L’Europa centro-orientale

Se è vero che siamo ormai entrati in una fase cruciale di discussione sul futuro dell’Unione Europea (dall’introduzione della moneta unica alla bozza di Costituzione, alle conseguenze del “no” dei cittadini svedesi all’integrazione), rischiamo di perdere di vista le dinamiche legate all’allargamento dell’Unione stessa verso l’Europa Centro-Orientale, che sono destinate ad intrecciarsi, almeno sul piano politico, con le profonde divisioni che hanno segnato e segnano l’atteggiamento dell’Europa nei confronti dell’aggressione unilaterale anglo-statunitense contro l’Iraq.
Con il Segretario alla Difesa Usa, Rumsfeld, che ha pubblicamente elogiato l’atteggiamento della “nuova” Europa (favorevole all’aggressione) rispetto alla “vecchia” (asse franco-tedesco contrario alla guerra). In questo contesto, se una rimozione dei processi in atto nell’Europa Centro-Orientale potrebbe rivelarsi dannosa ed incomprensibile sul piano generale (si pensi solamente agli sforzi compiuti dall’Internazionale Socialista per consolidare una forza riformista in Russia con l’obiettivo di togliere peso ai comunisti), per le forze comuniste e della sinistra antagonista e di alternativa essa potrebbe rivelarsi fatale.
Da qui la necessità per queste ultime di comprendere le dinamiche in atto nei diversi paesi, ma anche di stabilire relazioni più stabili e legami più forti con quelle forze che in quei paesi, pur da diverse angolazioni e tra mille difficoltà, tentano con grande fatica di opporsi alla deriva liberista ed euro-atlantica in atto, siano esse soggetti politici autonomi, oppure piattaforme (o tendenze) all’interno degli ex partiti comunisti al potere fino al 1991. Forze che, se si eccettuano i comunisti della ex Cecoslovacchia, risultano spesso isolate, se non apertamente perseguitate da una campagna anticomunista fattasi di nuovo violenta e senza esclusione di colpi (dall’ Ungheria alla Romania, alla stessa ex Cecoslovacchia), e che per questo faticano a consolidare una struttura organizzata e ad ottenere consensi sul piano elettorale.
Presentiamo di seguito una scheda sintetica relativa a ciascuno di questi paesi, senza alcuna pretesa di esaustività, come parte di un lavoro più complessivo che comprende i territori della ex Jugoslavia, con l’articolo di Andrea Martocchia pubblicato nei due precedenti numeri de l’ernesto, e la parte europea dell’ex Unione Sovietica ( che, curata da Mauro Gemma, verrà presentata sul prossimo numero).

Bulgaria
Un Paese allo stremo

Oltre ai drammatici costi della ventata neoliberista che ha investito tutta l’Europa Orientale e Balcanica alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, la Bulgaria ha subito, tanto sul piano economico quanto politico, il profondo isolamento determinato dai disegni occidentali di destabilizzazione pressoché totale della ex-Jugoslavia, con particolare riferimento a Serbia e Montenegro. Tanto che oggi la Bulgaria parrebbe un paese alla deriva, in balia di se stesso.
Sul piano generale, la transizione verso il libero mercato su basi capitalistiche ha avuto in Bulgaria uno sviluppo diverso rispetto agli altri paesi dell’Europa Orientale, con una dinamica non dissimile per certi versi dalla vicina Romania. Il Partito Socialista Bulgaro (ex Partito Operaio Bulgaro), nonostante la presenza di circoli riformisti, nella fase di profonda trasformazione seguita alla caduta di Jivkov (1989-1990) non ha perduto il proprio carattere di classe né l’opzione strategica legata alla costruzione di una società socialista. Pur nel contesto di una discussione complessa ed articolata, le posizioni filoatlantiche e subalterne alle riforme imposte dal FMI hanno subito una secca sconfitta al 40° Congresso del dicembre 1991, grazie ad un’alleanza tra socialisti di sinistra e neo-comunisti (Piattaforma Marxista, guidata da Mincho Minchev). Nonostante questo, dal Partito Socialista si sono staccati nel 1990 alcuni gruppuscoli, che hanno fondato alcuni piccoli partiti comunisti, privi però di alcun seguito di massa.
