Linea di massa e politica delle alleanze

Una risposta frequente è quella della confluenza e “contaminazione” con il “movimento”, ma la questione è altra: se cioè sia ragionevole postulare uno “scavalcamento” del “vecchio movimento operaio” a favore dei “nuovi soggetti” marginali alla contraddizione principale, centrale e specifica, del capitalismo imperialista – quella tra borghesia e classe operaia, anzitutto industriale.
D’altro canto, a differenza che negli USA, il proletariato d’Europa si trova inquadrato in varie organizzazioni, politiche e sindacali, che di fatto raccolgono “i quadri organizzatori della classe “, ossia la “maggioranza politica del proletariato”, gli “attivisti” e i “militanti”. Ritenere questa articolazione politico-organizzativa – ovviamente tuttora sotto il controllo dei socialdemocratici di varie sfumature o ex-comunisti pentiti come i DS – “superato” o addirittura espressione di un’obsolescenza o “mutazione genetica” che toglierebbe alla classe operaia la sua “centralità” a favore dei “nuovi soggetti”, è una posizione certo diffusa nella “nuova sinistra” sedicente “critica” e “sociale”, ma in contrasto con una lettura materialistica e dialettica dei rapporti di produzione e, più in generale, di classe, nel mondo d’oggi. In realtà, una forza come il PRC non può presumere di trovare accesso e costruire egemonia sulle “masse” indifferenziate, ma deve sapersi rapportare strategicamente e tatticamente alle effettive articolazioni storicamente determinate del movimento operaio.
Il PRC non è né un’organizzazione che già controlli ampi settori della massa dei lavoratori, né un “gruppo di propaganda” che, in quanto tale, rifugga e “prescinda” dal lavoro di massa: per cui non può sottrarsi ad una seria riflessione sui propri rapporti con le forze politiche che attualmente dirigono la grandi organizzazioni del movimento operaio.

Socialdemocrazia e imperialismo

D’altro canto, la contrapposizione del “lavoro di massa” (in particolare “sul territorio” ma anche “in fabbrica”) alle relazioni con le effettive articolazioni politiche della classe è proprio non solo dell’antico “estremismo infantile a tinta settaria” (PcdI “bordighista”) o più anarcoide, ma anche di posizioni riemerse nel “1968” e nel “1977” e, più recentemente con il neoproudhonismo della “sinistra sociale” (teorizzato da M.Revelli).
Quanto sopra nulla toglie al carattere subalterno al capitalismo, delle attuali direzioni del movimento operaio. La questione è che “denunziarle” più o meno aspramente in articoli di giornale, volantini, interviste, ecc., è del tutto insufficiente a rimuoverle dalla loro posizione egemonica.
In altre parole, l’attuale “crisi di direzione del proletariato” è rovinosa, giacché la socialdemocrazia si è palesemente adattata alla generale tendenza dell’imperialismo a risolvere le proprie crisi (negli USA come in tutto il mondo) ritogliendo alla stessa classe operaia delle metropoli (e perfino a quella ch’era definibile come “aristocrazia operaia”) quelle concessioni (di fatto “briciole” dei sovrapprofitti ricavati dalla rapina dei 4/5 del mondo) che in passato aveva dovuto farle, in particolare per controbilanciare l’influenza dell’URSS, e per riassorbire le lotte di massa che comunque si erano verificate, specie negli anni ’70, in coincidenza con il dispiegarsi di un’”onda lunga” di crisi capitalistica mondiale.

