L’Unione Europea e il “partenariato Euro – Mediterraneo”

L’erosione dei regimi a nazionalismo populista e il venir meno del sostegno sovietico, hanno offerto agli Stati Uniti l’occasione di una messa in opera per “progetti” per la regione, senza trovare sino ad ora ostacoli incapaci di contrastarli.
Il controllo del Medio Oriente è certamente uno dei progetti d’egemonia mondiale di Washington. In quali modi gli Stati Uniti immaginano di assicurarsene il controllo? Già da una decina di anni Washington ha preso l’iniziativa avanzando il curioso progetto di un “mercato comune del Medio Oriente”, all’interno del quale alcuni paesi del Golfo avrebbero fornito i capitali, gli altri paesi arabi la manodopera a buon mercato, e riservando a Israele il controllo tecnologico e le necessarie funzioni d’intermediazione. Accettato dai paesi del Golfo e dall’Egitto, il progetto s’è tuttavia scontrato con il rifiuto di Siria, Iraq e Iran. Per procedere era dunque necessario abbattere i regimi di questi tre paesi. Ed è quanto è stato fatto ora con l’Iraq.
La questione è allora quella di sapere quale tipo di regime politico, in grado di sostenere il progetto americano, debba essere insediato. I discorsi di facciata della propaganda di Washington parlano di “democrazie”. Di fatto Washington non s’impegna a null’altro che nella sostituzione di isolate autocrazie dal populismo obsoleto con delle autocrazie oscurantiste fatte passare per “islamiche” (in obbligo al rispetto della specificità culturale delle “comunità”). La rinnovata alleanza con un Islam politico cosiddetto “moderato” (vale a dire in grado di padroneggiare la situazione con sufficiente efficacia nell’ostacolare le derive “terroriste” — quelle dirette contro gli Stati Uniti e ben inteso solo quelle), costituisce l’asse portante dell’opzione politica di Washington, o rimane la sua sola opzione possibile. È in questa prospettiva che la riconciliazione con l’arcaica autocrazia del sistema saudita verrà ricercata.
Di fronte al progetto degli Stati Uniti, gli europei hanno inventato un proprio progetto, battezzato “partnerariato euro-mediterraneo”. Un progetto assai poco coraggioso, imbastito da chiacchiere senza fine, ma che, lui pure, si proponeva di “riconciliare i paesi arabi con Israele”, mentre escludendo i paesi del Golfo dal “dialogo “euromediterraneo” gli europei stessi riconoscevano di fatto che la gestione di questi paesi rientrava nell’esclusiva competenza di Washington.
Il sorprendente contrasto fra l’audacia temeraria del progetto americano e la debolezza di quello dell’Europa indica bene come l’atlantismo realmente esistente ignori lo “sharing” (la condivisione delle responsabilità e l’associazione nella presa delle decisioni, ponendo su un piede di parità gli Stati Uniti e l’Europa). Tony Blair, che si è fatto paladino della costruzione di un mondo “unipolare”, crede di poter giustificare tale opzione poiché l’atlantismo che la permetterebbe sarebbe fondato sullo “sharing”. L’arroganza di Washington smentisce ogni giorno di più questa illusoria speranza, e non è il solo modo di sbeffeggiare le opinioni europee. Il realismo della battuta di Stalin, che ai suoi tempi diceva dei nazisti “che essi non sapevano dove bisognava fermarsi”, è applicabile alla lettera alla giunta che governa gli Stati Uniti. E le “speranze” che Blair tenta di rianimare assomigliano sempre di più a quelle che Mussolini riponeva nella propria capacità di “rendere ragionevole” Hitler!
È possibile un’altra opzione europea? Si sta delineando? Il discorso di Chirac che oppone al mondo “atlantico unipolare” (che egli ben comprende, sembra, come sinonimo di un’egemonia unilaterale degli Stati Uniti che ridurrebbe il progetto europeo a niente di più di un commento al progetto di Washington) la costruzione di un mondo “multipolare” annuncia forse la fine dell’atlantismo?
Perché questa possibilità divenga realtà, occorrerebbe che l’Europa sapesse uscire dalle sabbie mobili sulle quali cammina.

LE SABBIE MOBILI DEL PROGETTO EUROPEO

Tutti i governi degli stati europei aderiscono tuttora alle tesi del liberalismo. Questa adesione degli Stati europei non significa nulla di meno dell’annullamento del progetto europeo, il sua duplice annacquamento, economico (i vantaggi dell’unione economica europea si dissolvono nella mondializzazione economica) e politico (l’autonomia politica e militare europea scompare). Non vi è, attualmente, alcun progetto europeo. Lo si è sostituito con un progetto nord-atlantico (o eventualmente della Triade) sotto direzione americana.
Le guerre “made in USA” hanno certamente risvegliato le opinioni pubbliche —ovunque in Europa contro l’uktima, quella contro l’Iraq— e pure alcuni governi, in primo luogo quello francese, ma pure quelli tedesco, della Russia e della Cina. Rimane il fatto che questi stessi governi non hanno affatto rimesso in causa il loro fedele allineamento alle esigenze del liberalismo. Questa contraddizione dovrà essere superata in un modo o nell’altro, o con un sottomettersi alle esigenze di Washington, oppure con una vera rottura che metta fine all’atlantismo.
