Lotta alla precarizzazione, difesa delle donne e della libertà

La partita politica alle prossime elezioni in Italia si giocherà anzitutto sui problemi del lavoro e sulle politiche sociali. Anche in Europa le cose vanno in questa direzione: le elezioni svoltesi in molti paesi europei sono state segnate dagli umori sulla questione sociale e del lavoro. In Francia la costituzione europea è stata bocciata per paura di una politica liberista che affida alla concorrenza tra lavoratori il destino di larghi strati popolari. Qui da noi Berlusconi traballa ma tutti sappiamo che sconfiggerlo e soprattutto sconfiggere le sue politiche sociali e rimediare alla sua disastrosa politica economica è la sfida decisiva. Si è parlato in queste settimane, anche ai tavoli per il programma del centrosinistra, di un mondo che nessun partito rappresenta e che vent’anni fa praticamente non esisteva. E’ il mondo del lavoro precario che non è fatto solo di giovani, anche se il lavoro precario sembra il destino obbligato per le nuove generazioni, ed è abitato da moltissime donne. Si tratta di 4 milioni e mezzo di persone, senza dimenticare che la precarizzazione tende a investire ormai gran parte del mondo del lavoro.
Il declino italiano si presenta d’altronde con questo volto: fine delle grandi imprese e diffusione del lavoro precario. L’equazione che vorrebbe far corrispondere all’aumento della flessibilità il rafforzamento dell’economia è una favola e il caso italiano ne è la prova. L’altra equazione per la quale sarebbe la rivoluzione tecnologica a imporre flessibilità e precarietà è anch’essa infondata. Sono i rapporti di forza a decidere cosa ne è del lavoro a livello globale e in ogni singolo paese. Lavorare da precari invade la vita, diventa una condizione umana e non solo lavorativa. Questa galassia costituisce la nostra banlieu e contrastare la precarietà deve essere il punto di forza del programma dell’Unione e ancor più della sinistra. Ne discende che l’obiettivo non può essere, come si sente da diverse parti anche nella sinistra, semplicemente quello di abolire gli eccessi, smussare le punte, cancellare le figure più perverse dalla legge30. Su questo terreno si gioca il modello sociale: una coalizione che persegua davvero un cambiamento sociale e economico fa del contrasto frontale alla precarietà un architrave della sua politica. Limitarsi a mitigare il peggio non produce alcuna trasformazione di rilievo.
E’ un dato di fatto che ad oggi nell’alleanza si confrontano due approcci: quello di chi sostiene che la flessibilità è altra cosa dalla precarietà e per evitare quest’ultima è sufficiente dotarsi di adeguati ammortizzatori sociali; e quello che si propone di instaurare un circolo virtuoso tra lavoro di qualità e modello economico avanzato. Nel secondo caso si tratta di prevedere che il lavoro a tempo determinato e flessibile sia un’eccezione non reiterabile, che sia dotato dei diritti e delle garanzie necessarie e che costi di più del lavoro a tempo indeterminato. A questo proposito è bene essere espliciti: la formula “il lavoro flessibile non può costare di meno”, contenuta nei materiali preparatori del programma del centrosinistra, possieda ancora un margine di indeterminatezza. Anche se la considero un passo avanti rispetto a tempi anche recenti.
Io non dimentico l’errore commesso nella scorsa legislatura di non aver voluto approvare neppure una legge blanda a tutela dei lavoratori atipici. E temo un altro errore oggi. Quando si dice che la legge30 non va abrogata ma migliorata si rischia di commettere lo stesso sbaglio: presentarsi annunciando che noi correggeremo le politiche della destra ma non opereremo un’autentica svolta è una linea che ci ha già fatto perdere le elezioni nel 2001. Senza innamorarsi delle bandiere o delle formule vorrei chiedere a chi non vuole l’abolizione della legge30 che cosa intende salvare e cosa ci dovrebbe frenare dal mandare un segnale limpido e inequivocabile di cambiamento. Non l’ho mai sentito spiegare apertamente e invece una discussione più nel merito sarebbe interessante.
