Lotta e futuro del popolo palestinese

L’anno che si è chiuso è stato in Palestina uno dei peggiori da molto tempo a questa parte, con la guerra scatenata dal governo Sharon contro i Territori autonomi ed il sostanziale seppellimento del processo negoziale di pace. E le prospettive non sono per ora di segno diverso, malgrado gli impegni assunti dall’Autorità nazionale palestinese. Di questo parliamo con Ali Rashid, primo segretario della Delegazione generale di Palestina in Italia.

Dopo un anno cupo e terribile come il 2001, che cosa resta del processo di Oslo? E soprattutto, è ancora recuperabile la prospettiva del negoziato?

Del processo di Oslo praticamente non c’è più nulla e dell’altra parte c’è tutto, e questo dipende da che tipo di governo c’è, ci sarà, in Israele.
La destra israeliana, sia quella politica che quella religiosa, non ha mai nascosto la sua intenzione di opporsi al processo di Oslo.
In verità l’uccisione di Rabin (nel novembre 1995, ndr) e la vittoria di Netanyahu hanno rappresentato praticamente la fine del processo di pace e degli accordi di Oslo. Però sul piano politico, sia locale che internazionale, non ci sono alternative, se non quella di una guerra nella quale chi rischia di più sono i palestinesi. Ecco perché è pericoloso dire che il processo di Oslo è morto, perché questo significa che i palestinesi dovranno subire non so per quanti altri anni la pressione israeliana.
Il rapporto di forze militari è evidente a tutti, e non consente ai palestinesi di conquistare sul campo qualche vantaggio, o di obbligare Israele a rispettare gli accordi.
Ma se ci sarà un cambiamento – per ora peraltro non visibile – che porterà al governo di Israele un’altra coalizione, di sinistra sia pure relativa, ciò vorrà dire che si apriranno nuove prospettive. Oggi purtroppo bisogna constatare che con questo governo, che ancora gode di un grande consenso all’interno della società israeliana, l’accordo di Oslo non c’è più; ma da parte nostra dobbiamo continuare a rivendicare quell’accordo, perché rappresenta l’unico elemento politico al quale fare riferimento. Altrimenti non c’è che lo scontro.

Alla base degli accordi di Oslo c’erano due formule: territori in cambio della pace e due Stati per due popoli. Resta questo ovviamente il traguardo? E quanto è matura questa idea di due Stati per due popoli, cioè della rinuncia alla maggior parte della Palestina, nella coscienza dei palestinesi?

Questa è una domanda molto più difficile.
Sì, sul piano politico c’è solo quel quadro di soluzione, che significa l’applicazione di alcune risoluzioni delle Nazioni Unite che chiedono a Israele di ritirarsi dai territori occupati nel 1967, cioè la Cisgiordania e la striscia di Gaza. Questi territori rappresentano soltanto il 22% della Palestina storica, e questo è l’elemento che ha creato tutta quella lacerazione, quella divisione, all’interno del popolo palestinese anche al momento della firma dell’accordo di Oslo, perché significa appunto la rinuncia al 78% del territorio storico.
Questo viene accettato sul piano politico dal gruppo dirigente palestinese, che tutto sommato continua ad avere una maggioranza in seno al popolo palestinese; ma contemporaneamente rappresenta una questione molto dolorosa per i palestinesi tutti.
Molti hanno accettato, hanno sostenuto l’accordo, semplicemente per salvare il salvabile e non perché questa sia una soluzione giusta. Parlare di giustizia, per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese, io credo che sia impossibile; è una cosa che abbiamo lasciato dietro le spalle, da parecchio tempo, e oggi si tratta comunque di salvare il salvabile.

È la distinzione che ha fatto Arafat tra giustizia giusta e giustizia possibile.

Sì, ma in realtà questa non si può nemmeno chiamare giustizia possibile, siamo fuori da qualsiasi possibilità di giustizia.
Arafat la chiama giustizia possibile perché sa che deve …

