Marx, la crisi che non passa e i limiti dell’intervento statale

Riproduciamo parte dell’introduzione di Vladimiro Giacché al volume da lui curato Karl Marx, Il capitalismo e la crisi, Roma, Derive Approdi 2009, pp. 174, euro 15. Il libro contiene i resoconti giornalistici scritti da Marx per il “New-York Daily Tribune” e per altri giornali sulle crisi dell’epoca (molti dei quali inediti in Italia), le elaborazioni teoriche sulle contraddizioni del capitale e le forme della crisi contenute nelle opere principali di Marx, e la prima traduzione italiana della parte del manoscritto del III libro del Capitale sulla caduta del saggio di profitto, condotta sulla base dell’edizione critica (MEGA). Si tratta di testi da cui emerge la straordinaria attualità del pensiero di Marx e la sua superiorità sulle teorie oggi dominanti anche ai fini della comprensione delle dinamiche di fondo della crisi attuale.

Ci sono pochi dubbi sul fatto che l’ironia indirizzata da Marx verso chi asseriva che “il peggio della crisi è passato”[1] sarebbe ben spesa anche in relazione a molte odierne dichiarazioni di politici, economisti e uomini d’affari. Certo è che dichiarazioni del genere si sono sprecate – e si sono manifestamente rivelate false – quasi ad ogni passaggio cruciale della crisi in corso: dopo il salvataggio di Northern Rock (ancora nel 2007), dopo il salvataggio di Bear Stearns (marzo 2008), dopo il primo piano Paulson (nell’autunno 2008), in corrispondenza con la ripresa dei mercati azionari dal marzo 2009, e così via. Non a caso, accanto a queste rassicurazioni (o scongiuri?) che mirano a riportare la “fiducia” sui mercati – come se per far ripartire l’economia bastasse questo – è gradualmente emersa, in modo sempre più concreto e impellente, la necessità di un intervento pubblico per mettere a posto le cose, ripristinare livelli patrimoniali minimi nelle banche, evitare fallimenti troppo clamorosi. Questi interventi di salvataggio delle banche con denaro pubblico sono stati definiti “socialismo per i ricchi”[2]. Marx non ne aveva parlato in modo molto diverso. Ecco quanto scriveva a proposito della crisi di Amburgo del 1857: “Per tenere su i prezzi … lo Stato dovrebbe pagare i prezzi in vigore prima dello scoppio del panico commerciale e scontare delle cambiali che non sono più altro che il controvalore delle bancarotte altrui. In altre parole, il patrimonio dell’intera società, che il governo rappresenta, dovrebbe ripianare le perdite subite dai capitalisti privati. Questo genere di comunismo, in cui la reciprocità è assolutamente unilaterale, esercita una certa attrattiva sui capitalisti europei[3]. Che dire? Sono passati oltre 150 anni, ma il fascino che misure di questo genere esercitano sui capitalisti è vivo come allora. E che giudizio dare degli alfieri della deregolamentazione nell’ambito dei diritti sindacali e del lavoro, i quali – «Economist» in testa – ora invocano l’aiuto pubblico alle grandi banche e imprese in crisi per “salvare il sistema” [4]? Anche qui, niente di particolarmente nuovo, almeno stando a questa lettera scritta da Marx ad Engels l’8 dicembre 1857: “È proprio bello che i capitalisti, che gridano tanto contro il «diritto al lavoro », ora pretendano dappertutto «pubblico appoggio» dai governi, e ad Amburgo, a Berlino, a Stoccolma, e Copenaghen e nella stessa Inghilterra (nella forma di sospensione della legge) facciano insomma valere il «diritto al profitto» a spese della comunità”[5]. Insomma: la tendenza ad invocare la socializzazione delle perdite e uno statalismo a geometria variabile – rifiutato con sdegno quando pretende di porre vincoli legislativi al mercato del lavoro, fortemente voluto quando impegna il denaro pubblico per salvare imprese private – sembra vecchia come il capitalismo e destinata a morire con esso.

