L’Ucraina al bivio

Per molti giorni, nello scorso giugno, i giornali ci hanno informato dettagliatamente sulle diverse fasi del viaggio di Giovanni Paolo II in Ucraina.
Non sono mancate interessanti e utili riflessioni di esperti autorevoli a proposito della disputa, fino a quel momento sconosciuta ai più, tra le due componenti cristiane ucraine (ortodossa e greco-cattolica). E neppure suggestive e colorate digressioni su argomenti “di costume”, come quelle apparse nelle corrispondenze dell’inviato di Liberazione, Fulvio Fania.
Una cosa è certa. Dopo giorni di prime pagine dedicate alla missione papale, su quanto stia succedendo in Ucraina oggi, a dieci anni esatti dalla sua “indipendenza”, sugli indirizzi politici di questo grande stato europeo, sulla sua organizzazione economica, sociale e istituzionale, sulla sua collocazione internazionale, sui suoi rapporti con il vicino “fratello” russo, con l’Europa, con il mondo, e, infine (almeno per quanto dovrebbe interessare gli organi di informazione che si definiscono “comunisti”), sul suo partito comunista, prima forza politica del paese per consenso elettorale, il lettore medio italiano, forse, ne sa esattamente come al momento della partenza del pontefice per Kiev.
Se dovessimo trarre una somma delle impressioni ricavate dalle cronache e dai commenti, se ne dedurrebbe: che il papa, lontano da intenzioni egemoniche e dall’impegno in attività di proselitismo in aree “dominate” da altre confessioni, ha solo voluto esprimere la propria volontà di dialogo nei confronti di una Chiesa ortodossa russa diffidente ed oscurantista; che il “popolo” greco-cattolico e nazionalista delle regioni occidentali dell’Ucraina1 rappresenta il settore della società ucraina più vicino alla sensibilità della superiore “civiltà occidentale”, contrapposta alla “barbarie” asiatica e alle “nostalgie” sovietiche; che il presidente ucraino Leonid Kuchma, a cui si era delegata la funzione di “contenimento” della Russia e, fino a non molto tempo fa, indicato come garante delle salvifiche riforme politiche ed economiche suggerite dall’Occidente, viene oggi sospettato di inclinazioni “antidemocratiche”, tali da richiedere un attento “monitoraggio” da parte delle istituzioni del “mondo libero”;
che, infine, del “comunismo”, di cui il papa ha beatificato i martiri, non c’è (fortunatamente, beninteso) più alcuna traccia! Il partito comunista2, evidentemente, ha cessato di esistere, dal momento che neppure gli inviati dei giornali comunisti italiani hanno registrato tracce della sua presenza.
A onor del vero, dell’Ucraina si era parlato, con relativo risalto, anche nei mesi precedenti, in occasione della scomparsa e dell’uccisione di un giornalista, Gheorghy Gongadze, che stava indagando su uno dei numerosi casi di corruzione e malversazione in cui si sarebbe trovato implicato il gruppo di potere raccoltosi attorno al presidente della repubblica Kuchma.
L’avvenimento aveva scatenato un’ondata di proteste, anche da parte dei comunisti. Alla testa di questo movimento si era subito collocato il grosso delle forze di ispirazione nazionalista e liberale, con l’appoggio dei socialisti di Aleksandr Moroz, che, dopo aver isolato i comunisti che individuavano nella nascita del movimento l’occasione per avanzare una richiesta di radicali cambiamenti della politica di restaurazione capitalistica condotta da tutti i settori del regime 3, ha cercato di mobilitare i propri sostenitori su una linea tesa ad ottenere unicamente le dimissioni di Kuchma.
