L’oro nero e la crociata di Hugo Chavez

Gli automobilisti brontolano, le eccedenze commerciali europee diminuiscono: l’esplosione del prezzo dell’oro nero potrebbe minacciare l’equilibrio macroeconomico dei Paesi importanti di petrolio, a cominciare da quelli più poveri. Da quando si è cominciato ad evocare lo spettro di un terzo shok petrolifero, un nuovo personaggio che si richiama all’eroe dell’unità latino-americana, Simon Bolivar, intende rilanciare il dialogo Nord-Sud per instaurare un “nuovo ordine economico internazionale” più favorevole ai produttori di materie prime. Forte di una legittimità democratica che gli deriva da incontestabili vittorie elettorali e dalla approvazione della nuova Costituzione “bolivarista” a propria misura, il presidente venezuelano, Hugo Chavez, ha lanciato una nuova offensiva, questa volta di tipo planetario. Si propone quale punto di riferimento della masse pauperizzate del Terzo Mondo, minacciate dalla “globalizzazione selvaggia” e quale sostenitore di un mondo multipolare contro il modello unico del capitalismo neo-liberale.
Al servizio di questa nuova crociata. Chavez dispone di un’arma potente, il petrolio, e di uno strumento, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, l’Opec. In occasione di un viaggio di dieci giorni ai primi di agosto 2000, ha insistito sulla sua intenzione di resuscitare l’Opec per farne un protagonista della scena internazionale. Senza paura di irritare Washington, si è fatto vedere con Saddam Hussein e con Gheddafi a richiedere la fine dell’embargo contro l’Irak e a lodare la “democrazia partecipativa” di tipo libico.
“Gli sconci oligarchi e politicanti corrotti” (come Chavez chiama gli uomini dei precedenti regimi venezuelani) hanno capito a proprie spese che il nuovo presidente non scherza troppo, così quando l’ex colonnello dei paracadutisti annuncia “una rivoluzione pacifica per fare tabula rasa del passato” gli automobilisti del mondo intero farebbero bene a prestargli attenzione. Il viaggio di dieci giorni di Chavez, che aveva come scopo quello di invitare i capi degli altri grandi esportatori di petrolio al vertice dell’organizzazione che si è tenuto a Caracas dal 26 al 28 settembre scorsi in occasione, anche, del quarantesimo anniversario dell’Opec stessa, ha però contribuito a consolidare i rialzi del prezzo del petrolio che si sono attestati ai valori più alti da dieci anni a questa parte, cioè dalla fine della guerra del Golfo.
La riduzione delle riserve americane, nello stesso momento nel quale alcuni temono che un inverno molto freddo stimolerebbe la domanda di prodotti petroliferi nei prossimi mesi, ha spinto i corsi al rialzo: le riserve americane sono attualmente le più basse da un quarto di secolo a questa parte. L’ultimo ciclo al rialzo dei prezzi del greggio è iniziato subito dopo l’avvento al potere di Hugo Chavez nel febbraio 1999, ed è più di una semplice coincidenza.
Terzo produttore mondiale di petrolio ed uno dei principali fornitori degli Stati Uniti, il Venezuela ha tranquillamente violato la propria quota d’esportazione prima dell’annuncio della “rivoluzione bolivarista”.
Poco dopo il suo arrivo alla presidenza, Hugo Chavez si è assunta la responsabilità di ridurre le esportazioni di petrolio venezuelano nonostante la debolezza dei corsi. Con l’Arabia Saudita e con il Messico ha instaurato una politica di controllo della produzione. Il suo ministro dell’Energia, Rodriguez, è diventato il guardiano della disciplina e del rispetto delle quote di esportazione fissate dall’Opec. Questa strategia di riduzione dell’offerta si è rivelata pagante, al punto che i prezzi dell’oro nero sono più che triplicati in diciotto mesi.
Nel corso del viaggio, da Riad ad Algeri passando per Bagdad, Giakarta, Teheran e Tripoli, Hugo Chavez non ha mai smesso di auspicare un “prezzo giusto” per il petrolio. Per evitare brusche fluttuazione e “assicurare un equilibrio del prezzo del petrolio”, l’Opec ha adottato, su proposta del Venezuela, un meccanismo di regolazione teso a mantenere il prezzo del barile all’interno di una forchetta compresa fra i 22 ed i 28 dollari. È previsto un aumento della produzione dei Paesi Opec di 500.000 barili al giorno non appena il prezzo del barile superasse i 28 dollari per venti giorni consecutivi, ed una diminuzione analoga qualora il prezzo scendesse sotto i 22 dollari per un medesimo periodo. Oltre all’adozione di tale meccanismo, il vertice di Caracas, il secondo a livello di capi di Stato dopo quello che si era tenuto ad Algeri nel 1975, potrebbe contemplare la necessità di allargare l’organizzazione ad altri Paesi esportatori quali la Russia, il Messico, il sultano d’Oman e la Norvegia.

