Lotta contro la guerra: difficoltà e prospettive

Non trovo per nulla convincente la tesi secondo la quale le attuali difficoltà del movimento italiano contro la guerra dipenderebbero essenzialmente dal fatto di non essere riuscito a fermare l’aggressione all’Iraq o di non aver ottenuto almeno il ritiro delle truppe italiane da quel martoriato paese.
Non credo infatti che la grande maggioranza dei partecipanti ad esempio alla grandiosa manifestazione del 15 marzo 2002 a Roma pensassero davvero che quella iniziativa – e le analoghe a livello mondiale – avrebbero convinto Bush a non invadere l’Iraq. Perché, altrimenti, avremmo parlato tutti/e insieme di “guerra permanente e globale” e ci saremmo impegnati allora ad opporre “a guerra permanente resistenza permanente”, se non vi fosse stata la consapevolezza che non di un episodio, orrendo ma contingente, della volontà di potenza Usa stavamo parlando ma di una strategia epocale, di lunga gittata, dell’uso della guerra come “programma di fase”?

LA INDISPENSABILE ALLEANZA TRA IL MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA E LA RESISTENZA IN IRAQ

Peraltro, penso che pure le successive manifestazioni svoltesi dopo l’inizio della guerra racchiudessero la diffusa consapevolezza che la fine della occupazione militare in Iraq non potesse essere raggiunta solo, e neanche soprattutto, grazie alla mobilitazione popolare mondiale, ma necessitasse di un “combinato” in cui la resistenza irachena, armata e non, doveva giocare un ruolo fondamentale, mentre al movimento internazionale spettava provocare il più forte indebolimento possibile, nell’opinione pubblica soprattutto dei paesi aggressori, delle ragioni belliche degli Usa e degli alleati.
In realtà quanto sto dicendo è risultato vero anche in ogni altra campagna contro le guerre degli ultimi decenni particolarmente significative dal punto di vista politico e simbolico, successive al secondo conflitto mondiale. In esse, dalla Corea all’Algeria fino al Vietnam, la “conditio sine qua non” per la vittoria dei paesi invasi è sempre stata la resistenza sul campo, il dispiegarsi cioè, in varie forme, della difesa e del contrattacco militare da parte dei paesi e dei popoli aggrediti: ma di grandissimo rilievo è stato anche il ruolo del movimento popolare mondiale che ha isolato progressivamente le forze belliciste e aggressive nei singoli paesi, rendendo loro sempre più oneroso continuare sulla strada guerresca.
La sinergia tra queste due azioni ha impiegato, però, parecchio tempo, soprattutto nel caso più clamoroso, quello vietnamita, a dare i risultati sperati: ed in tale lungo processo, il movimento anti-guerra internazionale ha continuato ad agire, seppur tra normali alti e bassi, senza accampare come scusa il fatto di “non aver ottenuto risultati”.
Tornando ai nostri tempi, ci sono altri elementi che dimostrano come l’ottenere o meno vittorie contingenti e comunque parziali non sia un elemento decisivo nel percorso che deve portare alla vera vittoria, e cioè all’abbandono dell’Iraq da parte di tutte le forze d’occupazione e alla restituzione della autodeterminazione all’intero popolo iracheno. Basterebbe guardare i casi della Spagna, della Francia e della Germania. Nel primo caso il movimento ha ottenuto una indubbia, seppur parziale, vittoria, e cioè il ritiro delle truppe spagnole dall’Iraq: ma questo non ha funzionato da moltiplicatore delle iniziative e delle mobilitazioni, anzi. Le manifestazioni sono calate vistosamente di numero e di intensità, come se il ritiro del contingente spagnolo, in un quadro in cui la guerra è più feroce che mai, potesse essere di per sé appagante; e ad esempio, se in Italia, di fronte ad un orrore come quello perpetrato a Fallujah, non si è davvero mobilitato abbastanza, in Spagna non si è fatto addirittura niente.
I casi di Francia e Germania sono altrettanto esemplari: lì addirittura una parziale vittoria la si è ottenuta a priori, in quanto i governi non hanno partecipato all’avventura bellica e per un certo periodo sono sembrati volersi mettere di traverso alla infame impresa Usa. Ma i movimenti, lungi dall’incalzarli o comunque dal premere in una chiara direzione anti-Usa, non hanno partecipato in maniera significativa alle mobilitazioni internazionali, o comunque non sono certo stati all’avanguardia della protesta.
Se, infine, guardiamo alla Gran Bretagna, lì abbiamo un’altra prova incontrovertibile della fallacia dell’identificazione “scarsi risultati, scarsa mobilitazione; buoni risultati, buona mobilitazione”.
L’esercito britannico è il più coinvolto, dopo quello statunitense, nella aggressione e il movimento no-war britannico non è riuscito minimamente a impedire, o nemmeno a frenare, tale partecipazione. Eppure esso è il movimento più continuativo (anche se non con i numeri delle iniziative più riuscite in Italia) di tutta Europa e non ha quasi mai dato segno di cedimento o di sfaldamento.

