Medio Oriente inquieto

A sei mesi dalla fine dei bombardamenti israeliani su Gaza, la Palestina sembra essere stata dimenticata dalla maggior parte dei media italiani, creando la falsa impressione che nulla di significativo vi stia avvenendo. In realtà la questione palestinese si trova oggi davanti ad un tornante fondamentale del suo sviluppo storico: si è ormai concluso il ciclo politico basato sulla soluzione a due stati, che segna un significativo cambiamento delle coordinate politiche con cui questa vexata quaestio era stata interpretata e affrontata negli ultimi due decenni. Doveroso è iniziare questa ricognizione da Gaza, dove la questione palestinese rischia di essere ridotta a mero dramma umanitario.

A GAZA PESANTISSIME CONSEGUENZE DELL’AGGRESSIONE ISRAELIANA

A distanza di mesi, i dati sulle conseguenze dell’aggressione israeliana risaltano in tutto il loro orrore: oltre ai 1400 morti e alle decine di migliaia di feriti, i 22 giorni di intensi bombardamenti su Gaza hanno provocato la distruzione di 52.000 abitazioni, lasciando senza tetto circa 250.000 rifugiati (fonti ONU); a queste cifre disastrose bisogna aggiungere l’embargo che strangola la Striscia ormai da due anni, e che nelle parole del Commissario generale dell’UNRWA karen Abu-Zayd “sta riportando Gaza al Medioevo”: ad oggi, già 349 persone sono morte per cause direttamente legate all’embargo. La penuria di generi alimentari sta causando, secondo l’OMS, sempre più casi di malnutrizione e di anemia tra bambini e donne incinte. Va inoltre ricordato che Tel Aviv non ha mai del tutto cessato i bombardamenti sui civili: l’ultimo caso si è verificato il 2 luglio, quando l’artiglieria israeliana ha colpito una casa nei pressi del villaggio di Johr al-Dik uccidendo una ragazza di 17 anni.

HAMAS TRA L’INCUDINE E IL MARTELLO

Politicamente, Hamas è ora stretta tra l’incudine e il martello: se ricomincia a lanciare razzi per ottenere un alleviamento dell’embargo rischia di esporre Gaza a nuovi, devastanti bombardamenti, mentre se si astiene dal farlo rischia di presiedere alla lenta agonia di un milione e mezzo di persone. Senza contare il rischio che dalla Cisgiordania arrivino nuovi colpi di coda delle milizie dell’ex “uomo forte” di Gaza Mohammed Dahlan. Un’alternativa valida sarebbe un nuovo governo di unità nazionale, ma il fatto che in Cisgiordania l’ANP abbia arrestato circa 800 persone accusate di essere legate al movimento islamista e che a Gaza le forze dell’ANP legate a Hamas abbiano arrestato 300 sostenitori di Fatah allontanano tale prospettiva. L’unico punto su cui Hamas può dire di aver conseguito una vittoria politica è nel non aver arretrato di un millimetro nella sua posizione: nonostante l’embargo e i bombardamenti, il movimento islamista non ha ceduto su nessuna delle condizioni che le venivano imposte (riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele e degli Accordi di Oslo), dichiarandosi disponibile al massimo ad una tregua pluridecennale in cambio del rispetto delle risoluzioni ONU 242 e 338 da parte di Tel Aviv. Dal punto di vista politico la situazione della Cisgiordania non è molto migliore. Il mandato di Mahmud Abbas come presidente dell’ANP è scaduto il 9 gennaio 2009, ma col pretesto dell’impossibilità materiale di tenere nuove elezioni il raisha prolungato di un altro anno la sua permanenza alla muqata. Il tanto atteso congresso di Fatah (il primo dopo 20 anni), previsto per agosto, potrebbe mutare la situazione, ma, dato il rischio che la vecchia guardia legata agli Accordi di Oslo venga estromessa, il congresso è stato più volte rimandato, ufficialmente per ragioni organizzative. I fallimenti della leadership di Abbas sono palesi: a prescindere dall’atteggiamento ambiguo tenuto durante i bombardamenti israeliani, basti ricordare che quella farsa che è stata la conferenza di Annapolis prevedeva la nascita di uno stato palestinese entro la fine del 2008, e che lo stesso Abbas aveva annunciato che si sarebbe dimesso nel dicembre di quell’anno se ciò non fosse avvenuto.

