L’imperialismo e i suoi oppositori

COMPETITORI, “COMPAGNI DI STRADA”, ALLEATI.

In un recente dibattito sulla guerra, un compagno ha posto una domanda interessante che ci permette di discutere nel merito diverse questioni. La domanda era semplice, la riposta, come al solito, un po’ meno. Quali forze possono contrastare oggi lo strapotere e l’egemonia degli Stati Uniti in Medio Oriente? Secondo una valutazione che mi sento di condividere, queste forze sono almeno tre, ma solo una può essere considerata come “alleata” ai movimenti sociali che stanno opponendosi alla guerra e al capitalismo. Le altre due sono in competizione con gli Stati Uniti, ma non sono nostre compagne di strada. La prima sono i movimenti di resistenza popolare cresciuti nelle varie aree di conflitto, dal Medio Oriente all’America Latina. Le seconde sono l’Unione Europea e …Al Quaeda.

I COMPETITORI

Preferisco cominciare dalle seconde, sulla prima – visto che ci interessa più da vicino – c’è necessità di una riflessione più articolata.

a) L’Unione Europea e gli Stati Uniti in Medio Oriente hanno interessi divergenti. La prima ambisce a creare un Mercato Unico Euro-mediterraneo nel 2010 che approfondisca l’integrazione economica e finanziaria tra l’Europa e la sponda sud del Mediterraneo. Questa integrazione non può che ruotare intorno all’euro come moneta di riferimento e dunque sottrarre ampie quote al signoraggio internazionale del dollaro. Gli Stati Uniti, al contrario, non hanno mai nascosto di voler sabotare questo progetto. Lo hanno fatto prima con la doppia conferenza economica di Amman e del Cairo e poi con il progetto del “Grande Medio Oriente”. In questo progetto i Paesi petroliferi del Golfo hanno un ruolo centrale che invece ancora non hanno nel progetto del Mercato Unico Euro-mediterraneo. Esiste poi il nodo dirimente della presenza di Israele in entrambi i progetti, ma un recente rapporto divulgato in Israele ha confermato tutti i timori dell’establishment israeliano verso il rafforzamento dell’Unione Europea.
La competizione tra Stati Uniti ed Unione Europea in Medio Oriente è emersa clamorosamente con la rottura dell’asse franco-tedesco verso la decisione anglo-americana di invadere l’Iraq, nelle divergenze sull’eventuale impegno della NATO nell’area e nella conferenza dei Paesi creditori sul debito estero dell’Iraq. L’Unione Europea appare ancora non omogenea nella sua politica estera ma anche ad occhio nudo è ormai evidente come il nucleo duro della “Framania” abbia una capacità di attrazione del settore egemone delle classi dominanti in Europa. L’affiancamento della Spagna di Zapatero a questo nucleo ha spostato notevolmente gli equilibri europei, isolando sempre di più i governi filo-statunitensi come Italia e Gran Bretagna. I Paesi dell’Europa dell’Est dovranno poi adeguarsi alla realtà dei rapporti di forza in Europa. Gli Stati Uniti li hanno arruolati tutti dentro la NATO, che – come dice Brzezinski – viene ancora utilizzata dagli USA come strumento di interferenza sugli affari europei, ma le relazioni economiche e commerciali sono tutte sovraesposte verso il nucleo duro dell’Unione Europea, e la stessa NATO non sembra poter essere più quella organizzazione che è stata negli anni della guerra fredda. È presto per dire se l’Esercito Europeo ne rappresenti oggi un’alternativa, ma la tendenza a diventarlo è assai più forte di quanto lo fosse prima della paradigmatica (per l’Europa) guerra contro la Jugoslavia.
L’Unione Europea è oggi un competitore di prima grandezza contro l’egemonia statunitense, ma i suoi obiettivi strategici sono quelli di sostituirla con la propria in tutte le aree strategiche ove ciò sarà possibile. Sono in molti a ritenere che l’imperialismo europeo abbia una natura, una storia e una ambizione “diversa” e “migliore” di quello statunitense, che le possibilità di influenzare le classi dominanti in Europa sia superiore, che le relazioni economiche e politiche tra l’Europa e il terzo mondo possano essere caratterizzata da maggiore equità. Alcuni arrivano anche a sostenere che una Europa forte dal punto di vista politico e militare sia oggi l’unica possibilità di ricreare un bilanciamento di forze nelle relazioni internazionali minacciate dalla supremazia militare statunitense. Viste con l’oggettività di un marziano (nel senso: viste da lontano e con un certo distacco) possono sembrare considerazioni pertinenti, ma in questo ragionamento dov’è la soggettività? Come e in che cosa si esprime l’indipendenza di un punto di vista comunista ed antimperialista ed una azione conseguente? Con la natura di classe che è venuto assumendo il processo di unificazione e centralizzazione europeo, oggi l’UE può essere considerata un’alleata dei movimenti di liberazione o di trasformazione sociale? Alla luce di quello che vediamo e della tendenza oggi dominante, la risposta non può che essere negativa.