Deve venderla …

Si, da una parte, ma deve anche lui digerirla, perché anche lui, insomma, non è che ha accettato tutto questo a cuor leggero; ma sappiamo tutti che oggi l’unica strada è questa, l’unico quadro di soluzione è questo. La difficoltà non è soltanto nel rapporto tra israeliani e palestinesi; c’è la difficoltà di agire sul piano internazionale, perché Israele è in grado di esercitare la sua influenza sui governi, sull’opinione pubblica, perché ha in mano i mezzi d’informazione e molti strumenti che condizionano le scelte dei governi. La verità è che quando si parla con i governi, con esponenti di partito, della ingiustizia che il processo di pace stesso rappresenta nei confronti del popolo palestinese, ne sono consapevoli ma hanno le mani legate. Hanno le mani legate anche quando Sharon vìola quell’accordo. E vediamo molte volte che la comunità internazionale, i suoi esponenti, chiedono ai palestinesi di fare concessioni e non agli israeliani di essere più ragionevoli. Ma i palestinesi non possono concedere più di quello che hanno già concesso (cioè del famoso 78%, ndr), perché quello è il loro limite negoziale; qualsiasi passo al di sotto di questo limite vuol dire davvero trasformare il gruppo dirigente palestinese in uno strumento nelle mani dei governi israeliani, della politica israeliana, che mira ad annientare i palestinesi, politicamente ma anche come identità, come popolo, come futuro.

Questo vale per i palestinesi. Ma la pace non si fa da soli, la face si fa in due. Fino a che punto pensi che gli israeliani siano pronti ad accettare uno Stato palestinese sovrano?

L’opinione pubblica israeliana è condizionata da diversi elementi. Innanzitutto sono anche loro vittime della propaganda di Israele, che presenta le cose come se fosse normale l’occupazione della terra di un altro popolo, l’espulsione di un altro popolo, la schiavizzazione di un altro popolo, la violazione di ogni forma di diritto. Oggi c’è un sentimento diffuso all’interno della società israeliana che mette Israele al di sopra di qualsiasi legalità internazionale, c’è un profondo senso fra gli israeliani di esseri liberi, di fare quello che vogliono. Questo atteggiamento diffuso fra gli israeliani viene sostenuto e rafforzato da un atteggiamento di silenzio complice da parte della comunità internazionale; e molte volte la complicità non assume soltanto la forma del silenzio, ma anche quella di un sostegno esplicito e urlato. È difficile, in questa situazione, che la società israeliana, l’opinione pubblica israeliana, possa fare una marcia indietro, guardare la realtà con occhi diversi e cercare di rispettare qualche parvenza di legalità nei comportamenti politici del loro Stato. Sembra oggi che il quadro politico sia completamente bloccato. Questo però non significa che sia effettivamente così: bisogna agire, bisogna lavorare con chi in Israele non la pensa in questo modo, ma bisogno lavorare soprattutto con la comunità internazionale, con l’opinione pubblica internazionale, soprattutto nei Paesi dell’Occidente democratico. Io credo che in questi Paesi sia iniziata una nuova stagione di lotta, perché la violazione del diritto non viene fatta soltanto nei Paesi al di fuori del continente europeo; ormai c’è una destra al governo in diverse parti dell’Europa e negli Stati Uniti, e anche qui si stanno violando alcune forme di diritto consolidato; basta pensare alle leggi di emergenza adottate negli Stati Uniti, alle limitazioni di movimento, della libertà personale e collettiva, in alcuni Paesi europei ad esempio all’attacco alla magistratura, all’istituto del contratto di lavoro. C’è una situazione per cui anche all’interno dell’Occidente democratico molte forme di diritto consolidato vengono violate; ma vedo qui anche una grande mobilitazione, o piuttosto l’inizio di una grande mobilitazione in difesa della democrazia, del diritto, dei fondamenti stessi della società democratica occidentale. E secondo me oggi c’è una maggiore tendenza a vedere il diritto nella sua universalità e non soltanto come esclusiva di una parte di questo mondo. Per questo non vorrei guardare al futuro con pessimismo, anche se ci sono oggi tutti gli elementi per essere pessimisti; un po’ di ottimismo aiuta ad affrontare meglio questa situazione.

Tornando al campo palestinese, la gestione dell’Anp nei Territori in questi anni ha lasciato molto a desiderare, pur tenendo conto del contesto e delle difficoltà obiettive. La leadership e la politica di Arafat sono contestate da destra (gli islamici) e da sinistra (i due Fronti marxisti e il Partito del Popolo palestinese). Qual è la tua opinione in proposito?

