L’Unione Europea e il ruolo dei comunisti

1. Una crisi tutta del capitale

Viviamo una fase segnata da una grave crisi capitalistica: una crisi sistemica, strutturale, che riguarda l’economia reale e la finanza, ormai difficilmente separabili. Un processo che, assieme alla crescente scarsità di risorse alimentari, idriche ed energetiche, e ai danni inferti all’ecosistema e al clima, segnala l’emergere di una vera e propria “crisi di civiltà”.

Le cifre sono impressionanti. Gli organismi finanziari prevedono un calo dello 0.5% del PIL mondiale. In sostanza, siamo in recessione, e ad andare peggio sono proprio le economie più sviluppate, Europa compresa (-2%). Le conseguenze sociali sono allarmanti. Si prevede un aumento di 50 milioni di disoccupati nel mondo. In Europa si ipotizza un aumento di più del 9%, il che significa altri 3 milioni e mezzo di disoccupati[1]. In un mondo in cui fame e sottosviluppo già uccidono milioni di esseri umani, si prevedono altri 150 milioni di poveri, nuove schiere di “dannati della terra”, innanzitutto in Africa[2].

La crisi, dunque, è globale. I mutui subprimes ne sono stati solo il detonatore. La sua origine – sottolinea Vladimiro Giacché – sta nel fatto che, dopo i decenni postbellici in cui l’economia dei paesi sviluppati cresceva e i lavoratori strappavano conquiste sempre maggiori, da circa 25 anni il capitale ha avviato una controffensiva volta a ridurre la quota di PIL destinata ai salari e ad aumentare quella dei profitti. Nell’Europa centrale, la percentuale dei profitti è passata infatti dal 23% del 1983 al 33% del 2007. Negli USA le cose sono andate anche peggio. Perciò, di fronte a una paurosa diminuzione dei salari reali, per far sì che comunque i lavoratori acquistassero, si è drogato il mercato, avviando una micidiale spirale di acquisti a credito. Spesso questi crediti, essendo il mercato immobiliare in crescita, venivano ricavati da mutui e ipoteche sulle case, i quali generavano prodotti finanziari derivati, a loro volta oggetto di una compravendita di carattere speculativo e, ora sì, finanziario. Quando il mercato immobiliare si è fermato, questa costruzione è crollata come un castello di carte, e la gigantesca bolla finanziaria è esplosa. Ma intanto i titoli-spazzatura, del tutto virtuali, avevano già invaso il mercato finanziario mondiale[3].

Alla radice della crisi, dunque, vi è la natura stessa del sistema, la sua tendenza alla polarizzazione economica e sociale, e nello specifico il pauroso aumento delle disuguaglianze che dura da un quarto di secolo, e che ha segnato la fase neo-liberista di Reagan e della Tatcher, ma anche di Clinton e Blair; gli anni della deregulation e delle privatizzazioni, del ritiro dello Stato e della fede cieca nel Mercato, nella vecchia illusione del capitalismo che si “autoregola”. Il crollo di questi miti – a cui anche tanta parte della “sinistra” è stata subalterna –, il fallimento di queste politiche, il fatto che si torni a parlare di un forte ruolo dello Stato nell’economia, di nazionalizzazioni e di programmazione, aprono ai comunisti un grande spazio per un’iniziativa politica forte e incisiva. La disuguaglianza, oltre a essere ingiusta, non è neanche efficiente; l’anarchia del mercato non è la fine della storia; un’altra organizzazione economica e sociale è possibile.

2. Un’altra Europa è necessaria

Tutto questo significa che anche un’altra Europa è possibile, e soprattutto è necessaria. Fin dall’inizio, noi comunisti ci siamo schierati contro l’Europa del capitale e dei grandi monopoli, e contro quel Trattato di Maastricht che coi suoi rigidi vincoli di bilancio, stabiliti dalle tecnocrazie sovranazionali, ha giustificato e politiche economiche antipopolari, tagli alla spesa pubblica e devastazione dello stato sociale.

