L’Ottobre, Gramsci e noi

*Direttore di Critica Marxista

NELL’87° DELLA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE

Non è facile parlare oggi della Rivoluzione d’ottobre. La fase storica iniziata con l’89, la vittoria neoconservatrice mondiale, anche a livello ideologico, gli stessi disastri economico- sociali causati dall’espandersi del sistema capitalistico, provocano tutt’oggi due tipi di fenomeni, entrambi negativi. Da una parte tutto ciò che sa di comunismo, di Unione sovietica, di Rivoluzione d’ottobre è avvolto da forme di condanna astoriche, propagandistiche e ideologiche in senso deteriore. Tutto ciò ha prodotto danni enormi, soprattutto presso i giovani. E a poco serve consolarci guardandoci allo specchio o facendo riferimento all’orticello di casa: a livello di grandi numeri, la situazione è questa.
D’altra parte il fenomeno eguale e contrario che a volte si registra, è quello di un arroccamento difensivo di coloro che ancora sono e si dicono comunisti, per i quali la nostra storia diviene una sorta di realtà mitica, in cui tutto è stato bello e santo. Anche questo è un atteggiamento disastroso, che impedisce di fare i conti col passato e dunque aiuta di fatto l’avversario nella sua opera di demonizzazione e condanna. La Rivoluzione d’ottobre, viceversa, come tutta la nostra storia – e come tutta la storia – è oggi più che mai qualcosa che va analizzato “freddamente”, senza cadere in rimozioni né indulgere in mitizzazioni, per capire il passato in modo da poter meglio capire il presente e meglio lottare per il futuro.

Senza avere la pretesa di fare in questa sede un discorso neanche lontanamente esaustivo, si può dire che l’Ottobre, che ormai va considerato insieme a tutto ciò che da esso è nato, è un fenomeno storico, politico e anche teorico complesso e variegato. Il suo significato – visto a quasi novant’anni di distanza – sta in primo luogo nell’aver aperto un processo di carattere mondiale, di rivolta contro il capitale e contro le metropoli capitalistiche. Di aver lanciato un grido e gettato il seme di una speranza. L’aver posto il tema di una diversa organizzazione sociale e politica dell’umanità è qualcosa che resta, nella coscienza dei popoli, e che – nonostante le sconfitte e i disastri susseguenti – sono sicuro che carsicamente dà e darà un contributo inestimabile alle idee e alle lotte di cambiamento, di giustizia egualitaria, di alternativa allo stato di cose presenti.
Va anche detto però, a chiare lettere, che questo processo ha luci e ombre. E che le ombre non sono poche. La storia a cui mi riferisco è estremamente varia e complessa, e per riassumerla si rischia di banalizzarla e semplificarla. Chi ricorda oggi, ad esempio, che Lenin stesso aveva negli anni e in parte anche nei mesi precedenti all’Ottobre sostenuto tesi diverse rispetto a quelle che poi, grazie anche alle sue capacità, effettivamente prevalsero? Il farsi concreto della Rivoluzione russa mandò in archivio le discussioni precedenti su “via americana” e “via prussiana”.