La mia opinione è che non c’è stata una gestione ottimale di quel poco che i palestinesi hanno ottenuto attraverso il processo di pace, e questo è stato un errore non secondario, perché i palestinesi si aspettavano dal loro primo governo una gestione molto più trasparente, molto migliore. I palestinesi, oltre alla fine dell’occupazione, hanno aspirato sempre a uno Stato in cui venissero rispettati i diritti e soprattutto il diritto alla partecipazione della gente nella politica, e questo purtroppo non è avvenuto. In parte questo è dovuto alla situazione di emergenza in cui si è trovata fin dall’inizio l’Autorità nazionale palestinese, e in parte anche alla mancanza di una cultura politica relativa alla gestione di uno Stato e alla guida di un popolo non in una fase di lotta per la liberazione nazionale ma nella fase di costruzione dello Stato. Devo dire che con questa gestione non molto trasparente noi abbiamo anche favorito il compito dei partiti della destra islamica, e dobbiamo porvi rimedio al più presto, nel senso di allargare le maglie della nostra democrazia, combattere alcuni fenomeni di corruzione che sono apparsi negli ultimi anni, far funzionare al meglio le strutture legislative che abbiamo e rispettare la loro autonomia, puntare su una magistratura autonoma, che caratterizza ogni Stato di diritto e che purtroppo finora in Palestina non c’è.

Tuttavia, malgrado questi errori e queste difficoltà, io credo che per tante ragioni Arafat non sia per ora sostituibile, come ha detto perfino una personalità assai critica come Abdel Shafi.
Sei d’accordo su questo? Io per ora non vedo alternativa.

Sono assolutamente d’accordo. Secondo me mancano esponenti di primo livello che siano in grado di sostituire Arafat; non è che ci sia carenza di quadro politico all’interno del popolo palestinese …

Ad esempio Abu Ala, Abu Maizen …

Certo, Abu Maizen è un personaggio all’altezza, ma oltre a questi nomi in vista ci sono molti altri che, per un motivo o per l’altro, non sono oggi visibili. Non mancano le persone, non mancano i quadri politici all’altezza della situazione. Ma Arafat rappresenta un simbolo, è questo il fatto; e i palestinesi in questo momento hanno ancora bisogno di questo simbolo perché ancora svolge una funzione importante, che riguarda anche l’unità nazionale del popolo palestinese. Quindi no, non è sostituibile; ma in caso di emergenza, se dovesse mancare per un motivo o per l’altro, non è vero che dietro ci sia il vuoto.

Personaggi appunto come Abdel Shafi, Hanan Ashrawi e anche altri, oltre alle forze di sinistra, hanno chiesto ripetutamente nella gestione all’interno dei Territori più democrazia e trasparenza (almeno prima di questi ultimi sviluppi che rendono la situazione praticamente bloccata); si era parlato di elezioni davvero libere e di maggiore partecipazione alla cosa pubblica. Ma si possono costruire strutture davvero democratiche quando non c’è ancora uno Stato e per di più sotto aggressione militare? E non credi che la stessa Intifada sia proprio una espressione di democrazia dal basso?

Io credo che non solo possiamo, ma dobbiamo creare strutture democratiche. Lo Stato palestinese è destinato ad essere ancora per molto tempo una cosa virtuale più che reale, e quindi i palestinesi devono fin da ieri, non da domani, dare il via a questa riforma democratica che riguarda tutte le loro strutture rappresentative. Questa, secondo me, è una condizione indispensabile anche per far venire meno quella disperazione che ha spinto alcuni giovani a forme di lotta estreme contro l’occupazione israeliana, perché da una parte vedono questa violenza israeliana costante e sistematica, che colpisce tutti i momenti della vita di un cittadino palestinese, mentre dall’altra parte è venuta meno anche una sorta di fiducia, che c’è stata sempre da parte della popolazione, nei confronti del gruppo dirigente che ha guidato la lotta; e questo ha in qualche modo dato via libera a ogni cittadino palestinese per trovare la forma di resistenza contro l’occupazione che ritiene più opportuna, ha dato molto spazio a piccoli gruppi, portandoli a svolgere un ruolo enorme rispetto al loro reale peso nella società palestinese. Adesso bisogna restituire credibilità al governo palestinese, alle strutture rappresentative, in modo che i palestinesi si sentano meno soli, sentano meno questo senso di isolamento, di disperazione.

Anche perché, restando le cose come stanno, aumenta il pericolo della crescita del fenomeno islamico. Sono stato quest’anno a Gaza dopo un po’ di tempo che non ci andavo, e sono rimasto impressionato dalla visibile islamizzazione dell’ambiente e dei costumi; sembra quasi di essere a Teheran.