Contro il governo Berlusconi

In questo quadro, anche in Italia il governo del “partito americano alleato dei neofascisti ” ha aperto un’offensiva contro le organizzazioni del movimento operaio, specie la CGIL e la Lega delle Cooperative. La direzione (Ds) di tali organizzazioni resta pateticamente aggrappata ad una “concertazione” che, nella fase attuale, l’imperialismo ha apertamente ripudiata, trovando altri “interlocutori” (CISL, UIL, ecc.) già “acquistati” ai tempi della Guerra Fredda (a partire almeno dalla scissione sindacale del 1948, pilotata e finanziata dall’imperialismo USA). Il rischio per il PRC è quello di cadere in un primitivismo, estremistico o piuttosto massimalistico, che in nome del “movimento” e dei “nuovi soggetti” ignori o trascuri la necessità primaria di contrapporre concretamente, nelle lotte di massa, le esigenze elementari, economiche e democratiche, della classe lavoratrice, alla direzione piccolo-borghese delle organizzazioni di massa, e quindi di cadere in una sorta di “indifferentismo politico”. Del resto, la questione del Fronte Unico si pone per ogni formazione politica, che, come il PRC, non sia già egemone sulla classe lavoratrice o su di una sua consistente porzione, né, d’altro canto, sia un mero gruppo propagandistico che interessa solo ristretti circoli di avanguardia, e che si occupi solo del proprio accrescimento “molecolare”.
È, invece, indispensabile costruire una linea politica “nazionale” e non settoriale, e le condizioni per una mobilitazione, sia pur evidentemente difensiva, dei “grandi reggimenti” (espressione brechtiana) dei lavoratori, contro l’offensiva reazionaria, che non a caso si coniuga con il bellicismo imperialista e con l’attacco del governo del “Polo” alle più elementari conquiste democratiche delle masse (progetto Maroni, Finanziaria).

Il governo Berlusconi è l’espressione dei settori più parassitari e speculativi del capitale finanziario, ossia dell’equivalente, ai livelli superiori della società borghese del sottoproletariato malavitoso (come scriveva Marx nelle Lotte di classe in Francia); d’altronde questo “capitalismo mafioso” è strutturalmente ed organicamente legato “da mille fili” al capitalismo industriale classico (Confindustria, FIAT, ecc.), così come l’imperialismo USA ha operato, soprattutto in Afganistan negli anni ‘80, ma anche in Bosnia e nel Kossovo, in stretta associazione con le narcomafie islamo-fasciste.

L’unità del movimento operaio

Al PRC spetterebbe quindi un’iniziativa politica per un fronte unico delle organizzazioni delle masse lavoratrici, “economiche” (CGIL, Coop, Arci) e politiche (PRC, DS, ANPI), contro il governo reazionario. La prevedibile obiezione, che le attuali direzioni opportunistiche delle masse lavoratrici, non hanno né l’intento né la capacità di opporsi efficacemente al governo delle destre, è scontata e in definitiva irrilevante, perché si tratta essenzialmente di accedere a settori delle masse lavoratrici che mantengono illusioni sulla politica della cosiddetta “sinistra moderata”; settori di massa che devono far l’esperienza concreta della verosimile ulteriore defezione delle loro direzioni – anche rispetto ad obiettivi proclamati, come il contratto nazionale di categoria, la tutela del sistema pensionistico pubblico, della Sanità e della Scuola pubbliche, ed altri elementi del cosiddetto ” Stato sociale “. In definitiva, si tratta di sfidare i ” riformisti senza riforme ” su un terreno più nostro che loro, quello della mobilitazione, delle lotte di massa, con scioperi, manifestazioni, ecc. – invece che quello puramente elettorale o amministrativo – sempre con l’obiettivo della sconfitta della politica dei gruppi dirigenti DS e CGIL – sottraendo loro i migliori e più attivi militanti e quadri ed aprendo una prospettiva di un “mutamento di egemonia”.

Ovviamente il Congresso della CGIL dovrebbe costituire un luogo, certo non esclusivo, ma privilegiato, dell’iniziativa politica per il Fronte Unico (e per la costruzione di uno sciopero generale antigovernativo con effettiva adesione di massa), ma dal Congresso del PRC stesso dovrebbe uscire un’iniziativa in tal senso, rivolta alle organizzazioni politiche del movimento operaio, in primo luogo ai DS, anche per incalzare la “labile” ed evanescente “sinistra DS” e cercare d’influenzarne la non irrilevante base sociale (largamente radicata nella CGIL).
La preferenza per altri ” interlocutori ” pretesi “più interessanti”, come “cattolici”, “centri sociali”, “no-global” ecc., significa soltanto l’elusione del compito, per il PRC centrale, di scalzare l’egemonia passivizzante e paralizzante della direzione DS sulla “maggioranza politica del proletariato” italiano, proponendosi come “direzione di ricambio” senz’alcuna jattanza propagandistica autoproclamatoria, ma proponendo appunto iniziative concrete alle organizzazioni di massa, piuttosto che ai “nuovi soggetti” arcobaleno. Né sarebbe meno disastrosa la contrapposizione, ad una realtà di massa come la CGIL (5 milioni ed 800 mila associati), di un sindacalismo di base, extraconfederale.

