Liberi di essere controcorrente

*Condirettrice di Latino America

A causa del rumore provocato dall’inaudito “editto di Bucarest”, con cui l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi faceva sapere a chi doveva intendere che c’erano giornalisti a lui sgraditi che andavano espulsi dallo schermo televisivo, in pochi si sono accorti che già da tempo uno dei più popolari e seri giornalisti televisivi era stato discretamente messo da parte attraverso il metodo silenzioso e abitualmente indolore di fingere di averlo dimenticato. In questo modo, un volto assai popolare e amato della nostra televisione continua ad apparire sul piccolo schermo, solo se invitato a partecipare a talk-show e dibattiti, ma senza uno spazio proprio da organizzare ed armare – come lui sa fare – in maniera quieta e piena di rispetto umano, lasciando parlare i suoi ospiti pescati nelle realtà più varie ed insolite e sempre a partire da esperienze, sentimenti e scelte di vita che inducono a riflettere.

Gianni Minà, ormai da anni, va controcorrente e per questo è un giornalista scomodo e fuori dal coro; queste caratteristiche – molto amate dal suo ancora numerosissimo pubblico – gli sono costate un prezzo alto professionalmente, anche sulla carta stampata. Ha transitato con successo per tutte le testate più prestigiose, da Repubblica al Manifesto, fino a quando ha toccato nodi scomodi e ne ha parlato in maniera polemica, facendo appello all’etica professionale di un mestiere che è in franca decadenza ma che per Minà è vera passione: il giornalismo.

Politicamente scorretto copre dieci anni di lavoro, di polemiche e di battaglie; sono gli anni del “declino della democrazia” e del dovere urgente di denunciarne il pericolo nel nostro paese, di stimolarci al confronto con altre realtà, di aver cura della memoria, di tenere alto il senso della giustizia, di mettere allo scoperto contraddizioni, inciuci, tradimenti, la debolezza della politica. Ma nel lungo repertorio di buon giornalismo che Minà ci offre con questo volume non ci sono solo la critica rigorosa e la polemica coraggiosa; c’è soprattutto l’accurata ricostruzione di movimenti, eventi, personalità che costituiscono elementi di novità in un mondo (quello eurocentrico del nostro Occidente) che è stato abituato a ritenere di essere la misura di tutte le cose e che solo dal nostro sistema culturale può scaturire una democrazia degna di questo nome.

E dunque, scorrendo le pagine del volume, ci troviamo ad affrontare di nuovo tutti i grandi problemi di questi decisivi e pessimi dieci anni: dal Kosovo al G8, dalle Torri Gemelle alla crisi della Rai, dal commercio delle armi all’omicidio di Ilaria Alpi e di Milan Hrovatin, dalla strage di Nassiriya ai grandi temi della guerra in Iraq e dell’esportazione della democrazia, dalla crisi delle sinistre al ruolo prepotente di guida del mondo degli Stati Uniti.

E poi ci sono le storie – belle e terribili – così care a Minà: quella della contadina india quiché Rigoberta Menchú, sopravvissuta alla politica del terrore del Guatemala asservito agli Stati Uniti, poi Premio Nobel per la Pace e adesso candidata alla presidenza del suo paese. Quella tragica e fatale di John John Kennedy a chiudere la saga di una famiglia che incantò il mondo; quella ancora sorprendente di Che Guevara, ma anche del suo più quieto e fedele amico Alberto Granado. Poi ancora l’assurdo calvario di Silvia Baraldini, terminato solo da qualche mese grazie al discusso indulto di Clemente Mastella e insieme il ri- tratto di Nino Caponnetto, e fra le righe, sempre, i taglienti commenti dei suoi amici, grandi giornalisti e scrittori come il compianto Vázquez Montalbán o Eduardo Galeano, Frei Betto o Luis Sepúlveda.