I PUNTI DEBOLI DEL MOVIMENTO

Se vogliamo andare a vedere quelli che sono stati i punti deboli di tutta la mobilitazione europea contro la guerra in Iraq (ma era già successo per la Jugoslavia) li ritroviamo innanzitutto nel rifiuto, da parte di consistenti forze del movimento e più ancora di tanta parte della “sinistra”, di sostenere davvero, di sentirsi a fianco della resistenza irachena: rifiuto che è giunto finanche a forme aberranti di equidistanza tra aggressori e aggrediti, schiacciati questi ultimi nelle strumentali categorie del “terrorismo”, del “fanatismo islamico” o “integralismo religioso”, e costretti quasi a giustificarsi per le responsabilità di un regime quale quello di Saddam (così come la brutalità del governo Milosevic fu usata per giustificare l’aggressione alla Jugoslavia).
C’è in tutto ciò un evidente elemento di eurocentrismo e, da parte di settori maggioritari della sinistra liberista, persino un’identificazione con le sorti di un potenziale imperialismo europeo che potrebbe anche entrare in conflitto serio con gli Usa per il dominio dei mercati e delle ricchezze mondiali ma che comunque non si “confonde”, se non per brevi periodi e motivi del tutto tattici, con i popoli o le forze che si ribellano all’aggressione saccheggiatrice degli Stati Uniti.
Ma c’è anche, nel migliore dei casi, il permanente equivoco di fondo secondo il quale una resistenza ha valore se è impostata in direzione chiaramente anti-capitalistica, se è guidata da forze che si muovano nel solco della tradizione, seppur aggiornata, del socialismo e del marxismo. Per capirci meglio al proposito, proviamo ad immaginare cosa accadrebbe se gli Usa abbandonassero l’Iraq e decidessero, ad esempio, di invadere il Venezuela.
Qualcuno, all’interno del movimento no-war, chiederebbe forse al popolo venezuelano – come è stato fatto nei confronti dell’Iraq – di reagire pacificamente? O invocherebbe i poteri taumaturgici della non-violenza? E chi oserebbe chiamare “terrorismo” l’inevitabile resistenza armata che si accenderebbe? E chi discetterebbe sulla R maiuscola o sulla r minuscola per definire tale resistenza? E ci sarebbe una qualche minima difficoltà ad aprire le manifestazioni in sostegno al Venezuela in lotta con striscioni del tipo “A fianco della Resistenza venezuelana”? Le risposte mi sembrano scontate, anche se tutti/e ci auguriamo di non doverle mai verificare. Tra l’altro, se ragioniamo a tutto campo nei confronti di quella parte consistente del movimento che si autodefinisce “pacifista” (io mi considero pacifico, ma non pacifista: ossia non aggredisco di mia iniziativa nessuno, ma se venissi aggredito, individualmente o collettivamente, reagirei con un’autodifesa proporzionata all’intensità, alla qualità e agli strumenti dell’aggressione), possiamo tranquillamente registrarne buoni tassi di ipocrisia. In questi anni infatti tanti pacifisti non hanno mosso foglia per guerre anche più sanguinose di quella irachena (vedi Africa e altre aree del mondo).
Essi/e si sono mossi, esattamente come noi “pacifici” antimperialisti, solo quando l’aggressione è venuta direttamente dagli Usa secondo le precise direttrici del progetto bushiano di dominio del mondo mediante aggressione militare sistematica. Dunque, a modo loro, sono stati/e comunque coinvolti in una forma di antimperialismo anti-Usa: salvo poi non riuscire ad identificarsi con chi resiste in Iraq (come già successo per la Jugoslavia) e quindi a non voler dare alla mobilitazione caratteri intensi e stabilmente coinvolgenti.
Quanto fin qui detto riguarda un po’ tutto il movimento europeo contro la guerra in Iraq. Ma ci sono elementi specifici del “caso italiano” che è decisivo sottolineare qui.