Un intervento politico nella CGIL

Ma pure rovinoso sarebbe ridurre l’intervento politico dei comunisti nella CGIL ad una sorta di economicismo (stile Lotta Comunista) più o meno minimalistico (più salario, meno orario), ed avallare il concetto affatto reazionario e borghese “nel sindacato non si fa politica” e “non si assumono atteggiamenti pregiudiziali (neanche in senso elementarmente antifascista) su schieramenti politici e compagini governative” – posizioni non a caso portate avanti da tempo dai settori più filocapitalisti del gruppo dirigente, come ovviamente dalle confederazioni più integrate come CISL e UIL.
In definitiva, queste iniziative di “fronte unico” non sono un fine in sé, ma uno strumento fondamentale per conseguire alcuni obiettivi:
1. “Far massa” (per usare una espressione di Carlo Pisacane), cioè schierare il massimo numero di lavoratori contro il governo reazionario;
2. “Far compiere” a settori di massa l’esperienza pratica delle oscillazioni e, in definitiva, dei prevedibili veri e propri tradimenti delle direzioni più moderate del movimento operaio, così promuovendo
3. la credibilità, l’autorità, ed in ultima analisi, l’egemonia dei comunisti come ” direzione di ricambio “.In realtà, il PRC è sorto come ” alternativa alla liquidazione “liberaldemocratica” del PCI nel PDS, poi DS ” e non ci dovrebbe essere alcun bisogno di ripeterci quanto poco di “sinistra” sia il gruppo dirigente DS, mentre bisognerebbe convincerne praticamente la base (la quale, più che nelle ex-Sezioni dei Ds, si trova nella CGIL).
Infatti, a dispetto di quanti sostengono le ” mutazioni genetiche ” della “maggioranza politica del proletariato”, l’obsolescenza o inadeguatezza del “vecchio movimento operaio”, i fenomeni che dobbiamo contrastare (incapacità di ” opposizione ” anche su di un terreno meramente “difensivo” e di resistenza, crollo delle ore di sciopero, patetica riproposizione della “concertazione” senz’ombra di bilancio autocritico, ecc.), discendono da una storica “crisi di direzione del movimento operaio” precipitata dalla controrivoluzione mondiale avviata nel 1989 e dalla connessa autoliquidazione del PCI, con parallela regressione politica di altre forze già del movimento comunista internazionale. Questa dimensione internazionale è, come sempre, essenziale.

