Medio Oriente: la tragedia del conflitto permanente

Un brivido di ansia e di tensione serpeggia fra le capitali del Medio Oriente: i sanguinosi attentati di Riyad e di Casablanca nel mese di maggio sono stati un monito pesante per tutti i regimi arabi moderati e filo-occidentali, e a rendere il clima ancora più cupo è venuta poi, su un altro versante, la drammatica escalation di giugno in Palestina. Alla vigilia dell’attacco all’Iraq era stato proprio il presidente egiziano Mubarak ad avvertire che “questa guerra produrrà cento nuovi Bin Laden”, e i fatti gli hanno dato ragione; con l’aggravante (largamente prevedibile e prevista) che in Iraq le cose non vanno affatto come Bush avrebbe voluto e le forze anglo-americane sono bersaglio ormai pressoché quotidiano di una doppia resistenza: quella che si richiama in qualche modo al regime di Saddam (come è probabilmente il caso di Falluja) e quella che contesta, soprattutto nelle zone sciite, il protrarsi di una occupazione straniera che sa tanto di dominazione coloniale. Da questo punto di vista appare chiaro insomma che la guerra non è affatto finita, e che si prospetta in Iraq – conme già in Afghanistan – un conflitto strisciante che sottopone le forze di occupazione (anche quando, come a Kabul, sono ipocritamente definite “di pace”) a un logoramento continuo e che determina un quadro di cronica instabilità. Tanto è vero che, a oltre un mese e mezzo dalla fine “ufficiale” della guerra (cioè delle operazioni militari in grande stile), gli americani non sono ancora riusciti a mettere in piedi una qualsiasi fotrma di amministrazione, sia essa “indigena” sotto tutela o direttamente “coloniale”, cioè gestita dagli occupanti in prima persona. Un terreno fertile per la proliferazione dei “cento Bin Laden” di cui parlava Mubarak; ma badando bene a non fare di tutta l’erba un fascio, e a non cadere nel gioco di Bush che, enfatizzando il pericolo del cosiddetto “terrorismo internazionale”, cerca di mettere insieme cose che non hanno niente in comune, come se gli attentati in Arabia e in Marocco, quelli in Cecenia e la resistenza armata in Palestina – per non parlare di scacchieri ancora più lontani – siano riconducibili ad una stessa strategìa, a una unica “cupola” terroristica (come ai tempi del fantomatico Carlos, rivelatosi poi una montatura in chiave, allora, anti-sovietica) per giustificare così le sue avventure militari e le sue malefatte.
In questo quadro si è inserito il duplice vertice di Sharm-el-Sheik e di Aqaba per il varo ufficiale della “road map”: una occasione che ha in qualche modo ricompattato, sia pure temporaneamente, le incrinature e le diffidenze che si erano andate delineando nell’imminenza dell’avventura irachena tra la Casa Bianca e una parte almeno dei suoi tradizionali alleati nella regione, a cominciare appunto dall’Arabia Saudita e dall’Egitto. Il discorso torna qui al progetto americano di ridisegnare la mappa geopolitica del Medio Oriente per renderla più funzionale alla guerra “infinita” scatenata con il pretesto dell’11 settembre. George Bush jr. non ha certo rinunciato all’idea di una “nuova mappa” nella quale anche alcuni regimi “amici” potrebbero essere messi in discusssione o sottoposti comunque a un “riallineamento”; ma il corso che hanno preso gli eventi dopo l’invasione dell’Iraq lo ha costretto a prendere in considerazione degli aggiustamenti e comunque a rivedere i tempi della intera operazione; tanto è vero che la escalation di accuse ora contro la Siria e ora contro l’Iran che ha accompagnato le prime settimane di guerra ha segnato qualche battuta di arresto, con l’accantonamento (o piuttosto il rinvio sine die) di nuove “pressioni militari”, il relativo silenzio degli elementi più “duri” dell’Amministrazione e la ripresa di attivismo del segretario di Stato Colin Powell che viene fatto passare per una “colomba”.