IMMOBILISMO E IMPOTENZA POLITICA DELLA DIRIGENZA DELL’ANP

Di fatto, l’immobilismo e l’impotenza politica della dirigenza dell’ANP mostrano oggi più che mai il suo carattere di entità funzionale al controllo dei palestinesi per conto di Israele e degli Stati Uniti, piuttosto che di stato palestinese in gestazione: interamente dipendente a livello economico dagli aiuti internazionali, e a livello politico dal suo riconoscimento come legittima rappresentante dei palestinesi da parte di USA, UE e Israele, l’ANP e il governo di Salam Fayyad (non a caso un ex-dirigente del Fondo Monetario) negli ultimi tempi sono stati attivi soprattutto nella repressione interna e nel rafforzamento dei loro servizi di sicurezza. Gli arresti di militanti di Hamas in Cisgiordania (a cui si aggiungono quelli di alcuni esponenti del FPLP, definiti da una dirigente di quest’ultima organizzazione “una pugnalata nella schiena della resistenza”), come si è detto, sono arrivati a quota 800. La repressione interna fa il paio con i circa 3000 arresti operati negli ultimi sei mesi dalle forze israeliane, le cui incursioni in Cisgiordania hanno avuto una scadenza quasi quotidiana: ad oggi nelle carceri israeliane sono detenuti circa 11.000 detenuti palestinesi (400 dei quali minorenni), inclusi 36 membri del Consiglio Legislativo e tre ministri del gabinetto Haniyeh. A questo proposito nulla di buono promette per l’immediato futuro il fatto che ufficiali americani coordinati del generale Keith Dayton abbiano addestrato 2000 uomini della milizia di Mohammed Dahlan, e che altri 2000 siano in corso di reclutamento in attesa di essere inviati negli Stati Uniti per l’addestramento. L’ANP inoltre riceverà a breve uno stock di 1000 kalashnikov, che vanno ad aggiungersi ai 50 mezzi corazzati BTR-70 donati dalla Russia. La circostanza che il tutto avvenga con il beneplacito del ministro della Difesa israeliano Barak induce a ritenere che quelle armi siano finalizzate al controllo e alla repressione interna: ciò è confermato dalle dichiarazioni di alcuni alti ufficiali israeliani, secondo i quali alle forze di sicurezza dell’ANP sarà garantita una maggiore libertà d’azione, permettendo a Tsahal di assumere una posizione più defilata. Ed è altresì palese che Israele nutra la speranza che Dahlan riesca a fare domani ciò che non gli è riuscito ieri, ossia strappare militarmente il controllo della Striscia a Hamas.