Per una lotta antimperialista

Si devono fare passi concreti in direzione di un “fronte unico antimperialista” mondiale che, in sinergia col “movimento no-global”, metta in campo, insieme con le masse del proletariato dei Paesi imperialisti, le masse contadine dei Paesi oppressi e degli Stati o governi progressisti, a cominciare dalla Cina Popolare, Cuba, Vietnam, Venezuela, così come i PC nei Paesi capitalistici e/o imperialistici (Giappone, USA, ecc.), nonché con i PC di paesi oppressi (come l’India, il Sudafrica), o di ex-Stati operai devastati dalla controrivoluzione e restaurazione capitalistica (PCFR, PC ceco, ucraino, bielorusso, moldavo, ecc.) – ed infine con i comunisti che operano entro formazioni politiche di stampo variamente “riformista” quali la PDS tedesca o il PT brasiliano. Evidentemente tutto ciò richiede una svolta di 180°, ossia un’inversione di rotta rispetto ad una politica internazionale fin qui seguita, largamente orientata in direzione del “socialismo europeo” ossia della “sinistra socialdemocratica” e di formazioni programmaticamente “aclassiste” come i Verdi.
Tanto sul piano nazionale quanto su quello internazionale, l’unità d’azione non significa “sospensione della critica” nei confronti delle direzioni attuali del movimento di massa, di tipo “riformista” o, nei Paesi semicoloniali, nazionalista-piccolo-borghese (democratico-populista) – e non significa che i comunisti abdichino alle proprie posizioni anticapitalistiche o ai propri giudizi indipendenti sui loro stessi alleati – poiché, in ultima analisi, l’efficacia di questi fronti dipende dalla loro capacità di confrontarsi con i meccanismi e gli imperativi dell’accumulazione capitalistica, e in particolare con l’imperialismo nella sua fase odierna di “globalizzazione” e, quindi, dalla capacità dei comunisti (non data a priori ma frutto di un lavoro continuo e paziente) di orientare in direzione coscientemente anticapitalistica questi schieramenti, il più possibile ampi.
Si tratta anche di ribadire che una politica delle alleanze di questo tipo, cioè di unità di forze di massa e con referenti sociali essenziali (movimento operaio, movimento contadino, semiproletariato urbano, Paesi oppressi, Stati Operai), è ben altra cosa dai “cartelli” elettorali e non, ove talvolta il numero delle “sigle” firmatarie supera quello degli effettivi partecipanti all’azione unitaria, ed è ben diversa cosa dalle iniziative di tipo “assembleare” senza obiettivi ben definiti, e con interlocutori che rappresentano solo sé stessi. Le modalità di attuazione di queste tattiche vanno evidentemente analizzate e pianificate in accordo con le situazioni specifiche e gli effettivi rapporti di forza, individuando di volta in volta gli strumenti più adeguati alla costituzione del fronte unico, ma evadere tali scelte non può che aggravare le difficoltà del PRC per uno “splendido isolamento” e arroccamento nella “torre d’avorio” del nostro vertiginoso 5% – questo mentre la destra reazionaria, fascista, mafiosa progredisce elettoralmente e prepara ogni giorno nuove “leggi scellerate” di oppressione e repressione antipopolare. In gioco è il radicamento di classe del PRC ed anzi la sua base sociale e natura di classe, che non dipendono né sono mai dipese da dichiarazioni più o meno “radicali” né da espedienti “mediatici” ed “eventi” fuori dal controllo del PRC medesimo. Una tattica articolata e pianificata esige d’altronde, non solo un’adeguata “maturità” politica ed intellettuale del partito, ma un suo reale funzionamento democratico (centralista democratico nel suo senso originario di “libertà di discutere ed unità d’azione”) e del superamento di pratiche “lobbistiche” ovvero di “gruppi di pressione” di tipo parlamentare e personalistico a tutti i livelli, come pure delle tendenze o mode “noviste”, da cui siamo tutt’altro che immuni. Ivi comprese le tentazioni di “scaricare” l’esistente movimento operaio, in nome dell’opposizione al cosiddetto “politicismo” e del rapporto diretto “senza mediazioni” con la “gente”, o come qualcuno dice con “il sociale”, ossia di fare a meno della politica, non proponendosi una seria lista di priorità ed obiettivi puntuali, parziali a medio e lungo termine.