A Bombassei che, per conto della Confindustria, chiede maggiore flessibilità e orari di lavoro più lunghi, non si può rispondere solo che toglieremo gli istituti peggiori della giungla voluta dal Polo nel mercato del lavoro e attrezzeremo gli ammortizzatori sociali. Bisogna replicare che ci vuole meno flessibilità perché l’Italia ha bisogno di un altro tipo di sviluppo economico e la competizione non si può fare risparmiando sul lavoro. Non può più essere che si perseveri nella linea di togliere i diritti a chi li ha senza darli a chi non li ha.
A chi invoca la lotta alla povertà, come cifra caratteristica del centrosinistra, dico che è meglio parlare di “giustizia sociale” che non consiste solo nell’avere meno poveri. E’ sicuramente giusta è la scelta di riproporre il reddito minimo di inserimento, di intervenire sulla non autosufficienza, di risarcire i cosiddetti “incapienti” e tuttavia occorre perseguire un obiettivo più avanzato ovvero una forte riduzione della forbice tra vertice, base e centro della piramide sociale. Non si tratta quindi solo di operare un sostegno al reddito ma riconoscere diritti, ovvero dignità e potere sociale. Solo così si può davvero pensare di dare vita a un “programma di popolo”. Per questo non servono partiti socialmente neutri, come sarebbe il partito democratico, che possono forse ridurre il numero dei poveri ma non ridistribuire il potere oltre che il reddito e fondare la società sui diritti. Capisco che gli editori del Corriere della Sera e di Repubblica possano auspicare l’approdo al “riformismo compassionevole” ma la sinistra ha senso perché di questo non si accontenta e vuole consentire ai governati qualcosa di più.
Non è possibile una politica sociale giusta senza il riferimento all’uguaglianza. Ma anche senza il riferimento alla libertà. Dopo gli anni dell’ubriacatura ideologica del privato e dell’impresa, oggi tutti si buttano sulla famiglia. Rutelli parla di “welfare familiare”, per non parlare della Cei che non vede il disastro sociale operato dalla destra ma vuole mettere il Movimento per la vita alle costole delle donne e considera le coppie di fatto un attentato alla morale. Attenzione, perché la retorica della famiglia ha già fatto molti danni in Italia. La prima politica in favore delle donne e dei bambini è la libertà delle italiane, il contrasto al lavoro precario, il potenziamento dei servizi. Il rispetto pieno della dignità femminile è la condizione per l’efficacia di ogni politica sociale. A questo proposito non dobbiamo avere timidezze verso le impostazioni altrui. Debbo dire che non mi ha convinto l’operazione costruita con l’emendamento alla legge finanziaria di Liva Turco, Rosy Bindi, Beppe Fioroni consistente in un assegno dal terzo mese di gravidanza per alcune donne svantaggiate. Io credo che si debba scegliere un’altra strada: rivendicare ciò che abbiamo fatto con la legge 53 e il testo unico sulla maternità con i quali abbiamo già esteso alle non lavoratrici e alle precarie l’assegno di maternità di cinque mesi. Nessuno ha niente da insegnarci su questo terreno e se vogliamo allargare le tutele dobbiamo sviluppare quella strada. Prevedere invece un assegno dal terzo mese di gravidanza risulta, da fuori, un’altra cosa, ovvero come una dissuasione dall’aborto inefficace e ambigua. Il contrasto alle ragioni economiche che limitano la libertà delle donne è sicuramente di sinistra ma quel contrasto non si gioca al terzo mese della gravidanza bensì in una politica rispettosa dell’autodeterminazione, nella lotta alla precarietà lavorativa, nei provvedimenti per l’occupazione femminile.
In sintesi non bisogna essere né socialmente neutri né timidi con le gerarchie di ogni tipo, a partire da quella della Chiesa cattolica: l’autonomia della sinistra si fonda su questi due presupposti.
E’ bene ricordare a voce alta, e con orgoglio, che la distinzione tra reato e peccato è una distinzione sulla quale non si è disposti a cedere né per richiesta di un imam né per compiacere un vescovo o il papa.