Lotta contro l’imperialismo e lotta contro l’islamofobia

Circa dieci anni fa, è stato un eminente politologo statunitense, certamente non sospetto di eccessiva indulgenza nei confronti dei nemici dell’Occidente, e cioè Huntington, ad osservare che, ai giorni nostri, “in Europa occidentale, l’antisemitismo verso gli ebrei è stato in larga parte soppiantato dall’antisemitismo verso gli arabi”. Formulata prima dell’11 settembre, il meno che si possa dire è che questa analisi risulta oggi valida non solo per le metropoli urbane dell’Europa (e degli Stati Uniti), ma anche e soprattutto per il rapporto che l’Occidente e Israele istituiscono col mondo arabo e islamico. Può essere interessante mettere a confronto i luoghi comuni del tradizionale antisemitismo antiebraico coi luoghi comuni dell’odierna Crociata islamofoba. Oriana Fallaci individua già nel Corano le radici dei misfatti da lei addebitati all’odierno radicalismo islamico. Vale la pena allora di riflettere su un testo classico di uno dei più famigerati antisemiti (Theodor Fritsch): Le mie prove contro Jahvé.[1]Non sarebbe un gran guadagno se al posto di Jahvé collocassimo Allah! Ma è proprio quello che oggi si verifica. Diamo sempre la parola alla Fallaci: “Allah non ha nulla a che fare col Dio del Cristianesimo. Nulla. Non è un Dio buono, non è un Dio Padre. È un Dio cattivo […] E non insegna ad amare: insegna a odiare”[2]. E ora apriamo il capitolo secondo del “classico” appena citato dell’antisemitismo anti-ebraico. Balza subito agli occhi il titolo: “La crudeltà e la misantropia di Jahvé”! Lo dimostrerebbe lo sterminio riservato agli abitanti di Canaan, destinati a far posto al popolo eletto. La conclusione è chiara: “lo spirito della vendetta e dell’odio”, proprio dell’ebraismo, è in irrimediabile contrasto con “lo spirito della mitezza e della bontà”, proprio del cristianesimo.[3] Ma vediamo come si sviluppa ulteriormente la requisitoria della Fallaci contro Allah, questo “Dio Padrone”: “Gli esseri umani non li tratta come figli. Li tratta come sudditi, come schiavi […] Non insegna ad essere liberi: insegna a ubbidire” [4]. E di nuovo ci imbattiamo in una tema centrale dell’antisemitismo propriamente detto, che con Dühring rimprovera all’ebraismo di rappresentare Dio solo come “signoria”, dinanzi alla quale al fedele non resta altro che assumere un “atteggiamento sottomesso”. Saremmo in presenza di una religione che produce un “uomo servile per natura”, il quale si prosterna tremebondo ad “un signore arbitrario”, il risultato è una “servitù teologicamente consacrata” (göttliche Knechtschaft)[5]. In conclusione, per Dühring l’ebraismo è “una religione servile”, che ispira una “morale servile” e che non conosce “uomini liberi”[6]. Come si vede, sul banco degli imputati Allah ha preso il posto di Jahvé, ma per il resto non si notano grandi differenze. O forse si può constatare un ulteriore immiserimento culturale. Sempre nell’acclamata autrice dei best-sellers dell’islamofobia si può leggere: “Se questo Corano è tanto giusto e fraterno e pacifico, come la mettiamo con la storia dell’Occhio-per Occhio-e-Dente-per-Dente? ”[7]. In realtà, la legge del taglione il Corano la desume, in forma forse indebolita, dall’Antico Testamento, dov’essa ricorre insistentemente: “vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, ustione per ustione, ferita per ferita, lividura per lividura” (Esodo, XXI, 23-5 ; cfr. anche Levitico, XXIV, 19-20 ; Deuteronomio, XIX, 21). Così anche per la “guerra santa”. L’Antico Testamento celebra le “guerre di Jahvé” (1 Sam. XVIII, 17; XXV, 28; Num., XXI, 14). Il motivo, che oggi viene spesso evocato per mettere in stato d’accusa il mondo arabo e