Ma in Marx si ritrovano osservazioni di singolare attualità anche in relazione all’efficacia dell’intervento pubblico durante una crisi economica. Si tratta di osservazioni connotate da un forte scetticismo nei confronti tanto dell’utilità (o quantomeno risolutività) di tale intervento, quanto della sua – si direbbe oggi – “sostenibilità”. Esse possono stupire soltanto chi interpreti Marx come una sorta di Keynes ante- litteram. In primo luogo, l’idea stessa che un’accorta legislazione bancaria possa risolvere una crisi, o addirittura impedirne l’affacciarsi, è rifiutata con decisione: “Una legislazione bancaria arbitraria (come quella del 1844-1845) – dice Marx – può aggravare questa crisi monetaria. Ma nessuna legislazione può eliminare la crisi”. Ma anche interventi diretti nel capitale delle imprese o comunque a loro supporto sono considerati in ultima analisi inutili: “l’intero sistema artificiale di espansione violenta del processo di riproduzione non può ovviamente essere risanato per il fatto che ora una banca (per es. la Banca d’Inghilterra) fornisce in carta a tutti gli speculatori il capitale che manca loro e compra tutte le merci al loro vecchio valore nominale”[6]. Insomma: il riacquisto titoli effettuato dalle banche centrali degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e del Giappone nel corso della presente crisi non avrebbe potuto annoverare Marx tra i suoi fautori più entusiasti. Anche Engels ebbe parole di critica nei confronti di provvedimenti anticrisi quali la proroga amministrativa delle scadenze dei pagamenti e più in generale nei confronti dell’adozione di una politica monetaria espansiva. “Le proroghe delle cambiali – scrisse in una lettera a Marx del 1858 sulla crisi francese – provocheranno perdite enormi. Un mezzo siffatto per superare una crisi può servire soltanto quando la ripresa degli affari è effettiva anche nell’industria; ma il semplice alleggerimento del mercato monetario non serve a chi non ha credito; e io credo che ora in Francia non si dia più credito se non come proroga di quello precedentemente concesso” [7]. In generale, sia Marx che Engels ritenevano che la crisi non potesse essere risolta da interventi di politica monetaria né da leggi ad hoc o interventi pubblici a garanzia e copertura del debito privato. Anzi, in una lettera ad Engels riferita agli sviluppi della crisi che allora aveva luogo in Francia, Marx accennò al fatto che questi ultimi interventi, lungi dal risolvere la crisi, potevano portare alla bancarotta anche lo Stato: “quando scoppia la vera e propria crisi francese, il mercato finanziario e la garanzia di questo mercato, cioè lo Stato, se ne vanno al diavolo” [8]. Si tratta di un accenno evidentemente riferito ad una situazione molto lontana dall’attuale e per molti aspetti non confrontabile con quanto accade ai nostri giorni. Ma forse, a ben vedere, non si tratta di un’affermazione priva di interesse in relazione alla situazione odierna. Non è difficile capire perché. Oggi lo Stato viene direttamente in soccorso delle grandi corporation private – in primis finanziarie – con interventi di entità senza precedenti nella storia. Il sostegno delle banche centrali e degli Stati ammontava già nel dicembre 2008, secondo alcune stime, a qualcosa come 10.000 miliardi di dollari [9]. In realtà bisogna distinguere tra gli impegni di spesa sparati sui titoli dei giornali (per massimizzare l’effetto-annuncio per infondere “fiducia” e ottenere consenso), o comunque gli impegni pluriennali, e quanto è stato effettivamente già speso. Ma anche volendosi limitare a queste ultime cifre stiamo pur sempre parlando in media del 5,8% del Pil delle economie più avanzate, del 7,5% di quello statunitense e del 18,9% di quello della Gran Bretagna. Probabilmente non è che l’inizio, se consideriamo la necessità di sempre maggiori ammortizzatori sociali, anche per ripianare il disastro delle prestazioni sociali privatizzate: basti pensare che i fondi pensione privati negli Stati Uniti e in Gran Bretagna nel 2008 hanno accusato perdite pari, rispettivamente, al 22% e al 31% del Pil [10]. Allo stato attuale quell’intervento – a dispetto delle metafore escogitate per convincerci dell’esistenza di “germogli” di ripresa e delle patetiche grida di giubilo ad ogni accenno di rialzo degli indici borsistici –, se ha probabilmente evitato un collasso globale ed un disastro sistemico, non sembra avere sortito gli effetti sperati. Anzi. Le prospettive appaiono tanto poco rosee da far dire a un notista del «Financial Times»: “le probabilità sono equamente ripartite tra una depressione mondiale e un ritorno ad uno stato di semi-stagnazione” [11]. Ad oggi, non c’è un solo indicatore economico confortante: dalla produzione industriale al volume del commercio mondiale, dalla domanda di beni di investimento all’occupazione, dal livello di utilizzo degli impianti all’aumento dei fallimenti delle imprese – in tutti questi casi la situazione è tuttora a dir poco allarmante.

