Mezzogiorno di fuoco

*responsabile Enti Locali federazione Prc Cosenza

LA QUESTIONE DEL SUD D’ITALIA TRA CRESCENTE DISAGIO SOCIALE E RIMOZIONE POLITICA.

RIAPRIRE IL DIBATTITO SULLA QUESTIONE MERIDIONALE

La Questione Meridionale è stata cancellata negli ultimi anni dall’agenda della politica italiana.
Non ne parlano più i partiti borghesi, completamente appiattiti sul disegno strategico che le forze del capitale hanno cominciato a mettere in atto in questa parte del territorio nazionale. Ma è sparita anche dai programmi e dalle riflessioni della sinistra, compreso il PRC. Lo stesso Segretario nazionale, nel proporre di recente il proprio contributo al prossimo dibattito congressuale, attraverso le quindici tesi pubblicate su Liberazione, evita ogni riferimento al Mezzogiorno e s
Questo è un difetto storico della sinistra italiana. Scriveva Gramsci: ”è noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi pro g ressi allo sviluppo civile dell’ Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali, poltroni, incapaci, criminali, barbari…Il Partito Socialista fu in gran parte il veicolo di questa ideologia borghese nel proletariato settentrionale…” Questa visione scettica del Mezzogiorno d’Italia ha permeato la politica italiana al punto che, anche nei momenti in cui sembrava altissima l’attenzione del Paese verso quest’area, le politiche prodotte dai governi di centrosinistra del XX secolo erano inficiate alla base. Al di là delle asserzioni di principio, il Mezzogiorno non è stato inteso come risorsa per l’intera nazione bensì “come area arretrata verso la quale può dirigersi, ma con perdita di produttività, il superfluo di accumulazione della sezione economicamente più avanzata del Paese…”. Oggi questa ideologia sembra avere avuto definitivamente la meglio, al punto di diventare il fulcro attorno a cui ruota l’azione di una forza politica: la “Lega Nord”. Ma proprio nel momento in cui nasce un partito antimeridionalista con l’intento di negarla emerge in tutta la sua crudezza la realtà della Questione meridionale, cioè della frattura storica che divide il Nord dal Sud del Paese e che impedisce ancora il completo compimento dell’unità nazionale. Questa frattura non consiste semplicemente nell’esistenza di differenziali negativi nel confronto tra parametri economici; si tratta di un solco che divide gli interessi complessivi di due ben distinte aree territoriali anche all’interno del sistema capitalistico. Nei confini dello stesso Stato si profila un rapporto di tipo imperialistico tra aree geografiche distinte. Negli ultimi anni questo dato è stato appannato dall’affermarsi delle teorie che hanno provato a negare la tragica realtà dell’imperialismo e che hanno relativamente infatuato anche il nostro partito. I recenti avvenimenti mondiali hanno dimostrato quanto effimere fossero quelle teorie.

LA FRATTURA NORD/SUD

Bisogna riacquistare la capacità di lettura delle caratteristiche della frattura tra il Nord ed il Sud e individuarne i protagonisti. Oggi come ieri occorre saper vedere come gli interessi del Mezzogiorno sono sacrificati sull’altare del profitto del capitale esogeno. Ed ancora oggi, come ieri, esiste un’alleanza tra le classi dominanti del Nord e del Sud finalizzata al mantenimento di questo sistema di interessi. Ieri, il blocco storico tra gli industriali del Nord egli agrari del Sud costituiva l’alleanza politica tra le classi dominanti che dovevano difendere gli interessi del capitale finanziario e industriale del Nord e della rendita fondiaria del Sud. Oggi siamo di fronte ad una realtà analoga ma ben più complessa. Nelle nazioni industrializzate non esiste più il capitalismo autarchico della prima metà del secolo scorso. Così come in Italia non esiste più la classe degli agrari, i grandi latifondisti che si arricchivano attraverso lo sfruttamento bestiale dei contadini poveri.