islamico, è stato a lungo un cavallo di battaglia dell’antisemitismo propriamente detto. Ripor tando e sottoscrivendo il testo di un altro esponente di primo piano dell’antisemitismo tedesco (Adolf Wahrmund), Theodor Fritsch vede nell’ebraismo collocato in Occidente un esercito nemico pronto a condurre “la guerra santa” contro gli stessi popoli che lo ospitano[8]. La religione impedisce ai seguaci di Maometto di accettare lo Stato laico e moderno: è il cavallo di battaglia dell’odierna islamofobia. Ma torniamo ai “classici” dell’antisemitismo: come può lo Stato moderno, fondato sul principio dell’”uguaglianza”, essere accettato lealmente da coloro che si considerano “gli eletti”, ovvero “l’aristocrazia dell’umanità voluta da Dio”?[9]Come potevano i fedeli di una religione tutta attraversata dalla dicotomia popolo eletto/gentili obbedire con lealtà e sincerità alle autorità del paese in cui vivevano e riconoscere realmente come loro concittadini i suoi abitanti? Ai giorni nostri non si contano le denunce contro la funesta teocrazia, che impedirebbe ad arabi ed islamici di comprendere le ragioni della modernità e della laicità. Ed ora leggiamo Dühring: per gli ebrei “la religione è tutto”[10], ed essi sono ossessionati dal “culto della teocrazia”[11], dall’“idolo di una teocrazia”[12]. Gli stereotipi cui tradizionalmente si è fatto ricorso per bollare i popoli semiti nel loro complesso, e gli ebrei ancora più che gli arabi, sono oggi utilizzati per colpire esclusivamente questi ultimi. Oggi è divenuto una sorta di sport popolare mettere in stato d’accusa il mondo arabo e islamico in quanto affetto da tribalismo e organicismo, e cioè in quanto incapace di comprendere la figura moderna dell’individuo e della soggettività autonoma, che sarebbe al centro della civiltà occidentale. Gobineau, invece, prende di mira i semiti nel loro complesso allorché denuncia l’idea di “patria” come una “mostruosità cananea”, alla quale risultano felicemente estranei ariani e occidentali, con le loro “tradizioni liberali” e il loro rifiuto di ogni forma di provincialismo e organicismo.[13] Dühring, a sua volta, preferisce concentrare il fuoco sul “crasso monismo” degli ebrei: come dimostrerebbe in modo illuminante il caso di Spinoza, essi amano dissolvere le realtà particolari e gli individui “nell’unica sostanza”, paurosamente “monocratica” [14]. Sono motivi ulteriormente sviluppati da Chamberlain. La religione ebraica “pone l’accento non sul singolo bensì sulla nazione; il singolo può essere di giovamento o di danno alla nazione, per il resto egli è privo di importanza”. In questo senso, un “tratto decisamente socialista” attraversa in profondità la tradizione ebraica, nell’ambito della quale “l’individuo” vale solo in quanto “membro della comunità”, mentre al di fuori di essa “si rimpicciolisce sin quasi a divenire una quantité negligeable”. Considerazioni analoghe possono essere fatte, sempre secondo Chamberlain, in relazione al mondo arabo e islamico. In contrapposizione a tutto ciò si erge l’”individualismo” autentico proprio dei “popoli indo-germanici”, degli ariani, in ultima analisi degli occidentali.