Ora la situazione è ulteriormente peggiorata, grazie al Trattato di Lisbona e alla Direttiva Bolkestein. Il primo, che in sostanza sostituisce il Trattato di Maastricht, aumenta i poteri della Commissione, sottraendoli al Parlamento Europeo e riducendo ancora la sovranità dei singoli paesi; nel campo della politica economica, l’Unione Europea e la Banca Centrale Europea potranno bocciare misure prese dai singoli governi. Il Trattato, inoltre, prevede la possibilità di missioni militari offensive, in spregio all’articolo 11 della Costituzione italiana; a un gruppo ristretto di paesi sarebbero affidate le maggiori decisioni di carattere militare, rendendo così l’UE un partner della NATO. Infine, sul terreno della “sicurezza”, è prevista la possibilità di misure e interventi repressivi molto duri in caso di pericolo di guerra o terrorismo, o per reprimere “sommosse”; non è chiaro se tra le “sommosse” possono rientrare anche movimenti di protesta di massa[4].

La Direttiva Bolkestein, dal canto suo, prevede la liberalizzazione – ossia la privatizzazione – di servizi essenziali quali l’acqua, la sanità e così via. Ma essa ha anche delle gravi ripercussioni sul mercato del lavoro: con la clausola del “paese d’origine”, infatti, si può impiantare un’azienda in uno Stato con poche garanzie sociali e avvalersi di quel sistema normativo anche verso i lavoratori assunti in altri paesi. È facile pensare a quanto questa clausola sarà usata, stabilendo sedi legali fittizie, con la conseguenza di un’ulteriore corsa al ribasso delle condizioni di lavoro; una forma di dumping sociale, di cui le morti sul lavoro su cui poi si piange sono solo un effetto[5].

Sul piano politico, infine, le norme approvate in sede europea, che mirano a criminalizzare le forze comuniste, mettendole sullo stesso piano di forze naziste e fasciste[6], che si aggiungono alle persecuzioni di cui i comunisti sono vittime in vari paesi membri (primi fra tutti la Repubblica Ceca, dove l’organizzazione giovanile è stata messa fuori legge, e la Lituania, in cui il segretario del Partito ha dovuto scontare ben 12 anni di carcere per le sue idee), fanno pensare a un’Unione Europea che, col pretesto della lotta alle forze “totalitarie”, colpisce le forze anticapitaliste, col rischio di imporre essa stessa un totalitarismo morbido, quello del Mercato e del Pensiero Unico.

Contro tutto ciò i comunisti hanno lottato e lottano, e occorre farlo senza timidezze, diffondendo informazione e coscienza critica, rilanciando la battaglia per i diritti sociali e facendo nostra anche quella lotta per i diritti civili e politici che troppe volte è usata strumentalmente contro di noi. Occorre rilanciare, invece, la prospettiva di un’Europa dei lavoratori, un’Europa veramente democratica, in cui le decisioni sugli aspetti essenziali della vita di milioni di persone non siano nelle mani di alcune decine di tecnocrati ma siano finalmente oggetto di dibattito, informazione e consultazione per i cittadini e i lavoratori europei; un’Europa che superi l’anarchia del mercato e la democrazia dei pochi, per costruire una programmazione dell’economia e dello sviluppo, elaborata e controllata democraticamente e gestita socialmente, avendo per fine il benessere collettivo anziché l’arricchimento stratosferico dei pochi.

