Lezioni francesi

Dò per acquisita la consapevolezza diffusa del pericolo grave rappresentato dalla crescita dell’influenza di un’estrema destra razzista e populista in molti paesi europei, su cui si sono prodotte a sinistra, nell’ultimo periodo, analisi largamente condivisibili.
Vorrei selezionare qui alcuni altri spunti di riflessione, tra i molti possibili, che ci propone il voto francese delle recenti elezioni presidenziali e in prossimità delle elezioni legislative del 9 e 16 giugno 2002. Dopo le quali sarà possibile un ragionamento più esaustivo e consolidato.

• Il voto francese conferma in primo luogo la negatività, la pericolosità e la scarsa democraticità di meccanismi elettorali di tipo presidenzialistico, in cui la forte personalizzazione della politica e la demagogia prevalgono sul confronto razionale dei programmi. In contesti di sofferenza sociale di vasti strati della popolazione e di crisi di credibilità del sistema politico e delle tradizionali forze politiche, di governo e di opposizione, ciò può facilitare l’ampliamento di spazi di consenso e di demagogia populista per forze apertamente neo-fasciste e razziste (come il Fronte nazionale di Le Pen). E la violazione del principio proporzionalistico “una testa, un voto” (a favore di meccanismi maggioritari e/o bipolari) può creare autentiche aberrazioni e stravolgimenti nella rappresentanza della volontà popolare, per cui – come è accaduto in Francia – quel 43 % che al primo turno delle presidenziali ha votato comunque a sinistra, si è visto deprivato di ogni rappresentanza al secondo turno, costretto a scegliere il meno peggio tra due candidati di destra, o ad astenersi.

Si tratta di una ulteriore conferma del carattere assai più democratico di quei sistemi elettorari e istituzionali in cui il fulcro della rappresentanza popolare e del processo di formazione dei governi risiede in un Parlamento eletto con metodo proporzionale. E dove la presenza eventuale di un Presidente della Repubblica, eletto dal Parlamento con maggioranze qualificate, abbia essenzialmente funzioni di garanzia costituzionale.

Questa consapevolezza dovrebbe indurre tutte le forze progressiste e democratiche più avanzate, in Francia e altrove (anche in Italia) a riprendere con forza l’iniziativa politica e istituzionale per l’affermazione piena di tali istanze nei rispettivi paesi.

E’ del tutto evidente (evitiamo in proposito ogni equivoco) che non sono i meccanismi elettorali e istituzionali la causa prima della crisi della democrazia nei paesi capitalistici più sviluppati, che ha origini ben più strutturali. Ma è pur vero che correttivi in un senso o nell’altro possono rappresentare fattori di contenimento o al contrario di moltiplicazione di una serie di processi degenerativi (ad esempio l’astensionismo, che negli Stati Uniti si è consolidato attorno al 50% e nella Gran Bretagna di Tony Blair – patria del bipolarismo integrale – ha raggiunto nelle recenti elezioni amministrative la soglia record del 74%, mentre nel giugno 2001, alle elezioni politiche, era stato del 41%, il più alto dal 1918). Sono processi di svuotamento della democrazia che traggono origine dalla evoluzione del sistema capitalistico, dalla crisi sociale e dallo stato di insicurezza che esso produce in larghi settori popolari, dalla omologazione al sistema di gran parte delle forze di sinistra, con relativa crisi di rappresentanza del proprio tradizionale insediamento sociale, anche nei paesi più avanzati – come la Francia – che pure vantano una robusta tradizione democratica e di classe. E che evidenziano anche il tentativo dei gruppi dominanti di sostenere leggi elettorali e meccanismi istituzionali che consentano di cancellare o ridimensionare fortemente le possibilità di rappresentanza politica e istituzionale delle forze della sinistra comunista e anticapitalistica.

Chi sottovaluta, anche in Italia, questa dimensione essenziale della lotta di classe – soprattutto in una fase storico-politica che non è certo di espansione del processo rivoluzionario, bensì ancora fortemente difensiva – dovrebbe chiedersi quanto diverse sarebbero oggi le condizioni di visibilità, di autofinanziamento, di agibilità complessiva di Rifondazione comunista (che nelle ultime elezioni politiche ha ottenuto il 5 % e solo 15 eletti, su un Parlamento che ne esprime oltre 900) se lo sbarramento elettorale fosse stato del 6 invece che del 4 %, o se viceversa – con un sistema elettorale alla tedesca per Camera e Senato – quella percentuale avesse consentito, in piena autonomia, l’elezione di una cinquantina di parlamentari. E quanto diverso sarebbe, nell’un caso o nell’altro, il panorama politico complessivo del Paese e le sue dinamiche.