Per l’alternativa politica

È anche importante precisare che:
1. gli obiettivi o rivendicazioni di una tattica di fronte unico non possono né devono essere volutamente “irricevibili” ed utilizzati solo per “denunziare” i partners o alleati “riformisti senza riforme”;
2. più che la cosiddetta “radicalità” delle rivendicazioni, o la loro “accettabilità” dagli alleati è imprescindibile individuare i canali di effettivo accesso e mobilitazione dei “quadri organizzatori della classe”.
3. Peggio di tutto è l’alternanza tra ” ultimatismo ” estremistico-settario (p.es. appelli a scissioni nella CGIL o contrapposizione ad essa di “sindacati extraconfederali”) e “minimalismo” rivendicativo (qualche lira in più, qualche ora di lavoro in meno).
4. Alleanza non vuol dire confluenza, ma convergenza parziale e temporanea.
5. Il PRC deve dimostrare alla “maggioranza politica del movimento operaio” ch’esso costituisce una valida alternativa, politica ed organizzativa, alle direzioni DS e CGIL, e ciò non è fattibile se non si analizzano adeguatamente e in dettaglio i rapporti e le contraddizioni tra direzioni opportunistiche e loro base di massa.
6. Il PRC deve escludere risolutamente ogni atteggiamento ambiguo sul punto centrale, ossia che il governo Berlusconi è il nemico n.1 delle masse lavoratrici, senza rinunziare a criticare l’operato del centro-sinistra, ma rifuggendo da ogni formulazione anche solo apparentemente “indifferentista”. Lo stesso dicasi per la CGIL nei confronti della Confindustria e dei sindacati – in questo senso, parlare indifferenziatamente di “CGIL-CISL-UIL” (ed a più forte ragione della “triplice”) è diseducativo e, in definitiva, autolesionistico in quanto non contrasta, anzi in qualche misura “giustifica” le tendenze più arretrate e reazionarie di “indifferentismo politico” tra le masse, in cui, come è noto, la destra reazionaria trova consenso non marginale.
7. Tutto ciò vale, a maggior ragione, per l’elemento antifascista del fronte unico, che non può venir “relativizzato” col pretesto del sostegno popolare ad AN, e su di cui dovrà tra l’altro imperniarsi l’importantissimo intervento del PRC sull’ANPI (così come contro le tendenze anticomuniste del tipo “revisionismo storico” ed assimilazione degli “opposti totalitarismi”, fascista e comunista). L’autodifesa del PRC, la protezione dei suoi spazi politici, delle sue manifestazioni, ecc. è un elementare prerequisito, e la base per iniziative più ampie e di massa contro la ripresa di formazioni chiaramente fasciste (Forza Nuova e non solo).
8. Le ovvie renitenze delle direzioni opportunistiche a condurre iniziative di massa contro la reazione e il suo governo non devono fornire pretesti per abbandonare la tattica del fronte unico a limitarla ad “interlocutori” marginali/minoritari o comunque non rappresentativi della classe operaia, come quelli raccolti nei vari Social Forum, nei “sindacati extra confederali”, nelle organizzazioni “cattoliche” (p.es. Caritas, Pax Christi, ecc.) o nel cosiddetto “Terzo Settore” (commercio equo-solidale e così via)
9. Potrebbe essere utile una “lettera aperta” alla sinistra DS, che spieghi la nostra proposta di fronte unico e che “intercetti” le palesi inquietudini ed il “malessere” di quell’area politica.
10. Come risulta da quanto sopra, il fronte unico non può comprendere gli elementi di “centro” del centrosinistra, cioè le “sinistre” di partiti borghesi, in particolare il PP, tranne singole eccezioni da valutare caso per caso, e comunque mai cedendo alla tendenza moralistica di ritenere DS e CGIL più ” arretrati ” rispetto p. es. ai vari “cattolici” o “Verdi”.
11. Il fronte unico del movimento operaio non va minimamente confuso con le iniziative monotematiche anche se evidentemente alcune tematiche risultano centrali per la lotta contro la reazione – opposizione alla guerra imperialista, (perché tale, e non per motivi di astratto ed indifferenziato “pacifismo non violento”), opposizione alla Nato, all’imperialismo (USA ed europeo), opposizione al militarismo italiano ed alle sue implicazioni reazionarie antidemocratiche, contrasto deciso della linea confindustriale e delle sue articolazioni e proiezioni “di massa” piccolo-borghesi reazionarie (specie Lega Nord ed AN); difesa della Repubblica una ed indivisibile e della Costituzione contro ogni revisione di natura “bonapartista” (presidenzialismo) o “maggioritaria” e “plebiscitaria” (anche con referendum reazionari); rigetto del “clericalismo” [non solo sull’”etica sessuale” e sulle questioni inerenti alla riproduzione (aborto, “personalità” dell’embrione, ecc.) ma in riferimento all’educazione, alla concezione della “sussidiarietà ” ed alla sedicente “dottrina sociale cristiana”, in realtà della Curia romana (collaborazione di classe, capitalismo “moderato” dalla carità, ecc.)], difesa intransigente dell’antifascismo e della Resistenza, dal 1919 al 1960 ed oltre, respingendo ogni concessione al “revisionismo storico”. Questi ultimi possono costituire i temi più rilevanti di un indispensabile, sistematico intervento del PRC nell’ANPI, e più in generale, nelle organizzazioni del movimento operaio (ove dobbiamo continuare a sostenere attivamente il “discrimine” antifascista, in particolare verso l’UGL, ex-CISNAL). I comunisti ed il PRC devono rivendicare di essere la componente del movimento operaio più decisamente e coerentemente antifascista, senza alcuna concessione alla retorica “riminese” di AN, ed improntando le loro stesse proposte di fronte unico del movimento operaio ad un intransigente antifascismo, senza alcuna “relativizzazione” del contenuto reazionario e parafascista del governo Berlusconi-Fini col