D’altra parte, se è vero che la crisi apre nuove prospettive, sarebbe disastroso cadere nell’illusione “che la crisi stia vincendo per noi”[7]. I pericoli che essa comporta sono infatti notevoli, e storicamente i periodi di crisi capitalistica hanno visto più di una drammatica “uscita da destra”. Anche oggi, quindi, per le classi dominanti la crisi può essere l’occasione per un ulteriore restringimento degli spazi democratici e una gestione autoritaria del conflitto sociale. Rispetto a ciò, non solo occorre intensificare quella che si chiamava la “vigilanza democratica”. Ma soprattutto bisogna ricostruire un minimo di unità e coscienza di sé dei lavoratori salariati, un minimo di unità classe. Occorre quindi popolarizzare la nostra analisi della crisi, tornare a diffondere una coscienza anticapitalista, spiegare che la colpa della crisi è dei capitalisti e non degli immigrati o della Cina. Occorre – qui in Europa – evitare nuove guerre tra poveri, che sono il principale terreno di coltura delle destre, e iniziare a costruire una nuova alleanza, un nuovo blocco storico anticapitalista, che comprenda occupati e disoccupati, stabili e precari, lavoratori europei e immigrati. Per farlo bisogna trovare parola d’ordine unificanti, e in questo sta la sostanza del ruolo politico dei comunisti: una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario che consenta di usare a fini sociali lo sviluppo tecnologico e di lavorare meno lavorando tutti, la difesa della contrattazione collettiva nazionale e l’idea di un contratto collettivo europeo che porti verso l’alto e non verso il basso gli standard minimi consentiti, delle vere nazionalizzazioni che consentano non di addossare alla collettività i costi delle perdite capitalistiche ma di acquisire spezzoni significativi dell’apparato produttivo e dello stesso mercato finanziario, e infine la costruzione di un nuovo stato sociale europeo, anche qui partendo dal meglio e non dal peggio di quanto esiste nel Continente.

Ma vanno valorizzate anche esperienze di altri luoghi come l’America Latina, dove da Cuba al Venezuela di Chavez, si rilancia in termini concreti l’attualità del socialismo, mentre in Argentina alla crisi del 2001 molti lavoratori hanno risposto organizzandosi, occupando le fabbriche, avviando autogestioni e costituendo cooperative, che oggi sono riconosciute dallo Stato e hanno consentito al paese un’impressionante ripresa economica: i costi sono stati tagliati, ma dalla parte del capitale[8].

3. L’Italia nella crisi

In questa crisi, che ha una dimensione mondiale, è indubbio che c’è una specificità italiana. I pericoli di gestione autoritaria della crisi sono particolarmente forti nel nostro paese. La debolezza strutturale del nostro capitalismo (che continua a basarsi più sui bassi salari che sullo sviluppo tecnologico), e il fatto che il nostro paese sia tra i principali creditori di molti paesi dell’Est in grave difficoltà[9], fanno il resto. Dal 1980 in avanti in Italia, l’attacco ai lavoratori, che qui avevano conquistato una grande forza sociale e politica, è stato particolarmente pesante, e oggi il calo del PIL è superiore alla media europea, e lo spostamento di risorse dai salari ai profitti, con conseguente aumento delle disuguaglianze, più ingente che altrove[10]: altro che le favole di Berlusconi sul “corpo sano” dell’economia italiana! Qui più che in altri paesi la polarizzazione economica e sociale è cresciuta, il che certo apre nuovi spazi ai comunisti, ma fa anche dell’Italia uno dei paesi europei in cui più gravi possono essere gli effetti della crisi.

Il rischio principale sta in quella involuzione autoritaria dello Stato e della stessa società italiana, che comincia non da oggi, e che sta rendendo il nostro paese molto simile a quello delineato dal “piano di rinascita democratica” di Licio Gelli e della Loggia P2. Le destre sono forti nelle istituzioni e nella società, il Parlamento è sempre più messo in mora, con l’abuso dei decreti-legge, la riduzione del suo ruolo a quello di mera ratifica dei provvedimenti del governo, e l’assenza di un’opposizione degna di questo nome. Non può stupire più di tanto, in questo contesto, la proposta-choc di Berlusconi di lasciare il diritto di voto ai soli capigruppo.