• La sconfitta della “sinistra di governo”, evidenziata dal primo turno delle elezioni presidenziali in Francia, dopo quella in Italia, Spagna, Portogallo, Austria, Danimarca…(e la prospettiva tutt’altro che improbabile di un esito analogo in Germania nelle elezioni politiche del 22 settembre prossimo) ha cause molteplici. Essa è connessa ad una evoluzione del quadro internazionale e dei rapporti di forza e di classe nell’ultimo decennio sfavorevoli alle forze progressiste e ai movimenti operai: una evoluzione che ha il suo retroterra strategico nel crollo dell’Urss e nel drastico arretramento delle condizioni generali di lotta dei movimenti operai e di liberazione in ogni continente, e che ha visto una sua più recente accentuazione nell’offensiva militarista e di destra dell’imperialismo americano su tutto lo scacchiere mondiale. Questo è ciò che sta caratterizzando l’amministrazione Bush e la sua politica di “guerra infinita”, che travolge anche il liberismo e l’atlantismo “temperati” della socialdemocrazia europea e osteggia ogni tentativo sia pur timido di costruzione di un’ Europa capitalistica e imperialistica più autonoma dagli Stati Uniti.

Ciò aiuta in parte a comprendere le fortune che ancora accompagnano “l’eccezione” dell’oltranzista Tony Blair (“l’amico americano”), il sostegno preferenziale di cui egli gode a Washington, la triade “euroscettica” e filo-americana che ha costituito in Europa con l’Italia di Berlusconi e la Spagna di Aznar (liberismo senza freni e allineamento alla politica estera degli Stati Uniti). Una solida permanenza al governo, quella di Blair, facilitata dall’assenza di alternative, con un partito conservatore diviso, in crisi, a cui il blairismo ha tolto gran parte dello spazio politico con una linea “modernamente” conservatrice in politica interna e guerrafondaia in politica estera. E grazie ad un sistema elettorale rigidamente bipolare che impedisce che il malcontento crescente dei lavoratori e dei sindacati inglesi e di un buon terzo dei parlamentari del “nuovo partito laburista” si esprima, ammesso che ve ne sia la volontà, in una rappresentanza politica alternativa a sinistra (una questione già trattata da Lenin negli anni venti…); e concorre semmai ad alimentare la crescita dell’astensionismo e della “disaffezione politica”, proprio come negli Stati Uniti.

Delusione popolare

Caso Blair a parte, la sconfitta della “sinistra di governo” in Francia (così come in altri paesi dell’Unione europea), trova un suo ingrediente fondamentale nella delusione da essa prodotta nella propria base sociale di riferimento, operaia e popolare, rispetto ad aspettative di giustizia e sicurezza sociale, di pace che essa aveva suscitato e che l’avevano portata al governo. E che si sono invece per lo più tradotte in subalternità alle politiche neo-liberiste e di privatizzazione selvaggia sollecitate dalle classi dominanti e in sostanziale acquiescenza alle politiche di guerra imposte dall’imperialismo e dalla Nato, anche nel caso francese. Senza cioè che gli strati popolari e operai più colpiti dalle nuove dinamiche dello sviluppo capitalistico (caratterizzate da una crescente e diffusa precarietà, insicurezza, vanificazione di diritti e protezioni sociali acquisite in decenni di lotte) potessero cogliere nelle politiche delle “sinistre di governo” quegli elementi qualitativi e tangibili di sufficiente discontinuità rispetto alle scelte dei tradizionali governi borghesi di centro o di centrodestra. Benchè l’esperienze francese sia stata, in alcuni ambiti, meno arretrata delle altre (ma non sul tema della guerra o delle privatizzazioni), non si giustifica comunque l’enfasi eccessiva di cui sovente è stata fatta oggetto, anche in alcuni partiti comunisti. Ed essa non è sfuggita, alla prova dei fatti, alla “regola generale”.