Alle elezioni del giugno 1990 si sono imposti i socialisti, con l’opposizione liberista che, forte del sostegno di studenti e sindacati indipendenti ed approfittando del disastro provocato dalle prime riforme imposte dal FMI, ha giocato la carta della destabilizzazione politica, rifiutando qualsiasi collaborazione col governo Lukanov e costringendo alle dimissioni il presidente della repubblica Mladenov, prontamente sostituito da Zhelev, massimo esponente dell’Unione delle Forze Democratiche (SDS). Le riforme liberiste hanno così subito una brusca accelerazione, soprattutto in seguito alle elezioni anticipate del 13 ottobre 1991, vinte di misura dalla SDS, e dal successivo governo Dimitrov, sostenuto anche dal Movimento per i Diritti e la Libertà (DPS, minoranza turca). È stato sufficiente un solo anno per ridurre allo stremo il paese, letteralmente saccheggiato dalle multinazionali e dal capitale occidentale. Tanto che nel dicembre 1992 si è reso necessario un governo di emergenza nazionale, sostenuto da socialisti, DPS e parte della SDS, col consenso di Zhelev, nel frattempo (gennaio 1992) eletto presidente al ballottaggio contro Valkanov, candidato di un blocco nazionale bulgaro sostenuto anche dai socialisti. Con l’ala radicale della SDS che, sostenuta da Stati Uniti e FMI, ha tentato di continuo la carta della destabilizzazione e del ricatto.
Nonostante questo, in seguito al trionfo del blocco nazionale alle elezioni del 1994, la guida del governo veniva affidata al socialista Videnov: continuazione delle riforme ma attenzione ai costi sociali, rallentamento del processo di integrazione nel contesto euroatlantico ed avvicinamento alla Russia. Lo scontro con le opposizioni si è fatto campale, con Zhelev e la Corte Costituzionale in grado di bloccare diversi provvedimenti e ridurre il governo all’impotenza, a tutto vantaggio della SDS. Alle elezioni presidenziali del novembre 1996 si è imposto il candidato della destra liberista, Stoyanov, con il 56% dei consensi, aprendo una prima crisi all’interno dei socialisti: congresso straordinario del partito a fine anno e dimissioni di Videnov da presidente del BSP e da primo ministro. Il tanto atteso momento per la destabilizzazione era finalmente giunto: nella notte tra il 10 e l’11 gennaio 1997, una delle numerose manifestazioni dell’opposizione a sostegno delle elezioni anticipate terminava con l’assalto di alcune decine di facinorosi alla sede del Parlamento, con l’assenso di Zhelev, Stoyanov e dei paesi occidentali. Uno schema che si sarebbe ripetuto, pur se con diversi obiettivi, nell’ottobre del 2000 a Belgrado. Dopo un breve governo di transizione, nell’aprile 1997 si sono tenute le elezioni anticipate, con la scontata vittoria della SDS e con l’emergere di profonde divisioni all’interno del partito socialista, con l’ala riformista di Parvanov intenta ad isolare Videnov e Minchev, e con Lilov impegnato in una difficile mediazione.
Il governo guidato da Kostov si è distinto da subito per la totale subalternità a Stati Uniti e FMI, mescolando il più rigido liberismo con disegni autoritari. Fino ad un nuovo tracollo del paese, del quale ha approfittato l’ex Zar Simeone II per aggiudicarsi a sorpresa le elezioni politiche del giugno 2001 sulla base di un programma tanto demagogico quanto generico, puntualmente trasformatosi in subalternità ai poteri forti una volta al governo. Il Movimento Nazionale Simeone II ha ottenuto il 42,74% (a tanto arriva la frustrazione!), con la SDS in rotta (18%) e la Coalizione per la Bulgaria – una sorta di cartello delle forze di centro sinistra comprendente tra gli altri socialisti, comunisti di Paunov, antifascisti di Valkanov, agrari di sinistra e forze di orientamenti riformista – al 17%. E con il DPS di nuovo ago della bilancia.
