L’Italia sotto lo “Scudo” Usa

LA FIRMA SEGRETA DELL’ACCORDO

Ho il piacere di annunciare che lo scorso febbraio abbiamo stabilito un memorandum di accordo quadro con l’Italia e possiamo ora iniziare a sviluppare possibilità di condivisione di tecnologie di difesa missilistica, analisi, e altre forme di collaborazione”: così il generale Henry Obering III, direttore dell’Agenzia Usa di difesa missilistica, ha annunciato il 27 marzo 2007, di fronte al comitato per i servizi armati della Camera dei rappresentanti, che l’Italia entra ufficialmente nel programma dello “scudo” anti-missili che gli Usa vogliono estendere all’Europa. Nessun annuncio, invece, da parte del governo italiano. Quando il 12 marzo il segretario generale della Nato Jaap de Hoop Scheffer dichiara che «in materia di difesa missilistica non ci devono essere paesi di serie A e paesi di serie B all’interno della Nato», il ministro degli esteri D’Alema dice di condividere l’opinione di Scheffer, auspicando che la proposta degli Usa di estendere il loro “scudo” all’Europa venga discussa dalla Nato e dalla Ue. Non dice però che l’Italia ha, a questo punto, già sottoscritto il memorandum di accordo quadro ed è stata quindi promossa in «serie A». La firma dell’accordo quadro viene dunque tenuta segreta al parlamento e, a quanto si dice, anche a parte della coalizione governativa. Un accordo di tale portata avrebbe dovuto invece essere sottoposto al parlamento prima della sua conclusione e reso pubblico già in questa fase. E’ stato invece concluso in segreto, tenendo gli italiani all’oscuro delle sue implicazioni sul piano militare, politico ed economico.

A COSA SERVE LO “SCUDO”

Il piano statunitense prevede l’installazione dei primi 10 missili intercettori in Polonia e di una stazione radar nella Repubblica ceca. La funzione dei missili intercettori è distruggere i missili balistici nemici una volta lanciati. Sul territorio statunitense, ne sono già stati installati 17 (14 in Alaska e 3 in California), che saliranno a 21 nel 2007 e a 30 nel 2008. Essi fanno parte di uno «scudo a più strati» che, secondo il progetto, dovrebbe essere in grado in futuro di intercettare i missili balistici nemici sia nella fase di lancio che in quelle intermedia e terminale. Il sistema è però ancora lontano dall’essere affidabile, come dimostra il fallimento di diversi test. Ma se un giorno gli Stati uniti riuscissero a realizzare uno “scudo” anti-missili affidabile, essi disporrebbero di un sistema non di difesa ma di offesa: sarebbero infatti in grado di lanciare un first strike contro un paese dotato anch’esso di armi nucleari, fidando sulla capacità dello “scudo” di neutralizzare o attenuare gli effetti di una eventuale rappresaglia. Proprio per questo Usa e Urss avevano stipulato nel 1972 il Trattato Abm che proibiva tali sistemi, ma l’amministrazione Bush lo ha affossato nel 2002. Mentre lo “scudo” è ancora in fase sperimentale, il Pentagono lo vuole estendere all’Europa, installando i primi missili intercettori in Polonia e una prima stazione radar nella Repubblica ceca. Altri missili e radar, nei piani del Pentagono, dovrebbero essere installati ancora più a est in Ucraina e a sud in Italia. Ufficialmente, l’installazione dei missili intercettori in Europa dovrebbe servire a proteggere gli Stati uniti e l’Europa stessa dai missili balistici della Corea del nord e dell’Iran. Nessuno di questi paesi, né un altro «stato canaglia», ha però oggi missili in grado di minacciare gli Stati uniti e l’Europa. Per di più la Corea del nord, se volesse colpire gli Stati uniti, lancerebbe i suoi missili non certo verso ovest al di sopra dell’Europa. E, se si volessero neutralizzare i missili iraniani (che non possono raggiungere gli Usa e l’Europa, né sono armati di testate nucleari), occorrerebbe installare i missili intercettori in Turchia o altri paesi limitrofi. Secondo Mosca, il piano statunitense di installare missili intercettori nell’Europa orientale mira ad acquisire un ulteriore vantaggio strategico sulla Russia. Questi missili, che hanno un raggio d’azione di 4mila km e possono raggiungere 1.500 km di altezza, non sarebbero però in grado, lanciati dalla Polonia, di intercettare quelli russi all’inizio della traiettoria e sarebbero poco efficaci anche nella fase intermedia. Ma al Pentagono pensano di installarne altri ancora più a est, probabilmente in Ucraina. Allo stesso tempo potrebbe essere aumentata la loro gittata, così da minacciare i sistemi spaziali russi. Né può essere sottovalutata la possibilità che questi missili siano un giorno armati di testate nucleari. Immediato è il vantaggio che gli Usa possono acquisire installando in Europa stazioni radar, tipo quella che intendono collocare nella Repubblica ceca. Essa sarebbe la prima installazione di una rete di sofisticati centri di intelligence, attraverso cui il Pentagono potrebbe monitorare, più efficacemente di quanto è in grado di fare oggi, non solo il territorio russo ma l’intero territorio europeo. L’Italia, per la sua posizione geografica, sarebbe inoltre particolarmente adatta per l’installazione sia di radar che di missili intercettori rivolti verso il Medio Oriente e il Nord Africa. L’altro vantaggio per Washington sarebbe quello di avere in mano un altro strumento per impedire che l’Unione europea possa un giorno rendersi militarmente autonoma dagli Stati uniti. L’intero sistema di stazioni radar e postazioni missilistiche in Europa dipenderebbe infatti dal Centro di comando, controllo, gestione della battaglia e comunicazioni, all’interno della catena di comando che fa capo al presidente degli Stati uniti d’America. Inoltre, estendendo lo “scudo” all’Europa, gli Usa potrebbero scaricare sugli alleati parte dei costi per lo sviluppo del sistema, ammontanti finora a 10 miliardi di dollari annui.