pretesto dell’indubbio carattere socialimperialista del centro-sinistra diretto da Prodi, D’Alema o Rutelli. “Relativizzazioni” del genere minerebbero, infatti, la credibilità ed il senso stesso dell’iniziativa per il fronte unico, e lascerebbero al PRC solo l’alternativa elettoralistica di confusi ” cartelli ” privi di contenuto, oppure dell’isolamento “indifferentista” (“destra e sinistra sono uguali”, “la politica è una cosa sporca”, ecc.) che può certo “intercettare” alcuni orientamenti “di massa” (ma in definitiva qualunquisti-populisti e certo estranei ai “quadri organizzatori della classe”). Il PRC deve respingere risolutamente il solo “sospetto” di un orientamento di questo genere, se vuole condurre una “politica di massa” che sia appunto “politica” e non appello al “buon senso popolare” che coincide largamente con i pregiudizi piccolo-borghesi di natura “qualunquista”, sia pure “di sinistra”.
12. Un fronte unico significa in sostanza “marciare separati e colpire insieme” (nella fattispecie, il governo reazionario e fascistoide di Berlusconi & Co.) ma non comporta “superamento” delle divisioni della Sinistra (che qualcuno nel Manifesto pensava di realizzare con una “Sinistra Unita” alla spagnola mediante un “generoso” suicidio del PRC); eventuali proiezioni governative (un “governo dei lavoratori”) dipendono dalla riuscita dell’obiettivo fondamentale: levar di mezzo il governo Berlusconi e sconfiggere i suoi sponsor capitalisti, finanziari e non solo. Un sottoprodotto ne sarebbe la rottura del centro-sinistra, anche come coalizione elettorale, le cui componenti borghesi “progressiste” si potrebbero addirittura avvicinare al “Polo delle Libertà” in funzione anticomunista ed antioperaia. La qual cosa, anche se temuta dalla direzione DS in base a meri calcoli elettorali, non nuocerebbe affatto al movimento dei lavoratori, che non ha alcun interesse a tenersi “dirigenti” del tipo di Rutelli od altri sostenitori del modello USA “bipartisan”.
13. Il PRC deve predisporsi a queste iniziative pubbliche con un dibattito interno democratico. È del tutto assurdo che la discussione tra i militanti venga trascurata o addirittura svalorizzata rispetto ai “dibattiti” di tipo assembleare con raggruppamenti come i “Social Forum”. Ugualmente, tali iniziative non possono prendersi sotto forma di scoop mediatici e personalistici, ma devono essere il frutto del convincimento e coinvolgimento di quadri e di attivisti. Una volta orientato in tal senso il complesso del PRC, diverrebbe possibile articolare a tutti i livelli le nostre proposte, a partire dalle CdL, nonché da iniziative congiunte con DS (almeno di “sinistra”), ANPI, ARCI, Coop, ecc. L’illusione dell’autosufficienza e dell’autoreferenzialità non si supera infatti autoproclamandosi parte di un “nuovo movimento operaio” o comunque contrapponendo il “movimento” giovanile alle “vecchie organizzazioni burocratiche” o perfino ai “militanti” in quanto tali (secondo M.Revelli ed altri), o il “Terzo Settore” ai rapporti di lavoro salariato, ossia i rapporti tra le classi fondamentali della società capitalistica.
14. Una politica di massa non si può condurre se tutte le strutture e tutti gli aderenti al Prc non si attivano in tal senso, sui luoghi di lavoro, nelle rispettive organizzazioni di massa e perfino nei propri contatti personali (“amici e parenti”, ecc.), e questo non solo nelle campagne elettorali.
15. L’obiettivo di una politica di massa e delle alleanze è comunque sempre quella di sfruttare “da sinistra”, cioè in senso classista, la crisi dei DS, e la ricostruzione di un consistente PC; quest’ultima dovrebbe pure essere oggetto di una vasta campagna politica, in primis nei confronti della “sinistra DS” e del complesso della CGIL.
16. La tattica del fronte unico, in linea di principio, dovrebbe permettere di superare dialetticamente la vetusta contraddizione tra elettoralismo (il Partito si mobilita quasi esclusivamente quando “si va alle urne”, e le iniziative politiche con altre forze del movimento operaio analogamente si lanciano solo quando si devono definire liste o comunque far propaganda elettorale) e “basismo”, cioè l’illusione di poter prescindere dai “luoghi” in cui è organizzata la maggioranza dei lavoratori (e di accedere alle “masse ” mediante le solite “assemblee ” in realtà espressione di “cartelli” minoritari ed “intergruppi”). O più in genere, il contrasto tra “istituzionalismo” e “movimentismo”, caratteristico della peggior tradizione del “1968” e del “1977” – mitologia del “Lirico” di Milano e di altri “convegni autorganizzati ” di dirigenti e sindacalisti “di base” – in realtà, passerelle di più o meno minuscole organizzazioni politiche, per lo più ” di propaganda”. Non è interesse né del PRC né del movimento operaio che venga dato spazio a questa microconflittualità di raggruppamenti in genere insignificanti, malgrado il loro abuso di retorica movimentista – aggirando la questione fondamentale della tattica comunista nei comparti decisivi della classe o quanto meno della sua “maggioranza politica”. E ciò proprio perché il PRC è ancora ben lungi dall’essere sufficiente quale direzione di ricambio, e non può permettersi di assumere un atteggiamento da “la volpe e l’uva” sminuendo furbescamente il ruolo e la qualità del “vecchio movimento operaio che non si meriterebbe il PRC stesso”. Il volpacchiotto della favola di Fedro, che non poteva raggiungere l’uva neanche con i maggiori balzi di cui era capace, si consolava dicendo che “l’uva era acerba”; oggi la stessa volpe direbbe che “l’uva è geneticamente mutata (risultato di un vitigno Ogm)”, attitudine più sofisticata ma non perciò meno perdente.