Ma è nella società che stanno passando i fenomeni più preoccupanti. Le “ronde”, questa pericolosa ignominia parafascista, prima ancora di essere discusse in Parlamento, sono state già praticate in vari comuni; gli atti di aggressione xenofoba, gli episodi di sessismo e di violenza sulle donne, le violenze fasciste, gli atti di repressione del dissenso (con la censura o col manganello), si stanno moltiplicando in modo preoccupante. La limitazione degli spazi di dissenso sociale e politico sta diventando grave. E la stessa nascita di un partito che si arroga il diritto di chiamarsi “partito del popolo italiano”, ossia di assumere la rappresentanza della totalità del Paese, non può non far riflettere[11]. Sul piano sociale, l’attacco alla contrattazione nazionale e dunque al ruolo del sindacato, l’attacco subdolo al diritto di sciopero a partire dai pubblici servizi, la precarizzazione diffusa, aggravano il quadro. E tutto questo per non parlare dell’egemonia delle destre nel senso comune, un’egemonia che ha avuto nelle TV berlusconiane e berlusconizzate un’arma micidiale, ma che si è giovata anche della progressiva ritirata, anche su questo terreno, di molte forze “di sinistra”.

Tutto ciò avviene con l’assenza dei comunisti e della sinistra dal Parlamento – un’assenza dovuta certo a errori nostri, a una scarsa incisività della nostra azione, ma anche al patto Berlusconi-Veltroni e all’appello al “voto utile” di quest’ultimo, che ha condizionato pesantemente l’elettorato di sinistra. Il “voto utile”, però, si è rivelato un voto a un PD che riesce solo a balbettare, perché continua a essere vittima di una subalternità culturale alle destre, a quella “narrazione” neoliberista, sul Mercato e le sue virtù taumaturgiche, che oggi sta facendo fallimento. Non a caso le maggiori ondate di privatizzazione del patrimonio pubblico, sono state fatte non da Berlusconi, ma dai governi Amato e Ciampi! Non solo. Il PD, e prima il PDS-DS, sono corresponsabili della crisi democratica del Paese. La loro azione in favore di sistema maggioritario e bipolarismo può aver aumentato artificialmente la loro forza a qualche tornata elettorale, ma intanto ha ridotto la rappresentanza democratica, ucciso il principio “una testa, un voto”, messo ai margini la sinistra e i comunisti, favorito – come noi difensori del proporzionale dicemmo fin dal 1992 – la “corsa al centro”, la personalizzazione della politica, la sua riduzione a spettacolo e chiacchiericcio televisivo. E tutto ciò, questo spostamento del confronto sul suo terreno, quello della potenza mediatica, ha favorito Berlusconi e la sua cricca, provocando un danno enorme alla democrazia nel nostro paese, sempre più ridotta a quella che Domenica Losurdo chiama “monopartitismo competitivo”: un bipolarismo più apparente che reale, in cui si cerca di escludere a priori le opzioni realmente alternative.

La situazione italiana, dunque, è particolarmente grave. Tuttavia la crisi apre anche nel nostro paese nuovi spazi all’iniziativa politica dei comunisti, proprio perché le disuguaglianze sono cresciute tanto, lo scontento aumenta, e le mobilitazioni di questi mesi (da quelle locali dei No-TAV e No-Dal Molin alle grandi manifestazioni sindacali e studentesche) hanno mostrato che non c’è solo una risposta di destra alla crisi, ma può esserci anche una risposta di sinistra e anticapitalista. Tra i lavoratori c’è una rabbia diffusa, che troppo spesso diventa disillusione, abbandono, caduta nell’“antipolitica”. Bisogna fare in modo, invece, che questa carica di protesta e di lotta si diriga nella direzione giusta, contro gli obiettivi giusti, costruendo gli strumenti e le alleanze adeguate.

4. Il ruolo della soggettività comunista e la scadenza delle elezioni europee

In una situazione come quella descritta, ricca di potenzialità ma anche di pericoli, è determinante l’elemento soggettivo, e in particolare il ruolo e la presenza organizzata dei comunisti. Quest’ultima è oggi troppo debole, non solo sul piano istituzionale, ma soprattutto sul piano sociale, del radicamento tra le masse, nei territori e nei luoghi di lavoro. Bisogna quindi riavviare un lavoro di insediamento, elaborazione e organizzazione; questo grande lavoro politico che fece del PCI un grande partito di massa.