IL RITORNO DELLA “POLITICA POLITICANTE”

Quando usiamo il termine “movimento” per identificare il complesso e rilevantissimo processo di mobilitazione avviato da Genova 2001 in poi, non dobbiamo mai dimenticare che si tratta di un movimento sui generis, rispetto a contesti passati come quelli del ’68 o del ‘ 77. Mentre allora i movimenti spazzavano via, o perlomeno mettevano in crisi, le organizzazioni che operavano in chiave istituzionale nei “territori” investiti dal movimento, in questi ultimi anni tutto ciò che si è mosso è stato intelaiato, attraversato, sostenuto da associazioni, partiti e reti pre-esistenti che non solo non sono entrate in crisi di fronte a quanto si muoveva ma anzi in certa misura si sono rivitalizzate, riciclate e riorganizzate proprio usando il movimento.
Nel 2001 la clamorosa sconfitta elettorale dell’intero centrosinistra di fronte a Berlusconi creò un vuoto di idee e di azioni da parte della “politica politicante” a sinistra e lasciò per un paio di anni relativa mano libera ad associazioni, sindacati e reti che pure avevano fino ad allora operato in stretto contatto (o dipendenza) con la sinistra istituzionale. Fu questo vacuum che rese possibile la realizzazione di un’unità senza precedenti a livello di movimento, la quale a sua volta attirò moltissimi singoli/e “senza partito” che trovarono in quel mix unitario una massa critica sufficiente ad addensare tutta la voglia di opposizione al governo, ma anche alla sinistra liberista, fino ad allora inespressa.
Tale clima è bruscamente e rapidamente cambiato da quando la politica istituzionale ha rifatto ingresso, e con il massimo di pressione, in tutta l’attività sociale e di movimento: e più precisamente, da quando tutti i partiti della “sinistra” hanno deciso che il centro dell’azione politica e sindacale doveva divenire la sconfitta di Berlusconi e la sua sostituzione con un governo che mettesse insieme sinistra liberista e sinistra, almeno nelle affermazioni di principio, alternativa/anticapitalista. Da allora, l’unità istituzionale è divenuta il centro dell’azione generale per questi partiti: ma di riflesso le nuove priorità hanno coinvolto anche quelle associazioni, sindacati e reti, legati in maniera significativa ai partiti di “sinistra”, indebolendo fortemente l’unità originaria del movimento e in particolare di quello contro la guerra, ove le contraddizioni e le differenze già esistenti, ma latenti, sono esplose piuttosto rapidamente e dannosamente.