ULTERIORE VIRATA A DESTRA DELLA LEADERSHIP DELLO STATO SIONISTA

Sull’altro fronte, a Tel Aviv, si assiste ad una radicalizzazione del panorama politico: il ritorno al potere di Benyamin Netanyahu e la formazione dell’inedita coalizione tra il Likud, la destra estrema del “partito russo” Yisrael Beitenu e i laburisti segnano un’ulteriore virata a destra della leadership dello stato sionista, di cui le intemperanze verbali razziste e “muscolari” di Lieberman sono un allarmante segno. Il nuovo governo chiude de facto l’epoca degli inconcludenti “accordi di pace” e delle pseudotrattative, scoprendo infine le proprie carte: l’unico stato palestinese accettabile per il nuovo governo è un non-stato. Il recente discorso in cui Netanyahu ha chiarito la sua dottrina di politica estera è molto chiaro al riguardo: la soluzione al problema dei profughi è “fuori dai confini di Israele”, Gerusalemme deve restare in mani israeliane e il solo stato palestinese possibile è uno stato demilitarizzato; per di più, Netanyahu non ha acconsentito alla richiesta americana di un completo congelamento degli insediamenti, e ha definito i coloni “nostri fratelli e sorelle”. La circostanza che Washington abbia definito queste parole “un passo avanti” la dice lunga su quanto l’amministrazione Obama sia in sostanziale continuità con la tradizionale posizione americana di sostegno allo stato sionista. La definitiva messa da parte delle finzioni diplo- matiche, però, ha ragioni ben più profonde dell’affermazione elettorale dei falchi. Essa è stata infatti resa possibile dall’irreversibile mutamento della situazione sul campo: con Gaza sigillata e la Cisgiordania stretta tra 630 checkpoint, 144 insediamenti con 475.000 coloni (dati relativi al 2006) e 786 chilometri di muro (per costruire il quale sono stati sradicati 180.000 alberi e sono stati isolati ben 70 villaggi), Israele può permettersi ormai di imporre unilateralmente le proprie decisioni, per di più agitando, come fa Lieberman, la minaccia dello “scambio di popoli” (leggi: pulizia etnica). Tali condizioni rendono ormai irrealistica la soluzione “due popoli due stati”. Allo stesso tempo, però, non sono certo il prodromo di sviluppi positivi: si va verso l’apartheid allo stato puro, con la popolazione palestinese confinata in bantustan recintati circondati da colonie e installazioni militari israeliane.