Date le pessime prove di Simeone, che vede assottigliarsi sempre più la propria maggioranza a causa del proprio dilettantismo e con il DPS di Dogan sempre più determinante per gli equilibri di governo, alle presidenziali del novembre 2001 si è determinata una nuova sorpresa: vittoria del presidente dei socialisti Parvanov contro il presidente uscente della destra Stoyanov, sostenuto anche da Simeone. Con Dogan protagonista nel sostenere Parvanov. Pur se fortemente critico rispetto all’aggressione della Nato contro la Repubblica Federale Jugoslava del 1999 e l’aggressione unilaterale contro l’Iraq della primavera 2003, Parvanov, riprendendo il nuovo programma dei socialisti (approvato non senza un acceso dibattito interno), ha precisato la propria intenzione di procedere nel percorso di integrazione euroatlantica, pur se sulla base di una maggiore autonomia e guardando anche ad Oriente, non solamente verso Russia ed Ucraina, ma anche India e Cina.
Determinante per il prossimo futuro sarà anche la discussione interna al Partito Socialista, dove la Piattaforma Marxista pare in grado di condizionare, almeno in parte, le decisioni interne al partito, dove però l’ala più riformista, vicina alle socialdemocrazie occidentali, pare essersi imposta.
Sul piano politico, quanto potrà resistere un paese depredato e ridotto allo stremo, con il partito della minoranza turca da anni ago della bilancia della vita politica?

Repubblica Ceca e Slovacchia
Comunisti in ascesa

A 14 anni dai rivolgimenti del novembre 1989, qual è oggi la situazione nei paesi dell’ex-Cecoslovacchia?
Per valutare l’attuale stato delle cose è necessario ripercorrere brevemente le vicende che hanno caratterizzato la storia dei due paesi, Repubblica ceca e Slovacchia, a partire dalle cause che portarono, nel gennaio del 1993, alla frantumazione della Cecoslovacchia e alla nascita delle due nuove entità statali.
Il ritorno al potere della borghesia, subito dopo la liquidazione del vecchio regime socialista, portò con sé anche il ritorno dei vecchi contrasti nazionali determinati dalla diversità di interessi capitalistici che si andavano affermando nei due territori della Cecoslovacchia. Mentre il capitalismo ceco si orientò subito verso la Germania e l’occidente in generale, attuando subito una politica iperliberista che consentì una rapida privatizzazione di tutti i settori economici, compresi quelli strategici, e quindi la svendita del patrimonio pubblico alle multinazionali straniere, in Slovacchia – dove le basi economiche poggiavano soprattutto sull’industria pesante che produceva in prevalenza per il mercato dell’ex-Unione sovietica – si capì subito che la privatizzazione di questo settore avrebbe portato, come in effetti in alcuni casi avvenne (in specie nella Slovacchia orientale) alla chiusura delle aziende e a una disoccupazione di massa. Da un lato, dunque, la borghesia ceca spingeva la Slovacchia all’impoverimento per riportarla alla funzione che essa aveva prima dell’avvento del socialismo, cioè a un’area che fornisse manodopera ricattabile e a basso costo per l’industria ceca; dall’altro, la nascente borghesia slovacca sentiva minacciate da questo tipo di politica le basi stesse della propria esistenza e, pertanto, fomentò gli umori nazionalistici della popolazione, reclamando l’autonomia nell’ambito di una Cecoslovacchia confederata, e successivamente scegliendo la soluzione dell’indipendenza di fronte al rifiuto, da parte ceca, di dar vita a uno stato confederato. Gli artefici della separazione delle due repubbliche furono i due maggiori protagonisti della politica delle due repubbliche in quella fase, entrambi di destra, entrambi nazionalisti: il ceco Vaclav Klaus e lo slovacco Vladimir Meciar, anche se il primo si caratterizzava per il suo ultraliberismo, mentre il secondo per il suo spiccato populismo.