La conseguenza politica più significativa di tale movimento, che si è sviluppato peraltro nel solo centro della capitale (mentre i comunisti, autonomamente, raccoglievano decine di migliaia di manifestanti anche nel resto del paese) è apparsa da subito l’acutizzazione del conflitto che, da qualche tempo, opponeva lo stesso Kuchma al suo primo ministro, Viktor Yuschenko, e all’ex primo ministro, Julja Timoshenko, decisi fautori della necessità dell’accelerazione del processo di riforme economiche auspicato dal FMI e dalle banche occidentali e sostenitori di una incisiva integrazione dell’Ucraina nelle strutture mondiali che sorreggono gli attuali processi di “globalizzazione” capitalistica, a cominciare dalla NATO.
Proprio la “guerra intestina” tra i “poteri forti” di Kiev, le cui caratteristiche analizzeremo più nei dettagli nel corso dell’articolo, e non la scarsa propensione democratica del presidente Kuchma è la vera ragione che ha spinto l’occidente – che tali turbamenti non ha mai manifestato in un decennio di ossequiente osservanza delle sue direttive a cui anche Kuchma è sembrato sottomettersi – a far calare una cortina di gelo sul capo dello stato ucraino.
Dall’agosto del 1991, anno dell’”indipendenza” conquistata con il colpo di stato che ha distrutto l’Unione Sovietica, violando la volontà popolare espressa nel corso del referendum svoltosi nel marzo dello stesso anno, il regime al potere in Ucraina, allineatosi alle raccomandazioni occidentali, ha condotto una politica ispirata ideologicamente a quell’esasperato nazionalismo che ha solide basi unicamente tra una componente minoritaria della popolazione, concentrata nelle regioni occidentali. Tale orientamento si è manifestato nell’avvio, nei primi anni “postsovietici”, sotto la presidenza di Leonid Kravchuk, di una politica di prevaricazione e discriminazione nei confronti della forte minoranza russa (predominante in Crimea e in alcune regioni dell’oriente) e di una consistente parte della stessa etnia ucraina che considera, da secoli, l’idioma russo come “madre lingua”, e che, ad esempio in Crimea, ha provocato fortissime tensioni e vigorose reazioni popolari. Nel 1994, l’avvento al potere di Kuchma con la confluenza dei voti delle sinistre e dell’elettorato russofono al secondo turno, ha fatto sperare in un relativo ammorbidimento delle forme più intransigenti di nazionalismo, attraverso il riconoscimento di una certa autonomia alle minoranze etniche. Ciò almeno in parte è avvenuto. Ma nel complesso il processo di “ucrainizzazione” è proseguito, trovando il più prezioso supporto nell’atteggiamento dell’Occidente, in particolare degli Stati Uniti, che, dal momento dell’implosione dell’Unione Sovietica, non solo considerano l’Ucraina uno “stato cuscinetto”, ma nutrono la velleità di inglobarla direttamente nel sistema di alleanze politiche, economiche e militari da essi controllato. L’importanza strategica dell’Ucraina per l’Occidente è messa in rilievo in un illuminante articolo di uno specialista americano. Scrive Robert Cutler, dell’”Institute of European and Russian studies” dell’università di Carleton: «…mentre la Bielorussia è un paese “regionale”, l’Ucraina è un paese “strategico”…La connessione dell’Ucraina alla Russia può costituire un ostacolo alla sua integrazione all’Ovest… Il meeting del G7 del 1994 a Winnipeg, in Canada, ha messo in grande rilievo, nell’esaminare e promuovere le riforme in Ucraina, la necessità di dare sbocco alle aspirazioni dell’Ucraina di ricongiungersi all’Occidente»4. Alla sollecitazione del nazionalismo, della rivalità religiosa tra greco-cattolici e ortodossi e all’interno della stessa comunità ortodossa (divisa tra il patriarcato di Kiev e quello di Mosca), si è accompagnata la continua pesante pressione degli organismi economici