Questo è vero. Mi dispiace ammetterlo ma è vero, e rappresenta una novità per la nostra società e per la nostra cultura, che ha espresso da sempre valori laici, democratici, progressisti; la stessa funzione della rivoluzione palestinese, del movimento di resistenza è stata sempre una funzione progressista, perché doveva lottare contro l’occupazione militare, contro l’imperialismo, e quindi non poteva non essere progressista.Quello che è avvenuto negli ultimi anni dipende da due cause: innanzitutto la continuazione della occupazione israeliana anche in forme più violente rispetto al passato, e per di più accompagnata da un messaggio politico molto pericoloso, quello che dice in sostanza ai palestinesi che non esiste, neanche nelle prospettive future, la possibilità di una soluzione politica che dia loro uno Stato indipendente e sovrano; e in secondo luogo proprio la cattiva gestione da parte dell’Autorità nazionale palestinese di quel poco di potere che ha ottenuto attraverso gli accordi di Oslo.
Nel passato c’era un clima molto più democratico, più partecipativo, prima della instaurazione dell’Autorità nazionale palestinese; e questo, per tanti anni, ha rappresentato una valvola di sicurezza per la società palestinese, ha prevenuto il formarsi ed il crescere di fenomeni di fondamentalismo, soprattutto religioso. Se noi non possiamo influire molto sulla politica degli israeliani nei nostri confronti, nessuno ci impedisce di mettere mano a una riforma seria delle nostre strutture rappresentative, e dobbiamo iniziare da subito per poter arrestare la crescita del fondamentalismo islamico.

Poco fa hai citato l’imperialismo, un tema che è oggetto di dibattito anche all’interno del nostro partito, di Rifondazione comunista. La politica di Sharon è una politica chiaramente colonialistica, con l’aggressione militare, la volontà di controllare comunque i territori, le colonie illegali. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza il sostegno degli Stati Uniti. Non credi che la politica israeliana, al di là di tutte le cortine fumogene, sia per così dire l’altra faccia della politica imperialistica degli Stati Uniti? E che comunque, malgrado la fine dei blocchi, Israele rimanga un pilastro, un punto di riferimento per la costruzione e il consolidamento della egemonia americana nella regione?

Assolutamente sì, Israele ha svolto questa funzione da quando è nato e continua a svolgerla. Dopo la fine della guerra fredda sono state formulate molte domande sul possibile ruolo di Israele nella nuova situazione che si era venuta a creare; e molti di noi pensavano che non c’era più bisogno di un avamposto della politica americana nel Medio Oriente, di uno strumento degli americani nella nostra regione. Innanzitutto perché non c’era più un’altra superpotenza a competere con gli Stati Uniti d’America, e dall’altra parte perché non c’erano nella regione dei veri nemici dell’America: la maggior parte dei governi esistenti sono filo-americani, e quindi si pensava che ci sarebbe stata una politica americana più equilibrata, e che in questo contesto si sarebbe potuta ipotizzare anche una soluzione del problema palestinese. Devo dire invece che fino ad oggi i fatti non hanno dato ragione a questa analisi. E tuttavia, se Israele continua a essere uno strumento nelle mani degli americani, per molti aspetti rappresenta al tempo stesso anche un ostacolo per la politica americana nella regione, perché determina una situazione di tensione permanente che crea problemi e contraddizioni fra gli Stati Unti e i loro alleati. Con la sua politica aggressiva, espansionistica, razzista e anche fondamentalista sul piano religioso (perché c’è questo elemento, che alcuni non vogliono vedere), Israele mette in difficoltà ed in imbarazzo gli alleati tradizionali negli Stati Uniti nella regione, governi come quelli dell’Egitto, della Giordania, dell’Arabia Saudita. E c’è un’altra cosa: in una situazione caratterizzata dalla mancanza di democrazia nel mondo arabo in generale e dall’altra parte da una crescente accentuazione dell’aspetto religioso dello Stato ebraico, di un suo carattere sempre più chiuso, con una crescente importanza delle forze fondamentaliste all’interno della società e delle scelte politiche fondamentali di Israele in questa situazione – dicevo – ha un forte stimolo la crescita di un altro fondamentalismo, vale a dire il fondamentalismo islamico, simile come matrice ma che va in una direzione opposta. Oggi, per prevenire il fondamentalismo islamico nel mondo arabo, oltre a una politica di riforme democratiche, che sono indispensabili all’interno dei Paesi arabi, occorre anche attenuare quell’aspetto religioso dello Stato ebraico. Io credo che se gli Stati Uniti d’America non mettono mano a questa situazione si andrà verso una esplosione e si creeranno seri problemi per la loro stessa strategia; Israele può essere causa di una situazione di instabilità generale in Medio Oriente che di fatto non favorisce gli interessi americani nell’area.

