L’Ottobre e le democrazie occidentali

1. La storia dell’Occidente ci mette di fronte ad un paradosso, che può essere ben compreso a partire dalla storia del suo odierno paese-guida: la democrazia nell’ambito della comunità bianca si è sviluppata contemporaneamente ai rapporti di schiavizzazione dei neri e di deportazione degli indios. Per trentadue dei primi trentasei anni di vita degli Usa, a detenere la presidenza sono proprietari di schiavi, e proprietari di schiavi sono anche coloro che elaborano la Dichiarazione di Indipendenza e la Costituzione. Senza la schiavitù (e la successiva segregazione razziale) non si può comprendere nulla della «libertà americana»: esse crescono assieme, l’una sostenendo l’altra. Se la «peculiare istituzione» (come eufemisticamente viene definita la schiavitù) assicura il ferreo controllo delle classi «pericolose» già sui luoghi di produzione, la mobile frontiera e la progressiva espansione ad Ovest disinnescano il conflitto sociale trasformando un potenziale proletariato in una classe di proprietari terrieri, a spese però di popolazioni condannate ad essere rimosse o spazzate via. Dopo il battesimo della guerra d’indipendenza, la democrazia americana conosce un ulteriore sviluppo, negli anni ‘30 dell’Ottocento, con la presidenza Jackson: la cancellazione, in larga parte, delle discriminazioni censitarie all’interno della comunità bianca va di pari passo col vigoroso impulso impresso alla deportazione degli indios e col montare di un clima di risentimento e di violenza a danno dei neri. Una considerazione analoga può essere fatta anche per la cosiddetta «età progressista» che, partendo dalla fine del secolo scorso, abbraccia i primi tre lustri del Novecento: essa è caratterizzata certo da numerose riforme democratiche (che assicurano l’elezione diretta del Senato, la segretezza del voto, l’introduzione delle primarie e dell’istituto del referendum ecc.), ma costituisce al tempo stesso un periodo particolarmente tragico per neri (bersaglio del terrore squadristico del Ku Klux Klan) e indios (spogliati delle terre residue e sottoposti ad un processo di spietata omologazione che intende privarli persino della loro identità culturale). A proposito di questo paradosso che caratterizza la storia del loro paese, autorevoli studiosi statunitensi hanno parlato di Herrenvolk democracy, cioè di democrazia che vale solo per il «popolo dei signori» (per usare il linguaggio caro poi a Hitler). La netta linea di demarcazione, tra bianchi da una parte e neri e pellerossa dall’altra, favorisce lo sviluppo di rapporti di uguaglianza all’interno della comunità bianca. I membri di un’aristocrazia di classe o di colore tendono ad autocelebrarsi come i «pari»; la netta disuguaglianza imposta agli esclusi è l’altra faccia del rapporto di parità che s’instaura tra coloro che godono del potere di escludere gli «inferiori ». La categoria di Herrenvolk democracy può essere utile anche per spiegare la storia dell’Occidente nel suo complesso. Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, l’estensione del suffragio in Europa va di pari passo col processo di colonizzazione e con l’imposizione di rapporti di lavoro servili o semiservili alle popolazioni assoggettate; il governo della legge nella metropoli s’intreccia strettamente con la violenza e l’arbitrio burocratico e poliziesco e con lo stato d’assedio nelle colonie. E’ in ultima analisi lo stesso fenomeno che si verifica nella storia degli Usa, solo che nel caso dell’Europa esso risulta meno evidente per il fatto che le popolazioni coloniali, invece di risiedere nella metropoli, sono da questa separati dall’oceano.

