavia fare, nella situazione attuale e dati i rischi acuti che gravano sull’avvenire stesso dell’umanità per effetto della globalizzazione capitalistica e del crescente ricorso alla violenza bellica che ad essa si accompagna, un vero e proprio salto di qualità.

6. Per la rifondazione delle Nazioni Unite

Il progetto alternativo deve innanzitutto soddisfare l’esigenza di un governo mondiale che sia all’altezza delle sfide attuali in materia di ambiente, sviluppo, controllo e liquidazione degli armamenti, mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, garanzia della democrazia effettiva, dei diritti umani e del diritto all’autodeterminazione.
Tale progetto deve ispirarsi al principio del federalismo solidale, mediante la formazione di vaste aggregazioni regionali, sul modello dell’Unione europea, che prevedano tendenzialmente il superamento della forma statale.
L’assunzione della finalità dello sviluppo sostenibile richiede il riconoscimento degli interessi e delle responsabilità differenziate fra Nord e Sud e il rilancio della relativa dialettica con l’adozione di misure di cancellazione totale del debito, di trasferimento di tecnologie adeguate, di abolizione dei diritti di monopolio sulla proprietà intellettuale. Solo in tale cornice sarà possibile combattere efficacemente il supersfruttamento della manodopera e promuovere il rispetto dei diritti e l’avanzamento della democrazia.
La questione della pace e della guerra continua a rivelarsi cruciale. L’unilateralismo statunitense va isolato e condannato, come pure va attenuato il ruolo eccessivo svolto dal Consiglio di sicurezza. In conclusione la guerra, sotto ogni sua forma, va eliminata dal novero degli strumenti consentiti. Vanno invece potenziati il peacekeeping e il disarmo come approcci alternativi per il risanamento effettivo della situazione di conflittualità diffusa ed esarcebata esistente oggi su tutto il pianeta.
Per attuare un’efficace garanzia dei diritti di ogni tipo (politico, civile, economico, sociale, culturale), occorre ricondurre le Istituzioni finanziarie internazionali (Fondo monetario internazionale e Banca mondiale) e l’Organizzazione mondiale del commercio a una logica politica (e non economico-finanziaria).
Il ruolo del diritto internazionale va potenziato, così come vanno potenziate la Corte internazionale di giustizia e la Corte penale internazionale che sta oggi movendo i primi passi.
Nuovi spazi di partecipazione dal basso vanno aperti e condotti ad investire lo stesso funzionamento dell’organizzazione mondiale, a partire da una nuova concezione delle delegazioni statali, che non siano non più la mera espressione del potere esecutivo e dei governi in carica.
Si richiede insomma un’integrale rifondazione dell’originario progetto delle Nazioni Unite sia dal punto di vista istituzionale, mediante una più forte integrazione e cooperazione tra gli Stati membri e la scesa in campo di nuovi soggetti, che da quello degli obiettivi: non è infatti pensabile che scopo ultimo dell’organizzazione mondiale possa essere la mera salvaguardia dello status quo. Si richiede invece, come condizione della salvezza dell’umanità, l’attuazione, in tempi relativamente brevi, di una vera e propria rivoluzione sociale e politica che determini un deciso rovesciamento delle tendenze attuali.
Sarà da tale rivoluzione, i cui prodromi sono già in atto, che nasceranno le Nazioni Unite del domani.

Note

1 Cfr. al riguardo le considerazioni contenute nel mio intervento al convegno “Globalizzazione senza governo”, svoltosi a Bologna il 15 e 16 maggio 2002, di prossima pubblicazione in Giano.