b) Anche la seconda forza che contrasta con l’egemonia degli Stati Uniti in Medio Oriente non è nostra alleata. La rete di Al Qaeda continua ad essere oggetto di valutazioni diverse tra i vari osservatori e soggetti della sinistra. Alcuni sostengono che Al Qaeda sia tutt’oggi una creatura della CIA, altri la interpretano come il topos del male assoluto del mondo contemporaneo dando ragione al direttore di Limes quando afferma che questa visione ne fa un esorcismo piuttosto che un problema politico. Che Al Qaeda nasca anche con i finanziamenti della CIA in funzione antisovietica è vero ed è noto. Che la famiglia Bush e quella Bin Laden abbiano ottimi affari in comune lo è altrettanto. Quello che molti continuano a sottovalutare è il processo avviatosi nel mondo arabo-islamico negli anni Novanta, soprattutto tra le sue leadership.
C’è un pezzo significativo di borghesia feudal-petrolifera arabo-islamica, che negli anni ha maturato alcune ambizioni. Ha scoperto di disporre di ingenti capitali, della maggiori riserve di petrolio, di aver mandato a studiare i propri rampolli nelle migliori università statunitensi, inglesi o europee…ma di non contare nulla sul proprio scenario regionale: il Medio Oriente. Da queste ambizioni, duramente frustrate dall’arroganza degli Stati Uniti e di Israele, è nata una corrente a molteplici facce che ha puntato alla conquista di un proprio spazio di egemonia “regionale” nel vasto mondo islamico. Come non leggere questa ambizione nella capacità “unificante” svolta da televisioni moderne e competitive come Al Jazeera o Al Arabya? Come non vedere che negli anni Novanta pezzi significativi delle elites dei Paesi islamici come Arabia Saudita, Pakistan, Malaysia hanno maturato questa ambizione fino alla realizzazione della “atomica islamica” pakistana? I flussi finanziari delle petro-borghesie hanno inondato tutti gli scenari, inclusi quelli alle porte dell’Europa come Bosnia, Kosovo, Cecenia, Caucaso con l’obiettivo di mettere in moto forze che sostenessero tale progetto. E Al Qaeda? La rete di Al Qaeda, alla quale ormai viene addossato ogni attentato ed efferatezza, ha cercato di forzare e rappresentare al massimo livello questa sfida per l’egemonia. Prima hanno colpito in quelli che definiscono i regimi arabi corrotti e subalterni agli Stati Uniti e poi gli Stati Uniti stessi con l’11 settembre. Al Qaeda è quanto di meno centralizzato esiste oggi al mondo, è una rete di gruppi in franchising (come spiega bene Oliver Roy su Le Monde Diplomatique di settembre) che agisce separatamente ma con un progetto piuttosto condiviso e che utilizza la sovrastruttura religiosa come elemento unificante tra le popolazioni islamiche (che non sono tutte arabe). Oggi questo rappresenta un soggetto in competizione con gli Stati Uniti ma, per le sue caratteristiche, potrebbe anche addivenire ad un accordo di “spartizione” delle aree di influenza se l’amministrazione USA rinunciasse (o fosse costretta a rinunciare) alle sue ambizioni di egemonia globale e cedesse alcune quote di controllo sul Medio Oriente. Dunque ecco un altro competitore con gli USA… ma non è e non può essere un alleato dei movimenti che si battono per la liberazione nazionale e per il progresso sociale.

I “COMPAGNI DI STRADA”?

