L’inno di Mao nelle strade di Milano

*Consigliere Comunale PRC Milano

La rivolta della comunità cinese del quartiere Sarpi-Canonica di Milano ha fatto il giro del mondo. La notizia ha avuto una vasta eco, al di là della dimensione e della gravità materiale dell’episodio. I tafferugli in realtà sono stati abbastanza modesti nella loro entità e nelle loro conseguenze, ben diversi da altri episodi che sono avvenuti in alcune grandi metropoli americane o europee. Certo si è trattato della prima rivolta di una comunità straniera che risiede nel nostro paese, ma questo fatto poteva forse giustificare una certa amplificazione dell’episodio su scala nazionale, non assumere il rilievo che invece ha avuto a livello internazionale. Il motivo principale dell’attenzione che si è sviluppata attorno all’episodio è stato certamente l’intervento, a tutela della comunità di Milano, del console prima, ma, soprattutto, dello stesso ministro degli esteri cinese – e quindi di quel governo e di quello stato – poi. La Cina è ormai diventata una delle nazioni protagoniste sulla scena economica e politica mondiale, elemento che rafforza l’orgoglio ed il senso di appartenenza delle comunità cinesi nel mondo, che pure è sempre stato storicamente molto forte e un tratto culturale caratteristico di questo popolo. Non ci si può dunque stupire né scandalizzare se nel corso della protesta sono comparse bandiere della Repubblica Popolare Cinese ed è stato suonato l’inno di Mao, che recita “alzati cinese se non vuoi essere schiavo…”. Del resto anche le comunità italiane nel mondo hanno sempre esposto nei loro esercizi commerciali o nelle varie “little Italy” simboli del nostro paese o la stessa bandiera italiana, ma in quel caso per i benpensanti si tratta semplicemente di un sano sentimento di legame con la patria, mentre nel caso delle bandiere cinesi è diventato motivo si scandalo, e non solo da parte di politici di destra ma anche di esponenti del centrosinistra, per i quali in Italia si deve vedere solo la bandiera italiana perchè altrimenti si rifiuta l’integrazione (non parliamo della Lega, che vuole vedere solo la bandiera milanese). Ma vi è un altro aspetto che questa vicenda indirettamente mette in luce: l’intervento che, come si è detto, ha riguardato le massime cariche del governo, elemento che ci parla del nuovo ruolo e peso politico che la Cina ricopre in campo internazionale e che le consente di usare la sua forza economica e politica per tutelare i diritti dei suoi cittadini. A testimonianza del mutamento dei rapporti di forza a livello internazionale avvenuto in questi anni, con la Cina che ormai non è più una potenzialità in divenire ma un dato di fatto. Tutti questi aspetti rischiano, però. di sviare l’attenzione da quello che è il nocciolo vero della questione che si è aperta con la rivolta di Paolo Sarpi, perché alla radice di quanto accaduto non vi è solamente un problema specifico di rapporto/scontro con la comunità cinese, né il fatto che questa sia una comunità più o meno chiusa o poco rispettosa delle “regole”, né, ancora, i problemi logistici e di traffico legati al commercio all’ingrosso in quel quartiere. Tutti elementi, questi, che pure sussitono e che in forme diverse hanno anche contribuito a comporre il quadro ma che, come per il paesaggio dietro alla Gioconda, non ne costituiscono l’elemento fondamentale. Il punto centrale è dato dalla grave situazione politica e sociale che la destra sta alimentando e coscientemente progettando, in cui lo scontro di civiltà da elemento fondante delle odierne guerre imperialiste diventa asse principale di costruzione non solo di un immediato consenso elettorale , ma una specie di cemento ideologico/culturale alla base del blocco su cui fondare la propria egemonia nella società. Se poi tutto ciò è disastroso per le conseguenze che può avere sul nostro sistema sociale e disegna un futuro terribile nelle sue prevedibili conseguenze, questo non preoccupa la destra che, pur di affermare e consolidare il proprio modello sociale e salvaguardare i più brutali interessi di classe, non ha mai esitato nell’affrontare il più duro scontro sociale al prezzo anche di molte vite umane (e le continue guerre in atto nel mondo ne sono, se ce ne fosse bisogno, l’ennesima dimostrazione). Questa vicenda della comunità cinese di Milano è stata solo un aspetto dell’incessante azione politica che la destra sta mettendo in atto: i cinesi sono presenti a Milano dai primi del ‘900 e fin da allora hanno avuto una presenza significativa e visibile in quel quartiere, da sempre è considerato il “quartiere cinese” di Milano. Una comunità che, come tutto l’insediamento straniero, è andata fortemente espandendosi nell’ultimo decennio (anche se meno di altre: essa infatti è quadruplicata, mentre la presenza di cittadini di origine