UN CENTROSINISTRA BELLICISTA E SUBORDINATO AGLI USA

Se osserviamo le posizioni della maggioranza del centrosinistra sui temi della guerra, risulta piuttosto difficile registrare differenze davvero sostanziali con la linea del centrodestra. Sul ritiro delle truppe dall’Iraq DS e Margherita hanno tenuto sempre una posizione di basso profilo, molto prudente, al punto di essere quasi scavalcati da un Berlusconi che, seppur in modo strumentale e piuttosto truffaldino, ha annunciato la sua pre-esistente ostilità alla guerra e l’intenzione di iniziare il ritiro (se non addirittura di concluderlo) prima delle elezioni di aprile.
Nelle ultime settimane, poi, i leader del centrosinistra hanno fatto a gara nel tentativo di ingraziarsi i favori degli Stati Uniti e dei loro vassalli al potere in Iraq. Prodi ha addirittura dichiarato che, se gli Usa vogliono un alleato fedele e sicuro, devono augurarsi che l’Unione vada al governo in primavera, candidandosi dunque ad essere più filo-statunitense di Berlusconi; ed ha garantito al governo iracheno fantoccio che il programma di ritiro delle truppe italiane verrà concordato con esso. D’Alema e Fassino hanno rincarato la dose, sentendosi partecipi con Bush di “una comune missione di civiltà in difesa dei valori occidentali”, minacciati a loro dire dal “terrorismo”, alimentato e organizzato dal “fanatismo integralista islamico”. Bertinotti, un po’ più cauto, ci ha tenuto però a ribadire che l’eventuale nuovo governo “riconfermerà la nostra lealtà nei confronti degli Stati Uniti”.
Proprio all’interno di questa logica di “captatio benevolentiae” verso gli Usa, va letta anche la agghiacciante reazione all’uccisione di Nicola Calipari da parte del centrosinistra, arrivato a stigmatizzare i peraltro timidi tentativi berlusconiani di far la voce grossa nei confronti degli apparati militari statunitensi, addirittura accusando il capo del governo di mettere in discussione “la storica alleanza con gli Usa” solo perché – sotto la pressione di quella parte degli apparati di “intelligence” che non accettavano l’assassinio brutale di uno dei loro massimi esponenti da parte degli alleati Usa – aveva provato a simulare un briciolo di autonomia nazionale di fronte agli spietati comandi statunitensi.
Anche la vicenda delle basi militari Usa e Nato in Italia ha registrato lo stesso apparente paradosso: è stato Berlusconi ad annunciare l’abbandono Usa della base della Maddalena, mentre il centrosinistra si è sempre guardato bene dal sostenere la legittima volontà della popolazione sarda, fatta propria dalla giunta regionale di Soru, di eliminare quel cancro politico, sociale e sanitario dall’isola; senza contare che, in giro per l’Italia, tante giunte regionali o comunali di centrosinistra (in prima fila quella toscana nei riguardi di Camp Darby) si sono guardate bene dall’avviare una pressione analoga a quella di Soru per il recupero ad usi civili e pacifici dei territori occupati dalle basi, ed anzi in vari casi hanno contribuito ad allargarne il perimetro piuttosto che lavorare per il loro sgombero.
Se infine estendiamo l’osservazione al più generale ruolo dell’esercito italiano nel mondo, è facile notare l’assoluta identità di vedute tra centrosinistra e centrodestra a proposito del mantenimento della presenza dei militari italiani in tutte le missioni di guerra nelle quali sono attualmente impegnati. E per quel che riguarda la prospettiva dell’esercito europeo del futuro, DS e Margherita sembrano addirittura caldeggiare la cosa più di quanto non abbiano finora fatto Forza Italia o AN.

I DANNI DELLA TEORIA SULLA “SPIRALE GUERRA-TERRORISMO”

