Mitologia, politicismo e partito dei comunisti oggi

Il dibattito apertosi sulle pagine de l’ernesto e nella direzione nazionale del Prc, è una discussione che in larga parte investe tutte le forze e i militanti comunisti comunque collocati.

La discussione riguarda aspetti decisivi non solo della “Rifondazione comunista” ma anche il carattere con cui questa si dialettizza con una fase storica e sociale mutata rispetto alle esperienze precedenti che in buona parte rappresentano il background dei protagonisti del dibattito.

La discussione ruota intorno a due tesi diverse tra loro :

a) La prima guarda alla “biodegradabilità” del Prc dentro un fronte politico più vasto che integri soggetti politici e sociali diversi, una sorta di Izquierda Unida come in Spagna che ha visto il Pce agire come perno di una coalizione più ampia. Questa proposta viene vista positivamente dal segretario del Prc Bertinotti.

b) La seconda guarda alla difesa e allo sviluppo di un “Partito comunista di massa” che mantenga centrale l’identità e la visibilità dei comunisti e del loro partito. Mi sembra di capire che questa tesi è sostenuta dai compagni del Prc che ruotano intorno a l’ernesto.

Intorno a queste due tesi si sono innestati interventi come quelli di Luigi Pintor, che mette in risalto l’esigenza di costruire un soggetto politico della sinistra antagonista o le preoccupazioni di Rossana Rossanda che manifesta un perdurante scetticismo verso queste “fughe in avanti”.

Devo ammettere con franchezza di non riconoscermi nei due poli della discussione. Se per un verso la proposta di un fronte ampio di cui il Prc sarebbe il perno, appare più innovativa, dall’altro questa impostazione liquiderebbe definitivamente la questione della rifondazione del Partito comunista nelle attuali condizioni storiche.

Al tempo stesso la difesa del Partito comunista di massa mi sembra sottovalutare completamente le difficoltà politiche, qualitative e materiali che questi partiti attraversano ormai da almeno un ventennio e che si sono rivelate con tutta la loro pesantezza con la crisi verticale dei partiti comunisti nei paesi socialisti dell’Est. Da questo lato dell’Europa esistono partiti comunisti di massa che confermano questa deriva come il Partito comunista francese o quello spagnolo ma anche partiti più attivi come in Grecia o in Portogallo.

Ma il partito di massa, a mio avviso, si rivela del tutto inadeguato ad affrontare le sfide poste da una fase storica complessa in cui il blocco sociale antagonista di riferimento appare fortemente frammentato.

Quest’ultimo aspetto non è affatto secondario ai fini della costruzione del Partito comunista del XXI Secolo. Giorgio Gattei in un recente lavoro collettivo (“Partito e Teoria”, Quaderni di Contropiano,1999) ha posto con vigore la questione del rapporto tra classe e partito. La forma del partito gramsciano è stata l’ultima figura di partito di classe che si è presentato alla storia. In Italia essa ha segnato la vicenda politica degli ultimi cinquanta anni dimostrandosi, nel bene e nel male, una formidabile “macchina da guerra”. Eppure bisogna riconoscere che sta ormai tramontando sostiene Gattei. Ma tale constatazione, che mi sento di condividere, deriva proprio dalla mutazione della composizione di classe storica a cui il Partito comunista di massa faceva riferimento e non tanto – aggiunge Gattei – perché i suoi ultimi dirigenti abbiano rinnegato gli interessi di classe ma perché il processo di accumulazione capitalista sta decisamente portando fuori da quella dimensione sociale che ne aveva giustificato la comparsa.

In sostanza il Partito comunista di massa è stato il partito dell’operaio fordista e, nel caso italiano, lo è stato con estrema efficacia facendo ruotare intorno a questa centralità una politica di alleanze che ha coinvolto nel bene o nel male altri settori sociali. Il Pci è stato questo ma oggi il Pci non esiste più e non solo perché i suoi gruppi dirigenti si sono arresi alla globalizzazione neoliberista o al riformismo ma anche perché la composizione di classe intorno a cui il Pci si era sviluppato ha subito trasformazioni profonde.

