L’intervento di Francesco Maringiò al CPN del PRC, 12-13 settembre 2009 (integrale)

Devo ammettere che a me non piace una modalità di discussione come quella di questo Cpn. Sappiamo bene che all’odg c’è una proposta di allargamento della segreteria e sarebbe bene che si discutesse nel merito di questa proposta, che a me pare densa di significato politico, perché archivia totalmente lo spirito del congresso di Chianciano (ma su questo tornerò dopo). Eppure in questa assise si discute d’altro. Non credo faccia bene a noi stessi alimentare questa confusione e non portare a fondo la discussione, a maggior ragione in un momento così delicato per il Paese e per il Partito.

Innanzitutto vorrei che ci fosse minore ambiguità sul tema della Federazione della sinistra di alternativa. Nei tanti interventi che si sono susseguiti pare chiaro che ciascuno ci vede un po’ quel che vuole, attribuendo a questa proposta funzioni e significati spesso contrapposti e si arriva addirittura a teorizzare che questo processo tutto può diventare fuorché – non sia mai (!) – l’unità col PdCI e con Socialismo2000.

Io penso invece che noi dobbiamo con chiarezza tenere presente che ci sono due esigenze, entrambe importanti, alle quali bisogna con la stessa urgenza ed impegno dare delle risposte. Il primo tema è quello della sinistra e della necessità dell’unità della sinistra, ed il secondo è la questione comunista oggi. Ciascuno di questi due temi esige da parte nostra una risposta ed una iniziativa politica conseguente; eludere il tema significa perseverare negli errori di fondo commessi negli ultimi anni e non uscire dallo stato di difficoltà ed ambiguità che viviamo.

Il tema dell’unità della sinistra è una questione per noi irrinunciabile, pena l’isolarci con il sentire comune della gente che abbiamo attorno. Credo che Federazione possa essere un giusto passo in questa direzione, mettendo insieme energie, realtà politiche e personalità della sinistra di alternativa. Ma se il nostro obiettivo è l’unità della sinistra allora dobbiamo prendere atto che la Federazione, così com’è, è troppo ristretta, e che essa va allargata ad energie e risorse che ci sono nel campo della sinistra. Altrimenti il rischio è che questo progetto rimanga avvitato su se stesso, in una crisi di identità permanente (che rimarrà finché non chiariamo “cosa è” la Federazione e con quali obiettivi opera) che al massimo può sfociare in ipotesi organizzative alla Izquierda Unida, con vent’anni di ritardo e magari riproponendo gli stessi limiti e le stesse contraddizioni dell’esperienza spagnola.

Contemporaneamente, non possiamo far finta che non esista oggi una questione comunista che investe anche il nostro partito. E rispetto alla quale non basta dichiararsi comunisti, prendendo le distanze da chi nel nostro partito ha fatto altre scelte. Questo è un problema irrisolto da 20 anni, nel nostro paese, e con il quale noi siamo chiamati a fare necessariamente i conti. Del resto tutte le scissioni prodotte nel Prc sono avvenute nel nome del “comunismo” e del “partito comunista”. Paradossalmente anche quella fatta da Vendola che, descrivendo il Prc post Chianciano come un partito comunista oramai ortodosso, estremista, un po’ fuori dal tempo e “col torcicollo”, ha dichiarato di non volerne far parte! Per questo, per evitare nuove divisioni, dispersioni di energie, confusioni e per evitare di continuare a rimanere deboli e marginali, dobbiamo attrezzarci a dare una risposta al tema impellente della rifondazione e ricostruzione di un partito comunista all’altezza dei compiti che questa complessa società ci presenta. Un processo di riaggregazione che sappia rispondere, anche sul piano della rappresentanza politica, alla ricomposizione di un blocco sociale che il sistema capitalistico ed anni di politiche neoliberiste, hanno frantumato ed atomizzato. Ed in questo – vorrei che ci fossero meno caricature del nostro dibattito interno e più capacità di ascolto, in questa fase così difficile – il processo di ricomposizione della diaspora comunista non è la risposta sic et simpliciter al tema di come affrontare oggi la questione comunista, ma diventa la condizione indispensabile per una accumulo di forze necessario per permettere a tutti i nostri discorsi di non essere velleitari. E poi risponde a quell’esigenza di semplificazione e di unità che, come il bisogno dell’unità a sinistra, ci è chiesto a gran voce dalla nostra gente, dai militanti dei due maggiori partiti (Prc e Pdci) e dai nostri elettori.