Dunque, l’orizzonte del centrosinistra al governo sembra riproporsi uguale a quello dalemiano della “guerra umanitaria” in Jugoslavia e del sostegno/promozione al/del ruolo imperialistico europeo ed italiano, subordinato per il momento allo strapotere militare statunitense. ma intenzionato, magari con una buona dose di velleità, a ripristinare almeno la “concertazione” con gli Usa, mettendo da parte l’unilateralismo bushiano.
Questo itinerario, diametralmente opposto a quello del movimento contro la guerra, ha intersecato pesantemente i cammini di quest’ultimo, interferendo nelle scelte di sindacati, associazioni, aree e reti comunque legate in modo più o meno forte alla maggioranza del centrosinistra e alle sue prospettive di vittoria elettorale imminente, reintroducendo le divisioni pre- Genova 2001 e inserendone delle nuove, legate in particolare alla campagna contro il cosiddetto “terrorismo”, e scoraggiando quella vasta area di militanti, simpatizzanti o cittadini non “schierati” che erano attratti dal carattere potentemente e trasversalmente unitario che il movimento no-global e quello nowar avevano saputo mantenere dal 2001 al 2003.
In questo quadro generale, Rifondazione Comunista ha giocato un ruolo parzialmente diverso e specifico, ma le cui ricadute negative sul movimento non sono state per niente trascurabili. La “svolta” del PRC nei confronti del movimento, subito dopo il referendum sull’estensione dell’articolo 18, è arrivata in maniera brusca e piuttosto inopinata sull’onda di una esaltazione della non-violenza, quanto mai fuori tempo e fuori luogo, trovandoci in presenza di un movimento ultra-pacifico che aveva subito, senza alcuna reazione “violenta”, una aggressione senza precedenti come quella di Genova.
Per la verità, più che intervenire su peraltro inesistenti opzioni “violente” sul piano nazionale, quella campagna ha avuto un effetto dirompente nell’amplificare le divisioni e le differenziazioni nel movimento contro la guerra, perché è servita a “santificare” a sinistra l’assurda equiparazione “guerra-terrorismo”, indicando i due elementi come poli di una stessa contraddizione e ingigantendo tra le aree più militanti l’effetto della già distruttiva campagna condotta da tanta parte del centrosinistra su tale connessione, ideata dai propagandisti Usa come massima giustificazione della guerra permanente e globale. Prospettare un “terrorismo” come ente cosmico unificato, come struttura centralizzata e ramificata senza nome o riferimenti specifici ma onnipresente e dotata di un potenziale distruttivo addirittura confrontabile con quello degli eserciti statunitensi e degli alleati, è stata una operazione – che peraltro ancora perdura – di portata devastante nei confronti della mobilitazione contro l’occupazione dell’Iraq (ma anche di quella in Palestina). Bertinotti e il gruppo dirigente del PRC, infatti, non si sono limitati a condannare gli attentati contro i civili, le bombe negli alberghi o negli autobus, gli sgozzamenti di ostaggi. Essi hanno voluto accreditare l’ipotesi che ci sia un filo unificante tra fenomeni del tutto incompatibili e distanti, come le modalità di lotta e di azione politico-militare ad esempio di Hamas o di Al Qaeda, dell’Eta o delle Brigate Al Aqsa, dei guerriglieri sunniti iracheni o della resistenza afgana.
E sopratutto, rifiutandosi di accreditare in quanto tale la resistenza irachena, schiacciandola nel dualismo guerra-terrorismo, hanno contribuito ad indebolire qualsiasi connessione politica e ideale tra un movimento molto ampio come quello italiano e coloro che materialmente in Iraq stavano costringendo gli Usa ad un clamoroso impantanamento bellico (che tra l’altro ha impedito agli Usa di impegnarsi in altre aggressioni militari, in Siria o in Iran), “suggerendo”, neanche a bassa voce, che dichiararsi al fianco della resistenza irachena armata poteva farci trovare ad un passo dal “terrorismo mondiale”: ed una mobilitazione no-war, che non sappia trovare connessioni strette con chi si batte sul campo contro la concreta aggressione bellica, è destinata fatalmente all’inaridimento e alla dispersione.
Il danno operato da una posizione del genere ha finito per essere almeno della stessa entità di quello introdotto nel movimento no-war dalle componenti filo-DS e filo-statunitensi, proprio per il ben maggiore radicamento, partecipazione e credibilità dei militanti e simpatizzanti del Prc nella mobilitazione anti-guerra.
Stretti in una polemica tra chi ha come vera e propria ossessione la condanna del “terrorismo” e chi richiede una chiara presa di posizione a fianco della resistenza irachena, una gran parte di coloro che si erano mobilitati il 15 febbraio 2002, ed in altre occasioni unitarie ad alta partecipazione popolare, ha finito per mettersi in disparte, attendendo tempi migliori o nuove proposte unificanti: e la marcia Perugia-Assisi di questo anno, distante sideralmente da quella del 2001 – con al centro parole d’ordine quasi metafisiche contro povertà, fame, malattie e guerra intesa nel senso più astratto e inoffensivo possibile (cioè senza segnalare i fautori e responsabili di essa, qui ed ora, e le complicità italiane anche nel centrosinistra), e l’aggiunta dell’inverosimile “riprendiamoci l’Onu” – è stato l’epifenomeno più eclatante che ha segnalato il vistoso cambiamento di fase e l’effetto logorante delle politiche “conciliative” sul movimento contro la guerra.