Ciò ha colpito in modo particolare le componenti più a sinistra in tali coalizioni di governo (e nel caso francese proprio il Pcf); quelle cioè più legate agli strati popolari più poveri e più colpiti dalla crisi, gli strati medio-bassi del lavoro dipendente, quelli in cui più acutamente sentite erano le esigenze di cambiamento e di protezione sociale. Tanto è vero che il dato più eclatante del voto francese al primo turno non è quello in sè inquietante di Le Pen, che aumenta però di soli 230.000 voti rispetto al primo turno delle elezioni presidenziali del 1995 (+ 1,9 %) e nel secondo turno delle presidenziali del 2002 conferma sostanzialmente il risultato del primo, senza significativi incrementi (+ 1 %), collocandosi al 17,8 %; bensì il crollo del Pcf e della candidatura di Robert Hue, che raccoglie 960.000 voti e ne perde 1.673.000, pari a quasi i due terzi del proprio elettorato del 1995, passando in percentuale dall’ 8,6 al 3,4 %. Mentre l’estrema sinistra cresce complessivamente di 1.350.000 voti rispetto al 1995, passando dal 5,3 al 10,4 %.

• Prima di analizzare più in dettaglio le variazioni del voto a sinistra, e al fine di non giungere a conclusioni affrettate e premature, vanno comunque tenute presenti alcune considerazioni.

L’ampiezza e la natura della crisi di consenso dell’attuale direzione del Pcf potrà essere pienamente valutata solo dopo il risultato delle elezioni legislative del 9 e 16 giugno 2002. Le elezioni presidenziali hanno sempre penalizzato il Pcf, ed è possibile che un insieme di circostanze lo abbia in questo caso penalizzato più del solito. Nelle elezioni legislative del 1997 il Pcf ottenne il 9,9 % ; il raffronto col risultato delle legislative del giugno prossimo sarà in proposito chiarificatore, più di quanto non possa esserlo quello tra le due elezioni presidenziali. Lo stessa dicasi per l’estrema sinistra, che al contrario ha tradizionalmente ottenuto risultati migliori alle presidenziali rispetto alle legislative.

Anche il risultato complessivo delle forze di sinistra, di governo e non, ha bisogno della verifica delle legislative. Si consideri infatti che, complessivamente, le sinistre hanno ottenuto nel primo turno delle presidenziali 2002 un risultato superiore (+2,3%) rispetto al 40,7 % del primo turno del 1995. Nel 1995 la “famiglia socialista” si presentava con un solo candidato, Jospin, che al primo turno ottenne il 23,3 % e andò al ballottaggio con Chirac. Quest’anno la stessa “famiglia” è andata al primo turno con tre candidati: Jospin (16,2 %), Chevènement (5,3 %) e la candidata nera e femminista Taubira (2,3 %), con un totale dell’ area socialista del 23,8 % che sarebbe stato più che sufficiente a Jospin per andare al ballottaggio al posto di Le Pen. Mi riferisco volutamente ai soli candidati di area socialista, perché non condivido alcune tesi uliviste, alla Nanni Moretti, sulla “frammentazione a sinistra” come causa della sconfitta : esse rimuovono la riflessione strategica sul fallimento della sinistra di governo e tendono a porre questioni di tattica elettorale (che pure esistono) all’origine della crisi, scambiando lucciole per lanterne.