NECESSITÀ DI UNA NUOVA ANALISI DELLE CLASSI

Occorre quindi la completa rivisitazione dell’analisi delle classi meridionali.
L’agricoltura meridionale ha subito trasformazioni radicali. Non esiste il latifondo nell’accezione classica del termine. Il latifondista di ieri è diventato il grande capitalista agricolo di oggi che, attraverso l’impiego di capitali non di rischio provenienti dal sistema degli incentivi dell’Unione Europea, ha ristrutturato l’azienda secondo criteri che non necessitano più lo sfruttamento disumano del contadino povero. La nuova azienda agricola è improntata ai metodi dell’efficienza capitalistica. E mentre ieri era indispensabile la figura del contadino povero da spremere e vessare, oggi il piccolo agricoltore è spinto a cambiare settore produttivo dismettendo l’attività in favore della grande azienda capitalista che così si ricompone sia sotto il profilo della proprietà della terra, sia sotto il profilo dei metodi di produzione. Peraltro, bisogna evidenziare che il piccolo agricoltore di oggi non è il contadino povero di ieri: varie forme di integrazione del reddito gli hanno consentito, paradossalmente, di resistere all’urto della ristrutturazione capitalistica del settore. Inoltre, sebbene sia stato marginale l’impiego del surplus di accumulazione del capitale privato nazionale, si è andato formando nel Sud un debole tessuto industriale che ha avuto come conseguenza la formazione di un embrione di classe operaia. Ciò è avvenuto nell’ultimo quarto del secolo XX, a seguito degli interventi in campo industriale da parte dello Stato (partecipazioni statali) e, in anni ancor più recenti, attraverso l’utilizzazione degli incentivi provenienti dai fondi strutturali dell’Unione Europea e da Leggi nazionali (L. 64/88; L. 488/92 etc.). Bisogna, quindi, tenere conto di questi embrioni di borghesia capitalista e classe operaia autoctona. Ma una forte presenza è segnata oggi al Sud dal gruppo sociale degli inoccupati. Questi sono i figli dei piccoli agricoltori, della piccola borghesia impiegatizia, della classe operaia, a cui le mutate condizioni economiche generali del Paese (anche conseguenti alle politiche assistenzialistiche del secolo scorso) hanno consentito di acquisire una formazione intellettuale di discreto livello. Infine, non trascurabile è l’area del disagio sociale formatasi a seguito dei processi di inurbamento che hanno visto la nascita di grandi realtà metropolitane anche nel Sud Italia (Napoli, Palermo, Bari etc.). Tra tutte quelle finora elencate non vi è una vera e propria classe dominante. Per individuarla ancora una volta si può ripartire da Gramsci. Egli individuava nel “gruppo sociale degli intellettuali” organici al blocco agrario meridionale per estrazione o per sudditanza politica, lo strumento attraverso cui si esercitava il dominio di classe al Sud. Egli scrive: “…gli intellettuali meridionali sono uno strato sociale dei più interessanti e dei più importanti della vita nazionale italiana. Basta pensare che più di tre quinti della burocrazia statale è costituita da meridionali per convincersene…”. Negli ultimi sessanta anni questo gruppo sociale si è notevolmente evoluto, subendo anche un certo processo di differenziazione. Tuttavia, la diversificazione della sua composizione, dovuta alla scolarizzazione di massa, non ne ha intaccato la funzione politica. Con la fine del fascismo, l’avvento della democrazia e l’affermazione dei partiti di massa, questo gruppo sociale ha concluso il percorso di occupazione del potere. Ieri, attraverso la Democrazia Cristiana ed il Partito Socialista Italiano, oggi attraverso Forza Italia, UDC ed Alleanza Nazionale, gli intellettuali organici al vecchio blocco agrario si sono costituiti in ceto dominante. Oggi, dopo un lungo percorso di rigenerazione, il ceto politico dominante del Mezzogiorno non è più espressione di una classe bensì espressione di sé stesso e tratta alla pari con le classi dominanti vecchie e nuove e con esse ha costituito il “blocco reazionario” che governa il Mezzogiorno. Questo blocco reazionario è oggi l’ostacolo principale all’affermarsi delle forze di progresso dell’intera nazione. Esso ha occupato tutti i gangli dello Stato. Attraverso i meccanismi clientelari ha legato a sé la quasi totalità della burocrazia amministrativa, avendo così gioco facile nella gestione privatistica del potere politico. Questo blocco reazionario meridionale ha riformulato l’alleanza di classe che domina l’intero Paese. In questa alleanza è confluito il grande capitale industriale, agricolo, finanziario del Nord, attraverso le sue espressioni politiche: il partito azienda di Berlusconi, la Lega Nord, la nuova destra di Gianfranco Fini, i nuovi democristiani di destra.