Per farlo occorre costruire una piattaforma politica credibile, un programma minimo dotato di organicità; e al tempo stesso bisogna ricostruire una forza organizzata seria da cui ripartire, una massa critica, organizzata e riconoscibile, che non sia una forza residuale o un piccolo gruppo, e nemmeno, né un calderone privo di identità e di progetto, ma un nuovo partito comunista di massa e di quadri. È per questo che in questi mesi abbiamo lottato per affermare la prospettiva dell’unità dei comunisti.

Porre questo obiettivo non vuol dire, come dice qualcuno, “chiudersi in un fortilizio identitario”, ma piuttosto rilanciare il problema di un’identità e di un progetto comunista adeguati al XXI secolo; non significa scegliere l’isolamento, ma al contrario considerare la forza dei comunisti come il possibile nucleo portante di una sinistra che voglia tornare a svolgere il suo ruolo legato alla trasformazione sociale. Bisogna uscire dalla morsa del bipolarismo, e questo è possibile solo con un forte ruolo dei comunisti. Ma noi stessi dobbiamo sapere – concordo con Luigi Vinci – che la fase dei “compromessi a perdere” con le forze subalterne ai poteri forti e alla logica capitalistica, che tanti consensi ci ha fatto perdere tra i lavoratori, è finita. Dobbiamo lottare per imporre un cambiamento di rotta alle forze che vogliono essere di sinistra; solo questo, il recupero di una funzione alternativa rispetto alla mera alternanza, renderebbe possibile nuove convergenze; ma per arrivare a questo occorre che i comunisti recuperino la loro autonomia e la loro forza sociale, politica, elettorale e organizzativa.

In questo quadro il passaggio delle elezioni europee è fondamentale: guai se dovesse andare male! Non raggiungere il 4% significherebbe la scomparsa dei comunisti italiani anche dal Parlamento europeo, il che darebbe ulteriore forza alle destre, indebolirebbe ulteriormente la sinistra e i lavoratori, e darebbe un colpo tremendo alla riaggregazione dei comunisti.

Bisogna quindi impegnarci al massimo. Bisogna fare una campagna elettorale “all’antica”, una campagna di massa, tornando a fare caseggiati, volantinaggi nelle strade e nei mercati, propaganda nei luoghi di lavoro e di studio. Dobbiamo usare questa scadenza come un’occasione politica per far crescere di nuovo tra i lavoratori l’idea che il sistema capitalistico produce crisi; che occorre superare l’anarchia del mercato e programmare l’economia in modo democratico, con un nuovo ruolo della politica e sul piano europeo; e che al tempo stesso occorre ridare un forte ruolo allo Stato nell’economia, che bisogna ridurre gli orari di lavoro e programmare un nuovo modello di sviluppo che tenga conto dell’esigenza di modificare il modo di produzione e i rapporti di proprietà, che consenta di distribuire diversamente le risorse, di fare i conti con la loro finitezza e di non danneggiare ulteriormente l’ambiente e il clima.

Ma dobbiamo anche contrastare il disorientamento che c’è tra gli elettori di sinistra o quantomeno democratici, chiarendo ruoli e responsabilità. Del PD si è già detto; ma già questo partito torna a fare il suo insidioso appello al “voto utile”, a cui va contrapposta una campagna per un voto libero e consapevole, contro il “bipolarismo degli affari” e la deriva a destra di tutto il quadro politico. Deriva confermata da mille elementi, non ultima la dichiarazione di Fassino secondo cui “il respingimento del barcone degli immigrati in Libia “non è uno scandalo”, tanto più – ha aggiunto – che “si è fatto anche nel passato quando eravamo noi al governo”[12]. Quanto a Di Pietro, in Europa il suo partito siede tra i banchi della destra liberale, che ha sostenuto la Bolkestein, il prolungamento dell’orario di lavoro fino a 65-78 ore settimanali, l’espulsione degli immigrati che lavorano in nero, la carcerazione nei CTP per un anno e mezzo per i “clandestini” ecc. Ma anche in Italia, i dipietristi alternano la voce grossa su alcuni provvedimenti del governo e una sostanziale acquiescenza sulla politica economica e sociale, sul rafforzamento della NATO, sulla “politica della sicurezza” dell’Unione Europea. È vero, insomma, che chi è di sinistra non può votare Di Pietro[13]. Infine, “Sinistra e Libertà” di Vendola e Fava: una forza che ripropone la ricetta di un “mini-Arcobaleno” senza identità, che si accinge a fare da ruota di scorta del PD in Italia, e che nel Parlamento Europeo (qualora raggiungesse il quorum, cosa molto improbabile) si dividerebbe in tre tronconi: una parte coi Verdi, una con la Sinistra, e una con quel Gruppo socialista corresponsabile delle politiche neoliberiste di questi anni; una forza, insomma, che non sembra dare alcuna affidabilità sul piano politico.