Un sistema presidenziale a due turni (la cui logica noi contestiamo ab origine, diversamente dai teorici bipolaristi della “frammentazione”) è fatto apposta per consentire, anzi sollecitare la presentazione al primo turno dei diversi progetti strategici che sono in campo, per convergere poi al ballottaggio sul candidato “meno lontano”. Sarebbe dunque assurdo rimproverare al Pcf, ai Verdi o all’estrema sinistra – portatori da sempre nel contesto francese di progetti e identità assai diverse – la scelta di andare al primo turno con propri candidati, per poi convergere al ballottaggio. Ma quando la frammentazione investe la stessa area politico-culturale (in questo caso quella socialdemocratica) e si esasperano personalismi e divisioni prive di una solida base strategica (il che è sempre il segno di una crisi più profonda), allora il danno che si produce può essere rilevante e privo di ragionevoli giustificazioni. Ma in questo caso i responsabili vanno chiamati col loro nome e cognome, vanno evidenziati i limiti democratici di certi sistemi elettorali e istituzionali, e non si può coprire tutto con richiami generici e impolitici alla “frammentazione”.
Potrebbe infatti persino accadere che alle prossime elezioni legislative – dove al secondo turno possono passare al ballottaggio nei collegi non solo i primi due candidati (come nelle presidenziali), ma tutti quelli che hanno superato al primo turno la soglia del 12,5 % – una minore frammentazione delle candidature a sinistra (così si stanno orientando socialisti, verdi e Pcf, in quei collegi dove c’è il rischio che nessun candidato di sinistra arrivi al secondo turno) e viceversa una divisione a destra non ricomponibile con forme di desistenza tra destra chiracchiana e destra lepenista , potrebbe far sì che in un quarto circa dei 577 collegi dove è prevedibile una competizione a tre, il candidato di sinistra potrebbe spuntarla pur non avendo la maggioranza assoluta, grazie alla divisione degli altri due candidati di destra. Il che potrebbe, al limite, riconsegnare alla “sinistra plurale” una maggioranza in Parlamento, grazie alle perversioni del sistema elettorale maggioritario, senza che ciò comporti alcuna revisione sostanziale della ragioni di fondo che hanno già decretato la sconfitta strategica di quella sinistra nel paese, nel popolo, tra i lavoratori e i giovani, perché rivelatasi incapace di autentica trasformazione. Una sconfitta segnata da un astensionismo che, sommato al voto bianco e nullo, ha raggiunto al primo turno il suo massimo storico (31,8 %) e sfiora il 45% tra i giovani: un dato esso sì inquietante per un paese di solide tradizioni democratiche come la Francia, che colpisce in misura diversa tutti i partiti, eccetto l’estrema sinistra, i verdi e Le Pen. Un dato che, aggravato dal consolidamento del Fronte nazionale in ampi strati operai e popolari e dal crollo del Pcf, non può essere in alcun modo cancellato o rimosso dal plebiscito pro-Chirac e anti-Le Pen del secondo turno. Un plebiscito che, umiliante ancorchè necessario per evitare il peggio, rischia di fare la parte del pannicello caldo sulla gamba di legno della crisi strategica del movimento operaio e della sinistra francese.

• L’estrema sinistra, di ispirazione trotzkista, era presente al primo turno delle presidenziali 2002 con ben tre candidati (a proposito di frammentazione…): Arlette Laguiller di Lutte ouvvrière (LO), che ha ottenuto il 5,7 % (+ 0,4 rispetto alle presidenziali 1995); Olivier Besancenot della Lega comunista rivoluzionaria (LCR) con il 4,2 % (assente nel ’95) e Daniel Gluckstein del minuscolo Partito del lavoro (PT) con lo 0,5 %. Complessivamente, quasi 3 milioni di voti, pari al 10,4 % (+ 5,1 %) rispetto al ’95: un incremento dovuto essenzialmente al candidato della LCR.

LO, un’ autentica setta (stile Lotta comunista) di alcune migliaia di aderenti, che si richiama a un trotzkismo operaista ultraortodosso, raccoglie soprattutto un voto di protesta di matrice proletaria.
La LCR – molto attiva nei nuovi movimenti anti-globalizzazione, con qualche migliaio di iscritti e il più giovane candidato in campo (un postino di 27 anni) – raccoglie un voto in buona parte di giovani, studenti, piccola borghesia intellettuale.

Un voto di protesta?

Si tratta complessivamente di un voto che, lungi dal rappresentare un improvviso exploit di popolarità della figura di Trotzky e del trotzkismo nel popolo francese (come riconoscono anche i suoi maggiori esponenti), esprime soprattutto il malcontento di una parte dell’elettorato di sinistra, deluso dalla “sinistra plurale” al governo. Un voto in gran parte d’opinione e di protesta, quindi, più che l’espressione di una adesione convinta e stabile a questa o quella formazione politica. Un voto la cui valenza critica non può essere sottovalutata o rimossa, ma il cui significato strategico e identitario non va neppure enfatizzato oltre misura. Un voto il cui incremento, secondo alcuni studi, solo in minima parte (20-25%) verrebbe dall’elettorato del Pcf in libera uscita, e in massima parte da elettori di altre aree e soprattutto giovani al primo voto.

