Milosevic dinanzi al tribunale dell’Aja

La vicenda dell’arresto e della consegna di Milosevic al Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia è stata presentata dalla generalità dei mass media come una vittoria del diritto o un trionfo della giustizia internazionale, che riesce ad avere ragione – finanche – dei “dittatori”, e a portarli alla sbarra, perché rispondano delle gravi ed ingiustificate sofferenze che hanno inflitto ai loro e agli altri popoli. Da qui lo scatenarsi di una scontata retorica sul consolidamento del diritto internazionale dei diritti umani, trainato dall’iniziativa politico-militare delle potenze occidentali.
Il rovescio di questa impostazione è rappresentato dalla posizione di coloro che hanno considerato la consegna di Milosevic come una vittoria dell’imperialismo, che ha celebrato il trionfo della guerra, ottenendo la totale delegittimazione del suo avversario balcanico attraverso il superiore suggello di una procedura giudiziaria. Di qui la denunzia dell’illegittimità del Tribunale dell’Aja e della radicale nullità della sua giurisdizione ed il pellegrinaggio di personalità che si sono recate in visita a Milosevic, fra cui Ramsey Clark, per incoraggiarlo a sostenere la sua battaglia politica contro il Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia.
In realtà la vicenda si presenta molto più complessa di quel che appare e non può essere semplificata con il ricorso a schematismi ideologici.
Innanzi tutto bisogna sgombrare il campo da ogni lettura autocelebrativa, è fin troppo chiaro, infatti, che non siamo in presenza di un processo attraverso il quale il diritto internazionale ed in particolare il diritto bellico (da sempre considerato evanescente), comincia finalmente ad acquistare la solidità che deriva dalla sua effettività e riesce ad espletare la sua efficacia, superando la barriera dei particolarismi e delle sovranità nazionali. Tuttavia la concezione di un Tribunale internazionale non può essere rifiutata in blocco.
In effetti l’istituzione di un Tribunale penale internazionale, competente per i crimini commessi – da tutti i belligeranti – nel territorio della ex Jugoslavia, se aveva una funzione era proprio quella di rafforzare l’effettività delle norme internazionali che interdicono quei fatti che la coscienza morale dell’umanità aveva ripudiato qualificandoli come crimini internazionali. In tal modo, raffreddando le efferatezze e riducendole ad episodi criminali, il Tribunale avrebbe reso più facile la composizione pacifica dei conflitti, attraverso le strade maestre della politica e della diplomazia.
Nel corpo di un conflitto aspro ed intricato, come quello Jugoslavo, caratterizzato dalla presenza di numerose linee di frattura, ideologiche, religiose, culturali e linguistiche, l’intervento coercitivo di un organismo giudiziario sopranazionale, o comunque sovraordinato alle parti in conflitto – astrattamente – avrebbe potuto svolgere una funzione positiva di contenimento ed appassimento del conflitto, soltanto ove fosse stata rigorosamente rispettata la metodologia giudiziaria, per sua natura portatrice di uno spazio istituzionale di terzietà e neutralità rispetto allo scontro diretto fra i portatori degli interessi in conflitto. Ed è proprio l’accertamento giudiziario indipendente, per i suoi caratteri immanenti di concretezza e razionalità, che depoliticizza le vicende politico-istituzionali, per far emergere il dato nudo e crudo del valore insuperabile della persona umana e del disvalore sociale dei singoli episodi di violazione dei diritti umani.
Il metodo giudiziario, infatti, è quello di depoliticizzare gli avvenimenti, frammentandoli in segmenti, che vengono analizzati nella prospettiva della emersione delle responsabilità meramente individuali.
L’accertamento delle responsabilità individuali consente quindi di depoliticizzare il conflitto e di farlo uscire dal circolo vizioso delle responsabilità e vendette collettive che si autoalimentano. Nello stesso tempo pone un freno al delirio di onnipotenza che normalmente è alimentato dalla sensazione di impunità.
Alla luce di tali osservazioni, già nell’atto istitutivo del Tribunale penale internazionale vi erano delle premesse sbagliate, in quanto non veniva posta nessuna cautela procedurale nei confronti dei capi di Stato e di Governo, sebbene in tutti gli ordinamenti democratici esistano cautele procedurali o sostanziali per gli atti compiuti dagli individui-organi posti a vertici delle istituzioni (dalle autorizzazioni a procedere per i parlamentari a talune immunità o privilegi giurisdizionali per i capi di Stato). Ciò comportava il rischio di una precoce politicizzazione dell’attività del Tribunale penale internazionale e della strumentalizzazione della sua attività da parte di Stati terzi.
