L’internazionalismo non è un pranzo di gala

La simpatia e la solidarietà per Cuba e la sua rivoluzione sembravano essere più ampie di quelle effettivamente registratesi in queste settimane. In alcuni casi abbiamo assistito ad una vera e propria “doppia morale”. In altri abbiamo potuto verificare come la dimensione fortemente etica dei movimenti no global e contro la guerra evidenzi un grosso buco nell’approccio ai problemi più controversi. Ciò é per un verso sorprendente, per un altro rivelatore di un persistente deficit di orientamento di fronte a questioni internazionali che si propongono ogni volta in modo assai spinoso e ben lontani da quelle realtà nitide, in bianco e nero, che dovrebbero rendere le cose più facili. Il venir meno della solidarietà con Cuba, il “buco di analisi” e l’eccessiva dose di doppia morale sono stati alla base dell’esigenza che ha spinto alla autoconvocazione della prima manifestazione di solidarietà con Cuba del 6 maggio dopo i recenti avvenimenti.
Se è vero che larga parte dei giovani che hanno partecipato con entusiasmo ai recenti movimenti ha manifestato una distanza – e talvolta ostilità – verso le pesanti misure adottate dalle autorità e verso il modello politico cubani, è anche vero che la funzione dei partiti dovrebbe essere proprio quella dell’orientamento, della contestualizzazione, dell’analisi critica degli avvenimenti, anche di quelli più spinosi. La nuova generazione politica è cresciuta come ha potuto e con quello che ha trovato a disposizione, ma la cassetta degli attrezzi oggi disponibile non è un problema di secondaria importanza.
Questa mancata funzione di orietamento teorico, storico, culturale e politico, emerge clamorosamente sulla questione delle questioni: il modello democratico sul quale dovrebbe reggersi l’altro mondo possibile al quale aspira il vasto movimento di contestazione contro la guerra e il liberismo.
Le mozioni presentate da DS e PRC affermano, con ragionamenti e priorità anche diverse tra loro, che a Cuba occorre introdurre la democrazia perchè le indiscutibili conquiste sociali, da sole, non bastano a fare la differenza con il sistema dominante.
Qui si apre un problema serio e non solo per Cuba, poichè il sistema dominante possiede un suo modello politico di democrazia che è capace di esercitare una egemonia globale fino a manifestarsi come “unico modello possibile” ed a legittimarne la sua esportazione anche attraverso la guerra, i bombardamenti, l’occupazione militare di Stati sovrani etc. Questo modello ruota più o meno intorno ad alcuni assi che vengono “martellati” come fondanti di ogni democrazia moderna: il pluralismo politico, libere elezioni, separazione dei poteri. I governi che non adottano tali criteri vengono prima o poi inseriti nella lista dei “rogues states” da eliminare politicamente, militarmente, economicamente. Il cambiamento di regime politico ed economico di questi paesi è, ad esempio, una ambizione pubblica dell’amministrazione Bush.

A questi fondamentali della democrazia manca però completamente qualsiasi riferimento alla giustizia e alla dimensione sociale, ritenendo automatico che la democrazia affidi al mercato e alle sue leggi invisibili la definizione delle relazioni economiche e sociali.
Si ripropone dunque la contraddizione tra “uguaglianza” e “libertà” che dovrebbe rappresentare il problema di Cuba ma che lo rappresenta anche per i suoi detrattori e avversari.
Non è una questione nuova nell’agenda del movimento comunista del XXI secolo, ma passi in avanti sul piano dell’elaborazione ancora non sono stati compiuti. Si è dichiarata chiusa una fase storica con gli avvenimenti dell’89/91, ma non si è ancora cominciato a fare un serio bilancio storico e teorico per aprirne una nuova sul versante dei movimenti della trasformazione sociale.

Cuba nel suo contesto geopolitico. Non è un dettaglio

Uno sguardo all’America Latina ci dice che in tutto il contesto geopolitico in cui Cuba è inserita (e in cui va valutata), i diritti politici e i diritti sociali sono inversamente proporzionali. Inoltre, e non è proprio un dettaglio, le ingerenze statunitensi sul “patio trasero”, su quell’America Latina che gli USA considerano il loro “cortile di casa”, paiono destinate ad aumentare pesantemente per imporre a quei paesi l’ALCA, il Plan Puebla Panama, il Plan Colombia e a scardinare le relazioni cresciute in questi anni tra America Latina ed una Europa riottosa verso Washington.