Il fatto è che in un quadro così complicato e (per Bush e soci) imprevisto, con un doppio e parallelo logorante impegno sia in Iraq che in Afghanistan, la “pacificazione” dello scacchiere israelo-palestinese diventa un imperativo urgente anche se difficilissimo, una condizione comunque indispensabile per poter pensare concretamente a nuovi “regolamenti di conti”. Naturalmente sempre nel quadro della “mappa” cui pensa Bush, nella quale – scrivevamo nel numero precedente dell’ernesto – non c’è posto per uno Stato palestinese che sia veramente tale, ma c’è sicuramente posto per qualcosa che assomigli a uno Stato, che possa essere fatta digerire ai palestinesi e che, per così dire, assicuri all’America la tranquillità delle retrovie. Questo vuol dire allora che la “road map” è stata fin dall’inizio tutta un inganno? Un gran numero di palestinesi, forse la maggioranza, risponderebbe quasi certamente di sì, ma il problema è in realtà più complesso. Se vogliamo dirla in termini di crudo realismo, la “road map” è in un certo senso una trappola, nella quale però i palestinesi non possono fare a meno di infilarsi, nella situazione data. Al termine del percorso dovrebbe esserci (ammesso che il tentativo non affoghi nel sangue) uno Stato che non sarà quello che sarebbe dovuto scaturire dagli accordi di Oslo, uno Stato cioè non su tutti i territori del 1967, completamente “demilitarizzato”, di fatto sottoposto al controllo indiretto – o al ricatto – di Israele. La “road map” insomma è nel complesso più arretrata delle proposte formulate da Barak a Camp David nel luglio 2000; ma se allora Arafat non poteva fare altro che dire di no – come fece, ritornando a Gaza accolto come un eroe – oggi i palestinesi, e cioè sia Abu Mazen sia lo stesso Arafat, si sono visti costretti a dire di sì, perché la situazione in questi tre anni è cambiata in modo drammatico e perché questo è allo stato delle cose l’unico modo per tentare di uscire dal tunnel in cui la guerra di Sharon li ha cacciati.
Certo, i palestinesi scontano anche i loro errori. Scontano l’errore di Arafat di avere contato troppo – prima, durante e dopo Camp David – sugli americani, certamente non immaginando che a Clinton sarebbe succeduto un Bush jr., ma mettendosi così di fatto nelle mani della Casa Bianca per finire poi con il vedersi contestato ed emarginato; e scontano la scelta, comprensibile ma probabilmente sbagliata, di avere – per dirla con Abu Mazen – “militarizzato” l’Intifada, di essere cioè ricorsi all’uso sistematico delle armi (e addirittura degli attentati suicidi, ma questo non riguarda l’Anp) senza tener conto che sul piano del confronto militare Israele è vincente in partenza, sia sul terreno che nel contesto politico internazionale, mentre sarebbe stato sicuramente perdente di fronte a una sollevazione popolare di massa, come lo fu infatti con la prima Intifada. Una “militarizzazione” che comunque non può ormai essere fermata se da parte israeliana continuano l’aggressione, l’assedio e gli assassinii “mirati” e si teorizza addirittura la “guerra totale” con esiti forse fatali per l’intero processo.