LA REAZIONE DELLA RUSSIA

La Russia, di fronte al tentativo statunitense di acquisire un ulteriore vantaggio strategico nei suoi confronti, ha già annunciato che prenderà delle contromisure, adottando «metodi adeguati e asimmetrici». Intanto il presidente Putin ha annunciato la moratoria del Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa (Cfe), firmato dai paesi della Nato e del Patto di Varsavia nel 1990, allo scopo di creare un bilanciamento militare tra i due gruppi di Stati, riducendo le forze di ciascun gruppo in cinque categorie di armamenti convenzionali. Lo scenario è però completamente cambiato dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia e della stessa Unione sovietica nel 1991. Nell’annunciare la moratoria del trattato, Putin ha sottolineato: «I paesi della Nato stanno costruendo basi militari ai nostri confini e, per di più, stanno pianificando di dislocare sistemi di difesa anti-missile in Polonia e nella Repubblica ceca». Il piano statunitense di installare missili intercettori e radar nell’Europa orientale, a ridosso del territorio russo, viene dunque considerato a Mosca un ulteriore passo dell’espansione della Nato a est. Nel 1999 essa ha inglobato i primi tre paesi dell’ex Patto di Varsavia : Polonia, Repubblica ceca e Ungheria. Quindi, nel 2004, si è estesa ad altri sette: Estonia, Lettonia, Lituania (già parte dell’Urss); Bulgaria, Romania, Slovacchia (già parte del Patto di Varsavia); Slovenia (già parte della Repubblica jugoslava). Ora sta per inglobare Albania, Croazia e Macedonia, e si prepara a fare lo stesso con Georgia e Ucraina. Contemporaneamente, gli Stati uniti hanno installato nuove basi militari in Romania e Bulgaria e, tra breve, faranno lo stesso in Montenegro. La Russia però non sta con le mani in mano: ha avvertito che, se gli Usa installeranno missili e radar a ridosso del suo territorio, potrebbe anche ritirarsi dal Trattato Inf del 1987, che ha permesso di eliminare i missili nucleari a raggio intermedio in Europa. Il piano statunitense di installare in Europa lo “scudo” anti-missili – ha ammonito Jacques Chirac quando era ancora presidente – potrebbe «spaccare il continente e provocare una nuova guerra fredda». L’Europa, e in particolare l’Italia che ha già aderito al programma dello “scudo” statunitense, rischia quindi di trovarsi di nuovo in prima linea in un confronto militare che, pur essendo diverso da quello della guerra fredda, potrebbe divenire altrettanto o ancor più pericoloso.