L’esperienza concreta dell’attività del Tribunale nel suo complesso (tenuto conto soprattutto dell’attività del suo organo di impulso, la Procura), dimostra che quelle preoccupazioni non erano infondate, anzi si sono dimostrate talmente consistenti che, dopo la guerra del Kosovo, il Tribunale ha cambiato ruolo e funzione rispetto all’impostazione originaria che lo aveva partorito.
Questa pericolosa “politicizzazione” del Tribunale si è verificata già durante la guerra di Bosnia, con l’incriminazione “precoce” del leader serbo Karadzic, (resa pubblica il 25 luglio 1995), mentre gli altri responsabili politici della tragedia rimanevano sostanzialmente al riparo dell’iniziativa giudiziaria del Tribunale. In questo modo il Procuratore del TPI delegittimava sostanzialmente una della parti in conflitto, a tutto vantaggio delle altre, finendo persino per intralciare il negoziato di pace, che sarebbe sfociato, poi, negli accordi di Dayton. È significativa, a questo riguardo, l’intervista rilasciata dal presidente (all’epoca) del Tribunale penale internazionale Antonio Cassese, il quale sull’Unità del 26 luglio 1995 così si esprimeva: “Mi sembra difficile per un ministro degli affari esteri di un paese occidentale sedersi al tavolo negoziale e firmare un trattato con una persona incriminata per azioni contro l’umanità e genocidio. Qualcuno mi chiedeva qualche giorno fa se l’incriminazione di Karadzic non poteva essere un ostacolo ad un accordo di pace. Si, mi chiedo, ma a quale pace? Che senso ha un trattato di pace che non rispetti i diritti dei popoli, che raggiunto con Karadzic significherebbe operare un colpo di spugna su crimini orribili?”.
Questo tipo di attitudine esponeva il TPI ad una sovraesposizione politica che finiva per contraddire il fine di giustizia sul quale si fondava la funzione stessa del Tribunale.
Del resto l’indipendenza politica del Tribunale è stata fortemente limitata, fin dall’origine, dallo stravolgimento dei criteri del finanziamento dell’Istituzione. È noto, infatti, che lo Statuto del Tribunale, come approvato dal Consiglio di Sicurezza, prevedeva che le spese del suo funzionamento dovevano essere poste a carico del bilancio ordinario della Nazioni Unite.
Poiché nel bilancio ordinario non c’erano i quattrini necessari, l’Assemblea Generale ha istituito un fondo separato per le spese del Tribunale, invitando i paesi membri a elargire contributi volontari. In questo modo il Tribunale è stato finanziato da paesi ed istituzioni private che avevano interesse alla sua attività, in pratica quasi elusivamente dagli Stati Uniti e da Fondazioni private americane. In alcune occasioni pubbliche la Presidente del Tribunale, Gabrielle Kirk McDonald, ha pubblicamente ringraziato il governo degli Stati Uniti per la sua generosità ed addirittura ha qualificato l’ex segretario di Stato, Madeleine Albright, come la “madre” del Tribunale (cfr Danilo Zolo, Chi dice umanità, Einaudi, 2000).
I finanziamenti degli Stati Uniti non sono stati del tutto disinteressati, né incondizionati. Basti ricordare che, nel maggio del 1999, mentre l’attacco della NATO contro la Jugoslavia era al suo culmine, il Congresso americano, su proposta del presidente Clinton, ha stanziato 27 milioni di dollari per assistere il Tribunale, in particolare per la raccolta di testimonianze a carico delle milizie serbe, con l’invio di esperti e personale specializzato ai confini del Kosovo.
Date queste premesse di ambiguità, il cambiamento del ruolo e della funzione del Tribunale internazionale si è completamente realizzato a seguito dell’intervento armato della NATO contro la Jugoslavia di Milosevic per le note vicende del Kosovo. Con il ricorso ai bombardamenti contro uno dei soggetti politici della vicenda dei Balcani, la NATO, da ambiguo custode della legalità internazionale in Bosnia su mandato dell’ONU, si è trasformata in una delle parti in conflitto, è diventato un belligerante a tutti gli effetti, operante nel teatro dei Balcani. Come tutti gli altri belligeranti, anche la NATO si è trovata – astrattamente – sottoposta alla competenza giurisdizionale del TPI.
Malgrado ciò, e malgrado il grave illecito internazionale commesso dalla NATO con il ricorso all’aggressione militare contro la Jugoslavia, il Procuratore (dell’epoca) del Tribunale, la canadese Louise Arbour, non ha trovato alcuna difficoltà ad avvalersi, durante la guerra, dei servigi della Nato, utilizzandola come “polizia giudiziaria” del TPI. Così, in piena guerra, il 27 maggio del 1999 la Procuratrice ha annunziato di aver spiccato un mandato di cattura contro Milosevic ed altre quattro persone ai vertici politico-militari della Federazione Jugoslava, avendo acquisito concreti elementi di colpevolezza, a carico di costoro, a seguito delle indagini effettuate con la collaborazione della NATO. Nell’occasione Louise Arbour ha dichiarato di essere consapevole della possibile interferenza dell’azione penale con il negoziato per il raggiungimento della pace e, sia pure con parole più caute di Cassese, ha dichiarato che: “Le incriminazioni avanzate sollevano il problema se gli accusati siano credibili come garanti di un qualsiasi accordo di pace.”