A questa crisi del Partito comunista di massa, alcuni compagni oppongono il modello di Izquierda Unida cioè di un fronte di forze politiche e sociali dentro a cui dovrebbe agire il Prc inteso non più come Partito comunista di massa ma come soggetto politico più o meno organizzato. È chiaro che su questa strada il partito non può che uscirne logorato e “contaminato” da esperienze e identità diverse. L’eclettismo già imperante finirebbe per diventare egemone e rendere del tutto superflua l’esistenza e l’identità di un partito dei comunisti.

Se questo è lo scenario, la discussione non mi appare affatto convincente. Al contrario ritengo che la discussione debba introdurre un altro elemento – da tempo in eleborazione tra militanti comunisti in po’ in tutta Italia attraverso la Rete – cioè la necessità di un “partito di quadri” (alcuni compagni spaventati un po’ dalla parola preferiscono chiamarlo partito di militanti ma la sostanza è più meno simile).

Il ragionamento si basa su tre fattori :

a) la consapevolezza che il partito dei comunisti sia un elemento non liquidabile come strumento di sintesi e se volete di direzione della lotta politica, sociale e sindacale;

b) la maturazione sulla inadeguatezza del Partito comunista di massa come strumento per affrontare una fase storica come quella attuale sia sul piano politico che organizzativo;

c) la necessità di dotarsi di strutture politiche ed organizzative adeguate ad un blocco sociale antagonista oggi fortemente frammentato e che non riconosce più nel Partito comunista la sua rappresentanza politica come avveniva in passato.

Di questi tre fattori, il terzo cioè il nesso tra partito e classe nelle condizioni attuali mi sembra quello che richieda maggiore attenzione ed è invece quello più trascurato. Non si sfugge alla sensazione che tutto il dibattito ruoti intorno a soggetti o soggettività politiche che in passato hanno avuto un certo prestigio ed influenza sul composito popolo della sinistra ma che oggi rischiano di essere straordinariamente ininfluenti nella realtà sociale e di classe in Italia. Se si affermasse questa ipotesi, rimarremmo ancora prigionieri del politicismo che, insieme alla mitologia, sono le due “deviazioni” che da almeno venti anni ci imprigionano. Ne consegue che questa impostazione non può che condurre nel dominio dell’eclettismo e dunque alla “biodegradabilità” del partito dei comunisti dentro un fronte ampio di forze politiche e sociali. Certo è che il PCI/PDS/DS ha seguito più o meno lo stesso percorso – anche se su un versante diverso – e che i risultati sono quelli che abbiamo sotto gli occhi tutti. La ripresa del dibattito sul partito dei comunisti può non essere un esercizio retorico e niente affatto appassionante per tanti compagni ma dobbiamo portarlo fuori dal politicismo e dalla mitologia e – al contrario – misurarlo con rigore rispetto alla realtà storica che stiamo affrontando. L’Italia è ormai un paese a capitalismo avanzato integrato dentro un polo imperialista come l’Europa. Le conseguenze che questo provoca nella composizione e nella soggettività della classe sono profonde. Possiamo continuare a trascurare questi aspetti ancora per poco ma non riusciremo a venirne fuori. Infine non possiamo non confessarci che il livello di coscienza di molti militanti non è adeguato a mettere mano a questi problemi proprio perché la formazione è avvenuta in un partito comunista “di massa” che l’ha trascurata completamente e non in un partito di quadri o di militanti integrati nella realtà di classe ma – come si dice nei “classici” – capaci di portare dentro di questa la “coscienza dall’esterno”.

Non c’è ovviamente la pretesa di dire che questa sia la strada giusta o l’unica percorribile, dico solo che in questo dibattito ci sono anche altre strade percorribili e da esplorare.