La conclusione politica più importante che traggo da questa analisi, è che l’Europa non potrà fuoriuscire dall’atlantismo fintanto che le alleanze politiche che definiscono i blocchi al potere rimarranno centrati sul capitale transnazionale dominante. Accadrà unicamente se le lotte sociali e politiche giungeranno a modificare il contenuto di questi blocchi e ad imporre nuovi storici compromessi fra il capitale e il lavoro, che l’Europa potrà allora prendere una qualche distanza nei confronti di Washington, permettendo così il rinnovarsi di un eventuale progetto europeo. In tali condizioni l’Europa potrebbe — e dovrebbe anche — pure impegnarsi sul piano internazionale, nelle sue relazioni con l’Est e il Sud, su una via alternativa a quella tracciata dalle esclusive esigenze dell’imperialismo collettivo, dando così avvio alla sua partecipazione alla lunga marcia “oltre il capitalismo”. In altre parole, o l’Europa sarà di sinistra (il termine sinistra viene preso qui sul serio), o non sarà.
Conciliare l’adesione al liberalismo con l’affermazione di un’autonomia politica dell’Europa o degli stati che la costituiscono, rimane l’obiettivo di alcune componenti delle classi politiche europee, preoccupate di mantenere le posizioni esclusive del grande capitale. Potranno riuscirci? Ne dubito assai. Per contro, le classi popolari in Europa, almeno qui e là, saranno capaci di superare la crisi che le affligge? Lo credo possibile. Precisamente per le ragioni che fanno sì che, almeno in alcuni di dei paesi europei, la cultura politica sia differente da quella degli Stati Uniti, e che potrebbero produrre questa rinascita della sinistra. La condizione, evidentemente, è che quest’ultima
si liberi dal virus del liberalismo.
Il progetto europeo è nato come il commento europeo al progetto atlantista degli Stati Uniti, concepito all’indomani della seconda guerra mondiale, nello spirito della “guerra fredda” messa in opera da Washington. Progetto al quale le borghesie europee — tanto indebolite quanto timorose nei confronti delle rispettive classi operaie— hanno aderito praticamente senza condizioni.
Tuttavia lo svilupparsi stesso di questo progetto —forse a causa della propria origine incerta— ha progressivamente modificato dati importanti del problema e delle sfide. L’Europa occidentale è giunta a “recuperare” sul proprio ritardo economico e tecnologico in rapporto agli Stati Uniti, o comunque ad averne i mezzi. Inoltre “il nemico sovietico” non c’è più. D’altra parte il dispiegarsi del progetto ha cancellato le principali e violente avversità che avevano segnato un secolo e mezzo di storia europea: i tre maggiori paesi del continente —la Francia, la Germania e la Russia— sono oggi paesi riconciliati. Tutte queste condizioni sono a mio avviso positive, e ricche di possibilità ancor più positive. Certo, questo sviluppo si è inscritto su basi economiche ispirate ai principi del liberalismo, ma di un liberalismo che è stato temperato fino alla fine degli anni ’80 dalla dimensione sociale assunta dal e attraverso il “compromesso storico socialdemocratico”, che ha costretto il capitale ad adeguarsi alla domanda di giustizia sociale espressa dalle classi lavoratrici. In seguito è poi proseguito in un quadro sociale nuovo, ispirato dal liberalismo “all’americana”, anti-sociale.
Quest’ultima virata ha immerso le società europee in una crisi dalle molteplici facce. In primo luogo vi è la crisi economica in quanto tale, immanente all’opzione liberale. Una crisi aggravata dall’allineamento dei paesi europei alle esigenze economiche del leader nordamericano, che ha fatto sì che fino ad ora l’Europa finanziasse il debito americano a detrimento dei propri interessi. Inoltre vi è una crisi sociale, accentuata dalla crescita delle resistenze e dalle lotte di classe e popolari contro le fatali conseguenze dell’opzione liberale. Infine, vi è il manifestarsi dei sintomi di una crisi politica, evidenziato dal rifiuto di allinearsi, più o meno senza condizioni, all’opzione americana di guerra senza fine contro il Sud.
Come fanno e come faranno fronte i popoli e gli stati europei a questa triplice sfida?
Di massima gli europeisti si suddividono in tre aree abbastanza distinte.
– Coloro che difendono l’opzione liberale e che accettano la leadership degli Stati Uniti più o meno incondizionatamente..
– Coloro che difendono l’opzione liberale, ma sostenendo un’Europa politica indipendente, uscita dallo schieramento americano.
– Coloro che sostengono (e lottano per) una “Europa sociale”, vale a dire per un capitalismo temperato da un nuovo compromesso sociale fra capitale e lavoro operante a livello europeo, e contemporaneamente un’Europa politica che pratichi “altre opzioni” (sottinteso amichevoli, democratiche e pacifiche) con il Sud, la Russia e la Cina. L’opinione pubblica generale in tutta l’Europa ha espresso, al Forum Sociale Europeo (Firenze 2002) come in occasione della guerra contro l’Iraq, la propria simpatia di massima per questa posizione.