LA SOLITUDINE DEL POPOLO PALESTINESE E LA LOBBY FILO-ISRAELIANA

Analoghe contraddizioni hanno più o meno operato per l’altro grande fronte di guerra aperto, quello palestinese. La manifestazione imposta dalla lobby filo-israeliana, capeggiata da Giuliano Ferrara, sotto l’ambasciata iraniana è stata l’indice più drammatico del degrado della situazione su questo versante. L’Italia è stato l’unico paese dove le minacce del presidente iraniano a Israele hanno avuto un eco rilevante. Altrove sono state prese per quel che erano, una smargiassata a puri fini di polemica interna da parte del capo di governo di uno Stato che non si è mai speso sul serio per il popolo palestinese e che, semmai, lo ha utilizzato per i propri fini di piccola-media potenza regionale; Stato che, peraltro, anche nella vicenda irachena continua a giocare un pessimo ruolo, sostenendo le aree sciite maggioritarie che appoggiano di fatto l’occupazione militare Usa, per ricavare vantaggi in prospettiva grazie alla sopraffazione nei confronti delle correnti sunnite o ex-saddamiste.
Solo in Italia è stata presa seriamente la rodomontata di un paese che ha un apparato militare risibile rispetto alla potenza israeliana, la quale invece ha un arsenale terrificante di centinaia (almeno 400) testate nucleare, sostenuto dall’attrezzatura strategica per scaricarle ovunque, nonché l’esercito, in proporzione agli abitanti, più potente del mondo.
Ma in realtà i promotori dell’iniziativa anti-iraniana conoscevano benissimo la situazione ed il vero obiettivo della “chiamata alle armi” a fianco di Israele, assai più che gli integralisti iraniani, erano i palestinesi e la loro speranza di avere un vero Stato indipendente e sovrano. Ciò che la cordata promossa da Ferrara richiedeva, era l’allineamento preventivo del futuro possibile governo di centrosinistra a fianco di Israele, e l’impegno preciso da parte delle forze maggioritarie dell’ Unione ad abbandonare i palestinesi al loro destino.
E l’obiettivo è stato ampiamente raggiunto: con la sottomissione dei DS e della Margherita, ma anche di pezzi non irrilevanti della sinistra “radicale” dell’Unione, con la successiva esaltazione da parte degli stessi settori del nuovo volto “pacifico” di Sharon (e, tramite esso, di Israele) si è segnato in maniera indelebile il futuro programma del possibile governo di centrosinistra, il quale finirà con il consigliare ai palestinesi l’accettazione del proprio destino di “enclave” dai poteri limitati e revocabili, affidati alla benevolenza del prossimo governo israeliano da “grande coalizione” sotto l’egida di Sharon-Perez.