In questo senso c’è chiaramente un legame anche diretto fra la guerra americana in Afghanistan, la guerra di Sharon in Palestina e il possibile allargamento della guerra all’Iraq, allo Yemen o chissà a chi altri.

Vedi, c’è molta differenza a volte tra un’analisi politica fatta in una situazione di relativa tranquillità e le scelte politiche reali delle grandi potenze, che molte volte non corrispondono a quella analisi, anche perché le scelte fondamentali degli Stati Uniti, in particolare, sono soggette a molti condizionamenti di carattere lobbistico, legati a interessi privati, oltre che collettivi e nazionali, che sfuggono molte volte a un’analisi razionale. In questo senso è sempre una specie di scommessa: chi l’avrebbe mai detto che gli americani avrebbero fatto questa guerra contro l’Afghanistan, una guerra per certi aspetti controproducente e di cui è difficile prevedere gli sviluppi?

Come si colloca in questo contesto l’asse fra Israele e Turchia?

Veniamo qui a toccare due caposaldi della politica statunitense a livello regionale, per la quale è tradizionale avere sul posto una o più potenze militari in grado di controllare la situazione locale. Oggi questo asse tra Israele e Turchia, con gli accordi bilaterali di cooperazione militare, ha lo scopo di impedire qualsiasi cambiamento nel rapporto di forza regionale e di consolidare il dominio americano nel Medio Oriente. Si tratta peraltro di una alleanza indirizzata più a contrastare la crescita militare di Paesi come l’Iran, la Siria e l’Iraq che non a contenere la questione palestinese. Per il momento ha dimostrato tutta la sua efficacia poiché si tratta di due potenze militari di primo piano; ma al tempo stesso ciò alimenta la tendenza verso alleanze regionali contrapposte che non giova alla creazione di un clima di distensione in Medio Oriente. È una politica pericolosa, perché gli altri Paesi saranno comunque costretti a stringere alleanze alternative che porteranno alla destabilizzazione della regione. L’accordo Israele-Turchia ha per esempio già determinato un asse tra Siria e Iran, il riavvicinamento della Siria con l’Iraq, e anche un disgelo nei rapporti fra l’Arabia Saudita e lo stesso Iran; e se si continua su questa strada, il rischio è di creare in Medio Oriente due blocchi di potenze contrapposte, che avranno entrambi a che fare con il dominio militare e strategico della regione. Questo si traduce in altri fatti quotidiani come il controllo delle risorse, dell’acqua, del petrolio, delle vie di comunicazione. Bisogna dunque arrivare a stabilire altre regole del gioco, che non siano quelle delle alleanze militari.

Una domanda un po’ dolorosa, o comunque problematica. Un tempo si parlava tanto di rivoluzione araba, di socialismo arabo. Hanno ancora un senso questo termini? E quali sono le prospettive della sinistra araba, se ancora esiste?

Esiste, ma è messa male, e tuttavia oggi vive una fase di rinascita, almeno sul piano culturale e politico. Sicuramente non sono più proponibili questioni come l’unità del mondo arabo nel suo insieme. Più passa il tempo e più ci si rende conto che la prospettiva è semmai quella di alleanze di carattere regionale, come quelle del Maghreb o del Golfo; per il Medio Oriente si può oggi pensare a un’alleanza di natura strategica fra Iran, Iraq, Siria e Libano; ma si tratta di temi che non sono un argomento di discussione quotidiana della sinistra ma si pongono piuttosto al livello degli affari di Stato. A mio avviso oggi le forze di sinistra, progressiste, portano avanti soprattutto la questione della democrazia interna, piuttosto che quella del socialismo o di altri obiettivi a lungo termine; ed è questo un modo più maturo di impostare le cose, più adeguato alla fase che noi viviamo che è caratterizzata dalla presenza di regimi antidemocratici dovunque, nel mondo arabo, e da una sovranità nazionale incompiuta, perché si tratta di regimi formalmente sovrani ma che non hanno sovranità decisionale sulle questioni di fondo che li riguardano.
Quindi il compito fondamentale delle forze progressiste e democratiche nel mondo arabo è quello di puntare il dito soprattutto sulla questione democratica, della partecipazione, di porre fine a questo ruolo totalizzante della politica dei regimi arabi, trovare appunto maggiori spazi di partecipazione. Sembra strano, ma questo ci porta subito a un’altra domanda: ha ancora senso lo Stato nazionale come è stato concepito fino a oggi nel mondo arabo? Secondo molti intellettuali del mondo arabo lo Stato nazionale come Stato disegnato da altri e così come è stato immaginato fino ad oggi ha esaurito il ruolo che doveva svolgere nel passato e che oggi va completamente ridisegnato e riesaminato, nella prospettiva di forme di unità e cooperazione.