Vi sono inoltre certamente dei “non europeisti, nel senso che non condividono né come augurabili né come possibili nessuna delle tre opzioni degli europeisti. Costoro sono, per il momento, fortemente minoritari, ma sono sicuramente destinati a rafforzarsi, secondo linee d’altronde caratterizzate da due opzioni di fondo assai differenti. – Un’opzione “populista” di destra, che rifiuta l’aumento dei poteri politici – e forse anche economici – sovranazionali, ad eccezione evidentemente di quelli del capitale transnazionale.
– Un’opinione popolare di sinistra, nazionale, democratica e sociale. Su quali forze si fonda ciascuna di queste tendenze, e quali sono le loro rispettive possibilità?
Il capitale dominante è liberale, per natura. Per questo egli è portato, in coerenza con se stesso, a sostenere la prima delle quattro opzioni. Tony Blair rappresenta l’espressione più coerente di quel che ho definito come “imperialismo collettivo della triade”. La classe politica allineata dietro la bandiera a stelle e strisce è disposta, se necessario, a “sacrificare il progetto europeo” – quantomeno a dissipare qualsiasi illusione in proposito – mantenendolo nella costrizione delle sue origini: essere la copertina europea del progetto atlantista. Ma Bush, come Hitler, non concepisce altri alleati che quelli subordinati e allineati senza condizioni. È questa la ragione per cui alcuni importanti segmenti della classe politica, compresa quella di destra — e pure fra coloro che in linea di principio sono fra i difensori degli interessi del capitale dominante— si rifiutano di allinearsi supinamente alle posizioni degli Stati Uniti oggi, come ieri a quelle di Hitler. Se c’è un possibile Churchill in Europa, questo sarebbe Chirac. Lo sarà?
La strategia del capitale dominante può adattarsi a un “anti-europeismo di destra”, il quale si accontenterà allora di retoriche nazionalistiche demagogiche (agitando per esempio il tema degli immigrati — del Sud, beninteso), mentre nei fatti si sottometterà alle esigenze di un liberalismo non specificamente “europeo” ma mondializzato. Aznar e Berlusconi sono i prototipi di questo tipo di alleati di Washington. Le servili classi politiche dell’Europa orientale, pure.
Per tutto ciò ritengo che la seconda opzione sia difficile da mantenere. Essa è tuttavia quella dei due più grandi governi europei, il francese e il tedesco. Esprime le ambizioni di un capitale sufficientemente potente da essere in grado d’emanciparsi dalla tutela degli Stati Uniti? È una domanda per la quale io non ho risposte. È possibile, ma intuitivamente lo direi poco probabile. Tale opzione è tuttavia quella di alleati che si trovano di fronte all’avversario nordamericano che costituisce il nemico principale di tutta l’umanità. Dico appositamente di alleati, poiché sono persuaso che, se essi persistono nella loro opzione, saranno portati a uscire dalla sottomissione alla logica del progetto unilaterale del capitale (il liberalismo) e a cercare delle alleanze a sinistra (le sole che possano dare forza a al loro progetto d’indipendenza di fronte a Washington) . L’alleanza fra gli insiemi della seconda e della terza opzione non è impossibile. Come del resto lo fu la grande alleanza anti-nazista.
Se tale alleanza prende forma, dovrà e potrà operare allora esclusivamente nel quadro europeo, posto che tutti gli europeisti sono incapaci di rinunciare alla priorità data da tale quadro?
Non lo credo, poiché tale quadro, tale qual è e resterà, non favorisce sistematicamente che l’opzione del primo gruppo filo-americano. Bisognerà allora far esplodere l’Europa e rinunciare definitivamente al suo progetto?
Io formulerei qui una priorità assoluta nella costruzione di una alleanza politica e strategica fra Parigi-Berlino-Mosca, prolungata se possibile fino a Pechino e Delhi. Dico appositamente politica, con l’obiettivo di ripristinare tutte le loro funzioni al pluralismo internazionale e all’ONU. E strategica: costruire insieme delle forze militari all’altezza della sfida americana. Queste tre o quattro potenze ne hanno tutti i mezzi, tecnologici e finanziari, rafforzati dalle loro tradizioni di capacità militare, di fronte alle quali gli Stati Uniti fanno una pallida figura. La sfida americana e le sue ambizioni criminali l’impongono. Ma tali ambizioni sono smisurate. Bisognerà provare. Costruire oggi un fronte anti-egemonico è, come è stata ieri la costruzione dell’alleanza anti-nazista, la priorità assoluta.
Questa strategia riconcilierebbe i “filo-europeisti” della seconda, terza e quarta opzione e i “non-europeisti” di sinistra. Essa creerebbe dunque le condizioni favorevoli per una successiva ripresa di un progetto europeo, capace probabilmente d’integrare pure una Gran Bretagna liberata dalla sua sudditanza agli Stati Uniti e un’Europa orientale che si sia sbarazzata dalla sua cultura servile. Cerchiamo d’essere pazienti, tutto ciò prenderà molto tempo.