internazionali perché l’Ucraina adotti i piani di riforma economica predisposti di volta in volta dai suoi consiglieri. Gli effetti della subalternità a tale politica sono stati devastanti. Bastino alcuni dati. In un paese che, fino alla metà degli anni ’80, era considerato una sorta di “fiore all’occhiello” dell’URSS, a fronte di un sostanziale smantellamento del discreto sistema di infrastrutture che stava alla base dello “stato sociale” sovietico il salario medio non raggiunge oggi i 40 dollari al mese, con i pensionati che ricevono a stento la metà di questa cifra. Oggi l’Ucraina è uno dei paesi più poveri d’Europa. La popolazione del paese ammontava, nel giugno del 2001, a 49 milioni circa di abitanti, contro i 52 milioni di 10 anni prima. Secondo i dati del “Comitato statistico statale” circa 100 persone abbandonano quotidianamente il paese in cerca di condizioni migliori di vita all’estero. Le statistiche dell’ONU rilevano drammatici tassi di mortalità infantile e la diffusione di terribili malattie, come la tubercolosi e il colera, considerate praticamente scomparse in epoca sovietica. Nei prossimi 50 anni l’Ucraina potrebbe addirittura perdere un terzo dei suoi abitanti5. L’allentamento dei legami con la Russia e con gli altri componenti del mercato ex sovietico, da cui l’Ucraina riceveva la gran parte delle risorse energetiche, ha avuto inevitabili conseguenze nel drastico ridimensionamento dell’apparato produttivo. Altiforni e miniere sono stati costretti alla chiusura, con conseguenze sociali facilmente immaginabili. In tale contesto abbiamo assistito allo smantellamento dell’apparato sovietico, all’esasperazione dei processi di corruzione, alla legalizzazione e all’impunità dell’”economia criminale”, all’emergere di “clan” strutturati su base regionale, da cui spesso dipendono molti partiti, che godono di compiacenti e solidi appoggi da parte delle personalità politiche più significative del regime, a cominciare dalle più alte autorità dello stato (Kuchma, Yuschenko, ecc.) le quali, nella quasi generalità dei casi, ai “clan” devono la loro fortuna. È su intrecci di tale natura che stava indagando Gongadze.
Ma non sono stati certamente gli scrupoli di carattere morale ad aver sollevato scandalo in Occidente. Se vogliamo individuare ciò che ha determinato il mutamento radicale dell’atteggiamento occidentale verso Kuchma, non è certo al “caso Gongadze” che dobbiamo guardare, ma piuttosto ad un avvenimento accaduto poco tempo prima dell’esplosione dello scandalo e passato quasi inosservato ai giornalisti di casa nostra. Ci riferiamo all’importante incontro avvenuto nell’ultimo scorcio del 2000, nella città ucraina di Dnepropetrovsk, tra lo stesso Kuchma e il presidente russo Vladimir Putin, che ha segnato una tappa fondamentale nel “disgelo” delle relazioni tra i due paesi più importanti della CSI, e che si è concluso con la sigla di importanti accordi. Il più importante dei quali è certamente quello relativo al regolamento del “contenzioso” sui rifornimenti di energia russi, che rischia di pregiudicare la realizzazione dei piani occidentali che si propongono il controllo completo delle leve fondamentali dell’economia del paese. E allora, non è certamente una revisione degli orientamenti “capitalistici” della politica economica dell’Ucraina a suscitare l’allarme dell’Occidente. Tale intenzione non pare neppure lontanamente sfiorare Kuchma, espressione lui stesso di uno dei potentati economici regionali, quello di Donetsk. Ci troviamo piuttosto di fronte all’acutizzarsi delle contraddizioni all’interno degli assetti dominanti (che contrappongono, ad esempio, le oligarchie dell’Ucraina