Un ragionamento a parte, sotto certi aspetti a cavallo tra i due competitori presi in esame fino ad ora, riguarda due grandi Stati come Russia e Cina. Le divergenze strategiche tra queste due potenze – una declinante, l’altra emergente – e gli Stati Uniti sono evidenti ma concentrate molto di più sugli assetti in Asia Centrale e in Asia che nel Medio Oriente. Russia e Cina in queste aree sono un ostacolo per l’imperialismo statunitense ma non un “alleato” del fronte antimperialista. Che gli USA continuino a foraggiare il secessionismo nelle repubbliche caucasiche della Federazione Russa è ormai evidente a molti osservatori. Che Putin non lo gradisca lo è altrettanto. Che Putin rappresenti una possibilità di ritorno ad una sorta di capitalismo di Stato con caratteristiche anti-oligarchiche e con maggiore senso dell’interesse nazionale, è terreno sul quale misurarsi con prudenza. Il Partito Comunista della Federazione Russa si è spaccato proprio su questa valutazione. È sicuramente una potenza con interessi divergenti da quelli degli Stati Uniti, sia sugli assetti interni sia sull’Asia Centrale, ma al momento sarebbe bene fermarsi qui. La soggettività politica dell’amministrazione Putin resta ancora una nebulosa in cui è difficile leggere spinte riconducibili ad un potenziale fronte antimperialista che non si limiti a contrastare la strategia USA lì dove non può farne a meno.
Lo stesso ragionamento può essere avanzato sulla Cina, la quale dalla sua ha il vantaggio di una maggiore crescita economica, di un maggior senso dell’interesse nazionale e di essersi risparmiata – anche ricorrendo alla forza come in piazza Tien An Men – le devastazioni gorbacioviane e post-gorbacioviane. Sono in molti a ritenere che la Cina sia il “bersaglio grosso” dell’offensiva strategica degli USA. Questo ne fa un rilevante “compagno di strada”, ma può farne un alleato dei movimenti e dei soggetti di una radicale alternativa sociale al capitalismo? La soggettività politica dentro alla leadership decisionale cinese non sembra, al momento, voler far coincidere la propria divergenza con gli interessi strategici USA con un progetto di unificazione delle forze popolari che nel mondo hanno lo stesso problema.

I MOVIMENTI E LA RESISTENZA

Veniamo allora alla terza forza che si oppone e contrasta con l’egemonia dell’imperialismo statunitense, che oggi è sicuramente il più pericoloso ma di cui si intravedono piuttosto chiaramente i segnali di grande difficoltà. Il dibattito nella sinistra italiana su questo aspetto è oggi piuttosto articolato.
In una intervista al quotidiano l’Unità, Fausto Bertinotti sostiene una tesi che merita di essere discussa e di ottenere qualche replica. La tesi è quella secondo cui “i nemici di Bush non sono nostri amici”, ragione per cui chi oppone resistenza alla maggiore potenza imperialista del mondo non sempre ne rappresenta una alternativa condivisibile.
Il ragionamento sui nemici di Bush non sembra coincidere con quello descritto in precedenza, ma attiene probabilmente ed esclusivamente alle forze di ispirazione islamica. Bertinotti lamenta nella stessa intervista come questa sua tesi non sia condivisa da autorevolissimi uomini della cultura terzomondista di sinistra e teme che anche il Forum Sociale Europeo di Londra non la assecondi.
In queste parole, c’è la verifica di una realtà che in molti abbiamo potuto vedere in questi anni nei Forum internazionali dei movimenti a Mumbay, Porto Alegre o nel recente Forum di Beirut. È in queste sedi che si è potuto verificare come la percezione del mondo e della lotta politica possa essere diversa se vista da Roma o da Bogotà, da Bruxelles o da Ramallah e Falluja.
In quella parte del mondo in cui l’imperialismo agisce concretamente, la Resistenza è una opzione obbligata dalle circostanze e queste circostanze costringono talvolta gli uomini e donne che ambiscono alla giustizia sociale, alla sovranità, al diritto al futuro, ad usare anche la violenza se vogliono tenere aperti gli spazi della lotta politica, della dignità e della sopravvivenza.
Ad aver reso più forti le opzioni religiose – spesso, ma non sempre, reazionarie – rispetto a quelle progressiste in Medio Oriente, in Asia, in Africa, ha contribuito anche la ritirata ideologica della sinistra eurocentrista, la quale ha cessato di sostenere come necessario le lotte di liberazione lì dove queste si manifestano concretamente. Anzi, molto spesso la sinistra europea ha agito come elemento di depotenziamento politico, economico e diplomatico delle forze democratiche e rivoluzionarie nel “terzo mondo” piuttosto che come fattore di condivisione di una comune lotta per la liberazione.
Queste non sono e non sono mai state suggestioni della “cultura terzomondista”, ma opzioni concrete determinate da situazioni reali, drammatiche, private da qualsiasi agibilità democratica per la lotta politica. L’Iraq, la Palestina, la Colombia e tanti altri Paesi sono a lì a dimostrare che la realtà in cui sono costrette a battersi è spesso peggiore di quanto i leader della sinistra europea riescano a percepire nei loro schemi di ragionamento.
Non dovremmo temere le forze che oppongono resistenza all’imperialismo, dobbiamo temere ed affrontare l’imperialismo e il carico di orrori che ha già scatenato e torna a scatenare sull’umanità. Non sarebbe sbagliato, dunque, invitare Bertinotti a rivedere la sua tesi ed a non prestare ascolto a quei leader della sinistra europea che in Venezuela volevano la sconfitta di Chavez, che ambiscono alla fine dell’esperienza rivoluzionaria di Cuba o alla resa dei palestinesi ai disegni dei laburisti israeliani.
Di fronte al massacro in corso in Iraq, in Palestina o in Colombia condotto all’insegna della democrazia e della stabilità, il diritto alla resistenza dei popoli diventa un elemento decisivo della contrapposizione tra democrazia e imperialismo, tra autodeterminazione e colonialismo.
Bertinotti semplifica questa realtà dolorosa e dipingendola complessa come una spirale tra guerra e terrorismo, tagliando fuori il diritto alla Resistenza come elemento liberatore ed avanzato della lotta politica. Dobbiamo ammettere che questa visione delle cose è ampiamente minoritaria dentro il movimento internazionale antiliberista ma consolidata nella cultura politica del movimento in Italia o in Francia. Rimettere mano al dibattito e all’analisi sull’autodeterminazione dei popoli e sulle soggettività che si oppongono all’imperialismo, significa collocare quanto accade in Iraq (e prima ancora in Palestina) dentro un quadro internazionale che deve tenere conto delle forze che agiscono nella stessa direzione in America Latina, Asia, Africa e – in misura diversa – in Europa, cioè sul piano globale.
Si tratta di realtà in cui la contraddizione tra imperialismo e democrazia, tra colonialismo e difesa dell’autodeterminazione dei popoli si va imponendo come elemento di rottura profonda, più profonda di quanto oggi sia percepibile dai movimenti sociali e dalle forze di classe nei Paesi collocati nel “cuore” dei poli imperialisti.
Il complesso processo conflittuale, messo in moto dalla competizione globale tra i poli imperialisti, vede delinearsi processi di disgregazione e poi annessione degli Stati più deboli, di ri-colonizzazione di intere aree, di guerre regionali con effetti globali, di rimessa in discussione violenta dell’autodeterminazione dei popoli emersa dalle lotte per la decolonizzazione.
Le forze soggettive che si oppongono a tale scenario non sono più “omogenee” come nei decenni trascorsi. Altre forze di carattere religioso, etnico, nazionalista sono entrate in campo spesso contendendo o imponendo la loro egemonia rispetto alle forze che storicamente hanno tenuto insieme il progetto di liberazione nazionale con quello della trasformazione in senso socialista.