Va detto che l’estrema sinistra ha goduto in campagna elettorale dei “favori” dei grandi mezzi d’informazione, in funzione anti-Pcf, il cui indebolimento e spappolamento- nonostante il moderatismo politico e la mutazione identitaria propugnata dal suo attuale gruppo dirigente (un processo davvero irreversibile?) – resta comunque l’obbiettivo principale della grande borghesia francese, e non solo. Come ammettono gli stessi dirigenti dell’estrema sinistra, al di là delle valutazioni diverse che possono essere fatte sulla linea del suo attuale gruppo dirigente e che competono innanzitutto ai comunisti francesi, la realtà del Pcf, con i suoi 140.000 iscritti, la sua organizzazione strutturata e radicata capillarmente su tutto il territorio nazionale e nei principali luoghi di lavoro, la sua funzione dirigente nel principale sindacato di classe, la CGT (700.000 iscritti), continua a rappresentare il “luogo” in cui si organizzano la maggioranza dei comunisti in Francia e il nucleo fondamentale del movimento operaio che si colloca su posizioni anticapitalistiche e di classe. Dunque – ancora oggi – il perno organizzato di ogni possibile processo di trasformazione, che i due raggruppamenti dell’estrema sinistra (presenti oltretutto in forma organizzata solo in una piccola parte del territorio nazionale) non sono in grado di sostituire, nonostante l’exploit elettorale. Un dato di cui tenere conto se non si vuole cadere in una rappresentazione meramente elettoralistica della lotta di classe, in Francia e altrove.

• Il Pcf è certamente il grande sconfitto delle presidenziali 2002, come riconoscono apertamente i suoi esponenti. Nell’editoriale di Pierre Laurent, pubblicato su l’Humanitè del 23.4.2002, si afferma chiaramente che il voto “punisce duramente la partecipazione del Pcf al governo, in un quadro generale di contestazione della sinistra plurale, già manifestatosi nelle elezioni municipali”. Una penalizzazione accentuata “da una forte rottura con settori popolari, che non hanno percepito beneficio alcuno nella loro vita quotidiana dall’azione del Pcf “.

Il Pcf ottiene in queste elezioni il suo minimo storico (960.000 voti, pari al 3,4%), con una perdita di 1.673.000 voti (- 5,2%) rispetto alle presidenziali del 1995: quasi i due terzi del proprio elettorato. Si calcola che parte consistente del voto perduto vada all’astensione, un 20% circa all’estrema sinistra, e il resto si disperda tra i vari candidati. Marginale (6-7%), anche se inquietante e in crescita rispetto alle elezioni dell’ultimo decennio, sembra essere il travaso su Le Pen, in settori particolarmente diseredati – socialmente e culturalmente – delle periferie urbane, che vivono il rapporto con gli immigrati come “guerra tra poveri” (non si dimentichi che Le Pen raccoglie un quarto del voto operaio, un terzo dei disoccupati, un quinto dei giovani : più di ogni altro partito in questi ambiti).

La crisi del Pcf non è un incidente di percorso, ma l’espressione di un travaglio in corso da anni, che tocca oggi un punto di particolare e pericolosa acutezza. Come evidenzia Le Monde (26.4.2002), non senza compiacimento, “l’evoluzione elettorale del Pcf a partire dal 1994 (quando Robert Hue succede a Georges Marchais alla testa del partito – ndr) sottolinea un processo di marginalizzazione del partito nel sistema politico francese…Sia nelle elezioni nazionali (presidenziali 1995, legislative 1997 ed europee 1999) che in quelle municipali, dipartimentali e regionali, ogni consultazione è segnata, nel migliore dei casi da una fragile tenuta (rispetto al livello precedente, che dal 1984 ruota attorno al 10% – ndr); e nel peggiore – come alle elezioni europee del ‘99 (6,8%), considerate dalla direzione del Pcf come una sorta di laboratorio della mutazione identitaria del partito – da un forte arretramento, particolarmente accentuato nei suoi bastioni del Nord (la regione di Calais), della periferie parigine e del Centro”, zone ad alta concentrazione industriale e operaia.

La crisi del Pcf

In tutte queste elezioni “il Pcf aumenta il suo consenso nelle categorie dove era tradizionalmente poco presente (quadri e ceti medi); mentre declina nel tradizionale elettorato operaio”. Per cui, “il Pcf si trova stretto in una tenaglia : da una parte il mutamento della composizione sociale del suo elettorato si accompagna a nuove pratiche e nuove argomentazioni”, e ad una mutazione identitaria (mutation, secondo la definizione coniata da Robert Hue), che in nome del “rinnovamento” tende a liquidare buona parte della identità storica e teorica del partito e del comunismo novecentesco. “Ma su questo terreno, il Pcf subisce la concorrenza del Partito socialista, dei Verdi e dell’estrema sinistra; dall’altra, questo mutamento di immagine e di argomentazioni lo allontana dalla sua base operaia tradizionale, dove esso subisce la concorrenza del Fronte nazionale”.