COMUNQUE IN MOVIMENTO: VERSO IL 18 MARZO

In questo quadro per nulla esaltante un segnale comunque positivo è venuto nelle ultime settimane dal faticoso risveglio del movimento contro la guerra, sferzato bruscamente non solo dallo “schiaffo” della manifestazione della lobby filo-israeliana, ma anche e soprattutto dalle agghiaccianti notizie – la cui sostanza però tutti coloro che volevano leggere la realtà avevano già potuto percepire all’epoca – della terrificante impresa bellica degli Usa a Fallujah, dell’uso spietato delle vere armi di “distruzione di massa”, in un dispiegarsi atroce del terrore da parte dei maestri in materia.
La mobilitazione dell’”operazione verità” su Fallujah, consentitaci dalla coraggiosa attività di quei rari giornalisti che ancora credono al senso più profondo della propria professione, non è stata indubbiamente all’altezza dell’orripilante evento: ma ha comunque rimesso in moto un processo che, attraverso tappe intermedie che ci auguriamo dignitose ed efficaci, ci porterà il 18 marzo prossimo (ad un passo dalle elezioni politiche) alla manifestazione nazionale per il ritiro di tutte le truppe dall’Iraq e la restituzione del paese agli iracheni, nel quadro più ampio di una mobilitazione mondiale nella stessa giornata che verrà varata dai Forum mondiali policentrici di Caracas e Bamako (gennaio 2006).
Questa è stata la principale decisione dell’affollata e vivace Assemblea nazionale di Firenze (13 novembre) che ha segnato la ripresa unitaria ufficiale del movimento italiano contro la guerra. Ma la discussione è stata utile anche per cercare di darci alcune essenziali “regole del gioco”, per far sì che questo “nuovo inizio” (come è stato definito nel documento finale) dia risultati efficaci e all’altezza degli eventi e non si lasci condizionare o indebolire da polemiche e divisioni ingestibili.
Si è convenuto sull’inutilità di rimettere in piedi “carrozzoni” fintamente unitari, che si logorino in estenuanti mediazioni sulla frasetta di documenti che poi nessuno leggerebbe oltre la cerchia degli “iniziati”: le organizzazioni, le aree e le reti che intendono promuovere l’iniziativa (una manifestazione nazionale a Roma, in collegamento con le altre centinaia di appuntamenti internazionali che ci saranno il 18 marzo) lo faranno con la loro firma e responsabilità.
E, conseguentemente, le parole d’ordine che promuoveranno l’iniziativa dovranno essere quelle basilari, condivise dalla stragrande maggioranza di coloro che si sentono “movimento contro la guerra” senza altri aggettivi, evitando di impelagarci per l’ennesima volta in diatribe su un “terrorismo” cosmico, i cui tentativi di definizione hanno in queste settimane addirittura mandato a gambe per aria il vertice dell’Euromed (i paesi dell’Unione europea più i paesi asiatici e africani del Mediterraneo).
La piattaforma emersa dall’Assemblea di Firenze è chiara ed inequivocabile: essa richiede, cito testualmente, “il ritiro immediato e incondizionato delle truppe italiane, e di tutte le truppe, dall’Iraq; il disarmo, la riduzione delle spese militari e la liberazione dalle basi militari straniere e dalle armi di distruzione di massa; la fine dell’occupazione israeliana di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est e una pace giusta in Palestina/Israele, con la nascita dello stato indipendente palestinese accanto a Israele; una politica estera alternativa per l’Italia, che rifiuti le politiche neoliberiste e costruisca relazioni giuste tra i popoli”.
In questo percorso sono già previste – cito sempre dal documento – “il 17 dicembre a Roma un incontro nazionale sul conflitto israelo-palestinese e sulla campagna europea per sanzioni mirate; successivi incontri tematici nazionali su “armi e disarmo” e sui “rifugiati e diritto di asilo”; una grande Assemblea nazionale di tutto il movimento il 11/ 12 febbraio 2006, per preparare la manifestazione e affrontare i temi della guerra globale permanente e della nostra proposta per una politica estera alternativa che dica con chiarezza “Mai più l’Italia in guerra!”.
Dunque, un programma concreto e chiaro, dentro il quale tutte le iniziative a carattere locale possono inserirsi efficacemente: e che chiama tutti “gli uomini e donne di buona volontà” a dare il proprio contributo, a fianco del popolo iracheno, palestinese e di tutte le altre popolazioni martoriate dalle aggressioni belliche, per mettere in campo tutte le energie disponibili contro la guerra permanente e globale degli Usa e dei loro alleati.