[15] Infine, su questo tema, conviene ascoltare la voce di un antisemita francese, che è al tempo stesso un fervente sciovinista: è in Germania – egli osserva – che ebraismo e socialismo trovano il loro luogo d’elezione, in Germania, e, dunque, la lotta dev’essere condotta congiuntamente contro il “collettivismo giudaico-tedesco”[16]. Sulle due rive del Reno già si avvertono gli odi che poi condurranno alla prima guerra mondiale; c’è sintonia solo nella denuncia dell’incapacità rimprovertata agli ebrei ad accettare la figura dell’individuo moderno. E il vecchio coro antisemita assume toni che fanno ben pensare all’odierno coro islamofobo. Diamo la parla a Dühring: “il maomettanesimo, e ancor più il giudaismo, deve opprimere o essere oppresso, non c’è una terza possibilità”; solo se rinnegassero se stesse, le due religioni “potrebbero essere tolleranti sul serio”[17]. Ed ora ascoltiamo Chamberlain: estranei alla modernità, i semiti non sono in grado di apprezzare neppure l’idea di tolleranza cara ai “popoli indoeuropei”; dove incontriamo “il divieto della libertà di pensiero, il principio dell’intolleranza nei confronti delle altre religioni, il fanatismo infuocato” possiamo esser sicuri che abbiamo a che fare con idee o stirpi semitiche (che si tratti degli ebrei o degli arabi)[18]. In modo analogo argomentano i circoli antisemiti inglesi i quali, subito dopo la rivoluzione d’Ottobre, la spiegano con lo scatenarsi contro la Russia cristiana di un “fanatismo ebraico” così esaltato, da trovare paralleli solo tra “le sette più radicali dell’islam” [19]. Si tratta di un motivo che, con lo sguardo ovviamente rivolto in primo luogo all’ebraismo, diviene in Hitler la chiave di lettura della storia universale: sì l’”impazienza fanatica” esprime l’”essenza giudaica”; bisogna “dolorosamente prendere atto che nel mondo antico, molto più libero, il terrore spirituale è sopraggiunto con l’avvento del cristianesimo” (esso stesso ebraico). Il fanatismo ebraico continua a manifestarsi con il marxismo e il socialismo, e a ciò bisogna saper rispondere con le stesse armi[20]. Come si vede la dicotomia ariani-semiti tende oggi a presentarsi come la dicotomia Occidente-mondo islamico: alla celebrazione della razza ariana è subentrata la celebrazione dell’Occidente, nell’ambito del quale sono stati finalmente cooptati gli ebrei ed Israele, ma che continua ad essere pensato in irrimediabile contrapposzione al “fanatismo” arabo e islamico. Sempre secondo la Fallaci, il mondo islamico “non ha mai saputo produrre” arte[21]: è il principale capo d’accusa nella requisitoria a suo tempo pronunciata da Wagner contro gli ebrei; e, con trasparente riferimento alla sua polemica antisemita, Rosenberg attribuisce al musicista tedesco, inserito tra “gli autentici artisti dell’Occidente”, il merito di aver incarnato “l’essenza di ogni arte dell’Occidente” e di aver chiarito le ragioni di fondo della “creatività artistica occidentale”[22]. Nel bandire la sua crociata contro “i figli di Allah”, la Fallaci dichiara che l’Islam è solo una “presunta cultura”. L’Occidente può esser fiero in primo luogo dell’”antica Grecia, col suo Partenone, la sua scultura, la sua architettura” ecc. Cosa può contrapporre l’Islam a tutto ciò[23]? E, di nuovo, nello storico delle idee questa retorica suscita ricordi inquietanti: “Dove sono i vostri Prassitele e Rembrandt […] Di dove vi viene l’audacia di prendere le armi […] contro le divine ispirazioni del genio europeo”: così tuonava, agli inizi del 1942, un caporione del Terzo Reich (Baldur von Schirach), avendo però di mira non già l’islam, ma l’America di Roosevelt, agli occhi dei nazisti irrimediabilmente “giudaizzata”[24]. Non c’è dubbio. I luoghi comuni, le idiozie e le infamie che a lungo hanno promosso la pesercuzione degli ebrei, ora prendono di mira il mondo arabo-islamico. Hannah Arendt si è più volta fatta beffe della tesi di un universale e perenne antisemitismo anti-ebraico: questo mito è solo il pendant del mito caro agli antisemiti del complotto, che da sempre gli ebrei farebbero pesare sui paesi in cui si sono stabiliti e sul mondo nel suo complesso[25]. In realtà – osserva sempre la Arendt – almeno un fatto macroscopico dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti: “l’antisemitismo [tradizionale], grazie a Hitler, è stato screditato, forse non per sempre, ma certamente almeno per l’epoca attuale” [26]. Oggi è l’islamofobia a costituire il pericolo di gran lunga più acuto. Dalla fine dell’Ottocento sino al crollo del Terzo Reich, gli ebrei sono stati accusati di aver ispirato il movimento socialista e di aver così alimentato la sovversione nei paesi che avevano concesso loro l’ospitalità; soprattutto sono stati accusati di aver architettato il “complotto ebraico-bolscevico” della rivoluzione d’Ottobre, col suo appello alla rivolta dei popoli coloniali contro l’Occidente e contro la Civiltà. In sintesi, l’antisemitismo anti-ebraico era un elemento essenziale dell’ideologia della reazione e dell’imperialismo. Oggi sono le comunità islamiche insediate negli Stati Uniti e in Europa ad essere inchiodate sul banco degli imputati in quanto colpevoli di alimentare la sovversione e di costituire uno Stato nello Stato; è l’islam in quanto tale ad essere bollato come il campione della rivolta contro l’Occidente e contro la Civiltà; ai giorni nostri è l’islamofobia a costituire un elemento essenziale dell’ideologia della reazione e dell’imperialismo. Sì, l’islamofobia serve a giustificare l’occupazione militare dell’Irak e i preparativi di guerra contro l’Iran, nonché il martirio del popolo palestinese; serve a legittimare la caccia all’uomo in ogni angolo del mondo contro uomini e donne sospetti di radicalismo islamico, che in ogni momento, senza processo e senza capi d’imputazione, possono essere essere inghiottiti a Guantanamo o in altri campi di concentramento. La pluridecennale occupazione militare “ha trasformato la vita di milioni di palestinesi in un inferno quotidiano” – riconosce su un’autorevole rivista statunitense Henry Siegman, già executive head of the American Jewish Congress and the Synagogue Council of America[27]. Ma ora, per aver scelto democraticamente un governo non gradito ad Israele e agli Stati Uniti, il popolo palestinese subisce una nuova terribile punizione collettiva che vorrebbe condannarlo alla fame o all’inedia; mentre l’Iran è sotto la minaccia di un attacco preventivo anche di carattere atomico, in quanto vagamente sospettato di volersi procurare, almeno in minima parte, quell’armamento nucleare che Israele possiede con assoluta certezza. E, tuttavia, siamo ben lontani da un sussulto generalizzato di indignazione: non c’è infamia che l’islamofobia non cerchi di rendere giustificabile! Occorre prenderne atto: il tradizionale antisemitismo antiebraico ha ceduto il posto all’”antisemitismo” anti-arabo e all’islamofobia. Disgraziatamente, la sinistra non sembra essersi accorta della svolta. Ma, senza questa presa di coscienza, la lotta contro l’imperialismo e per la pace e la democrazia è solo una frase vuota.

Riferimenti bibliografici

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Note
1 Fritsch, 1911.
2 Fallaci, 2005 b, p. 3.
3Fritsch, 1911, pp. 54-5.
4 Fallaci, 2005 b, p. 3.
5 Dühring, 1897, pp. 55 e 156-7.
6 Dühring, 1881, pp. 24 e 30-1,
7 Fallaci, 2002, p. 88.
8 Fritsch, 1893, p. 105.
9 Dühring, 1881, p. 109.
10 Dühring, 1881, p. 49.
11 Dühring, 1881, p. 46
12 Dühring, 1897, p. 64.
13 Gobineau, 1997, pp. 537 e 539 (libro IV cap. III).
14 Dühring, 1881, pp. 29 e 49.
15 Chamberlain, 1937, pp. 291 e 455.
16 In Sternhell, 1978, p. 212.
17 Dühring, 1881, p. 97.
18 Chamberlain, 1937, p. 493.
19 Kadish, 1992, pp. 28-9.
20 Hitler, 1939, pp. 506-7.
21 Fallaci, 2005 a, pp. 8-9.
22 Rosenberg, 1937, pp, 433-4.
23 Fallaci, 2002 a, pp. 94, 80 e 85.
24 In Losurdo, 1991, p. 156.
25 Arendt, 1986, pp. 17-8.
26 Arendt, 1993, pp. 18-9.
27 Siegman, 2006, p. 19.