Il declino elettorale si accompagna al crollo della forza organizzata: “tra il 1994 e il 2001, gli iscritti al partito sarebbero diminuiti dei tre quarti, secondo dati ufficiali (da 590.000 a 138.756)”, e da 300.000 a 100.000 secondo altre stime. Il tutto si accompagna ad una “crisi finanziaria profonda, di cui è prova la vendita di una grande parte del patrimonio immobiliare del partito”. Una crisi aggravata dal risultato delle recenti elezioni presidenziali, dove il non raggiungimento della soglia del 5 %, esclude il partito da ogni rimborso delle spese elettorali.

• Come era prevedibile, il crollo elettorale ha aperto tra i militanti e i quadri del Pcf, a tutti i livelli, una discussione forte e appassionata, che vedrà un primo bilancio nella Conferenza nazionale convocata per il 26-27 giugno prossimi, all’indomani delle elezioni legislative (e su cui ritorneremo). La direzione del Pcf non esclude la eventualità di un congresso straordinario, già richiesto formalmente da alcuni settori critici della linea ufficiale del partito: per Statuto esso dovrebbe comunque tenersi obbligatoriamente se richiesto dal 10% degli iscritti (e una raccolta di firme in tal senso è già in atto). Mentre allo stato attuale la direzione ha respinto la richiesta di dimissioni del vertice del partito, ritenendola viziata da logiche da “capro espiatorio”.

L’apertura di questa discussione ha ripopolato le sezioni e le cellule, che da anni sono investite da una forte crisi di militanza, e in essa si manifesta – sia pure con grandi diversità di opinione – una reazione orgogliosa e appassionata di una base militante comunista e di una rete sperimentata di quadri che respinge in modo pressochè unanime ogni logica di rassegnazione, di fatale accettazione dell’ esistente o, peggio, di liquidazione di una presenza rivitalizzata e autonoma del Partito comunista francese nella vita del paese.

La discussione nel partito e nel suo gruppo dirigente allargato ha messo in evidenza fino ad ora una molteplicità di approcci, che possono essere schematicamente riassunti in tre grandi tendenze.

Una prima tendenza, che fa riferimento al vertice attuale (il presidente Robert Hue, la segretaria Marie-George Buffet), potrebbe essere definita più “continuista” rispetto alla linea prevalsa in questi ultimi anni. Essa difende, sul piano identitario, la mutation e si oppone a ipotesi che essa definisce di “ritorno all’indietro”. Critica la politica del governo Jospin e (autocriticamente) le modalità di partecipazione del Pcf, troppo subalterne ai socialisti e non abbastanza sensibili alle esigenze degli strati più popolari; ma non respinge sul piano strategico la logica della partecipazione al governo della “sinistra plurale”, che viene sostanzialmente riproposta, sia pure con contenuti sociali più avanzati e con maggiore attenzioni ai movimenti politici e sociali che in questi anni hanno criticato da sinistra la politica del governo. Si oppone alla linea cosiddetta del “polo di radicalità” a sinistra, che prospetta un rapporto preferenziale tra Pcf, estrema sinistra e nuovi movimenti antagonisti e una rottura strategica del rapporto coi socialisti. Quanto al partito, essa difende l’autonomia organizzativa del Pcf e si oppone ad ipotesi di scioglimento o diluizione in una sorta di processo costituente di una nuova forza comunista e di sinistra alternativa e di un nuovo “polo di radicalità”, come propone ad esempio la LCR.

Una seconda tendenza si rifà alle posizioni dei cosiddetti “rifondatori”. Difende la mutation, anzi ritiene che essa non sia stata portata alle sue conseguenze più radicali, di rottura col comunismo novecentesco, ma sia per molti versi rimasta “a metà del guado”. Accentua la critica alle modalità di partecipazione del Pcf al governo, accusato di eccessivo istituzionalismo e scarsa attenzione alle istanze dei nuovi movimenti, ma anch’essa non sembra mettere in discussione sul piano strategico la scelta di partecipazione del Pcf al governo. Si pronuncia a favore del “polo di radicalità” (una sorta di Izquierda Unida in salsa francese) e prospetta a breve un congresso costituente di una “nuova forza comunista”, in cui la struttura del Pcf si sciolga e si ricomponga in una nuova formazione politica che comprenda i comunisti dentro e fuori il Pcf (cioè in gran parte l’estrema sinistra trotzkista, e in particolare la LCR che, diversamente da LO, sembra assai interessata a tale ipotesi).