LE CONSEGUENZE PER L’ITALIA

L’accordo quadro prevede una serie di accordi specifici che coinvolgeranno nel programma dello “scudo” statunitense non solo le industrie militari italiane, soprattutto quelle del settore aerospaziale, ma anche università e centri di ricerca. L’accordo quadro comporta quindi una ulteriore militarizzazione della ricerca, a scapito di quella civile, sotto la cappa del segreto militare. Comporta un ulteriore aumento della spesa militare italiana (già al settimo posto su scala mondiale), soprattutto dei programmi di investimento derivanti da accordi internazionali, ai quali l’ultima Finanziaria ha destinato 4,5 miliardi di euro in tre anni. Comporta un ulteriore rafforzamento dei comandi e delle basi statunitensi in Italia (comprese quelle dotate di armi nucleari), con la conseguenza che il nostro paese diverrà ancor più trampolino di lancio delle operazioni militari statunitensi verso sud e verso est. Comporta ulteriori pericoli per il nostro paese che, per la sua collocazione geografica, costituisce una postazione ottimale in cui installare i missili intercettori: le zone di installazione diverranno di conseguenza bersagli militari, come negli anni ’80 la base di Comiso in cui erano installati i missili nucleari statunitensi. La conclusione del memorandum di accordo quadro, deciso dal governo Prodi, ha quindi per il nostro paese gravissime implicazioni su tutti i piani: militare, politico, economico. Non c’è però da stupirsi che ciò sia opera di un governo di centro-sinistra. Il primo memorandum d’intesa sulla partecipazione italiana ai programmi di ricerca per lo “scudo” fu firmato al Pentagono, nel settembre 1986, dal secondo governo Craxi. Il memorandum d’intesa con cui l’Italia è entrata operativamente in uno dei programmi dello “scudo”, il Meads, è stato firmato al Pentagono dal primo governo Prodi nel maggio 1996. Ed è stato il secondo governo Prodi a concludere il ben più importante memorandum di accordo quadro che, preannunciato dal generale Obering nel marzo 2006, era stato redatto dal Pentagono col governo Berlusconi, ma la cui firma era slittata in vista delle elezioni italiane di aprile. Anche se il governo Berlusconi non ha avuto la soddisfazione di siglare l’accordo, esso è andato in porto così come era stato redatto.

IL GOVERNO ITALIANO AMMETTE DI AVER FIRMATO L’ACCORDO

«Da parte italiana, è stato recentemente firmato un Accordo quadro di cooperazione Italia-Usa che amplia il perimetro di tale cooperazione al settore della difesa da missili balistici»: così ha dichiarato, il 12 aprile 2007 alla Camera dei deputati, il sottosegretario di stato per la difesa Marco Verzaschi (Udeur). Il sottosegretario Verzaschi non ha però spiegato perché il governo italiano avesse finora tenuto segreto un accordo di tale portata, né ha precisato chi l’abbia firmato lo scorso febbraio. Il sottosegretario alla difesa Giovanni Forcieri aveva annunciato, tramite la sua segreteria, che avrebbe ufficialmente smentito, con una lettera al manifesto, di averlo fatto lui. Finora, però, non è arrivata alcuna lettera. Resta dunque il “mistero” di chi l’abbia firmato. Il fatto è comunque secondario: l’importante è sapere perché il governo Prodi l’abbia firmato. Questo l’ha spiegato il sottosegretario Verzaschi. «Il citato Accordo quadro di cooperazione – ha dichiarato in aula – si inserisce nelle molteplici iniziative intraprese in ambito Nato, dove, fin dal 1996, sono state avviate varie attività volte alla realizzazione di idonei strumenti a protezione dell’Alleanza dal rischio derivante dall’uso di missili balistici equipaggiati con armi di distruzione di massa da parte di nazioni ostili o gruppi terroristici». Lo stesso generale Obering ha invece chiarito che lo schieramento in Europa, da parte degli Stati uniti, di missili anti-missili non rientra in ambito Nato e che «gli Usa non sono disponibili a cedere la responsabilità del progetto» (15 marzo 2007). Poiché la Francia si è (almeno finora) opposta a tale progetto e altri governi alleati sono dubbiosi, Washington non ha chiesto il consenso della Nato ma, scavalcando l’Alleanza, ha cercato di ottenere prima quello di singoli governi consenzienti (Gran Bretagna, Polonia, Repubblica ceca, Italia e altri) attraverso accordi bilaterali. Contraddicendosi, lo stesso Verzaschi ha ammesso che «i principali alleati sono stati incoraggiati ad associarsi ai progetti americani». «L’Accordo in questione – ha dichiarato il sottosegretario Verzaschi – è giustificato dalla volontà dei due paesi di creare un quadro normativo che consenta alle due nazioni di rafforzare la cooperazione in ambito bilaterale in tale specifico settore, per consentire di dare l’avvio a scambi di informazioni propedeutici a eventuali successive collaborazioni ». Non spiega però il sottosegretario in che modo il governo abbia verificato la «volontà» dell’- Italia di sottoscrivere l’accordo, dal momento che è stato tenuto segreto non solo agli italiani, ma al parlamento, mentre invece avrebbe dovuto essere reso pubblico e sottoposto all’organo legislativo prima della sua conclusione.