Confronti per insieme geopolitico (Grandi Antille)

Cuba
Rep. Dominicana
Haiti

Popolazione
11.237
8.507
8.270

Indice sviluppo Umano
0,795
0,727
0,471

Spese istruzione (%)
6,7
2,2
1,5

Speranza di vita
75,7
64,4
35,1

Accesso a Internet (*)
10,68
21,45
3,63

PIL pro capite (**)
1.714
6.033
1.467

Confronti per insieme geopolitico (Grandi Antille)

Cuba Guatemala Ecuador
Popolazione
11.237 11.687 12.880
Indice sviluppo Umano
0,795 0,631 0,732
Spese istruzione (%)
6,7 2,0 3,2
Speranza di vita
75,7 64,0 69,5
Accesso a Internet (*)
10,68 17,11 25,44
PIL pro capite (**)
3,3 38,1 9,7
1.714 3.821 3.203
(*) su mille abitanti

(**) in dollari Usa

fonte: Lo stato del mondo 2003

Dai dati riportati nelle tabelle, emerge con chiarezza la “qualità” del modello di sviluppo sociale cubano rispetto a quello di altri paesi latinoamericani, anche se il modello “quantitativo” sul piano del PIL pro-capite rivela sia le difficoltà economica che l’aperta contraddizione tra gli indicatori macroeconomici e la qualità/priorità degli indicatori sociali. Svilire questi risultati non ci pare affatto corretto.
Non si può negare che il Nicaragua sandinista stia pagando un costo sociale, economico e morale altissimo e devastante per aver accettato (e perduto) nel 1990 la sfida del pluralismo politico impostagli dagli USA e da molti “consiglieri” europei.
Anche la vicenda argentina appare paradigmatica. Nel paese dove la devastazione sociale neoliberista è esplosa con la nota drammaticità (fino ad arrivare ai bambini morti di fame in un paese che è stato ricco) la dialettica politica ha visto le forze progressiste duramente penalizzate e le urne inviare al ballottaggio proprio due dei protagonisti del massacro sociale del paese.
La vicenda del Venezuela è altrettanto paradigmatica. Non basta applicare il pluralismo politico, fare e vincere democraticamente le elezioni, consentire la libertà di stampa – come ha fatto Chavez – per essere benvisti e accettati a Washington, Londra, Roma o Bruxelles. Se non si attuano obbligatoriamente i loro programmi, la loro logica di mercato, se non ci si piega ai diktat del FMI e ai progetti dell’ALCA, del Plan Colombia e del Piano Puebla Panama, non si viene ammessi nel circolo dei governi democratici, anzi, si entra direttamente nella lista di quelli a rischio di “esportazione della democrazia”, come ci indica l’onda lunga bellicista avviata da Washington e i due tentativi di golpe contro l’attuale governo venezuelano.

Un modello democratico per Cuba. Quale?

Tutta questa potrebbe però essere liquidata come una argomentazione superflua, magari pertinente, ma insufficiente a spiegare quello che è accaduto a Cuba, il ricorso alla pena capitale, la mano dura con gli “oppositori”, il deficit democratico rimproveratogli dalle mozioni presentate in Parlamento dai due principali partiti della sinistra italiana e da tante lettere e prese di posizione.
Poniamo dunque un questione ai compagni e agli amici cubani e, specularmente, alla sinistra critica verso Cuba. In tale contesto geopolitico e storico, se il modello democratico “universale” o percepito come tale un pò da tutti, è quello indicato dai maggiori stati imperialisti, quale modello democratico dovrebbe adottare Cuba?
a) Un suo modello democratico “originale” fondato sul partito unico, il voto sui candidati e la possibilità di revoca degli eletti che non rispettano il mandato ricevuto, si tratta di un modello originale che però contrasta con la percezione di quello universale o percepito come tale;
b) Il modello democratico oggi “dominante” fondato, più che sul pluralismo, su un bipartitismo che, come dice Eduardo Galeano, somiglia molto più ad un sistema fondato su due fazioni di un unico partito, un modello che non permette cambiamenti radicali o differenziazioni sostanziali sul piano dei programmi politici e sociali e della politica internazionale.
c) Un modello democratico ancora tutto da inventare e sperimentare, in qualche modo corrispondente alle aspirazioni verso un nuovo mondo possibile ma che (oltre a dover registrare questo perdurante “buco” di sperimentazione oggi capace anche di alimentare un dibattito ma che non può risolvere i problemi di uno Stato, tanto più se sottoposto a minacce esterne) deve anche misurarsi con il problema assai concreto di far esistere e difendere ciò che fino ad oggi si è conquistato cercando di non fare la fine del coraggioso ma ingenuo Nicaragua sandinista.