INCERTE LE PROSPETTIVE A LUNGO TERMINE PER LO STATO SIONISTA

Ma se a breve termine Israele sembra aver stravinto, a lungo termine le prospettive per lo stato sionista sono perlomeno incerte. A mettere in discussione l’impresa coloniale sionista è un fattore la cui influenza si fa sentire in modo lento, ma decisivo: la demografia. A tutt’oggi, il numero di ebrei e arabi che vivono nella Palestina dal Mediterraneo al Giordano grosso modo si equivale, ma l’altissimo tasso di crescita demografica dei palestinesi, contrapposto a quello relativamente basso degli ebrei israeliani, induce a prevedere che di qui a 20 anni i palestinesi potrebbero diventare larga maggioranza, e fra 40 anni potrebbe esservi una maggioranza araba persino all’interno dei confini di Israele. Da qui – e dall’impossibilità materiale di frenare questa tendenza se non con una nuova pulizia etnica (che però appare difficilmente praticabile senza pesanti conseguenze internazionali) – la crescente diffusione di questa idea nel discorso politico israeliano e l’isteria antiaraba montante nei confronti dei palestinesi dei territori del ’48 e di Gerusalemme: si pensi alle iniziative culturali legate alle celebrazioni per “Gerusalemme Capitale della Cultura Araba 2009”, che sono state sistematicamente represse con arresti e sequestri, o alla legge voluta da Lieberman (e fortunatamente non approvata) che avrebbe subordinato il diritto di cittadinanza dei palestinesi con passaporto israeliano ad un giuramento di fedeltà allo stato. Isteria tanto più violenta quanto più chi se ne fa portatore si rende conto che a lungo termine il colonialismo sionista si troverà in un vicolo cieco. Ma vi sono anche altre ragioni che potrebbero ipotecare il futuro di Israele: la crescente scarsità di risorse idriche del paese, che ha spinto Tel Aviv a disegnare il tracciato del muro in modo da appropriarsi degli acquiferi sotterranei cisgiordani; i problemi di approvvigionamento energetico, in particolare per quanto riguarda il gas naturale, che Israele riceve principalmente dall’Egitto: nel non improbabile caso in cui il senescente regime di Mubarak dovesse crollare, difficilmente ciò avverrà senza ripercussioni sui rapporti bilaterali; inoltre, un terzo delle nuove centrali a gas che stanno venendo progettate si troverebbero a portata di tiro da Gaza, e i progetti per creare un oleodotto per importare il petrolio dal Caspio sono rimessi in discussione dalle forti tensioni che i bombardamenti di Gaza hanno generato nei rapporti con la Turchia; infine, l’indebolimento economico degli Stati Uniti e il ridimensionamento militare che questo comporterà prima o poi implicano un conseguente indebolimento del loro stretto alleato e cliente mediorientale, che al momento non ha altri sostegni altrettanto potenti nel nuovo mondo multipolare. A differenza della Palestina, il Libano è stato al centro della cronaca più recente: il 7 giugno vi si sono tenute infatti le tanto attese (e temute, da parte degli USA e dei loro alleati) elezioni politiche. La tornata elettorale vedeva contrapposte due coalizioni alquanto eterogenee, il cui principale fattore di coesione era la politica estera: da un lato la coalizione del 14 marzo, sostenuta dagli Stati Uniti, dalla UE e dall’Arabia Saudita e guidata dal miliardario Saad Hariri, figlio del defunto exprimo ministro Rafiq Hariri; dall’altro la coalizione dell’8 marzo, sostenuta dalla Siria e dall’Iran e comprendente il movimento islamista sciita Hezbollah, l’altro movimento sciita Amal, il Partito Socialista Nazionalista Siriano e il Ba’ath e alleata con il blocco Cambiamento e R i f o rm a, ossia con i cristiano-maroniti del Movimento Patriottico Libero del generale Michel Aoun e con altri partiti minori. La coalizione del 14 marzo raggruppa partiti e movimenti di varia estrazione, caratterizzati da un orientamento antisiriano e filoccidentale: il movimento di Hariri al- Mustaqbal (Il Futuro), a prevalenza sunnita, la Falange libanese di Amin Gemayel e le Forze Libanesi di Samir Geagea (l’estrema destra cristiano- maronita, i cui miliziani furono nel 1982 gli esecutori materiali della strage di Sabra e Chatila) e il Partito Socialista Progressista di Walid Jumblatt (esponente di spicco della comunità drusa, ed exnemico dei Gemayel durante la guerra civile), nonché un variegato assembramento di gruppi minori. Contrariamente a quanto sostenuto da molti media occidentali, non è stato uno scontro tra “democratici” e “burattini dell’Iran e della Siria”: se è vero che Hezbollah è sostenuto da questi due paesi, esso è un movimento autoctono il cui zoccolo duro è tra gli sciiti del sud del paese e delle periferie di Beirut; poiché questi ultimi costituiscono buona parte del proletariato libanese, e fino ai primi anni ’80 erano vicini ai comunisti, non stupisce che ideologicamente Hezbollah sia un originale incrocio di una struttura partitica leninista con un’ideologia islamista radicale a forte contenuto sociale. Riguardo ai progetti teocratici che gli vengono attribuiti, va detto che Hezbollah ha rinunciato sin dal 1990 al progetto di creare uno stato islamico in Libano, e che si presenta piuttosto come una forza nazionalista, ancorché islamista. Come ha dichiarato il suo dirigente Nawaf al- Mussawi in una recente intervista a Limes: “noi siamo per il pieno rispetto del pluralismo e del multipartitismo, nell’ambito di una struttura democratica del Libano […] Siamo assolutamente contrari al settarismo, che consideriamo una delle principali cause di instabilità nella regione […] Non crediamo nelle guerre di religione o nel conflitto di civiltà”.1 Un’affermazione di Hezbollah e di Aoun avrebbe comportato per gli USA e la UE il rischio di vedere espandersi il fronte antiamericano nell’area, e di vedere un acerrimo nemico di Israele al potere in un paese da cui è possibile colpire il territorio dello stato sionista; tale prospettiva era vista con apprensione anche dall’Arabia Saudita, che temeva un’espansione dell’influenza di Teheran nell’area e ha cospicui investimenti nel paese.