QUANTO CI COSTA

Con tono tranquillizzante, il sottosegretario Verzaschi ha dichiarato che «l’accordo non determina impegni e/o oneri finanziari tra le parti: è infatti demandata alla stipula degli accordi attuativi successivi, ciascuno finalizzato allo specifico settore di collaborazione, la definizione delle caratteristiche e delle modalità per la suddivisione dei costi associati». La prospettiva è tutt’altro che tranquillizzante: il governo conferma che l’accordo quadro comporta una serie di «accordi attuativi successivi», i quali coinvolgeranno non solo le industrie militari italiane, ma anche università e centri di ricerca, provocando una ulteriore militarizzazione della ricerca a scapito di quella civile. E tali accordi comporteranno «costi associati », ossia un ulteriore aumento della spesa militare italiana. Il costo dei 10 missili intercettori da installare in Polonia è stato quantificato dal generale Obering in 2,5 miliardi di dollari, e quello della stazione radar nella Repubblica ceca in circa mezzo miliardo di dollari. Il generale non ha specificato quale parte della spesa graverà su questi due paesi. Ha solo detto che l’installazione dei missili in Polonia, di cui sarà incaricata la Boeing, potrebbe portare alle industrie polacche contratti per 900 milioni di dollari, e che le industrie ceche potrebbero avere, per l’installazione del radar, contratti per 150-200 milioni. La realizzazione dello «scudo» viene dunque presentata come un affare per i paesi europei. C’è però un particolare non trascurabile: mentre centinaia di milioni di dollari entreranno con i contratti nelle casse di aziende private, centinaia di milioni o miliardi usciranno dalle casse pubbliche come compartecipazione alla spesa per la realizzazione dello “scudo”. L’Italia ha già una esperienza in questo campo. Come ha ricordato il sottosegretario Verzaschi, essa ha «già da tempo rapporti di collaborazione industriale con gli Stati Uniti nel settore missilistico, tra i quali emerge per importanza quello per la progettazione e lo sviluppo del sistema Medium Extended Air Defence System (Meads)». Il Meads, che rientra nel progetto dello «scudo a più strati», è un sistema mobile, facilmente trasportabile in lontani campi di battaglia, utilizzabile contro missili tattici, aerei ed elicotteri. Come il “grande scudo” contro i missili balistici, questo “piccolo scudo” è uno strumento non per la difesa ma per l’attacco: una sorta di testuggine destinata a proteggere i soldati statunitensi e alleati all’offensiva in distanti teatri bellici. La Meads International – la joint-venture multinazionale, con quartier generale in Florida, incaricata della realizzazione del sistema – ha ricevuto nel 2005 un primo contratto per 3,4 miliardi di dollari. La spesa è sostenuta per il 58% dagli Usa, per il 25% e il 17% rispettivamente da Germania e Italia. Ciò significa che, solo per questo primo contratto, l’Italia spende, con il denaro pubblico, oltre mezzo miliardo di euro. Altrettanto, o di più, spenderà per ciascuno dei successivi contratti e, soprattutto, per l’acquisto dello scudo-testuggine quando sarà ultimato. Molto di più verrà a costare la partecipazione italiana al “grande scudo” contro i missili balistici, che in realtà non difenderà l’Italia ma la esporrà a maggiori pericoli. Lo stesso Verzaschi, dopo aver assicurato che la «difesa missilistica» ha «eminentemente una finalità protettiva », ha ammesso che «nuovi programmi sono suscettibili di alterare equilibri strategici consolidati, in particolare con la Russia». Ha ammesso quindi, indirettamente, che il piano statunitense dello “scudo” provocherà nuove tensioni in Europa. E che, di conseguenza, l’Italia, ancora una volta, farà da scudo agli Stati uniti.