Se non diamo una risposta chiara e forte a queste due esigenze – unità a sinistra e questione comunista – sceglieremo ancora una volta un profilo politico poco chiaro, confuso e quindi debole nell’esigenza di intercettare consenso e suscitare passioni e speranze. E così come un profilo incerto alle elezioni europee (vi ricordate? Simbolo scelto all’ultimo momento, tentativo forzato di presentarsi alle europee con un simbolo ed alle amministrative con un altro, poca convinzione da parte di un pezzo del nostro gruppo dirigente,….) ci ha penalizzato, il perseverare in questo errore ci può sfavorire alle imminenti elezioni regionali.

Sulla gesti, questa proposta mi vede contrario per due ordini di ragioni.

La prima è che questa non è una vera gestione unitaria. Di fronte alla difficoltà in cui versa il partito, dare l’avvio ad una sorta di “governo di unità nazionale” per far fronte alla crisi, non è solo naturale, ma del tutto auspicabile. Ma una segreteria di gestione unitaria, se è tale, deve vedere la presenza di tutte le opzioni politiche forti che vivono nel nostro dibattito. In questo caso ci troviamo invece di fronte ad una nuova maggioranza e ad una nuova proposta politica che cambia ed evolve, rispetto alle linee guida che sono venute fuori dal frutto delle appassionate giornate di Chianciano. E questo è reso evidente dal fatto che questo passaggio è avvenuto senza che vi sia stata una esplicita adesione, da parte dei compagni della mozione 2, ai principi ispiratori del documento di maggioranza di Chianciano. In più il documento di maggioranza che si propone oggi è assolutamente reticente rispetto alla questione comunista (non se ne parla affatto!), a differenza invece del documento finale del Congresso. Badate bene: penso che tutto questo sia assolutamente legittimo. Ma se così è (nuova maggioranza nella gestione del partito, nuova maggioranza politica, …) allora bisogna dire le cose per quello che sono ed avere il coraggio di rivendicare apertamente le scelte che si fanno, senza invece fare delle scelte politiche dense di significato e farle passare per ordinaria amministrazione e semplice “gestione unitaria”.

La seconda ragione è che sono contrario alla riconferma della segreteria uscente e ad un suo semplice allargamento. Basta con questo finto buonismo! Ci sono state/i compagne e compagni che in maniera generosa hanno lavorato in questo anno difficile con l’obiettivo di rilanciare il partito e a cui va il mio sincero ringraziamento, credo condiviso da tutte e tutti noi. Ma non saremmo sinceri se facessimo finta di non vedere che, accanto a tutto questo, si sono dimostrate anche debolezze – a volte davvero evidenti – quando non rappresentatività delle posizioni politiche e, men che meno, rappresentatività di opzioni politiche espresse al congresso di Chianciano, in base alle quali si sono composte gli organismi dirigenti. Posizioni nel tempo non rispettate affatto. In un periodo così difficile serve quindi capacità e forza innovativa per mettere mano agli organismi dirigenti del partito, per renderlo sempre più forte e meglio rappresentativo, piuttosto che perpetuare in continue e deboli mediazioni. Penso che si sarebbe potuta rafforzare la segreteria coinvolgendo le nuove e giovani energie che si sono espresse in questi mesi. Penso per esempio alle competenze messe in evidenza nella recente campagna elettorale alle europee. Personalmente ho seguito quella nel centro-Italia dove i risultati sono stati importanti, ma non è l’unico caso. Questa non valorizzazione delle nostre migliori intelligenze e capacità è lo specchio di quel che siamo: un corpo debole di idee e volontà, incapace di dare senso alle declamazioni sull’innovazione e che di mediazione in mediazione rischia di avere un profilo sempre meno chiaro e forte, col rischio un nuovo flop elettorale.

Per questo, un lavoro nei prossimi mesi di chiarezza e definizione precisa di “ciò che siamo” e di “ciò che vogliamo”, in relazione alle due esigenze impellenti – unità a sinistra, questione comunista/ricomposizione della diaspora comunista – si rende necessario. Pena il perdere ancora nuove forze, energie ed interesse intorno a noi. La qualcosa è una responsabilità che nessuno, oggi, può assumersi.