LA NUOVA STRATEGIA DI OBAMA: DALL’AVVENTURISMO MILITARE AL SOFT POWER

La posta in gioco era quindi elevata, tanto più che i sondaggi davano per probabile l’affermazione degli Hezbollah e dei loro alleati. Per la neoinsediata amministrazione Obama si trattava anche di un test importante per la nuova strategia politica mediorientale: da quel che si è visto finora, il nuovo presidente ha rimpiazzato l’avventurismo militare a tutto campo del suo predecessore con una politica più attenta e mirata, tesa a concentrare la sua forza bellica sul fronte afghano e a puntare sul soft power in Medioriente, delegando il controllo effettivo della regione ai suoi alleati e vassalli. La gestione del pantano iracheno ne è un esempio: il tanto celebrato “ritiro dalle città”, propagandato come un ritiro tout court, in effetti non è altro che un ridispiegamento delle forze americane, sul modello applicato da Israele in Cisgiordania e a Gaza con gli Accordi di Oslo; i militari USA in realtà restano ai margini delle città, pronti ad intervenire nel caso in cui il governo- fantoccio di al-Maliki dovesse trovarsi a mal partito. Allo stesso tempo, la nuova retorica presidenziale sul Medio Oriente, inaugurata dal discorso del Cairo, ha puntato alla conquista “dei cuori e delle menti” piuttosto che sul confronto armato, e sulle pressioni politiche ed economiche piuttosto che sulle minacce militari. Nel caso del Libano, l’intervento americano si è manifestato con due visite ad alto livello, una del vicepresidente Joe Biden e un’altra della segretaria di Stato Hillary Clinton, venuti a perorare la causa della coalizione guidata da Hariri jr. e a fornire a quest’ultima un ingente sostegno finanziario (il tutto condito da affermazioni improbabili sul presunto impegno degli USA a non interferire nella politica interna libanese). L’Arabia Saudita, già sostenitrice di Rafik Hariri, ha a sua volta messo a disposizione di Hariri jr. centinaia di milioni di dollari per la campagna elettorale. I risultati finali, pur con molteplici accuse di brogli e un’affluenza limitata al 55%, hanno visto la vittoria della coalizione del 14 marzo, che conquista 71 seggi (30 per la lista di Hariri, 10 per il partito di Jumblatt e per la destra di Gemayel e Geagea, 21 alle varie liste minori collegate) contro i 57 dell’opposizione (19 per gli orange di Aoun, 11 per Hezbollah, 11 per Amal, 16 alle altre liste). In sostanza, un risultato di poco dissimile da quello delle elezioni del 2005. Washington , Bruxelles e Riyad hanno quindi potuto tirare un sospiro di sollievo.