Un contrappeso al Fondo monetario

Hugo Chavez propone anche di dotare l’Opec di una Banca che possa rappresentare una specie di contrappeso del Fondo monetario internazionale (FMI): questo rafforzamento dell’Opec dovrà “servire gli interessi dei Paesi del Terzo Mondo” ed a questo proposito uno dei più ascoltati consiglieri del presidente venezuelano, José Vicente Rangel, ha suggerito l’adozione di una riduzione del prezzo del petrolio nei confronti dei Paesi poveri “come Cuba e El Salvador”.
La maggioranza dei Paesi dell’Opec ha accolto favorevolmente le proposte di Hugo Chavez. Saddam Hussein Gheddafi si sono dichiarati dispiaciuti di non poter andare a Caracas per ragioni di sicurezza. Pur impegnandosi ad inviare a Caracas delegazioni ad alto livello, anche il re d’Arabia e l’emiro del Kuwait hanno escluso la loro presenza. Principale esportatore mondiale di petrolio e stretto alleato degli Stati Uniti, l’Arabia saudita rimane il membro più influente dell’Opec ed il meno entusiasta di fronte alle iniziative di Chavez.

I Balcani delle Americhe

Dopo gli Stati Uniti anche l’Unione europea ha chiesto al Venezuela di svolgere un ruolo di moderazione al fine di stabilizzare il prezzo del greggio a livelli “più ragionevoli”. Con l’incarico dell’Energia in seno alla Commissione europea, Loyola de Palacio ha ricordato che l’effetto fisarmonica provocato dalle brusche variazioni del prezzo del greggio ha conseguenze molto negative tanto per i consumatori quanto per i produttori di petrolio. Washington nasconde male il proprio imbarazzo di fronte al giovane leader della rivoluzione bolivarista. Richard Boucher, il portavoce del Dipartimento di Stato, ha espresso l’irritazione delle autorità americane per gli abbracci fra Chavez e Saddam Hussein denunciando il dubbio onore di essere stato il primo dirigente democraticamente eletto a rendere visita al dittatore iracheno. Dato che Chavez aveva risposto che avrebbe mandato a Richard Boucher una crema contro l’irritazione, il portavoce della Casa Bianca, Joseph Lockhart, ha creduto bene adottare un tono più conciliante sottolineando che Washington comprende il ruolo rilevante del Venezuela in seno all’Opec ed auspica di continuare a lavorare col governo (di Chavez).
Nessun presidente può esibire una tale dose di legittimità democratica, ratificata da sei consultazioni elettorali in diciotto mesi. Nonostante il suo gusto per la provocazione, la sua amicizia quasi filiale con Fidel Castro e le sue visite a Saddam Hussein e Gheddafi, Hugo Chavez non ha bisogno di adottare i loro metodi. I diplomatici americani sono i primi a ricordare che le libertà fondamentali nel Venezuela sono rispettate. Arrivato al potere per sei anni (rinnovabili) Chavez controlla le più importanti riserve di idrocarburi all’infuori del Medio Oriente ed in un’area che è stata definita i Balcani delle Americhe per il rischio di estensione del sanguinoso conflitto colombiano.
Chavez ed i suoi soci dell’Opec ricordano che i Paesi produttori non sono affatto i soli responsabili, né tanto meno i soli beneficiari, del valzer delle etichette nelle stazioni di servizio; i profitti delle compagnie petrolifere sono in continuo aumento mentre il fisco dei Paesi importatori incamera più dei due terzi delle somme sborsate dai consumatori dei prodotti petroliferi. Secondo gli esportatori di petrolio gli idrocarburi sono trattati ingiustamente nei confronti di altre fonti di energia, come il carbone, in nome della difesa dell’ambiente. Certo della bontà della sua causa Hugo Chavez è deciso ad approfittare della congiuntura energetica per rilanciare la questione dello scambio disuguale che era stata data per morta e sepolta dopo la dissoluzione del blocco socialista ed il trionfo del capitalismo globalizzato.