orientale, più dipendenti dal sostegno russo, a quelle delle regioni più occidentali, che invece guardano a Usa e Unione Europea), riguardanti la ricerca degli interlocutori privilegiati sul piano delle relazioni economiche nel contesto internazionale. Si può parlare anche – e su questo concentrano molte delle loro speranze i comunisti – della presa di coscienza da parte di alcuni, nel gruppo dirigente del paese, della acuta drammaticità della crisi vissuta dall’Ucraina. Vale la pena, a proposito di tale processo, riprendere l’interessante analisi formulata da uno studioso russo vicino al presidente Putin, Boris Schmelyov, direttore del “Centro di studi politici comparati”: «Diversi dirigenti politici in Ucraina sembrano comprendere sempre di più che l’orientamento unilaterale verso l’Occidente, la mancanza di riguardo nei confronti degli interessi russi, il tentativo di costruire uno stato ucraino contrapposto alla Russia, rappresentano una politica sterile. Essi capiscono che è necessario cooperare con l’Occidente, ma al tempo stesso che è necessario cooperare, in ambito militare, politico ed economico, anche con la Russia… Il principale problema per l’Ucraina è quello del debito contratto per il gas naturale russo. L’Ucraina non è in grado di pagare il gas, ma allo stesso tempo non può garantire il proprio sviluppo senza le risorse energetiche russe. Forse è questa la ragione principale, per cui in Ucraina si comincia a capire che è necessario cooperare con la Russia… La visita di Putin ha dimostrato che tali possibilità esistono”6.
Se consideriamo che tale possibilità di una radicale riconversione della politica estera dell’Ucraina verso la Russia, si inserisce in un quadro di generale tendenza alla ricomposizione dell’unità tra gli stati dell’ex URSS, per di più all’indomani della travolgente vittoria dei comunisti in Moldavia e alla vigilia della quasi scontata riconferma di Lukashenko alla presidenza della Bielorussia, riusciamo a comprendere le ragioni delle preoccupazioni occidentali. È questo, certamente, che ha spinto soprattutto gli USA a sbilanciarsi nel sostegno esplicito ai loro uomini di Kiev più fedeli, convincendo il premier Yuschenko a sfruttare le occasioni create dall’impetuoso sviluppo del movimento, nato sull’onda del legittimo sdegno popolare per il “caso Gongadze”, e a porsi l’obiettivo esplicito dell’estromissione dello scomodo Kuchma. Dopo l’incontro, nel marzo scorso, tra Yuschenko e l’ambasciatore USA presso l’UE, Richard Morningstar (già protagonista, in passato, di pesanti interferenze negli affari interni russi), il sostegno alle proteste dei “democratici” ucraini “è diventato metodico”7. Le stesse fonti ufficiali russe hanno parlato addirittura dell’esistenza di un “piano Brzezinski”, che vedrebbe anche un coinvolgimento della Polonia (ora nella NATO), per rovesciare Kuchma con metodi “jugoslavi”8.
In tale contesto di pressioni esterne, è maturata la decisione dei comunisti ucraini di svolgere un ruolo primario nell’orientare gli sviluppi della drammatica crisi politica, contribuendo a determinare una prima e temporanea sconfitta del disegno “golpista” coltivato dai settori filoccidentali. Così, proprio dai comunisti è partita la richiesta di sfiducia a Yuschenko, che ha portato, il 26 aprile, alle sue dimissioni e alla sostituzione dello stesso con un uomo di stretta fiducia del presidente, Anatolij Kinach, capo dell’associazione degli industriali ucraini9. In quest’ultimo caso, il rifiuto della fiducia del KPU al nuovo premier indica che non è certo mutato l’atteggiamento comunista di ferma opposizione al corso del regime, dopo la verifica delle intenzioni programmatiche di Kinach, che non lasciano intravedere alcuna seria volontà di venire incontro alle esigenze dei comunisti. Nessuna risposta positiva è venuta in merito alle due fondamentali richieste avanzate dal KPU: il ripristino delle prerogative della “Rada suprema” (parlamento), attraverso la limitazione degli eccessivi poteri presidenziali per sbarrare la strada a derive autoritarie, e una politica economico-sociale radicalmente alternativa a quella realizzata fino ad ora,a beneficio delle oligarchie.