HEZBOLLAH-AOUN: MAGGIORANZA DEI VOTI, MINORANZA IN PARLAMENTO

A ben guardare, però, il risultato elettorale si presta ad un’interpretazione più sfumata: se è vero che la maggioranza parlamentare è andata al blocco di Hariri, è altrettanto vero che la coalizione Hezbollah-Aoun ha ottenuto la maggioranza reale dei voti: circa il 55%, contro il 45% della coalizione del 14 marzo, con uno scarto di ben 100.000 voti in più. Lo iato tra voti e seggi deriva dal particolare sistema elettorale libanese, che pur prevedendo un suffragio universale assegna ad ogni comunità religiosa un numero prefissato di seggi in base a proporzioni che non tengono conto dell’andamento reale della demografia del paese.3 Trattandosi di un paese di soli 4 milioni di abitanti, si comprende bene la facilità con cui mutano le proporzioni delle singole comunità confessionali. La vittoria della coalizione del 14 marzo ha peraltro mostrato ancora una volta quanta importanza conservi il settarismo nella politica libanese, e quanto il sistema politico a base confessionale a sua volta si nutra del potere quasi feudale di poche grandi famiglie di notabili che controllano interi partiti. I dati mostrano che la maggioranza dei sunniti ha appoggiato Hariri, che gli sciiti si sono schierati in massa con Hezbollah e i drusi con Jumblatt; ad apparire divisi sono invece i cristiani, con un appoggio maggioritario ad Aoun ed uno di minoranza a Gemayel e Geagea. Un’ulteriore dimostrazione di settarismo è stata il fatto che nella campagna elettorale della coalizione del 14 marzo era presente anche un discorso razzista nei confronti degli sciiti, degli armeni e dei lavoratori siriani immigrati. Escluso dal sistema parlamentare risulta invece il Partito Comunista Libanese, che non si era alleato con nessuna delle due coalizioni e che risulta penalizzato proprio dal suo essere estraneo al settarismo: ha raccolto solo l’1% dei voti e non ha ottenuto nessun seggio. Ad ogni modo, il risultato ambivalente delle elezioni è ben chiaro al primo ministro incaricato Saad Hariri, che probabilmente cercherà di raggiungere un accomodamento con l’opposizione, come suggerisce il suo incontro con il segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah. Quest’ultimo, probabilmente in prospettiva di un governo di grande coalizione, si è affrettato a riconoscere la sconfitta e ha incontrato anche il suo avversario Jumblatt. Un governo di unità nazionale che comprenda anche gli Hezbollah non incontrerebbe tuttavia il favore degli USA, che hanno subordinato la fornitura di aiuti all’esclusione del movimento sciita dal gabinetto. USA, UE e Arabia Saudita manterranno quindi un certo controllo sul Libano, ma evidentemente la questione del disarmo di Hezbollah non potrà essere nell’agenda del nuovo governo, con grande scorno di Washington. Peraltro, la missione di Hariri si annuncia non facile: egli eredita dal predecessore Siniora un quadro politico instabile, delle casse erariali in dissesto (il debito pubblico libanese è il 170% del PIL) e una società afflitta da disparità di classe impressionanti, con il 28,9% dei libanesi costretto a vivere al di sotto della soglia di povertà. A ciò si aggiungano una disparità di genere ancora pronunciata, nonostante l’idea diffusa in occidente di un Libano “liberale” (nel parlamento libanese vi sono pochissime donne, e i figli delle donne libanesi non ricevono automaticamente la cittadinanza), e i problemi dei 400.000 profughi palestinesi e dei numerosi lavoratori immigrati (principalmente siriani, ma anche molte lavoratrici africane impiegate come badanti), esclusi da molte professioni e dalla gran parte dei servizi sociali e a cui viene negato l’accesso alla cittadinanza per evitare di modificare lo status quo demografico tra le varie sette, garanzia del potere dei notabili tradizionali.

NOTE

1 “Hizbullah, Israele, Stati Uniti: tre voci sulla guerra”, Limes n. 1, 2009, p. 128.

2 L’ultimo censimento in Libano ha avuto luogo nel 1932, quando la maggioranza della popolazione era cristiano-maronita, e tale predominio numerico venne ribadito dagli accordi del 1943 fra i rappresentanti delle principali confessioni, che prevedevano una rapporto di seggi di 6 a 5 a favore dei cristiani. La guerra civile libanese e gli accordi di Ta’if, nonché la successiva riforma elettorale del 2002, hanno modificato questo quadro, assegnando metà dei seggi ai cristiani e l’altra metà ai musulmani. Oggi tuttavia tale proporzione penalizza gli sciiti, generalmente considerati la confessione maggioritaria, mentre fa sì che i sunniti e soprattutto i cristiano-maroniti siano sovrarappresentati , giacché la consistenza demografica di questi ultimi sarebbe inferiore a quella dei musulmani. Allo stato attuale, ai cristiani spettano 64 seggi (34 ai maroniti, 14 agli ortodossi greci, 8 ai cattolici greci, 5 agli ortodossi armeni, 1 ai cattolici armeni, 1 ai protestanti ed 1 alle altre sette), gli altri 64 ai musulmani (27 ai sunniti, 27 agli sciiti, 8 ai drusi – che pure non sono musulmani – 1 agli alawiti). Lo stesso vale per le posizioni di maggior rilievo: per statuto, il presidente della repubblica e il comandante dell’esercito devono essere cristiani, il primo ministro musulmano sunnita, lo speaker del parlamento musulmano sciita.