Di tutto questo occorre essere consapevoli. Ma soprattutto, anche al di là delle elezioni europee, bisogna ricostruire la coscienza e l’unità di classe, dare ai lavoratori salariati, pur nella frammentazione esistente, la consapevolezza di essere un soggetto sociale unitario, e di esserlo a livello anche internazionale. Occorre quindi ridare ai lavoratori europei una prospettiva quantomeno continentale, una dimensione europea sul piano sindacale e politico; e in Italia occorre ricostruire un forte partito comunista, dotato di una chiara identità ma non settario, aperto, non residuale, un partito di quadri, militanti e simpatizzanti; un partito forte e unitario, che sia in grado di reggere l’urto della crisi, respingere l’offensiva delle destre, e portare di nuovo i lavoratori organizzati a contare, a decidere, a essere protagonisti consapevoli della vita del Paese!

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[1] V. Giacché, Le ragioni della crisi e le ragioni dei comunisti, in PdCI, Direzione nazionale di approfondimento sulla crisi economica e proposte del partito per uscirne a sinistra, Roma, 2009, p. 10. Cfr. http://www.comunisti-italiani.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=5228.

[2] Galapagos, La crisi si mangia l’Africa, “il manifesto”, 11 marzo 2009.

[3] Giacché, Le ragioni della crisi e le ragioni dei comunisti, cit., pp. 11-13.

[4] La traduzione italiana del Trattato è in http://www.consilium.europa.eu/uedocs/cmsUpload/cg00014.it07.pdf.

[5] Il testo della Direttiva Bolkestein è in http://www.fpcgil.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/2019.

[6] http://www.europarl.europa.eu:80/sides/getDoc.do?type=TA&reference=P6-TA-2009-0213&language=IT&ring=B6-2009-0165. Ma cfr. anche la risoluzione 1481 del Parlamento Europeo del 26 gennaio 2006, relativa alla necessità di una condanna internazionale dei “crimini dei regimi totalitari comunisti”.

[7] M. d’Eramo, La crisi lavora contro. Di noi, “il manifesto”, 26 marzo 2009.

[8] G. Tognonato, Aperti per fallimento, “il manifesto”, 11 aprile 2009. Oggi il movimento delle autogestioni comprende migliaia di lavoratori e una rete di oltre 200 imprese; l’economia argentina ha ripreso a crescere a un ritmo di più dell’8% annuo.

[9] V. Giacché, Euro contro dollaro. E oltre, in Noi la crisi non la paghiamo, “Quaderni CESTES”, n. 16, p. 23.

[10] Giacché, Le ragioni della crisi e le ragioni dei comunisti, cit., p. 14.

[11] Cfr. I. Dominijanni, La storia siamo noi, e G. Santomassimo, Il fascismo rimesso in parentesi dal “Partito degli italiani”, entrambi in “il manifesto”, 22 marzo 2009.

[12] “la Repubblica”, 9 maggio 2009.

[13] V. Agnoletto, Chi è di sinistra non può votare Antonio Di Pietro, “il manifesto”, 3 maggio 2009.