I “PROTOCOLLI DI ESECUZIONE PREPROGRAMMATI” DEL PENTAGONO: 2-12 MINUTI PER IL LANCIO DEI MISSILI

Funzionari dell’amministrazione Bush hanno iniziato a Praga e Varsavia, in maggio, «negoziati ufficiali » sulle prime installazioni dello «scudo» antimissili in Europa: una stazione radar nella Repubblica ceca e 10 missili intercettori in Polonia. Così tutto sarà pronto quando arriverà il presidente Bush. Il 5 giugno, a Praga, incontrerà il presidente Klaus e il primo ministro Topolanek: «Tema cruciale – informa la Casa bianca – è la costruzione dello scudo di difesa missilistica nell’Europa centrale». L’8 giugno, a Jurata, in Polonia, Bush incontrerà il presidente Kackynski. E, il 9 giugno a Roma, ci sarà l’incontro con i presidenti Napolitano e Prodi. Anche in questa occasione, certamente, affronterà il «tema cruciale » dello «scudo», cui il governo italiano ha già aderito firmando in segreto lo scorso febbraio al Pentagono un accordo quadro. Nel frattempo, al quartier generale della Nato a Bruxelles, rappresentanti statunitensi, cechi e polacchi hanno fornito agli altri membri dell’Alleanza particolari sulla «installazione in Polonia e Repubblica ceca di parti del sistema statuni- tense di difesa missilistica» che «proteggerà gli Stati uniti e la maggior parte dell’Europa, anche se non tutta, dalle minacce missilistiche, comprese quelle provenienti da Iran e Corea del nord». «C’è un comune desiderio – ha assicurato il segretario generale della Nato Jaap de Hoop Scheffer – che qualsiasi sistema statunitense dovrebbe essere complementare a qualsiasi sistema Nato di difesa missilistica». Una formula diplomatica per nascondere il fatto che Washington, sapendo che la Francia si oppone (almeno finora) a tale progetto e altri governi sono dubbiosi, non ha chiesto alla Nato di realizzare lo «scudo» in Europa, ma ha scavalcato l’Alleanza assicurandosi il consenso di singoli governi (Gran Bretagna, Polonia, Repubblica ceca, Italia e altri) attraverso accordi bilaterali. «Questo è un sistema statunitense: il suo comando e controllo rimarrà quindi nelle mani degli Stati uniti», ha detto a chiare lettere il sottosegretario Usa alla difesa Eric Edelman. Ha quindi spiegato: «Per la difesa missilistica, i tempi sono oggi molto più brevi di quanto fossero durante la guerra fredda. Allora avevamo 30 minuti per decidere la risposta. Oggi, a seconda delle circostanze, abbiamo una finestra tra 2 e forse 12 minuti». Quindi, «i protocolli di esecuzione sono preprogrammati nel sistema». In altre parole, una volta schierati in Europa (non solo in Polonia ma, com’è nei piani del Pentagono, anche in altri paesi Italia compresa), i missili intercettori potranno essere lanciati senza il consenso dei paesi in cui sono installati. Gli stessi governi europei non saranno neppure preavvisati, in quanto la «finestra» di 2-12 minuti non lascia tempo. Una volta coperti dallo «scudo», i paesi europei saranno quindi in balia dei «protocolli di esecuzione preprogrammati» dal Pentagono. E la «risposta», di cui parla Edelman, prevede non solo l’uso dello «scudo» ma anche l’attacco nucleare, compreso quello «preventivo». In questa faccenda sempre più complessa e pericolosa il governo Prodi ha trascinato l’Italia, firmando in segreto al Pentagono l’accordo-quadro, che il generale Obering ha definito «pietra miliare di maggiore importanza» nelle relazioni Usa- Italia. Nessuno ne dubita. Solo che è la pietra miliare della strada che porta alla guerra.