Sono ormai divenute un luogo comune, in ambienti liberisti ad oltranza, le geremiadi sul presunto potere che lo Stato avrebbe acquisito sull’economia grazie ai suoi interventi di salvataggio. In verità, le cose stanno diversamente. La gigantesca trasformazione di debito pri – vato in debito pubblico oggi in atto (perché di questo si tratta), se non è riuscita né a ridurre l’entità complessiva del debito né a rianimare l’economia, può porre le premesse di un’ulteriore crisi del debito: quella, appunto, del debito pubblico; con uno Stato costretto a impegnare risorse che non ha e oltretutto privato dalla stessa crisi delle entrate fiscali necessarie anche solo a sostenere la normale amministrazione. A questo punto il risultato che si avrebbe – un risultato solo apparentemente paradossale – sarebbe una pesantissima crisi fiscale dello Stato, un’ulteriore drastica ri – duzione del suo ruolo nell’economia e il campo libero lasciato alle grandi multinazionali private. Non si tratta di fantascienza, se solo pensiamo che il debito pubblico delle economie più avanzate del G20 è destinato a crescere del 20% nel 2009 (e le entrate fiscali a ridursi del 5,5%). E va aggiunto che le proiezioni di questi dati al 2014 parlano di un rapporto tra debito e Pil cresciuto del 36% rispetto alla situazione del 2007, con un debito medio al 114% del Pil. Rapporto che potrebbe salire al 150% del Pil nel caso – tutt’altro che da escludere – di un rallentamento economico molto prolungato[12]. Se così accadesse, del welfare resterebbe ben poco. Resterebbe soltanto lo Stato-gendarme, come nei migliori sogni liberistici, a mantenere con mezzi coercitivi un ordine che non potrebbe più essere mantenuto col consenso, o lo Stato-comunicatore ad indirizzare la disperazione delle masse – come già accaduto in Italia e Germania negli anni Venti e Trenta del secolo scorso – verso l’obiettivo sbagliato: il “nemico interno” (allora il comunista e l’ebreo, oggi l’immigrato, il diverso in genere) o il “nemico esterno” (la Cina? La Russia?) Non sembrino riferimenti fuori luogo. In fondo, non si ricorderà mai abbastanza che dall’ultima crisi di entità paragonabile all’attuale, quella del 1929, si uscì soltanto con una guerra mondiale: furono infatti le immani distruzioni della seconda guerra mondiale e la gigantesca mobilitazione di capitale funzionale al sostegno dello sforzo bellico degli Stati Uniti – e non le opere pubbliche di Roosevelt – a far riprendere l’economia, e con essa il saggio di profitto[13]. È possibile che l’entità della distruzione di capitale necessaria per far ripartire i profitti sia meno drammatica, e che quindi le misure adottate risultino efficaci per rilanciare l’accumulazione del capitale con una contestuale riduzione del ricorso al debito. Ma comunque in tal modo verrebbe meno il pilastro che ha sostenuto i profitti negli ultimi decenni (o che in ogni caso ha reso socialmente più tollerabile il loro declinare). E quindi in tal caso – come è stato scritto – “la prognosi è di un’economia che, anche dopo lo stabilizzarsi della immediata crisi da svalutazione degli assets, sarà nel migliore dei casi caratterizzata per molto tempo da una crescita minima, nonché da alta disoccupazione, sottoccupazione ed eccesso di capacità produttiva”[14]. Nessuno dei due scenari ipotizzati è particolarmente confortante. Chi scrive ritiene che non si possa escludere neppure il primo e peggiore tra essi. In ogni caso, una imponente distruzione di capitale (con il carico di sofferenze umane che porta con sé) appare inevitabile e necessaria per far riprendere il business e per far ripartire la macchina dei profitti. Insomma – per dirla con Marx – per far “ricominciare tutto il giro”[15]. Ovviamente, tutto questo ripropone interrogativi di fondo circa la sensatezza e sostenibilità sociale di un sistema che trasforma la crescita della produttività in una maledizione e che ha bisogno di crisi ricorrenti e di distruzione di capitale su larga scala per andare avanti.