Cuba ha potuto contare solo sulle proprie forze

Cuba non sempre corrisponde a quello che desideriamo ma rimane una realtà politica importante che rappresenta un punto di resistenza alle ingerenze imperialiste sull’America Latina perchè viene percepita come un esempio di progresso sociale, indipendenza e dignità nazionale da parte delle forze popolari di quel continente.
A Cuba, nelle condizioni sociali, economiche, geopolitiche e storiche date, è stato sperimentato il socialismo possibile. Ciò ha portato a risultati innegabili, ad ambizioni mancate, a errori in parte rettificati in parte meno, a contraddizioni non risolte ed a conquiste rilevanti, consolidate e perfettibili.
I suoi problemi interni paiono seminare più interrogativi qui da noi – dove siamo in qualche modo condizionati dal “modello democratico dominante” – e molto meno lì dove questo modello entra in contraddizione con la sua aspirazione progressiva sul piano sociale e morale provocando regressi ben visibili.
Ma per fornire a Cuba qualcuno degli attrezzi delle nostre cassette, dovremmo quantomeno avere qualcosa da offrire in positivo ed in alternativa sul piano dei risultati politici, della capacità di condizionare la politica estera dei nostri governi, sul piano di una sperimentazione avanzata e socializzabile di democrazia pienamente utilizzabile anche in un’area come l’America Latina o in situazioni di “guerra non dichiarata” come quella a cui è sottoposta Cuba da troppi anni ed a cui ha dovuto fare fronte contando essenzialmente sulle proprie forze. E qui il deficit appare in tutta la sua pesantezza nel campo della sinistra europea piuttosto che in quello cubano. In Europa, nel momento di massima forza della sinistra il modello “messo a disposizione dell’umanità” sono stati quelli di Blair e D’Alema, di Schroeder e Jospin. I risultati sociali, politici, economici, internazionali non sono stati sconsolanti solo per noi ma anche per molti paesi in via di sviluppo che a costoro avevano guardato con una certa fiducia ed aspettativa.

Difendere le conquiste ottenute è decisivo per migliorarle

Decontestualizzando gli avvenimenti cubani dalla loro realtà concreta, il plotone d’esecuzione non è uno scenario facilmente digeribile a nessuna latitudine e i processi contro i “cospiratori” anche. Ma di fronte all’alternativa tra la capitolazione e la resistenza all’aggressione statunitense – in un contesto in cui proprio gli USA dichiarano pubblicamente di voler rovesciare i governi che ritengono dissonanti dalla loro egemonia ed hanno avviato una guerra preventiva a tutto campo concepita a tale scopo – quali alternative la sinistra europea ma anche la sinistra più radicale e i movimenti sono capaci di indicare a Cuba? La sorte toccata al Nicaragua o i ripetuti tentativi di golpe contro il Venezuela dicono che l’abbassamento della guardia o l’accettazione delle regole del gioco suggerite dalle “democrazie” è estremamente pericoloso per la sopravvivenza di esperienze alternative al modello ispirato dall’imperialismo “nel suo cortile di casa”. La guerra non dichiarata da parte degli Stati Uniti non è un dettaglio è un fattore decisivo che influisce, complica, minaccia la ricerca di un modello democratico e socialista adeguato alle aspirazioni rappresentate dalla Rivoluzione Cubana. E’ meglio poter migliorare la sua evoluzione, difendendone ciò che è stato conquistato, o piuttosto celebrare una nuova sconfitta? Delle due l’una e su questo il posizionamento fa la differenza.
Qualcuno, prima o poi, dovrà spiegare alla nuova generazione politica perchè a piazza Tien An Men i carri armati dell’esercito della “autoritaria” Cina si arrestarono di fronte allo studente con le buste della spesa in mano che sbarrava loro la strada e perchè il bulldozer dell’esercito della “democratica” Israele non si è fermato davanti al corpo di Rachel Corrie. Difficile pensare che si tratti solo della coscienza individuale dei due guidatori. Il mondo contemporaneo non è semplificabile in bianco e nero, i processi rivoluzionari che portano ad edificare uno Stato alternativo a quelli in cui viviamo lo sono ancora di più. Semplificare tutto questo è più comodo ma non è più corretto e alla lunga se ne pagano le conseguenze.
Discutiamone lealmente nella sinistra italiana e con i compagni cubani, ma non commettiamo l’errore di negarci alla solidarietà e alla difesa del progetto rivoluzionario di Cuba.