L’America Latina, con le sue tragedie, i suoi straordinari personaggi, i suoi inaspettati cambiamenti, ha una parte preponderante; per Minà, infatti, quel vasto lembo dell’Occidente, creato dalla straordinaria avventura della conquista europea del nuovo continente, ha una pregnanza culturale affascinante e quanto mai intrigante. Quello che accade lì, dalla musica al calcio, dalla teologia della liberazione alla repubblica bolivariana, per il nostro giornalista ha la rilevanza assoluta della novità. La lettura che Minà offre di un continente attraversato dalla peste del colonialismo e del neocoloniaslismo, è una lettura piena di curiosità e rispetto, attenta a sottolineare i venti di novità, le potenzialità trasformative degli eventi latinoamericani.

Eccolo, dunque, alle prese con il sub comandante Marcos e la straordinaria comparsa sulla scena del mondo dell’universo indigeno, resistente e desideroso di dire la sua. Eccolo nella variopinta e stimolante moltitudine degli incontri del Foro Sociale Mondiale, eccolo a intervistare Hugo Chávez proprio quando la nostra stampa lo etichetta di demagogo e golpista. Ecco che ci ricorda – senza fare sconti neppure dinnanzi alla morte – fino a che punto Augusto Pinochet è stato uno dei più deprecabili e sanguinari tiranni del pianeta.

E poi c’è Cuba. L’isola che è sempre fonte di polemiche esacerbate e di posizioni radicalmente opposte, è un luogo al quale Minà si è avvicinato per ragioni lontane dalla politica; vi è andato e tornato infinite volte, con la curiosità del giornalista e con la sorpresa di trovare, in America Latina, un paese dove – pur fra molti problemi ed insuccessi – ha visto realizzata una parte grande dei sogni di quasi tutti i paesi dell’America Latina e del Terzo Mondo. Ha costruito con la sua proverbiale tenacia, una solida rete di amicizie e punti di riferimento fra quanti, nel mondo, giudicano il caso di Cuba come un caso esemplare per valutare la portata di fenomeni (che alcuni vorrebbero in disuso e sorpassati) come l’imperialismo, lo sfruttamento del Terzo Mondo, l’insensata depredazione delle risorse ambientali, e anche, sul versante opposto, per valutare la possibilità concreta di ridurre la mortalità infantile, rispettare l’ambiente, fare risparmio energetico, curare malattie curabili, alfabetizzare e offrire cultura a tutti i cittadini.

In Italia, questo suo vigile interesse per la rivoluzione cubana e per il suo leader Fidel Castro sembra di cattivo gusto. Argomenti come quello dell’informazione controllata, della difficoltà di viaggiare, dell’austerità nei consumi, oltre a quelli pretestuosi delle violazioni dei diritti umani, della dissidenza perseguitata, del deficit di democrazia liquidano l’esperienza cubana come l’avventura di un caudillo che ha asservito il suo popolo e lo governa tirannicamente perfino adesso che da circa una anno è convalescente di una lunga e pericolosa malattia.

Con un’ostinazione caparbia, Minà non ne lascia passare una: la sua polemica con Reportèrs sans frontières e le sue campagne contro Cuba, con la rivista di geopolitca “Limes”, con molti commentatori nostrani che ciclicamente tirano fuori novità sensazionali su Fidel, sui suoi rapporti con il Che, sulla futura transizione (avvenuta da tempo senza che i media se ne siano accorti), serve non solo a ristabilire la verità dei fatti, o, quantomeno, ad offrire ulteriori punti di vista, ma soprattutto a ricordare che fra giornalisti e lettori deve esistere un patto di fiducia che non può essere tradito. E’ questa l’etica del mestiere, un mestiere che Minà ha imparato da grandi maestri – Ghirelli, Barenson e Zavoli – e che ha condiviso con grandi colleghi – Gianni Amico, Raniero La Valle, Italo Moretti, Ettore Masina -, praticato con grinta e coraggio ma anche con grande umiltà. Ha un suo segreto: “avendo frequentato solo l’oratorio salesiano, sono abituato a pensare con la mia testa”.

**Politicamente scorretto. Riflessioni di un giornalista fuori dal coro. Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2007, pp. 503, euro 16.00.