2. E’ ben difficile trovare una critica di questa «democrazia per il popolo dei signori» nell’ambito del pensiero liberale, che spesso di quel regime è piuttosto l’espressione teorica. La Herrenvolk democracy costituisce invece il bersaglio privilegiato della lotta di Lenin. Il dirigente rivoluzionario russo mette puntigliosamente in evidenza le macroscopiche clausole d’esclusione della libertà liberale a danno delle «pelli rosse e nere», nonché degli immigrati «provenienti da paesi più arretrati». Come in un gioco di specchi, l’Occidente che si gloria del governo della legge viene messo di fronte alla realtà delle colonie: «Gli uomini politici più liberali e radicali della libera Gran Bretagna […] si trasformano, quando diventino governatori dell’India, in veri e propri Gengis Khan». L’Italia di Giolitti può ben esser fiera dell’estensione della cittadinanza a quasi tutta la popolazione maschile adulta. Ma di nuovo all’autocelebrazione liberale fa eco il controcanto di Lenin, il quale fa notare come l’estensione del suffragio miri ad allargare la base sociale di consenso per la spedizione in Libia, questa «tipica guerra coloniale di uno stato “civile” del secolo XX»: ecco «una nazione civile e costituzionale » procedere nella sua opera di «civilizzazione» «mediante le baionette, le pallottole, la corda, il fuoco, gli stupri», persino con la «carneficina»; è «un macello di uomini, civile, perfezionato, un massacro di arabi con armi “modernissime” […] “Per punizione” sono stati massacrati quasi 3.000 arabi, si sono depredate e massacrate famiglie intere, massacrati bambini e donne». Sì, Mill può celebrare l’impero britannico come «un passo verso la pace universale e verso la cooperazione e la comprensione generale fra i popoli». Senonché, anche a voler sorvolare sul conflitto tra le grandi potenze che avrebbe poi condotto alla prima guerra mondiale, questa celebrazione implica una rimozione mostruosa: non vengono considerate guerre le spedizioni delle grandi potenze nelle colonie. Si tratta di conflitti nel corso dei quali, se anche «sono morti pochi europei», tuttavia «vi hanno perduto la vita centinaia di migliaia di uomini appartenenti ai popoli che gli europei soffocano». E allora – prosegue Lenin in modo sferzante – «si può parlare di guerre? No, a rigore, non si può parlare di guerre, e si può quindi tralasciare tutto questo ». Alle vittime non viene concesso neppure l’onore delle armi. Le guerre coloniali non vengono considerate tali per il fatto che a subirle sono barbari che «non meritano nemmeno l’appellativo di popoli (sono forse popoli gli asiatici e gli africani?)» e che, in ultima analisi, vengono esclusi dalla stessa comunità umana. E’ su questa base che avviene la rottura con la socialdemocrazia. A determinarla non è la dicotomia riforme/ rivoluzione. Questa è una rappresentazione di maniera, che non diventa più credibile per il fatto di essere stata spesso condivisa, con contrapposto giudizio di valore, da entrambi gli antagonisti. Nei decenni precedenti lo scoppio del primo conflitto mondiale, Bernstein saluta l’espansionismo della Germania imperiale come un contributo alla causa del progresso, della civiltà, del commercio mondiale: «Se prima del tempo, i socialisti proponessero di aiutare i selvaggi e i barbari nella loro lotta contro l’incalzante civiltà capitalista, questo sarebbe un riflusso di romanticismo »; assieme all’Occidente nel suo complesso, Bernstein, come d’altro canto Theodore Roosevelt, riconosce anche alla Russia zarista il ruolo di «potenza tutrice e dominante» in Asia. Il dirigente socialdemocratico tedesco si spinge sino alle soglie del socialdarwinismo. A rappresentare la causa del «progresso» sono le «razze forti», le quali inevitabilmente «tendono ad allargarsi e ad espandersi con la loro civiltà», mentre ad opporre un’inutile e retrograda resistenza sono popoli non civili, e persino «incapaci di civilizzarsi»; allorché «insorgono contro la civiltà», essi devono essere combattuti anche dal movimento operaio. Se da un lato lotta per riforme democratiche in