Alleanze di massa

È abbastanza paradossale che proprio taluni compagni che più sottolineano i rischi di una illusoria “autosufficienza” rifiutino il rapporto con le organizzazioni di massa (CGIL, DS, ecc.) perché “opportuniste” e magari “reazionarie” e propongano invece accordi “monotematici” con forze marginali o perfino settarie, in quanto presuntamente “più avanzate”. Un esempio classico è quello della mobilitazione contro la guerra imperialista, dove è più agevole, probabilmente, organizzare una fiaccolata con “pacifisti cattolici”, che non approfondire le crepe che anche su questa fondamentale questione si manifestano nei DS (v. inchiesta de l’Unità, con il 65% dei lettori contrari alla guerra) e nella CGIL. In tutti questi casi, invece di fronte unico delle organizzazioni del movimento operaio, si rischia di formare “blocchi di propaganda” marginali e per di più confusi o perfino ambigui con “minimi comuni denominatori” che cambiano di volta in volta, e spesso senz’alcuna autonoma posizione comunista cui far riferimento ed alla quale cercare di guadagnare adesioni.
Quanto sopra non vuol negare che su alcune questioni anche centrali (v. privatizzazioni, attacco al cosiddetto “Stato sociale”) le posizioni e la prassi della “sinistra maggioritaria” e della “maggioranza politica del movimento operaio” siano subalterne a, ed eventualmente indistinguibili da quelle di centro-destra – ed anch’esse in definitiva antioperaie ed antidemocratiche. Il punto è che, a differenza del centro-destra, queste posizioni della pseudo-sinistra confliggono duramente con le esigenze elementari del “referente sociale” – e basti pensare alla politica del gruppo dirigente CGIL. Quest’esempio è significativo perché i “blocchi di propaganda” con molteplici sigle di “sindacalismo di base”, senza alcuna incidenza od influenza di massa, più un certo numero di “delegati” rappresentativi di se stessi, sono purtroppo una delle peggiori “tradizioni” ereditate dal “sessantottismo” e che non contribuiscono alla credibilità del PRC tra la “maggioranza politica del proletariato”.
Ora, una cosa è riconoscere che la classe operaia non è, e non è mai stata, spontaneamente rivoluzionaria, e neanche dotata per la sola sua posizione nei rapporti di produzione capitalistici, di una complessiva coscienza di classe (classe “in sé e per sé”) – e che la sua attuale direzione è tramite della “falsa coscienza (ideologia) borghese “nelle sue diverse formulazioni, dal “liberalsocialismo” alla Bobbio dei DS, alla “concertazione” della CGIL. Altra cosa (spontaneismo alla rovescia) è attribuire al “vecchio movimento operaio” nel suo insieme, base operaia e direzione piccolo-borghese, un carattere regressivo o reazionario, frutto di presunte “mutazioni genetiche”, paradossalmente sminuendo o perfino negando le responsabilità della sua direzione e ignorando le contraddizioni effettive nel cosiddetto “vecchio movimento operaio”, peraltro evidenti a chi non vagoli nella “notte in cui tutte le vacche sono nere”.
In generale, il PRC dovrebbe evitare ogni approccio “moralistico” alla politica, ed ogni retorica dei pretesi “valori universali” e degli “imperativi categorici” di kantiana memoria, anche mascherata dal ripudio del “fine che giustifica i mezzi” e della “lotta per il potere”. Deve essere chiaro che il nostro fine è il “potere ai lavoratori”, ed a tal fine servono mezzi appropriati ed adeguati (che sistematicamente e praticamente contrappongano i lavoratori, intesi come classe, alla classe capitalistica ed alla sue espressioni politico-ideologiche). Sempre in tal senso, la partecipazione ai movimenti di massa e le alleanze non sono fine a sé stesse, ma funzione tattico-strategica di un piano di “egemonia”. Sarebbe, quindi, auto-limitante ed “impolitico” subordinare tale partecipazione e tali alleanze a “ripugnanze” di natura “etica” astratta o a “principi metastorici”, quali la “non violenza” e la “rappresentanza della base”, per poi scoprire che p. es., i DS sono più “bellicisti” dei “cattolici”, compreso eventualmente il papa, e che la CGIL non è un “sindacato di classe” a differenza di questa o quella setta “extraconfederale” – per giustificare l’indifferentismo o perfino equivoche forzature propagandistiche rispetto a questa importante organizzazione, ed esimersi dall’analizzarne le fondamentali contraddizioni per inserire “cunei” tra la base lavoratrice e il vertice.