C’È UNA BATTAGLIA CULTURALE DA FARE IN EUROPA

Di questo c’è urgenza e necessità di discutere rigorosamente, su questo c’è l’esigenza di unificare nel nostro Paese e in Europa soggetti e forze che comincino a ragionare ed agire unitariamente sul terreno dell’internazionalismo di classe.
È da ritenersi che ci sia urgenza e spazio politico per una battaglia “culturale” di massa sul terreno dell’antimperialismo. La semplificazione della realtà, intesa come “spirale tra guerra e terrorismo”, è profondamente diseducativa per le nuove generazioni politiche emerse in questi anni e fuorviante per tutti. È una lettura speculare a quella del “peace-keeping” ulivista che assegna al soft power dell’Europa il compito di gestire le crisi e governare i conflitti meglio di quanto sappiano fare gli Stati Uniti.
La difesa dei Paesi e dei popoli aggrediti dall’imperialismo e il sostegno ai movimenti di resistenza, devono cominciare ad interagire politicamente e concretamente con i movimenti in Europa. Questa necessità si è manifestata chiaramente nei Forum di Mumbay ma anche nel Forum di Beirut, questa ricomposizione viene richiesta dalle forze della resistenza in tutte le realtà di conflitto.
Per queste ragioni, non possiamo nasconderci che il movimento antimperialista oggi in Europa non può essere certo una sorta di “cenacolo” ma, al contrario, deve entrare in campo aperto sul piano della lotta per l’egemonia rispetto a posizioni che mirano a demonizzare/ neutralizzare i movimenti di resistenza nelle aree di crisi ed a depotenziare i movimenti sociali e la loro cultura politica in Europa. I “popoli di Seattle” e i “popoli di Durban” vanno assolutamente riunificati ma sul piano della elaborazione più avanzata della lotta politica e sociale e questa non può essere quella che ci viene proposta dalla sinistra europea.