Germania, dall’altro Bernstein esige il pugno di ferro contro i barbari: è la logica già analizzata della «democrazia per il popolo dei signori». L’assoggettamento dei popoli coloniali non può essere ostacolato né da remore sentimentali né da astratte considerazioni giuridiche: le razze forti e civili non possono rendersi «schiave di una legalità formale ». A teorizzare una superiore legalità sostanziale, a partire dalla filosofia della storia cara alla tradizione coloniale, è proprio il dirigente socialdemocratico che poi esprime tutto il suo orrore per il mancato rispetto delle regole del gioco nella rivoluzione d’ottobre. Questa rappresenta una svolta radicale rispetto ad una tradizione ideologica e politica, nell’ambito della quale arroganza coloniale e pregiudizio razziale costituiscono un dato ovvio e pacifico. In queste condizioni, l’appello alla lotta d’emancipazione rivolto agli schiavi delle colonie, e ai «barbari» presenti nella stessa metropoli capitalistica, non può che apparire come una minaccia mortale ad un tempo alla razza bianca, all’Occidente e alla civiltà in quanto tale. A partire da ciò è possibile comprendere il conflitto gigantesco che si è verificato nel Novecento. La sorte per secoli riservata negli Usa a indiani e neri costituisce un modello dichiarato per il fascismo e il nazismo. Ancora nel 1930, un ideologo di primo piano del nazismo come Rosenberg esprime la sua ammirazione per l’America della white supremacy, questo «splendido paese del futuro» che ha avuto il merito di formulare la felice «nuova idea di uno Stato razziale», idea che adesso si tratta di mettere in pratica, «con forza giovanile», mediante espulsione e deportazione di «negri e gialli». Se da un lato, con la sua retorica «ariana», il Terzo Reich si presenta come il tentativo, portato avanti nelle condizioni della guerra totale, di realizzare un regime di white supremacy su scala planetaria e sotto egemonia tedesca, dall’altro lato il movimento comunista ha fornito un contributo decisivo al superamento della discriminazione razziale e del colonialismo, di cui il nazismo intende assumere e radicalizzare l’eredità.

3. Nella sua lotta contro la herren – volk democracy, Lenin ha radicalizzato la lezione di Marx e Engels: «La profonda ipocrisia, l’intrinseca barbarie della civiltà borghese ci stanno dinanzi senza veli, non appena dalle grandi metropoli, dove esse prendono forme rispettabili, volgiamo gli occhi alle colonie, dove vanno in giro ignude». Le grandi potenze capitalistiche e coloniali possono ben abbandonarsi alla autocelebrazione, ma non possono essere considerati realmente liberi un popolo o un paese che ne opprime un altro. Nel frattempo giganteschi mutamenti sono intervenuti a livello mondiale: la lezione di Lenin rinvia ad un capitolo di storia ormai chiuso? Per dare una riposta a questa domanda, guardiamo ad alcuni dei conflitti che caratterizzano il mondo d’oggi. La stampa internazionale gronda di articoli o prese di posizione impegnate a celebrare o, per lo meno, a giustificare Israele: dopo tutto – si afferma – è l’unico paese del Medio Oriente in cui sussiste libertà di espressione e di associazione, in cui è all’opera un regime democratico. Viene così rimosso o considerato insignificante un particolare macroscopico: il governo della legge e le garanzie democratiche valgono soltanto per la razza dei signori, mentre i palestinesi possono essere espropriati della loro terra, arrestati e detenuti senza processo, torturati, uccisi e, comunque, dal regime di occupazione militare vengono quotidianamente umiliati e calpestati nella loro dignità umana. Siamo qui posti dinanzi ad un’alternativa, di natura epistemologica oltre che politica. Si può far leva sulla «democrazia » in Israele per riconoscere a questo paese un diritto al dominio, al saccheggio, all’oppressione coloniale o semicoloniale; oppure si può desumere proprio da questa realtà di dominio, saccheggio e oppressione il carattere tutt’altro che democratico di Israele. Considerazioni analoghe si possono fare per il grande alleato e