Dopo la separazione, i due paesi sembrarono per alcuni anni intraprendere due vie alquanto divaricate. La Repubblica ceca continuò a integrarsi sempre più con l’economia occidentale, conducendo all’interno una politica ferocemente anticomunista e candidandosi in modo febbrile ed anche molto servile all’ingresso incondizionato nella Nato prima e poi nell’Unione europea, e caratterizzandosi in politica estera per il suo iperatlantismo, che la portò ad approvare e partecipare direttamente a tutte le guerre ingaggiate in questi anni dalla nato e dagli Usa.
La Slovacchia, fino a che al governo è restato Meciar e la sua coalizione nazional-populista, ha condotto una politica assai indipendente sul piano internazionale, mantenendo buoni rapporti con tutti, sia a est che a ovest; quantunque da ovest si rispondesse con ostilità a questa scelta neutralista, con una campagna di denigrazione della democrazia slovacca e in particolare del capo del governo, Meciar, accusato di volta in volta di violazione della legalità, di oppressione delle minoranze etniche, di autoritarismo, ecc. La stessa severità di giudizio non era espressa, però, nei riguardi della Repubblica ceca, dove la violazione dei diritti politici e civili era molto più vasta e si concretizzava leggi liberticide, che vietavano – e vietano tuttora – la propaganda del comunismo e della lotta di classe, e con leggi, quali la “lustracny zakon”, che vieta a chiunque sia stato iscritto al partito comunista nei 40 anni di socialismo di ricoprire cariche pubbliche. Tuttora sono in corso processi fondati sul principio della “colpa collettiva” (un principio, quindi, altamente illiberale), e un giovane giornalista di Sumperk, David Pecha, è stato in questi mesi sotto processo per propaganda del comunismo, rischiando fino a 8 anni di carcere. Processo oggi sospeso.
Con la sconfitta di Klaus nella Repubblica ceca, alla fine degli anni 90 subentrano alla guida del governo i socialdemocratici, che danno vita a una strana coalizione con un partito di centro (il Partito popolare) e un partito della destra neoliberista (Unione della libertà), pur essendoci in parlamento i numeri per dar vita a un governo di sinistra assieme ai comunisti, che hanno oggi quasi il 20% dei voti e 41 deputati sul totale di 200 che compongono il parlamento. La scelta neoliberista dei socialdemocratici ha fatto sì che, anche dopo la sconfitta del Partito civico democratico di Klaus, la politica sia interna che estera della Repubblica ceca non sia sostanzialmente cambiata e sia contrassegnata da una forte continuità a partire dai primi anni novanta fino ad oggi.
In Slovacchia la sconfitta di Meciar, a metà degli anni 90, portò ad una instabilità politica che perdura tutt’oggi, e a un succedersi di governi costituiti da coalizioni ibride (partiti di centro-destra e centro-sinistra alleati trasversalmente) e instabili, che però sono caratterizzate da un tratto comune che segna una decisa inversione di rotta rispetto ai governi Meciar: la scelta liberista in economia e il filoatlantismo in politica estera.
Con la caduta di Meciar, dunque, anche la Slovacchia si allinea alle scelte in precedenza compiute dalla Repubblica ceca, facendo sfumare le differenze politiche dei due paesi. Il governo Slovacco, guidato oggi da Mikulas Dzurinda, ha portato il paese a confluire nella Nato e all’adesione all’Unione europea (sia la Repubblica ceca che la Slovacchia vi entreranno nel 2004). La svolta politica in Slovacchia non è stata però per nulla indolore. Il rapido e massiccio processo di privatizzazione e liberalizzazione si è abbattuto come una tempesta sulla parte più debole della popolazione e sulle aree più povere del paese: la disoccupazione in alcune zone, come la regione di Kosice, raggiunge il 20, 25 e anche il 30%. Il disastro sociale provocato è ancora più devastante di quello prodottosi nella Repubblica ceca, che poteva contare su un’economia e un reddito più solidi. Alle elezioni politiche della primavera 2002, il Partito Comunista Slovacco, strettamente legato ai comunisti di Boemia e Moravia, ha ottenuto il 6,32% dei consensi, entrando per la prima volta nel Parlamento di Bratislava con 11 deputati.