IL RUOLO DEL BLOCCO REAZIONARIO MERIDIONALE

Il blocco reazionario meridionale ha gestito immense risorse. Ha gestito la Cassa per il Mezzogiorno e tutti i flussi finanziari dell’intervento straordinario. Questa gestione non ha prodotto né il tessuto industriale che avrebbe dovuto costituire il volano dello sviluppo del Sud, né l’ammodernamento infrastrutturale che ne era la pre-condizione. Ha prodotto l’arricchimento personale del blocco di governo ela formazione di grandi profitti per il capitale del Nord, con cui si è stretta la “santa alleanza”. Ha prodotto, altresì, grandi processi di trasformazione ed ammodernamento degli apparati criminali che hanno portato al fenomeno, ampiamente noto ed indagato, della mafia imprenditrice. Negli ultimi quindici anni, questo poderoso blocco di potere sta gestendo le immense risorse dei fondi strutturali dell’Unione Europea destinati allo sviluppo delle regioni dell’“obiettivo uno”, oltre alle risorse del nuovo intervento straordinario (L. 488 etc.). Sta gestendo inoltre la recentissima fase della colonizzazione energetica da parte del capitale multinazionale del settore. Il quadro attuale è il seguente: attraverso i fondi dell’Unione Europea è in fase di conclusione la ristrutturazione capitalistica dell’economia agricola meridionale con la conseguente formazione della classe dei capitalisti agricoli, confluita a pieno titolo nel blocco reazionario, sotto il cui controllo ferreo è in pieno svolgimento anche la fase del saccheggio delle risorse pubbliche destinate agli incentivi per lo sviluppo. In tutto il Mezzogiorno si contano ormai a migliaia i casi di iniziative industriali, piccole e medie, per le quali i capitalisti del Nord, in combutta con gli esponenti del blocco reazionario meridionale – a cui si sono affiliati a pieno titolo i poteri criminali –, hanno percepito fior di incentivi abbandonando successivamente il campo.
Contemporaneamente, approfittando del tessuto sociale debole e delle enormi difficoltà di creazione di un vasto fronte di opposizione, il capitale multinazionale del settore energetico sta predisponendo la completa occupazione del territorio realizzando decine di megacentrali termoelettriche e di megaimpianti di incenerimento dei rifiuti. Anche quest’ultimo fenomeno passa attraverso la gestione del blocco reazionario meridionale che, oltre a partecipare direttamente tramite la cointeressenza finanziaria, si occupa di fornire le autorizzazioni governative necessarie. Il modello di sviluppo che emerge da questo quadro è il più disastroso che si possa immaginare.

UNA NUOVA ALLEANZA DI CLASSI PER IL RISCATTO DEL MEZZOGIORNO

Per tenere accesa la lanterna della speranza del futuro del Sud occorre spezzare i meccanismi che consentono l’attuazione del modello di sviluppo del blocco reazionario e contemporaneamente, lavorare alla proposizione di un modello di sviluppo alternativo. Il raggiungimento di questi obiettivi consentirà di creare il clima per l’affermazione delle forze di progresso nell’intera nazione. Ma come fare? Ancora una volta ci rifacciamo a Gramsci: “…il proletariato può diventare classe dirigente e dominante nella misura in cui riesce a creare un sistema di alleanze di classi che gli permettano di mobilitare contro il capitalismo e lo Stato borghese la maggioranza della popolazione…”. A distanza di ottanta anni rimane intatta la validità di questa ricetta semplice a grandiosa. Certamente non può essere riproposta sic et simpliciter, ma rimane intatta la sostanza. Nel Mezzogiorno occorre lavorare per la costruzione di un fronte ampio di forze disponibili a sottoscrivere una alleanza di lunga durata che abbia come obiettivo prioritario l’allontanamento dal governo della cosa pubblica del blocco reazionario che attualmente la occupa. Questo fronte deve comprendere i lavoratori dell’agricoltura e dell’industria, i disoccupati, i lavoratori del terziario, ma anche tutti i comuni cittadini e gli intellettuali che si richiamano ad idee di progresso. Con un lavoro capillare e di massa deve aprire una stagione di lotte sociali che si oppongano concretamente all’azione del blocco reazionario ed acquisire il massimo di consenso che consentirà di andare al governo delle regioni meridionali. Questo fronte dovrà essere portatore di un modello di sviluppo alternativo nella società e nelle istituzioni.

PER UN NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

In primo luogo bisogna riconoscere che, al di là della retorica sulla peculiarità delle risorse ambientali e territoriali del Sud, nel Mezzogiorno non vi sarà prospettiva di sviluppo senza un reale processo di industrializzazione. Tuttavia, questo non può avvenire con le modalità manifestate sino ad oggi. Anche se non si può essere ispirati da volontà di ostacolo verso l’imprenditoria sana, occorre togliere dalle mani degli imprenditori di rapina gli strumenti che consentono loro di operare. L’elenco delle aziende realizzate con gli incentivi pubblici che falliscono appena dopo aver avviato l’attività è lunghissimo. In molti casi si assiste alla messa all’asta dei macchinari. E mentre questa spirale distruttiva di creazione e soppressione di iniziative industriali sta fagocitando da decenni le risorse – esogene ed endogene – del Mezzogiorno, sta passando il modello imperialista che vede il Sud come “terzo mondo”: luogo in cui depositare le scorie del benessere del Nord, dove localizzare la produzione dell’energia che serve al Nord per continuare ad espandere la propria economia ed accrescere il proprio benessere.