Vladimiro Giacché è redattore della “Contraddizione” e collaboratore de “l’Ernesto”. È autore di numerosi saggi e volumi di argomento filosofico ed economico, fra i quali Finalità e soggettività. Forme del finalismo nella Scienza della logica di Hegel (CNR 1990), La filosofia. Storia e testi (con G. Tognini, La Nuova Italia 1996), Escalation. Anatomia della guerra infinita (con A. Burgio e M. Dinucci, DeriveApprodi 2005) e La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea (DeriveApprodi 2008).

Note

1 K. Marx, The European Crisis, «New York Daily Tribune», 6 dicembre 1856; tr. it. di V. Giacché in K. Marx, Il capitalismo e la crisi, a cura di V. Giacché, DeriveApprodi, Roma 2009, p. 64.

2 Così J. Rogers (ex socio di Soros nel Quantum Fund) in un’intervista a CNBC Europe l’8 settembre 2008. Per il video vedi http://www.cnbc.com/id/26603489/.

3 The financial crisis in Europe, «New York Daily Tribune», 22 dicembre 1857; tr. it. di V. Giacché in K. Marx, Il capitalismo e la crisi, cit., p. 72.

4 Il titolo di copertina dell’«Economist» del 9 ottobre 2008 recitava appunto: Saving the system.

5 Trad. it. di M. A. Manacorda, ora in K. Marx, Il capitalismo e la crisi, cit., p. 76.

6 K. Marx, Manoscritto del III libro del Capitale, cap. 5; tr. it. di V. Giacché in K. Marx, Il capitalismo e la crisi, cit., pp. 75 e 76.

7 F. Engels, lettera a Marx del 17 marzo 1858; tr. it. di M. A. Manacorda in K. Marx, F. Engels, Opere complete, vol. XL, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 321.

8 K. Marx, lettera ad Engels del 25 dicembre 1857; tr. it. di M. A. Manacorda in K. Marx, F. Engels, Opere complete, vol. XL, p. 251 (corsivi miei).

9 D. McNally, “From Financial Crisis to World Slump: Accumulation, Financialization, and the Global Slowdown”, 15 dicembre 2008, p. 13.

10 Fiscal implications of the global economic and financial crisis, IMF Staff Position Note, 9 giugno 2009, pp. 7, 9, 10, 18.

11 W. Münchau, Optimism is not enough for a global recovery, «Financial Times», 15 giugno 2009.

12 Vedi Fiscal implications…, cit., pp. 3, 22, 25 e 26, 29, 39 sgg.. In Germania il tema della possibile bancarotta dello Stato campeggia già sulle copertine dei settimanali: vedi ad es. Der geplünderte Staat. Wie viel Opel darf sich Deutschland noch leisten?, «Der Spiegel», 8 giugno 2009.

13 In argomento vedi A. Burgio, M. Dinucci, V. Giacché, Escalation. Anatomia della guerra infinita, DeriveApprodi, Roma 2005, pp. 126-127. A. Kliman, On the Roots of the Current Economic Crisis and Some Proposed Solutions, aprile 2009, pp. 3, 6. Sul miracolo economico del dopoguerra spiegato come periodo di ricostruzione postbellica vedi F. Janossy, La fine dei miracoli economici, 1966; tr. it. Editori Riuniti, Roma 1974.

14 J. Bellamy Foster, F. Magdoff, Financial Implosion and Stagnation. Back to the Real Economy, «Monthly Review», dicembre 2008, p. 15.

15 K. Marx, Manoscritto del III libro del Capitale, cap. 3; tr. it. di V. Giacché in K. Marx, Il capitalismo e la crisi,