Entrambi i paesi stanno attraversando una fase di stagnazione economica, crescita delle disuguaglianze, disagio e conflitti sociali. Proprio in questi giorni una serie di scioperi e agitazioni stanno interessando una serie di categorie sociali, in particolare nella Repubblica ceca, in seguito ai tagli sociali approvati con la Finanziaria. I lavoratori dei trasporti, della scuola e della sanità sono in prima fila in questa ondata di lotte.
Si può dire, dunque, che tra i due paesi le differenze siano di nuovo state appianate sia in negativo che in positivo. Negativi sono il neoliberismo, le disuguaglianze sociali, le scelte di guerra. Positiva l’opposizione sociale che va crescendo, e con essa cresce anche la sinistra antiliberista, in particolare i partiti comunisti dei due paesi.

Polonia
dove la “terza via” è una realtà

Come l’Ungheria, anche la Polonia è entrata nella spirale del debito con l’Occidente a partire dai primi anni ’70, quando il governo Gierek ha lanciato un ambizioso programma di modernizzazione economica attraverso l’importazione di tecnologie avanzate. Una sorta di rivoluzione tecnico-scientifica che ha finito per provocare solamente un’espansione senza limiti e controlli del debito estero: dai 15 miliardi di dollari del 1979 ai 38 del 1988, corrispondenti a quasi la metà del PIL, con la necessità di contrarre nuovi debiti per pagare i servizi sul debito. Da qui la necessità da parte dei diversi governi guidati dal Partito Operaio Unificato Polacco di introdurre politiche di austerità, con un consistente aumento del conflitto sociale, prontamente cavalcato dal sindacato indipendente e filoccidentale Solidarnosc, costituitosi nell’estate 1980. Nel 1988, quando ormai la Polonia era sull’orlo della bancarotta e le proteste di massa, si è costituita una Tavola rotonda tra il POUP e Solidarnosc, unica forza ormai in grado di contare sul sostegno tanto della maggioranza della popolazione polacca (come dimostratosi alle elezioni del giugno 1989), quanto dei paesi occidentali creditori. Il governo di unità nazionale guidato da Mazowiecki, esponente di Solidarnosc, si è caratterizzato per una vera e propria terapia d’urto verso il libero mercato su basi capitalistiche, attraverso un piano di austerità ben peggiore di quelli precedentemente adottati dal POUP, ed una totale subalternità alle esigenze del capitalismo di rapina delle potenze occidentali, provocando la crisi più grave che la storia della Polonia ricordi. Forse seconda solamente alla spartizione tra Russia, Austria e Prussia della seconda metà del XVIII secolo. Nel frattempo, dalle ceneri del POUP era sorta la Socialdemocrazia della Repubblica Polacca (Sdrp, gennaio 1990), con i circoli riformisti, decisi a liquidare l’esperienza socialista, largamente maggioritari, mentre solamente una piccola parte dei quadri aveva dato luogo all’Unione dei Comunisti-Proeltariato, formazione di orientamento comunista più tradizionale, con limitato consenso di massa ma con una presenza visibile in alcune organizzazioni sindacali, e oggi confluita nel neo-costituito Partito Comunista di Polonia.