Quindi, in un certo senso, è il ritorno sia pure in altre forme all’idea dell’unità araba.

Ma vedi, non c’è un’alternativa. Quelli arabi sono Stati inventati, artificiali, come disse Churchill, disegnati con il suo sigaro su un tavolo di tazze da tè. Sono state inventate delle nazioni: dire ad esempio “nazione giordana” è una barzelletta: c’è un pezzo di popolo portato dall’Arabia Saudita, un altro portato dal deserto della Siria, un re portato dalla Mecca, e così pretendono di aver formato una nazione. O il Libano, storicamente parte della Siria, così come lo era la Palestina. Per non parlare del Qatar, o del Dubai. Questa situazione è durata fino ad oggi perché è stata sostenuta dall’esterno e non perché esprimesse una esigenza interna. Questi regimi sentono che hanno concluso il loro ruolo, che ormai non servono più a nulla e che comunque non sono in grado di programmare la loro vita politica ed economica come Stati sovrani senza interagire con altri Stati confinanti. Un Paese come la Giordania, se cessano gli aiuti internazionali, non sopravvive nemmeno un giorno. E oggi sul piano internazionale non c’è più nessuno disposto a somministrare fondi per la sopravvivenza di uno Stato del genere. A rendere il quadro ancora meno stabile, bisogna sottolineare che, mentre si inventavano delle nazioni, sull’altro versante sono stati dimenticati interi popoli, come il popolo curdo ad esempio, ventitrè milioni di persone che ufficialmente non risultano da nessuna parte, o come lo stesso popolo palestinese.

Per finire il grande assente, l’Europa. Non credi che la crisi del Medio Oriente sia una grande occasione mancata, la conferma che l’Europa non esiste al di là dell’ Euro, cioè del fatto puramente monetario?

È il grande assente non solo oggi ma anche durante la guerra del Golfo, durante altre importanti vicende politiche che caratterizzano ormai la nostra epoca. Anche oggi l’Europa non ha un ruolo, non intende in verità svolgere un ruolo, non ha dimostrato la volontà di essere determinante in quello che avviene. La guerra contro l’Afghanistan dimostra come il ruolo dell’Europa sia secondario, malgrado l’enfasi manifestata dai governi europei. La verità è che si sono messi tutti in divisa aspettando l’ordine di Bush di schierarsi da qualche parte, e alla fine si sono sentiti dire: va bene, tenetevi pronti, vi diremo noi cosa dovete fare; e continuano a star lì ad aspettare. Potevano invece svolgere un ruolo importante, ad esempio nel rendere le Nazioni Unite strumento più efficace nella soluzione dei grandi problemi del mondo, potevano avere una loro politica, autonoma dagli Stati Uniti; e così sarebbero stati molto più credibili e molto più efficaci nella soluzione dei problemi, delle crisi. E tuttavia io credo che nel futuro non c’è alternativa a un ruolo europeo autonomo.
Questa arroganza degli americani, che un tempo si manifestava soprattutto nei nostri confronti, oggi è sempre più esplicita anche nei confronti dei loro stessi alleati: non lasciano spazio, non lasciano un ruolo, non lasciano la possibilità di azione ai loro alleati; e di conseguenza oggi – come ho già detto – la stessa cultura democratica occidentale vive un momento di crisi. Basta pensare alle misure adottate anche sul piano interno degli Stati Uniti, che ledono il diritto fondamentale della libertà dei cittadini; una cosa che avviene anche in alcuni Paesi europei rispetto a diritti consolidati con anni e anni di lotte del movimento democratico e progressista. Pensiamo ad esempio, in Italia, a quello che avviene con il contratto di lavoro, la dignità stessa del lavoro, l’autonomia della magistratura, i conflitti d’interesse. Oggi la rinascita della cultura civile e democratica occidentale non può prescindere da un carattere universale di questa cultura, non è come nel passato quando la democrazia sembrava un diritto esclusivo dell’Europa e del mondo occidentale; oggi bisogna guardare al diritto nella sua universalità e non credo che ci possano essere alternative.