Conclusione

I comunisti, proprio in quanto la loro funzione è quella di fornire una “direzione di ricambio” alla classe lavoratrice, sconfiggendo politicamente le attuali “direzioni” che conducono la classe in direzione opposta ai suoi obiettivi storici e immediati quanto storici, devono mostrare nella prassi la propria superiorità, e cioè essere:
– i migliori militanti sindacali, i più combattivi (non solo a parole);
– i migliori, più tenaci ed inflessibili oppositori della reazione borghese;
– i migliori, più intransigenti ed attivi, antifascisti, anche qui non solo con dei ” bei discorsi “, ma con comportamenti adeguati.
Del resto, l’”egemonia” dei comunisti è cosa non data a priori, ma è una “conquista” che va ottenuta sul campo, e riconosciuta volontariamente dalla classe: né si possono imputare alla classe le debolezze delle direzioni opportuniste, o per converso, l’incapacità dei comunisti a farsi riconoscere come direzione alternativa. Questo non è l’ultimo motivo per cui l’esperienza storica del movimento comunista dev’essere oggetto di studio ragionato e critico di tutto il corpo militante, ed a più forte ragione, dei quadri e dirigenti del nostro Partito – respingendo atteggiamenti di “sufficienza nuovista” e di “dilettantismo empirico”. O la pretesa di dedurre la strategia e la tattica da “principi” universali, metastorici o metafisici, quali “l’imperativo categorico” kantiano (già introdotto da Eduard Bernstein nell’ideologia socialdemocratica “revisionista”) e le sue versioni “postmoderne”, il ripudio della “violenza da qualunque parte provenga” (per lo più sorretto da riferimenti “religiosi” di varia natura), il “diritto naturale”, la “democrazia” senza aggettivi, e quindi senza determinazioni classiste, ed altre “astrazioni indeterminate” e “cattive infinità” proprie delle “anime belle” che, accomunate dall’ossessione “anti-leninista”, nella loro pretesa di “sputare su Hegel “, sputacchiano proprio “l’hegeliano di sinistra” Karl Marx. E rievocano i fasti del “vero socialismo”, sentimentalmente piccolo-borghese, idealistico e aclassista (alla Karl Gruen) scarnificato proprio dai giovani Marx ed Engels.