Dopo la vittoria del massimo esponente di Solidarnosc, Walesa, alle elezioni presidenziali del novembre 1990 (al ballottaggio con il 74% dei consensi), il quadro politico polacco si è frammentato con le elezioni del 27 ottobre 1991, caratterizzate da una bassissima partecipazione al voto (43,2%) e dalla presenza di ben 29 partiti al Sejm (Camera bassa). Tra questi, l’Unione Democratica con il 12,3% e la neocostituita Alleanza per la Sinistra Democratica (Sld), coalizione di centro-sinistra guidata dalla Sdrp, con il 12%. Mentre il capitale straniero si appropriava di diversi settori strategici dell’economia polacca, senza risolvere affatto la crisi che attanagliava il paese, Walesa è intervenuto più volte nel tentativo di condizionare i tre diversi governi di centro-destra che si sono succeduti in due soli anni. Questo atteggiamento arrogante e paternalistico del presidente si è rivelato alla lunga disastroso per le forze di centro-destra. In questo contesto, alle elezioni anticipate del 19 settembre 1993 si è imposta la Sld, in alleanza con il Partito Polacco dei Contadini (Psl), forza politica della piccola e media borghesia agraria progressista con forte connotazione sociale ed anti-liberista, mentre il blocco sostenuto da Walesa ha ottenuto solamente il 5,4%.
Con il governo Pawlak (Psl) si è assistito ad un rallentamento delle riforme liberiste, a partire dalle privatizzazioni, ma anche ad un braccio di ferro con l’allora presidente della Sld, Kwasnewski, sostenitore dell’integrazione euro-atlantica della Polonia e delle riforme ispirate dal FMI.
Nel marzo 1995 Pawlak è stato costretto a rassegnare le dimissioni, mentre nel novembre Kwasnewski ha sconfitto a sorpresa Walesa alle presidenziali (51,7 contro 48,3% al ballottaggio). Nonostante questo, alle elezioni politiche del 21 settembre 1997 la destra, riorganizzatasi nell’Azione Elettorale Solidarnosc e pronta a cavalcare parte della protesta sociale, ha sconfitto la coalizione di centro-sinistra, grazie al crollo del Psl ma non della Sld. Nel marzo 1999, con grande soddisfazione del governo di centro-destra di Buzek ma anche del presidente Kwasnewski, la Polonia è entrata a far parte della Nato, sostenendo incondizionatamente l’aggressione contro la Repubblica Federale Jugoslava.
Se nel giugno 2000 l’Unione delle Libertà è uscita dalla coalizione di governo, costringendo Buzek a costruire un esecutivo di minoranza, alle presidenziali dell’ottobre Kwasnewski è stato eletto al primo turno con il 54% dei consensi, nonostante l’aperta opposizione del Vaticano. In seguito, alle legislative del 23 settembre 2001 si è imposta largamente la Sld, dal 1999 non più coalizione ma partito unico delle forze di centro-sinistra, pur se in alleanza con l’Unione del Lavoro, piccola formazione politica di orientamento riformista e, come l’Alleanza Socialdemocratica, componente dell’Internazionale Socialista.
Nel contempo all’interno del Psl si è aperto un ampio dibattito sulla necessità di sostenere o meno il nuovo governo. Nonostante questa vittoria sia stata anche il frutto di una reazione popolare contro le politiche liberiste di Buzek, la socialdemocrazia polacca pare non voler affatto mettere in discussione il proprio orientamento moderato tanto sul piano della collocazione internazionale quanto su quello delle riforme economiche. Non solo il primo ministro Miller (Sld) ha sottoscritto il documento “degli otto” a favore dell’aggressione anglo-statunitense contro l’Iraq, ma la Polonia è l’unico paese dell’area ad aver inviato un proprio contingente militare nel paese illegalmente occupato.
A seguito del referendum del 7 e 8 giugno 2003 riguardante l’adesione alla UE, con una schiacciante vittoria dei “sì” (77,45% contro 22,55) pur se con una percentuale di votanti al di sotto delle aspettative (58,85%), la Polonia dovrebbe entrare a far parte dell’Unione a partire dal maggio 2004.
Per dirla con Bruno Drewski, (Humanité, 20.09.1997) “i partiti polacchi di oggi non si trovano realmente posizionati in funzione degli interessi reali ed attuali delle differenti classi sociali. Essi cercano un ‘allargamento di consensi’ partendo dalle istanze che si sono imposte nel momento dello smantellamento del socialismo ufficiale, il liberalismo ed il nazional-cattolicesimo… il dibattito politico è nettamente meno diversificato rispetto alla società, poiché la sinistra guarda largamente al centro. Numerosi polacchi sono tentati dall’astensionismo o sono esitanti tra un centro-sinistra eccessivamente liberale ai loro occhi e troppo laico, ed una destra eccessivamente oscurantista ma che si dichiara sociale”.