BISOGNA BLOCCARE QUESTO PROCESSO

Il Mezzogiorno deve riappropriarsi delle proprie risorse e del proprio destino. Bisogna bloccare la colonizzazione e togliere dalle mani del blocco reazionario la gestione dell’economia. Per tutte le aziende in crisi si può pensare a forme di autogestione operaia attraverso la creazione di cooperative di fabbrica che rilevano le attività con l’aiuto finanziario dello Stato centrale e de-gli enti locali. Bisogna poi puntare al potenziamento del tessuto agricolo delle piccole aziende, sulle produzioni specialistiche e di nicchia localizzate nelle aree interne e di pregio ambientale. Bisogna puntare sul potenziamento e la valorizzazione produttiva dei parchi naturali e delle aree protette e, di conseguenza, ad un turismo non distruttivo che rinunci alla concorrenza col turismo di lusso. Sulla base di questi principi si deve ristrutturare il sistema degli incentivi allo sviluppo, sia nei contenuti programmatici sia nelle modalità e negli strumenti di gestione.

IL MEZZOGIORNO NEL PROGRAMMA DELLA COALIZIONE

Per realizzare il modello di sviluppo alternativo a quello del blocco reazionario bisogna lavorare pertanto alla completa riprogrammazione delle risorse, sia nazionali che dell’Unione Europea, destinate al Sud. È necessario un generalizzato ammodernamento e potenziamento della dotazione infrastrutturale diffusa. Non sono necessarie le cattedrali nel deserto: non è necessario il ponte sullo Stretto di Messina. Occorre quindi rivedere i programmi di spesa del governo centrale e delle Regioni, rinegoziando gli accordi di programma improntati alla creazione delle condizioni per l’appropriazione da parte del grande capitale del Nord delle infrastrutture principali, in primo luogo quelle idriche e viarie. Occorre creare gli strumenti legislativi che consentano di controllare modalità ed obiettivi dell’erogazione degli incentivi alle attività economiche, affinché siano finalizzate alla creazione di una rete di attività economiche di settore (agricolo, industriale, turistico), la cui gestione non sia necessariamente improntata ai metodi strettamente capitalistici.
È impossibile realizzare questi obiettivi se il Mezzogiorno non diventa uno dei punti chiave del programma della coalizione che ci accingiamo a costruire per battere le destre. In tutto questo è fondamentale il nostro ruolo. La creazione di un’ampia alleanza di progresso nel Mezzogiorno non è un compito facile né un obiettivo scontato.
Le vertenze della FIAT di Melfi e della Polti di Cosenza per il riconoscimento del diritto al lavoro ed al salario, o della popolazione di Scanzano contro l’ipotesi di localizzazione del sito per lo smaltimento delle scorie nucleari, sono fatti importanti ma episodici, limitati nella forma e nei contenuti. Ed invece è necessario che al Sud il partito lavori per suscitare e dirigere un fronte di vertenze territoriali per la rivendicazione di un modello di sviluppo alternativo a quello attuale. Queste vertenze dovranno vedere coinvolti il più ampio spettro di soggetti sociali e la loro messa in rete deve portare alla nascita di un movimento di massa capace di imprimere una svolta radicale alla situazione del Mezzogiorno. Per fare ciò occorre un allargamento della base di massa del partito ed il relativo adeguamento delle forme e dei contenuti della nostra azione. Questo è indispensabile per raggiungere il livello di forza e peso politico che possano consentire il raggiungimento degli obiettivi.

In questo contesto, da comunista meridionale, mi appassionano poco le modalità con cui ci viene indicato di procedere alla costruzione della sinistra di alternativa. Non sono molto convinto della possibilità (e neppure della necessità) della costituzione di un fronte comune con Verdi, PdCI, pezzi di sindacato, associazioni di varia natura, con i quali inaugurare una stagione di rapporti privilegiati ai quali, con ogni probabilità, questi soggetti non sono interessati. Ritengo piuttosto che il partito debba agire contemporaneamente su due fronti: da un lato, sul fronte dei movimenti di massa e, dall’altro, sul fronte dei rapporti con le forze della coalizione con le quali intrattenere rapporti paritari. Con queste ultime, senza indugiare in pratiche inutili e dannose come le primarie sul leader o sui programmi, occorre avviare da subito la trattativa per la formulazione di un programma comune nel quale far pesare le nostre convinzioni e le istanze del movimento da costruire.

N. B.: le citazioni sono riportate dallo scritto di Antonio Gramsci Alcuni temi della Questione meridionale