straniera, nello stesso periodo, è aumentata di 10 volte). Con l’aumento numerico è arrivato, spinto anche dall’espansione dell’economia cinese, il moltiplicarsi delle attività commerciali (45% delle imprese di cittadini di origine cinese) di ristorazione, di laboratori ecc.: tutte attività legali, con tanto di licenze, che si sono in gran parte localizzate nel quartiere Sarpi, acquistando da ex proprietari italiani negozi, laboratori ed anche abitazioni, spesso a prezzi superiori a quelli di mercato. Una simile concentrazione in un quartiere semicentrale ha creato alcuni problemi reali, ma anche del malcontento “interessato”: alcuni abitanti denunciavano il calo di valore degli immobili in un quartiere che avrebbe potuto essere di pregio (in quanto vicino al centro), ma che risultava penalizzato da una così forte) presenza cinese. Non è certo il caso di dilungarsi in una dettagliata ricostruzione di questa vicenda, basti dire che la destra per vari anni ha lasciato correre la situazione cercando di coltivare interessi con la comunità cinese, anche grazie all’operato di una associazione lautamente finanziata dal Comune di Milano, comportamento che non è certo una anomalia nel quadro milanese, dal momento che questa logica del “laissez faire” e della totale libertà del mercato è stata la direttrice fondamentale delle amministrazioni di destra (e non solo sul commercio). Arriviamo così ai giorni nostri, o meglio a pochi mesi fa, quando il sindaco Moratti decide, sull’onda delle pressioni di comitati di cittadini e di partiti della sua maggioranza (come anche di probabili interessi immobiliari), di mettere sotto pressione l’intera comunità cinese per costringerla ad andarsene. Così una pattuglia di vigili urbani viene piazzata in pianta stabile in quel quartiere ed inizia a tempestare di multe per non rispetto degli orari di carico/ scarico delle merci (o perché il mezzo è in doppia fila), ragioni ineccepibili sul piano della normativa ma che (purtroppo) nel resto della città non sono rispettate da nessun commerciante o trasportatore, senza che vi sia un particolare interesse dei vigili. A partire dalle vie confinanti con il quartiere Sarpi. Anche il trasporto di merci con carrelli a mano viene colpito da sanzioni, che arrivano anche al sequestro del carrello, così come quando i pacchi vengono trasportati a spalla, la multa arriva nel momento in cui, per riposarsi un attimo, il pacco viene appoggiato a terra. Allo scopo vengono rispolverati divieti e sanzioni degli anni 20’ e 30’ del secolo scorso ormai caduti in disuso e volti non tanto a regolare il commercio, quanto a sanzionare i cosiddetti “barboni”. E’ chiaro che una situazione a tal punto vessatoria non poteva che determinare una reazione di ribellione, che sarebbe avvenuta in un qualsiasi quartiere di qualunque città se sottoposto ad un “trattamento” di tale genere, anche se si fosse trattato di un quartiere al 100% italiano. La reazione, però, è giunta inaspettata, quantomeno nelle sue dimensioni e nelle sue implicazioni, anche perché in casi precedenti – dopo “interventi” simili – le cose erano andate diversamente. Questo canovaccio, infatti, era già stato messo in atto nei confronti della scuola arabo-egiziana di via Ventura dove, utilizzando in modo vessatorio norme, regolamenti e procedure, l’attuale amministrazione di Milano ha cercato per mesi di impedirne l’apertura. Configurando, già in quel caso, un utilizzo “razziale” di leggi e normative con lo scopo esplicito di impedire l’apertura di una scuola “araba”, leggi, norme e procedure mai applicate in quel modo per nessuna scuola privata a Milano e neppure per altre scuole straniere. La stessa impostazione si cela anche dietro la legge regionale lombarda sui phone center che, con la scusa di regolare tali attività, tenta in realtà di portarle alla chiusura e renderne estremamente difficile l’apertura, solo perché individuate come “straniere” – gestite da “stranieri” – o punto di aggregazione di “stranieri” e per questo “pericolose”, fattore di “insicurezza” o comunque di “disturbo”. Di questa distorsione “razziale” nell’applicazione di leggi e normative non è stata protagonista solo la destra a Milano, tanto è vero che anche in consiglio comunale si è resa necessaria una battaglia politica perché venisse assolutamente distinta la necessità sacrosanta di approvare un regolamento sul commercio all’ingrosso (da applicare ovviamente a tutta la città e ad ogni commerciante indipendentemente dalla sua nazionalità) dalla questione del quartiere di Paolo Sarpi e della comunità cinese. Per intenderci, nella mozione inizialmente proposta dal centrosinistra si poneva la questione di “delocalizzare il commercio all’ingrosso cinese di Paolo Sarpi”, e tale posizione è stata rilanciata più volte sulla stampa, sostenuta anche dalla