Il leader del KPU, Piotr Simonenko, in una sua intervista10 dimostra di avere ben chiara la natura “di classe” della politica di Kuchma e ribadisce di porsi come obiettivo strategico la caduta del presidente e del suo regime. Ma, nello stesso tempo, non sfugge a Simonenko il vero carattere dell’attacco sferrato a Kuchma, nell’attuale frangente. Che, dietro le parole d’ordine che invocano una “normale democrazia”, si celano in realtà i settori oligarchici più interessati a seguire l’esempio delle confinanti Ungheria e Polonia, attraverso l’integrazione nel sistema militare occidentale. Quali vantaggi – si chiedono i comunisti – potrebbe ricavare l’Ucraina da una simile svolta? Il KPU è ben consapevole che la realizzazione di tale progetto legherebbe “mani e piedi” l’Ucraina agli Stati Uniti (pregiudicando, inoltre, con la presumibile soffocante presenza straniera che deriverebbe dall’adesione alla NATO, le residue possibilità di realizzare cambiamenti di rilievo sul piano sociale), sbarrando la strada all’eventuale associazione di Kiev alla ricostruzione dell’unità dello “spazio ex sovietico” che, in prospettiva, potrebbe rappresentare uno dei “contrappesi” in grado di contrastare la vittoria definitiva del modello “unipolare” ad egemonia USA. È con questa consapevolezza che il KPU, senza rinunciare, per questo, alla sua identità di tenace opposizione sociale e politica a qualsiasi processo di restaurazione capitalistica, si appresta ad affrontare i prossimi impegni più importanti.
Un primo decisivo banco di prova sarà offerto dalle prossime elezioni parlamentari del 2002.
Alcuni osservatori11 prevedono che la lotta sarà limitata a tre blocchi principali. Il primo, ovviamente, si raccoglierà attorno ai comunisti. Un altro schieramento sarà formato dalle forze che sostengono Kuchma, che pare tentato di seguire l’esempio russo attraverso la creazione di un partito presidenziale, sul modello dell’”Unità” di Putin. Infine, abbiamo il blocco cosiddetto “democratico-nazionalista”. È indubbio che la posizione degli “sconfitti” Yuschenko e Timoshenko appare piuttosto difficile. Sostenuti da una gigantesca propaganda, in Ucraina e all’estero, fino a qualche mese fa sembravano avere buona possibilità di prevalere, almeno stando ai sondaggi. Ma ultimamente la situazione ha subito un drastico cambiamento. Viktor Yuschenko ha sicuramente fatto un passo falso quando, sull’onda dell’emozione prodottasi nei ranghi dei “democratici” in seguito alle sue dimissioni, invece di muoversi mascherando saggiamente le sue intenzioni reali per allargare le basi del consenso, ha preferito, per molti versi inspiegabilmente, “cavalcare” gli umori prevalenti nell’estrema destra del suo schieramento. Egli ha così accettato, in previsione delle elezioni, di mettersi alla testa del blocco ultranazionalista, radicato quasi esclusivamente nelle regioni occidentali e caratterizzato da un livore “antirusso” così accentuato da pregiudicarne l’affermazione nel resto del paese12. Quanto a Julja Timoshenko, esaltata negli Stati Uniti come la “pasionaria” del fronte antipresidenziale, si trova, nelle vesti di una “Chubajs in