Romania
Un futuro a stelle e striscie?

Data chiave per la storia recente della Romania, in grado di condizionare ancora oggi il dibattito politico, è il dicembre del 1989, con il rovesciamento del regime di Ceausescu per opera del Fronte di Salvezza Nazionale (Fsn), organizzazione comprendente settori importanti dell’esercito e dei servizi di sicurezza e guidata da Iliescu, comunista della prima ora, posto ai margini della vita politica a partire dal 1971 e uomo molto vicino a Mosca ed al Kgb. Una volta arrestato, Ceausescu ha subito un rapido processo per poi essere fucilato.
Eletto presidente della repubblica con l’85% dei consensi nel maggio 1990, sfruttando abilmente le divisioni interne all’opposizione liberista e filo-atlantica, Iliescu ha tentato di imporre una transizione morbida verso il libero mercato ed il sistema capitalistico, una sorta di compromesso tra piano e mercato, attenta alle esigenze sociali di un popolo stremato da un decennio di austerità. Lo scontro con la destra ed il binomio Stati Uniti-FMI è stato durissimo ed ha finito per travolgere lo stesso Fsn. I minatori del bacino del Jiu sono scesi due volte a Bucarest in poco più di un anno: una prima volta per sostenere Iliescu contro l’opposizione e gli studenti, che chiedevano un’accelerazione delle riforme neoliberiste, ed una seconda nel settembre 1991 a sostegno della destituzione del primo ministro Roman (Fsn), anch’egli favorevole ai disegni del FMI ed all’integrazione euro-atlantica. Dopo un aspro e lacerante dibattito alla terza convenzione del Fsn (fine marzo 1992), i sostenitori di Iliescu, favorevoli a ristabilire il ruolo pubblico dello stato nella direzione dei processi economici, a partire dalla transizione verso il mercato, si sono organizzati nel Fronte Democratico di Salvezza Nazionale (Fdsn, poi Partito della Democrazia Sociale di Romania, Pdsr), uscito a sorpresa vincitore dalle elezioni politiche e presidenziali del settembre 1992 a spese del blocco delle opposizioni di destra, liberiste e filo-atlantiche (Convenzione Democratica Romena, Cdr, alla quale si era unito Roman). Alle elezioni legislative ha partecipato, pur tra mille difficoltà, anche il Partito Socialista del Lavoro (Psm), organizzazione di orientamento neo-comunista sorta nel novembre 1990 e guidata da Ilie Verdet, ottenendo un significativo 3,1% ed un totale di 13 deputati e 5 senatori.
La costituzione di un governo riformista orientato a sinistra non ha risolto le difficoltà del paese, subendo nel profondo i contraccolpi della destabilizzazione dei territori della ex Jugoslavia e l’aggressione di Stati Uniti di organizzazioni finanziarie internazionali. Una difficoltà che ha senza dubbio favorito l’affermazione della destra liberista alle elezioni del novembre 1996, con l’affermazione di Constantinescu alle presidenziali e dell’asse Cdr-Roman, alleatisi con il partito della minoranza ungherese (Unione Democratica Magiara, Udmr), alle politiche. Il Partito Socialista del Lavoro, dopo aver ottenuto un risultato brillante alle elezioni amministrative del giugno, non è riuscito a superare la soglia del 3%, con un risultato poco lusinghiero del proprio candidato alle presidenziali. Da qui una crisi del partito che si è protratta fino ad oggi.