Attraverso l’incriminazione “precoce” di Milosevic ed il silenzio sui crimini commessi dalla NATO, il più grave dei quali (il bombardamento della TV serba) era stato commesso il 23 aprile, l’Organo titolare dell’azione penale ha schierato il Tribunale penale internazionale contro la Jugoslavia, proprio nel momento in cui questo paese era sottoposto agli attacchi più duri da parte della NATO. In questo modo il Tribunale è stato – obiettivamente – trasformato in uno strumento funzionale alla guerra in corso, attraverso la delegittimazione totale del nemico dell’Occidente. Non a caso, il presidente degli Stati Uniti, Clinton, appena appresa la notizia dell’incriminazione di Milosevic, ha dichiarato: “L’incriminazione conferma che la nostra guerra è giusta”.
Il sodalizio fra l’azione bellica degli Stati Uniti e l’iniziativa giudiziaria del Tribunale penale è stato ulteriormente confermato dalla “taglia” di 5.000.000 di dollari che Madeleine Albright ha promesso a coloro che avessero collaborato alla cattura di Milosevic ed alla sua consegna al Tribunale penale internazionale. In questo modo è stato creato un nesso strettissimo fra l’uso della forza (da parte della NATO) ed il ricorso all’azione giudiziaria (del TPI), di modo che il Tribunale è diventato uno strumento per proseguire la guerra con altri mezzi. Il diritto, quindi, è stato strumentalizzato e messo al servizio della forza.
La prova del nove della mancanza di imparzialità della Procura del TPI l’ha fornita, invece, il successore di Louise Arbour, la svizzera Carla Del Ponte, la quale ha riesumato le numerose denunzie contro la NATO congelate nei cassetti della Procura (suscitando qualche batticuore a Washington) ed ha incaricato una commissione dei cosiddetti “esperti” ad hoc, da lei stessa costituita, di esaminarle e di emettere un parere preliminare. Se gli avvocati della NATO avessero voluto scrivere una memoria difensiva non avrebbero avuto niente da aggiungere alla fin troppo trasparente ed impacciata difesa della NATO in cui si è sostanziata la relazione dei c.d. “esperti”. Addirittura, esaminando il caso dell’attacco alla TV di Belgrado (che ha cagionato la morte di 16 persone), la Commissione ha dovuto riconoscere che se fosse stato pianificato solo per far tacere una macchina di propaganda del regime, l’attacco avrebbe dovuto ritenersi illegittimo. E tuttavia gli “esperti” hanno escluso ogni responsabilità, poiché la NATO (correggendo le propria rivendicazione iniziale) aveva dichiarato di aver colpito uno dei gangli del sistema di comunicazione militare. Forte del parere di questa commissione di “esperti”, la Del Ponte ha annunziato trionfalmente al Consiglio di Sicurezza, il 2 giugno 2000, di essere “molto soddisfatta” (very satisfied) di procedere all’archiviazione delle denunzie contro la NATO.
Attraverso la consegna illegale di Milosevic al TPI, questo processo di asservimento del diritto alla forza giunge al suo atto finale, come giunge a compimento il rovesciamento della funzione originaria del TPI, da Tribunale internazionale dell’ONU, imparziale presidio del diritto per conto della Comunità internazionale, a Tribunale dei vincitori, utile per legittimare la cosiddettaazione umanitaria della NATO, e per portarne a compimento gli effetti. Questo non vuol dire che Milosevic sia innocente oche non possa essere processato. E sarebbe sbagliato fare di Milosevic, che è uno dei responsabili della tragedia dei Balcani al pari di altri, un eroe della resistenza all’imperialismo, o utilizzare il suo processo come una tribuna per denunziare l’ingiustificata aggressione della NATO contro la Jugoslavia, come se non esistesse il problema dei crimini commessi dai leaders politici locali.
Il diritto di giudicare ed eventualmente processare Milosevic (ovvero di consegnarlo al TPI), spettava al popolo Jugoslavo. La consegna illegale di Milosevic al Tribunale internazionale, attraverso il colpo di mano compiuto dal governo Djindic, priva il popolo serbo della possibilità di fare i conti con la sua storia ed apre la strada alla creazione di nuovi miti nazionalistici, seminando i germi per i conflitti del futuro. In questo senso è uno schiaffo alla democrazia ed alla giustizia.