gonnella” (come la definiscono i comunisti ucraini), in questo momento a fare i conti molto prosaicamente con l’accusa avanzata dalla magistratura di Mosca per l’appropriazione indebita di 450 milioni di dollari, derivanti da transazioni con il Ministero della difesa della Russia. Questa “beniamina” dell’Occidente, per ogni genere di malversazioni ha già avuto guai con la giustizia del suo paese, che l’hanno costretta alle dimissioni da vice premier e ad un breve periodo di carcere, in cui si è naturalmente proclamata vittima di violazioni dei “diritti umani”, invocando l’intervento delle istituzioni europee.
Nel frattempo l’Occidente non è certo rimasto a guardare. Se da un lato la rimozione di Yuschenko e l’affievolirsi del movimento contro Kuchma non ha certo significato la fine del sostegno agli “ultras” delle riforme, ha comunque posto le cancellerie dei paesi NATO di fronte alla necessità di riconsiderare le linee della propria politica di interferenza nelle questioni ucraine. Di conseguenza, nel primo scorcio dell’estate si è sviluppata un’offensiva diplomatica nei confronti del nuovo esecutivo di Kiev, che ha visto impegnate le personalità di primo piano della politica estera occidentale. All’apparenza non sono mancati risultati, almeno sul piano formale. Nei loro viaggi, Robertson, Condoleeza Rice e Solana hanno cercato di utilizzare, come argomenti sufficientemente convincenti, sia la pesante pressione che sull’Ucraina esercitano i ricatti economici dei potenti partners americani ed europei, che la minaccia dell’uso, alla prima occasione, dell’ormai consolidato copione propagandistico della “difesa dei diritti umani”. In tal modo, assicurazioni generiche sono arrivate a Lord Robertson circa la continuazione della collaborazione con la NATO. Condoleeza Rice avrebbe “capitalizzato” un assenso di massima a proseguire nel progetto USA di “scudo spaziale”. E Solana, in veste di alto rappresentante della politica estera dell’Unione Europea, ma come sempre solerte garante degli interessi della NATO, è riuscito a “convincere” il governo ucraino a sospendere la consegna dell’artiglieria che serviva all’esercito macedone per fronteggiare l’aggressione dell’UCK, salvo ricevere una smentita dopo che la Macedonia è stata costretta a sottoscrivere l’accordo-capestro che decreta la fine della sua sovranità13.
Come si vede, i prossimi mesi saranno decisivi per verificare la tenuta del processo di riavvicinamento dell’Ucraina alla Russia. Alcuni tra i più autorevoli esperti russi non sembrano nutrire dubbi sulla sua irreversibilità. Come hanno avuto modo di rilevare le agenzie ufficiali russe, l’ultimo discorso, pronunciato da Kuchma nell’autorevole “Forum mondiale degli ucraini” (la più importante delle manifestazioni svoltesi in occasione del decimo anniversario dell’”indipendenza”), davanti a una tribuna costituita dalle più importanti personalità politiche e culturali del paese e dell’emigrazione, sembra non lasciare dubbi sulla priorità delle relazioni con la Russia, relegando in secondo piano quelle con gli USA e con la NATO. Pur facendo molte concessioni alla retorica nazionalista, gradita in particolare ai molti ucraini dell’emigrazione, il presidente ha comunque voluto ricordare, con una certa enfasi, che il 40% dell’interscambio commerciale del paese avviene con la Russia, che la frontiera comune è di 2.500 chilometri, che esiste una dipendenza energetica dalla Russia e che interi settori dell’economia crollerebbero senza il sostegno russo, affermando inoltre, tra le contestazioni di alcune frange di sostenitori di Yuschenko, che “sarebbe un crimine ignorare questo grande paese vicino”14.