protettore di Israele. Inaugurando il suo primo mandato presidenziale, Clinton ha sentenziato: l’America è «la più antica democrazia del mondo», ed essa «deve continuare a guidare il mondo»; «la nostra missione è senza tempo». La patente di democrazia attribuita agli Usa già al momento della loro fondazione autorizza a passare sotto silenzio il genocidio delle popolazioni indigene e la schiavitù dei neri (che pure costituivano il 20% della popolazione complessiva). La medesima logica viene messa in atto con lo sguardo rivolto al presente e al futuro. Non molto tempo fa, la «commissione per la verità» istituita in Guatemala ha accusato la Cia di aver potentemente aiutato la dittatura militare a commettere «atti di genocidio» a danno degli indiani maya, colpevoli di aver simpatizzato con gli oppositori del regime caro a Washington. Ma, dato che costituiscono la più antica e la più grande democrazia del mondo, gli Usa non hanno difficoltà a rimuovere tutto ciò. Conservando la loro buona coscienza, possono così continuare a rivendicare il diritto di bombardare o smembrare ogni Stato da Washington sovranamente definito pariah State o rogue State, condannando alla fame o all’inedia la sua popolazione. Sennonché, proprio il trattamento inflitto ieri ai pellerossa e ai pellenera e oggi ai maya ovvero ai pariah o rogues in ogni angolo del mondo dimostra la natura ferocemente antidemocratica degli Stati Uniti. D’altro canto, è significativa la terminologia utilizzata. Per quanto riguarda l’espressione pariah State, essa chiaramente rinvia alla storia delle società divise in caste, dove nessuna eguaglianza, anzi nessun contatto era lecito e possibile tra i membri delle caste superiori da un lato e gli intoccabili dall’altro. Ma forse ancora più eloquente è l’espressione rogue State. A lungo, tra Sei e Settecento, in Virginia i semischiavi, gli schiavi a tempo di pelle bianca, allorché venivano catturati dopo la fuga cui spesso cercavano di far ricorso, erano marchiati a fuoco con la lettera R (che stava per «rogue»): resi così immediatamente riconoscibili, non avevano più via di scampo. Più tardi, il problema dell’identificazione veniva risolto definitivamente sostituendo ai semischiavi bianchi gli schiavi neri: il colore della pelle rendeva superflua la marchiatura a fuoco, il nero era già di per sé sinonimo di rogue. Al fine di piegare o di costringere alla capitolazione i pariah State o rogue State non si esita a far ricorso alle pratiche che, prima di irrompere nel cuore stesso dell’Occidente nel corso del Novecento, hanno tragicamente caratterizzato la storia della tradizione coloniale. L’embargo è una sorta di versione post-moderna del campo di concentramento. In epoca di globalizzazione, non c’è più bisogno di deportare un popolo: basta bloccare l’afflusso di cibo e medicinali; tanto più poi se, con qualche bombardamento «intelligente», si riesce a distruggere acquedotti, fognature e infrastrutture sanitarie, come per l’appunto è avvenuto in Iraq.

4. Abbiamo visto Clinton rivendicare per gli Usa una «missione» eterna. Siamo ricondotti alla storia del colonialismo e dell’imperialismo. Agli inizi del Novecento, nel polemizzare contro i profeti americani ed europei dell’imperialismo, Hobson, liberale inglese di sinistra, li caratterizza ironicamente come il «partito del destino» e della «missione civilizzatrice». Facendo tesoro anche di questa lettura, Lenin formula un programma politico di «rottura completa con la barbara politica della civiltà borghese», che legittima e celebra il dominio di «poche nazioni elette» sul resto dell’umanità. Sono dileguate questa visione del mondo e questa pretesa imperiale? Nel corso della campagna elettorale, George W. Bush non ha esitato a proclamare un nuovo dogma: «La nostra nazione è eletta da Dio e ha il mandato della storia per essere un modello per il mondo». Quella del neo-presidente degli Usa non è una voce isolata. A suo tempo suo padre ha dichiarato: «Io vedo l’America come leader, come l’unica nazione con un ruolo speciale nel mondo». Ascoltiamo altre voci. Kissinger: «la leadership mondiale è inerente al potere e ai valori americani». Diamo la parola anche alla signora Albright: gli Usa sono l’unica «nazione indispensabile». Questa «missione» o leadership eterna viene rivendicata in nome dei «diritti dell’uomo». Siamo portati a pensare alla storia dell’imperialismo britannico che, con la sua espansione, si sentiva impegnato a «rendere le guerre impossibili e promuovere i migliori interessi dell’umanità ». Ad esprimersi in tal modo è Cecil Rhodes, il quale così sintetizza la filosofia dell’Impero britannico: «filantropia + 5%»; dove «filantropia» è sinonimo di «diritti umani» e la percentuale del 5% sta ad indicare i profitti che la borghe- sia capitalistica inglese realizzava o si proponeva di realizzare mediante le conquiste coloniali e l’agitazione della bandiera dei «diritti umani». Vediamo ora in che modo un giornalista statunitense (Thomas L. Friedman) descrive e celebra la globalizzazione: questa serve ad esportare in primo luogo «i prodotti, le tecnologie, le idee, i valori e lo stile del capitalismo americano». Gli Usa possono quindi consolidare ed estendere la loro egemonia «sia stabilizzando il mondo militarmente sia democratizzandolo economicamente e politicamente»; in particolare, «per smuovere la Cina», essi devono saper combinare «cannoniere, commercio e investimenti Internet», oltre, naturalmente, alla parola d’ordine della «democratizzazione » economica e politica. La formula cara a Rhodes, il cantore dell’imperialismo britannico, può quindi essere riformulata con maggiore precisione e franchezza: «filantropia (ovvero diritti dell’uomo) + 5% + politica delle cannoniere».

5. Ma non bisogna ormai parlare di «superamento dello Stato nazionale »? Questa parola d’ordine ha cominciato a risuonare a partire dalla guerra contro la Jugoslavia. Il processo di ricolonizzazione del Terzo Mondo e delle zone periferiche rispetto all’Occidente va avanti con parole d’ordine universalistiche, che proclamano l’assoluta trascendenza delle norme etiche rispetto ai confini statali e nazionali. Ma ciò, ben lungi dal costituire una novità, è una costante della tradizione coloniale. D’altro canto, è evidente che, arrogandosi il diritto di dichiarare superata la sovranità di altri Stati, le grandi potenze si attribuiscono una sovranità dilatata, da esercitare ben al di là del proprio territorio nazionale. Si riproduce in forma appena modificata la dicotomia che ha scandito l’espansione coloniale, nel corso della quale i suoi protagonisti hanno costantemente rifiutato di riconoscere come Stati sovrani i paesi via via assoggettati o trasformati in protettorato. Emergono con chiarezza i contorni del «Nuovo Ordine Internazionale»: da una parte ci sono coloro cui compete il diritto e l’obbligo di lanciare «operazioni di polizia internazionale», dall’altra i rogue States, gli Stati-fuorilegge, più esattamente i non-Stati, il cui comportamento illegale dev’essere colpito con ogni mezzo. In questa sorta di Stato mondiale, che qui viene evocato, all’Occidente compete il monopolio della violenza legittima, e ciò rende esplicita la de-emancipazione che si consuma a danno degli esclusi. La questione nazionale si presenta oggi con caratteristiche sensibilmente diverse che nel passato. Resta il fatto che, arrogandosi il diritto di dichiarare superata la sovranità di altri Stati, le grandi potenze si attribuiscono una sovranità mostruosamente dilatata. Questa radicale disuguaglianza tra le nazioni è una caratteristica essenziale dell’imperialismo, cioè del sistema politico–sociale caratterizzato, secondo Lenin, dall’«enorme importanza della questione nazionale». Nel rivendicare la loro «missione», gli Usa e le grandi potenze imperiali possono ben agitare la bandiera della «democrazia »; si tratta pur sempre della Herrenvolk democracy, della «democrazia per il popolo dei signori» che ha costituito il bersaglio costante dell’azione di Lenin.

Da Lenin Reloaded. Toward a Politics of Truth, a cura di S. Budgen – S. Kouvelakis – S. Zizek, Duke University Press, Durham and London 2007