argomentazione per cui le regole dovrebbero essere applicate ovunque ma bisogna pur cominciare a farle rispettare da qualche parte e quindi è giusto cominciare (guarda caso) dal quartiere “cinese”. La questione non si limita al solo commercio ed alle attività economiche, sono incominciate ad emergere posizioni, anche qui bipartisan, sulla necessità di “regolamentare” la presenza straniera (sia abitativa che commerciale) nei quartieri che, ben diversamente dal favorire un mix culturale, sociale ed etnico attraverso iniziative di integrazione, alludono al porre limitazioni all’insediamento abitativo o di attività economiche di stranieri, in quartieri in cui tali presenze siano giudicate già “eccessive”. Non siamo ancora arrivati ai posti sugli autobus r i s e r vati agli italiani (come il Sudafrica di sciagurata memoria), ma si cominciano a intravedere pericolose assonanze, non certo dichiaratamente razziste ma culturalmente discriminatorie sì. Non voglio, né posso, per ragioni di spazio dilungarmi in questo articolo sugli indirizzi alternativi che andrebbero attuati e sulle proposte che in tal senso si possono formulare, proposte che, peraltro, nel caso della comunità cinese di Milano, potranno anche trovare attuazione perché, in questo caso, come si suol dire, il Sindaco e la Giunta “hanno fatto il passo più lungo della gamba”, non solo perché la comunità cinese è molto coesa e con un forte senso della dignità nazionale (come dimostra la manifestazione che è stata indetta a seguito dei fatti e che è stata accantonata solo per l’intervento del console), ma anche perché, come detto, essa gode del sostegno dell’intera Repubblica Popolare Cinese, cosa che non avviene per gli immigrati di altre nazionalità. Vorrei invece fare un’ultima riflessione traendo spunto da questi avvenimenti e dal quadro della situazione che ho sommariamente cercato di delineare, in particolare rispetto alle problematiche che si aprono a fronte della grande dimensione dei flussi migratori in atto ed alle caratteristiche specifiche che tale fenomeno ha rispetto al passato, elementi che rendono il suo impatto sociale più problematico e difficile da affrontare, assegnando alla sinistra ed al movimento dei lavoratori un ruolo ancora più cruciale che in passato. Per svolgere tale ruolo la sinistra, ed in particolare i comunisti, dovrebbero, a mio parere, partire dal recupero, prima di tutto al proprio interno, di quella dimensione fortemente internazionalista che ha caratterizzato per tutto il secolo scorso il movimento operaio e comunista, che si è fortemente diluita dopo l’89, quando ognuno si è rinchiuso dentro le singole realtà nazionali, cercando di “reggere il colpo” e di consolidare ciascuno la propria condizione. Quella fase è ormai mutata, le esperienze sopravvissute si sono consolidate e nuovi processi si sono aperti (come in America Latina) e, di conseguenza, pare giunto il momento di rilanciare a livello internazionale la presenza di una soggettività che, certo in forme anche nuove e da sperimentare, si ponga sull’arena internazionale come riferimento politico alle lotte antimperialiste ed ai processi di trasformazione sociale. L’alternativa, anche per questo vuoto a sinistra, è il prevalere di posizioni politiche nazionaliste e religiose, spesso con una impronta reazionaria. Per quanto riguarda più direttamente il nostro paese, il rilancio di una efficace azione della sinistra e dei comunisti, in particolare su queste problematiche relative all’immigrazione, non può prescindere dalla rivalutazione del concetto di classe e di unità del mondo del lavoro, in quanto anche l’idea di “solidarietà”, che da tempo va per la maggiore a sinistra e che ha sostituito, di fatto, il concetto di classe, presuppone un rapporto tra “diversi”, tra noi che dobbiamo “attuare” la solidarietà e gli altri, gli sfortunati (o gli “ultimi”, come ama dire qualcuno) che sono oggetto della solidarietà. Tale impostazione impedisce di mettere a fuoco la condizione comune di sfruttati e la necessaria e conseguente comunità di obiettivi per poter migliorare la condizione di “tutti”. E’ una azione difficile e controcorrente quella che dobbiamo cercare di sviluppare, difficile perché non solo deve rimontare una forte egemonia culturale che la destra ha costruito da anni nella società, ma anche saper intervenire su problematiche che oggettivamente si determinano, in particolare nelle periferie, a seguito dell’impatto dei forti processi di immigrazione in atto – periferie dove già si sommano varie altre contraddizioni sociali. Essa richiede di cambiare quella che è la concezione egemone nella attuale sinistra, superando un generico “buonismo” solidarista e caritatevole che non riesce a contrastare e sconfiggere la xenofobia della destra, come la realtà di ogni giorno, purtroppo, ci dimostra.