Note

1 La regione fedele al papa è la stessa che, elettoralmente, dà la sua fiducia a formazioni ultranazionaliste, ferocemente antirusse e anticomuniste, in cui militano anche i sopravvissuti (e, naturalmente, i loro eredi) tra gli spietati collaborazionisti – presenti massicciamente anche nelle strutture religiose e laiche della chiesa cattolica “uniate” – con l’occupante nazista. I partiti nazionalisti e le amministrazioni locali della Transcarpazia hanno scatenato, negli anni scorsi, una vera e propria “caccia alle streghe” nei confronti dei combattenti partigiani e dell’”Armata rossa”, sfociata in assalti alle sedi dei movimenti antifascisti e combattentistici e nel tentativo di criminalizzazione dei loro aderenti, che, in molti casi, hanno subito aggressioni e violenze.

2 Vorremmo sbagliarci. Ma ci sembra che proprio nessuno dei giornalisti italiani al seguito del papa, nel fornire informazioni politiche sul paese, abbia pensato di mettere in evidenza che il Partito Comunista di Ucraina (KPU), con quasi 100.000 iscritti, è il più forte e organizzato partito nazionale e che è forza di maggioranza relativa nelle elezioni parlamentari, raccogliendo una percentuale di voti maggiore delle sinistre italiane, rossa-rosa-verde, messe insieme.

3 Sui contrasti che, fin dall’inizio, hanno diviso i comunisti dagli altri partiti che hanno dato vita al “Forum di salvezza nazionale” che ha guidato le agitazioni contro Kuchma, si sofferma il segretario del KPU, Piotr Simonenko, in un intervista concessa al giornale “Kievskie Vedomosti”, di cui è disponibile una nostra traduzione. Piotr Simonenko, “Solo insieme noi vinceremo”, “Kievskie Vedomosti”, 12 aprile 2001

4 Nel contesto del suo saggio, peraltro, Cutler, con la sensibilità e la competenza dello studioso, suggerisce all’amministrazione Bush un approccio meno “frettoloso” di quello che contraddistingue l’attuale condotta degli USA, invitando a comprendere le oscillazioni della politica estera ucraina, che deve tener conto del livello elevato di “dipendenza” dalla Russia, in particolare nel decisivo settore delle forniture energetiche. Robert M. Cutler, “U.S. policy must be sensitive to Ukraine’s balancing act”, “foreignpolicy-infocus.org”, 22 febbraio 2001.

5 Fonte: “NOVOSTI”, 10 agosto 2001.

6 Boris Schmelyov, “We are not talking about uniting Russia, Ukraine and Belarus into a single state”, “strana.ru”, 1 luglio 2001.

7 L. Dobrochotov, “Sindrome moldava in Ucraina”, “kprf.ru”, 16 marzo 2001.

8 “New stage in Brzezinski plan for Ukraine”, “strana. ru”, 29 luglio 2001.

9 La richiesta di sfiducia è passata con 263 voti a favore e 69 contro. Oltre ai comunisti, per la sfiducia hanno votato i partiti vicini al presidente, i socialdemocratici e la liberale “moderata” “Mela”. Contro si sono pronunciati i partiti nazionalisti, come “Ruch”, e i “democratici” animatori del “Forum di salvezza nazionale” e del movimento “Ucraina senza Kuchma”. Il 29 maggio il nuovo premier Kinach è stato eletto con i 239 voti dei partiti “pro-Kuchma”, della frazione socialista e di alcuni deputati indipendenti, non ottenendo, però, la fiducia dei comunisti.

10 Intervista a Piotr Simonenko, a cura di Vladimir Serjachenko, “Komunist”, Kiev, 8 giugno 2001.

11 Intervista al politologo Vladimir Polochalo. “Politicna Dumka”, rivista del “Centro per le analisi e le consulenze politiche” di Kiev, 19 luglio 2001.

12 I candidati dei quattro partiti che si sono coalizzati nel “blocco delle forze democratiche” non sono andati oltre il 2% dei voti nelle ultime elezioni presidenziali. Viktor Timoshenko, “Irreparabile errore di Viktor Yuschenko”, “Nezavisimaja Gazeta”, 3 luglio 2001.

13 “L’Ucraina non ha fretta di sospendere le spedizioni di armi alla Macedonia”, “strana.ru”, 14 agosto 2001.

14 “Vladimir Skachko, “Leonid Kuchma ha invitato gli ucraini di tutti i paesi a lavorare per l’Ucraina”, “strana.ru”, 18 agosto 2001.