Molto rumore per nulla: i “negoziati di pace” di Netanyahu e Abbas

Chiosando un’affermazione di Hegel, Marx affermò nell’incipit del 18 Brumaio di Luigi Bonaparte che i grandi fatti della storia si ripetono, solo che la prima volta avvengono in forma di tragedia, la seconda in forma di farsa. Ironia del destino, la martoriata Palestina si è trovata a dover vivere l’ennesima conferma della giustezza di questa constatazione, con la sola differenza che tra la tragedia e la farsa non sono trascorsi neppure due decenni.

UNA RIEDIZIONE CARICATURALE DEL “PROCESSO DI PACE”

Quando il 13 settembre 1993 fu firmata a Camp David la Dichiarazio ne dei Principi, base degli Accordi di Oslo, i protagonisti erano Yasser Arafat e Yitzhak Rabin: da un lato il leader che, nel bene e nel male, aveva guidato la riscossa politico-militare che aveva trasformato i palestinesi da rifugiati dimenticati da tutti a popolo in lotta per la propria emancipazione; dall’altro il generale che di gran parte delle tribolazioni dei palestinesi era stato un artefice diretto, prima come ufficiale nella Guerra del 1948 e poi come capo di Stato Maggiore nella Guerra dei Sei Giorni. Oggi, 17 anni dopo, assistiamo ad una riedizione del “processo di pace” che appare come una versione caricaturale della prima: in luogo di Arafat abbiamo Mahmud Abbas (Abu Mazen), il membro più incolore della dirigenza storica dell’OLP, dotato del carisma “di un segretario comunale di una piccola città di provincia”, secondo la felice definizione di Michel Warschawski; dall’altro Benyamin Netanyahu, erede di una dinastia di notabili della destra sionista, con un’esperienza militare tutta muscolare nelle forze speciali israeliane e un cursus honorum politico che definire fallimentare è rendergli troppa grazia (i giornali americani arrivarono ad attribuirgli l’epiteto di “pasticcione seriale”), con in più la colorita caratteristica di “una cronica tendenza a non saldare i conti” (Benny Morris). E se alle spalle di Rabin e Arafat vi era l’abbraccio di Clinton, con una Washington all’apice della sua potenza imperialistica ed inebriata dal boom drogato dal credito allegro, oggi alle spalle dei due leader in formato ridotto vi è un Barack Obama indebolito dalla crisi e dal peso schiacciante del debito pubblico, su cui si staglia sempre più ingombrante l’ombra di Pechino e delle nuove potenze in ascesa. Il carattere farsesco delle “negoziazioni” che si vorrebbe riavviare purtroppo non riguarda solo le personalità coinvolte, ma la loro stessa sostanza. Un’allegoria può aiutarci a comprendere in maniera lampante la situazione. Si immagini che in una banca si siano intrufolati dei rapinatori, e che mentre questi siano intenti a svaligiare le casseforti il capo dei banditi cerchi di convincere il direttore a non opporre resistenza, in cambio della restituzione di una parte del maltolto. Mentre i rapinatori svuotano le casse, il direttore continua a protestare; arriva persino un poliziotto, che però anziché sventare la rapina cerca di convincere i due a trovare un accordo sulla base di una somma che man mano si fa sempre più piccola. Il direttore si lascia abbindolare dal capobanda e non fa nulla, finché alla fine nelle casse non rimane più nulla e i rapinatori scappano via insieme al poliziotto, lasciando il malcapitato con un palmo di naso. Il poliziotto sono gli Stati Uniti, il capobanda è Netanyahu e il direttore è Mahmud Abbas; la banca che viene saccheggiata è la Palestina.