Una terza tendenza, anch’essa assai articolata – in cui sembrano convergere settori interni ed esterni alla maggioranza che in questi anni ha governato il partito – chiede una revisione profonda della mutation, così come essa è stata condotta dalla segreteria di Hue, che avrebbe “gettato il bambino insieme all’acqua sporca” e liquidato, insieme alle scorie, anche la parte buona della identità comunista, internazionalista, rivoluzionaria e di classe del Pcf. Critica sul piano strategico la scelta di partecipazione del Pcf al governo, e ricorda il fallimento già consumato – in un contesto nazionale e internazionale ben più favorevole – dai governi delle sinistre dell’epoca Mitterand, da cui il Pcf uscì dimezzato nella sua influenza elettorale e il Ps egemone sulla sinistra francese. Propone al partito, per una fase non breve, una scelta d’opposizione, di lotta politica e sindacale, di accumulazione di forze, a partire da una ripresa di credibilità e di radicamento sociale nel rapporto con la classe operaia. Quindi non “un polo di radicalità” o processi costituenti che vanifichino o diluiscano l’autonomia del Pcf o che privilegino l’interlocuzione coi nuovi movimenti piuttosto che con l’insieme del movimento operaio. Bensì una unità d’azione con tutte le forze della sinistra di opposizione (estrema sinistra e movimenti inclusi), flessibile e non settaria sul piano tattico nei confronti della sinistra moderata e socialdemocratica, sensibile all’ esigenza di ogni convergenza possibile contro la destra e l’estrema destra, senza confusioni strategiche e identitarie con la socialdemocrazia.

E’ difficile, né sarebbe opportuno in questa fase convulsa di discussione e alla vigilia di elezioni legislative così importanti e imprevedibili, tentare una quantificazione dell’influenza di queste tre grandi tendenze nel Pcf. Si vedrà. Trovo interessante un commento apparso su Avante (24.4.2002), settimanale del Partito comunista portoghese, a firma del suo direttore, che in relazione alla crisi del Pcf scrive, con grande misura e rispetto: “l’indebolimento di un partito comunista, una riduzione della sua influenza elettorale, sono sempre un fattore negativo per i lavoratori e i popoli, al di là della linea di tale partito. Sono tempi difficili per i comunisti, in tutto il mondo: questa opinione, più volte da noi espressa, trova una ulteriore conferma nel risultato del Pcf. Molti sono, e difficili da superare, gli ostacoli oggettivi e soggettivi che, oggi, rendono ardua la lotta dei comunisti e, segnatamente, la lotta elettorale.
Lo sforzo per trovare soluzioni e vie che permettano di superare questa situazione è preoccupazione comune a tutti i partiti comunisti. Con questo obbiettivo, il Pcf, come era suo diritto legittimo, ha scelto di portare avanti un processo di “mutazione”, che si è tradotto in cambiamenti profondi delle caratteristiche, della natura e delle basi ideologiche del partito. Guardando ai risultati elettorali ottenuti dalla candidatura di Robert Hue, si può constatare che tale “mutazione” non è riuscita a invertire il processo di erosione elettorale del Pcf.
E ha evidenziato che, in questa materia, non esistono soluzioni miracolose né percorsi rettilinei pronti per l’uso. Se ci fossero, tutto sarebbe più facile e da tempo i comunisti, in tutto il mondo, uomini, donne e giovani intelligenti, avrebbero risolto il problema”.

Ha commentato Massimo D’Alema in una intervista al Corriere della Sera (27.4.2002): “Il fatto che due personalità di straordinario rilievo politico e mediatico come Chirac e Jospin raccolgano insieme un po’ meno del 25 % dei consensi dei francesi che hanno raggiunto la maggiore età (degli aventi diritto al voto – ndr), significa che l’idea di dare un voto utile per il governo, un voto nel sistema e di sistema, è parsa convincente a un francese su quattro. Le sembra una cosa di poco conto?”