Come sempre succede, la storia finisce per seguire un corso che mai viene previsto totalmente, ma che tutt’al più si può contribuire a determinare, quasi sempre in piccola parte, pur se a volte decisiva, con la lotta. Ma il tema, l’idea di una società fondata sull’«autogoverno dei produttori” – benché ben presto costretta al ripiegamento e alla sconfitta – rimase e rimane come l’eredità forte della grande lezione di Marx. Come è noto, quando Antonio Gramsci seppe della Rivoluzione d’ottobre, parlò invece di “rivoluzione contro il Capitale”, intendendo per Capitale proprio il libro di Marx. Certo, nella Torino del ’17 martoriata dalla guerra, dalla fame e dalla censura, era tutt’altro che facile sapere, informarsi, capire. Eppure Gramsci, in mezzo a mille fraintendimenti e a cento illusioni, seppe in qualche modo cogliere un lato essenziale di quel bagliore che da tanto lontano aveva “illuminato l’aria”: era stata messa in discussione una modalità di lettura di Marx, una tradizione già costituita del marxismo, che oggi diremmo – se non sapessimo che al moderatismo non c’è mai fine – moderata, evoluzionista, economicistica. “Il Capitale di Marx – scrisse Gramsci – era, in Russia, il libro dei borghesi, più che dei proletari. Era la dimostrazione critica della fatale necessità che in Russia si formasse una borghesia, si iniziasse un’era capitalistica, si instaurasse una civiltà di tipo occidentale”. Il problema che Lenin e i suoi si trovarono di fronte fu proprio questo: la necessità-possibilità di spazzar via uno Stato feudale che si faceva garante di un sia pur lento sviluppo borghese, puntando su una società con enormi problemi di sviluppo economico, sociale, culturale, civile, ma mobilitata grazie a una effettiva offerta di libertà. L’indicazione marxiana dell’autogoverno dei produttori – tanto cara al Gramsci del “biennio rosso” – doveva essere tradotta in pratica in una situazione storicamente difficilissima. Ma non c’era possibilità di alternative, a meno di non chiamare alternativa, come fanno oggi tanti bravi pensatori della borghesia, anche di sinistra, il far morire milioni di uomini per la fame, le carestie, la guerra.
Lenin certo aveva ben presenti gli scritti di Marx sulla Russia, la lettera a Vera Zasulic in cui si affermava che le comunità contadine potevano dar vita a una nuova formazione sociale a patto di trovare una sponda in una rivoluzione socialista in “Occidente”. Quella fu la scommessa. Di lì passò la sconfitta. E necessariamente prevalse poi un’altra linea, già con Lenin, e ancor di più con Trockij, ma anche e ancor di più con Stalin. Che se non è certo solo un mostro sanguinario, è però ben altra cosa da Lenin e dal suo insegnamento. La qual cosa non va mai dimenticata e non va mai taciuta. Prevalse comunque, in sostanza, nella Terza Internazionale e nel marxismo della Terza Internazionale, una visione nuovamente economicistica del processo storico e del processo rivoluzionario, che inevitabilmente poi divenne anche determinismo, sia pur diverso da quello riformista della Seconda Internazionale. Rispetto a questo corso storico ma anche teorico, l’eccezione più rilevante, anche se insufficiente, fu quella del comunismo italiano, a partire da Gramsci.

Ancora Gramsci, infatti, un quindicennio più tardi delle sue note sulla “rivoluzione contro il Capitale”, ormai in carcere, vittima e simbolo di quella sconfitta, alla riflessione sulla quale dedicava le sue ultime energie di comunista non rassegnato a una deriva moderata, scriveva parole che restano per noi definitive: nella sua distinzione tra “Oriente” e “Occidente”, nella dicotomia tra “guerra di movimento” e “guerra di posizione”, nella sua ridefinizione del concetto di rivoluzione come processo e non più come “presa del Palazzo d’Inverno” (senza che mai rinnegasse la necessità e anche proficuità di prendere, nella Russia del ’17, quel Palazzo d’Inverno), stava e sta la possibilità di un movimento comunista nuovo. Che senza rinnegare la storia sappia costruire una storia diversa.
I successori di Gramsci non furono alla sua altezza. Eppure non è un caso se le cose che, nel suo tempo, profondamente diverso già da quello di Gramsci, ha detto e fatto chi è cresciuto politicamente cibandosi del suo pensiero, in primo luogo Togliatti e Berlinguer, ma anche Longo, Natta, Ingrao e tanti altri, rappresentano un momento alto con pochi eguali nella storia del movimento comunista internazionale. Anche in Italia poi hanno prevalso altre forze, hanno vinto vere e proprie illusioni, ben diverse, e non certo meno ingannevoli, di quelle stigmatizzate da Furet. Eppure oggi sarebbe necessario un peso maggiore della tradizione e delle idee del vecchio Pci (pur nella consapevolezza delle luci e delle ombre, delle tante luci ma anche nelle non poche ombre) nel modo d’essere del movimento comunista, anticapitalista, rivoluzionario, antagonista o come lo si voglia chiamare, in Italia e non solo in Italia. Certo guardando avanti, ma senza dimenticare i punti alti del passato, anche più prossimo. E senza dimenticare ciò che la Rivoluzione d’ottobre ha significato nella nostra storia.