I “NEGOZIATI” DAL 1993 AD OGGI

Vale la pena di ripercorrere i punti principali e le dinamiche delle precedenti negoziazioni tra Israele e l’OLP per rendersi conto di quanto calzante sia quest’allegoria. La Dichiarazione di Principi del 1993 fissava modi e tempi dei negoziati che avrebbero dovuto portare alla risoluzione del contenzioso. Essa prevedeva la nascita di un’Autorità palestinese transitoria e dalle competenze limitate, che avrebbe avuto giurisdizione sui territori man ma no evacuati dalle truppe israeliane in Cisgior – dania e nella Striscia, lasciando però nelle mani di Israele la sovranità reale; si sarebbe dovuti giungere ad un accordo permanente fondato sulle Risoluzioni ONU 242 e 338 entro non più di cinque anni, e le decisioni sulle questioni fondamentali (la creazione dello Stato palestinese, il ritorno dei profughi, Gerusalemme e le colonie, il controllo delle frontiere e delle risorse acquifere, le relazioni con gli altri stati) sarebbero state prese nei negoziati conclusivi, che sarebbero dovuti partire nei primi mesi del 1996. Gli Accordi permettevano ad Israele di conseguire da subito i principali vantaggi che si era proposta di ottenere (la fine della Prima Intifada e il riconoscimento di Israele da parte dell’OLP, che implicava la rinuncia al 78% della Pa lestina storica), mentre l’OLP si limi tava ad incassare il riconoscimento da parte di Tel Aviv. Per il resto, i palestinesi avrebbero tratto benefici concreti dall’accordo solo alla fine delle negoziazioni, il che creava un ulteriore marcato squilibrio tra le due parti, che si aggiunge va allo squilibrio militare e all’evi den te partigianeria della potenza mediatrice (gli USA). In base agli ac cordi successivi, lo Stato Palesti – ne se sarebbe dovuto nascere entro il 4 maggio 1999, ben undici anni fa… Nel settembre 1999 l’accordo di Wye Plantation II dilazionò ulteriormente questa data, spostando la conclusione dei negoziati finali al 13 febbraio 2000. Il fallimento del vertice di Camp David nel luglio 2000 e di quello di Taba nel gennaio 2001 – nel corso dei quali Ehud Barak rese definitivamente palese il carattere truffaldino dei negoziati, escludendo dalle trattative sia il ritiro completo nei confini del 1967 che il diritto al ritorno dei profughi palestinesi – rinviarono a data da destinarsi la nascita dello Stato Palestinese. L’ovvia conseguenza del fallimento degli Accordi di Oslo fu la Seconda Intifada. Dopo l’ennesimo massacro firmato da Ariel Sharon (la sanguinosa operazione “Scudo Difensivo” del 2001- 2002), nel 2003 gli Stati Uniti provarono a resuscitare Oslo con la Road Map, uno dei più riusciti aborti della politica estera di Washington. Con la Road Map si intendeva creare le condizioni politiche e militari per un ritorno ai negoziati sulle stesse basi dei falliti Accordi di Oslo; stavolta la conclusione dei negoziati era prevista per il 2005. Come è noto, anche la Road Map si è in realtà rivelata un vicolo cieco. E giungiamo quindi all’oggi.

ISRAELE IMPONE LA POLITICA DEI FATTI COMPIUTI

I nuovi “negoziati” che gli Stati Uniti caldeggiano poggiano su basi assai labili. Mentre infatti l’OLP si è impelagata per 17 anni in questo fallimentare “processo di pace”, Israele ha continuato ad imporre dei fatti compiuti in spregio agli accordi firmati, mutando radicalmente a suo favore la situazione sul campo. Alla vigilia di Oslo i coloni erano 130.000, oggi sono circa mezzo milione, di cui la metà insediata nella cintura di insediamenti che avvolge Gerusalemme come un cappio e che ha la funzione di rendere impossibile la sua restituzione ai palestinesi; le (poche) colonie della Striscia di Gaza sono state evacuate, ma la Striscia rimane sotto effettivo controllo israeliano, visto che Tel Aviv ne controlla i confini terrestri, aerei e marittimi (con la gentile collaborazione esterna del gerontocrate Mubarak) e da anni la sta strangolando con l’embargo e con le bombe. Per di più, la costruzione dell’infame muro della vergogna ha ormai de facto posto le premesse per un’annessione unilaterale di buona parte delle colonie e della Cisgior – dania, spezzettata in una miriade di micro enclave dove si vive peggio di quanto non si vivesse prima del 1993. In queste condizioni è evidente che le “negoziazioni” servono solo a Israele per menare il can per l’aia e continuare indisturbata il processo di colonizzazione, tant’è che Ne – tanyahu, il quale ha respinto la richiesta americana di prolungare il (puramente teorico) congelamento dell’espansione degli insediamenti, ha parlato di ulteriori “dolorose concessioni” che i palestinesi dovrebbero fare per arrivare alla “pace”. La base negoziale quindi esclude fin dal principio un ritorno alle frontiere del 1967, tanto più che Netanyahu ha più volte affermato che la sovranità israeliana su Gerusalemme non è sul tavolo delle trattative. E la recentissima vicenda della legge che impone un giuramento di fedeltà allo Stato di Israele ai non-ebrei che vogliano prenderne la cittadinanza la dice lunga sul virulento razzismo del governo Netanyahu. C’è da stupirsi quindi se in base a un recente sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research, i due terzi dei palestinesi ritengono che sia meglio ritirarsi dai negoziati diretti con Israele? E, d’altronde, quale diritto avrebbe di negoziare a nome di tutti i palestinesi una leadership screditata e corrotta come quella di Mahmud Abbas, il cui mandato è scaduto nel gennaio 2009 e del suo primo ministro Salam Fayyad, che mantiene l’ordine per conto di Israele, dipende economicamente dagli aiuti esteri e politicamente non può alzare la voce più di tanto con Tel Aviv, pena il subire lo stesso trattamento di Gaza? Non occorre una sfera di cristallo per prevedere che anche questa volta le “negoziazioni” si riveleranno l’ennesima truffa perpetrata ai danni dei palestinesi.

*Autore di Palestina 1881 2006. Una contesa lunga un secolo, La città del Sole, Napoli, 2007