A Sharm-el-Sheik ed Aqaba l’Anp ha dovuto quindi piegarsi, o fare buon viso a cattivo gioco, accettando la “road map” come base per la ripresa del negoziato e subendo anche il ricatto di una apparente e parziale sostituzione di Arafat, con il quale Bush e Sharon non vogliono più trattare non già – come dicono – perché sia “compromesso con il terrorismo” ma perché è il simbolo vivente della Resistenza palestinese e anche per mettere in chiaro chi è che detta le regole del gioco. Questo e non altro è il senso della nomina di Abu Mazen a primo ministro, che risponde certo anche ad una esigenza di riforma democratica dell’Anp realmente sentita dai palestinesi, ma che è stata attuata in fretta e furia, proprio nel momento in cui grazie a Sharon non c’era più nulla su cui governare, proprio perché Usa e Israele avessero un interlocutore diverso da Arafat. Naturalmente si tratta in realtà di un gioco delle parti: senza la cauzione di Arafat non sarebbe mai avvenuta la nomina di Abu Mazen e se il primo ministro cercasse davvero di sostituirsi a “mister Palestina” segnerebbe la propria fine politica, poiché Arafat è e resta il presidente eletto dell’Anp e come tale è riconosciuto dall’intero popolo palestinese e da tutte le organizzazioni militanti, incluse quelle che nell’ultimo decennio hanno criticato la sua politica.
E allora il discorso torna ancora una volta alla strategìa di Bush e ai suoi progetti di “nuova mappa” del Medio Oriente, come dimostra in modo lampante la decisione (peraltro obbligata) del capo della Casa Bianca di assumerne la gestione in prima persona, contravvenendo ai propositi isolazionistici manifestati all’inizio del suo mandato. Dopo la dissoluzione del blocco sovietico e nel clima del dopo 11 settembre (più esattamente nel clima politico e psicologico volutamente alimentato a partire dall’11 settembre), è la potenza unipolare americana a condurre il gioco su scala planetaria e ad arrogarsi il diritto di dettare le regole, ricorrendo anche all’uso della sua ineguagliabile forza militare. Non è detto che questo scenario non sia modificabile, cone dimostra almeno potenzialmente l’imponente movimento pacifista che ha scosso il mondo alla vigilia dell’attacco all’Iraq, ma non lo sarà certo nel breve periodo. Per quello che riguarda lo scenario mediorientale, l’Europa ha mosso qualche passo in ordine sparso, ma non riesce ancora a superare i suoi limiti, le sue incertezze, le sue divisioni, la sua sostanziale impotenza; la Russia ha l’ambizione di contare, ma non dispone della forza necessaria ed ha per di più i suoi guai con la Cecenia; la Cina, potenzialmente antagonista e comunque l’unico Paese che già oggi può prendere le sue decisioni prescindendo da Washington, è lontana, non ancora pronta e messa per ora in seria difficoltà da un fattore imprevedibile e imprevisto come la Sars.
Di qui l’esigenza, per i palestinesi e per gli arabi in generale, a cominciare dalla Siria, di dare prova di realismo, tenendo conto di chi è a condurre il gioco. Ma, ripetiamo, non è detto che il percorso della “road map” – per mantenere la metafora stradale e ammesso che non sia già arrivata al capolinea – sia obbligato, senza possibilità di traguardi alternativi. In fondo anche Sharon ha accettato a parole la “road map” – dopo aver cercato per due anni di distruggere alle radici qualsiasi forma di autonomia palestinese – perché costretto da una situazione, da lui stesso creata, che ha portato il popolo israeliano a uno stato di insicurezza e di crisi economica senza precedenti; e perfino Bush è messo quotidianamente alla prova in Iraq, in Afghanistan, ma anche là dove dovrebbe sentirsi più sicuro che altrove, e anche in Palestina, come dimostra il gesto inedito e certo sofferto di chiedere l’aiuto degli altri Paesi amici e alleati per rimediare allo scontro Sharon-Hamas. Nel momento di massima egemonìa dell’Impero, i popoli oppressi non rinunciano a battersi per un futuro diverso e possibile (e non si dica che è un linguaggio desueto), e cominciano – o tornano – a pesare quelle contraddizioni che proprio la tracotante arroganza dell’Impero suscita e alimenta, come si è visto con evidenza nel caso dell’Iraq.
Anche se non c’è spazio per facili ottimismi o ingenue illusioni, non è detto che alla fine la nuova mappa del Medio Oriente non possa risultare diversa da come l’ha pensata Bush.