L’accelerazione netta delle riforme neoliberiste, imposta dal governo Ciorbea in accordo con il FMI, ha provocato la distruzione di parte consistente del sistema produttivo ed un netto e consistente peggioramento delle già pessime condizioni di vita delle masse popolari. Una prima incrinatura nella compagine di governo si è verificata nella primavera del 1998, con l’uscita di Roman e la sostituzione di Ciorbea con Vasile. L’anno successivo, il 1999, è stato l’anno delle grandi mobilitazioni sociali contro il governo, inaugurate ancora una volta dai minatori del Jiu e seguite da insegnanti, lavoratori metalmeccanici e portuali. La risposta del governo e del presidente è stata esercito contro i minatori che marciavano su Bucarest e sostegno, contro gli orientamenti della grande maggioranza della popolazione e gli interessi stessi dell’economia romena, all’aggressione della Nato contro la Repubblica Federale Jugoslava. Nel dicembre, poi, Constantinescu, facendo carta straccia della Costituzione, ha sostituito Vasile con Isarescu, già presidente della Banca Centrale e uomo del FMI.
Alle elezioni del novembre 2000 il quadro politico romeno ha subito un evidente ma non scontato rovesciamento: vittoria del Pdsr alle elezioni politiche, con il partito xenofobo ed ultranazionalista Romania Mare (Rm) di Tudor come seconda forza politica del paese e la destra liberista allo sfascio, pur mantenendo una certa importanza sul piano degli equilibri di governo. Alle presidenziali, Iliescu ha sconfitto al ballottaggio lo stesso Tudor (66,83% contro 33,17%), grazie anche al sostegno ricevuto dai tradizionali avversari della destra nel tentativo, riuscito, di isolare il candidato dell’estrema destra razzista (a tal proposito, non è mancato chi ha denunciato un presunto “complotto” rosso-bruno contro le riforme, attivo fin dal 1991).
Nel tentativo di tranquillizzare l’Occidente, il Pdsr ha dato vita ad un esecutivo di minoranza guidato da Nastase, considerato più integrabile nella logica liberale ed atlantica rispetto ad Iliescu, anche se quest’ultimo ha tenuto un atteggiamento assai accomodante, a partire dall’integrazione della Romania nella UE e nella Nato, senza però escludere aperture verso Oriente, dalla Russia alla Cina.
Da allora si è innescato un processo di avvicinamento e potenziale omologazione del Pdsr alle socialdemocrazie occidentali che occorre investigare a fondo, a partire dal Congresso straordinario del giugno 2001 per arrivare fino al sostegno di Iliescu all’aggressione unilaterale anglo-statunitense contro l’Iraq della primavera 2003, con una crisi tra Romania e Francia.
In questo processo di apertura alle socialdemocrazie occidentali, il Pdsr si è fatto scrupolo di assorbire quanto rimaneva del Partito Socialista del Lavoro, complice il Presidente del Psm Sassu (eletto nell’estate 2000 e protagonista di un pessimo risultato alle elezioni del novembre), senza nemmeno premurarsi di rispettare la legislazione romena. Il 23 agosto la maggioranza dei quadri del Psm si è ritrovata a Bucarest per un Congresso straordinario, decisa a mantenere in vita il proprio partito, eleggendo presidente Rotaru e chiedendo una campagna di mobilitazione internazionale contro l’usurpazione avvenuta, volta a cancellare la presenza stessa dell’organizzazione potenzialmente più pericolosa alla sinistra del Pdsr.

Ungheria
Alternanza senza alternativa

Insieme alla Polonia, l’Ungheria si è rivelata uno dei cosiddetti “anelli deboli” del blocco socialista sorto al termine del secondo conflitto mondiale. Strangolato dalla morsa del debito con le banche occidentali a partire dai primi anni ’70, nel 1982 il governo di Budapest è costretto a ricorrere al FMI, data anche la dipendenza dalle importazioni di tecnologie avanzate che gli impedivano di non riconoscere il debito, salito a 19-20 miliardi di dollari alla fine del 1988. L’imposizione di una serie di riforme economiche assai più favorevoli agli interessi del capitalismo occidentale che del paese andava di pari passo con la penetrazione imperialista, guidata dal finanziere Soros, e con la destabilizzazione politica del paese, agevolata dai circoli riformisti interni al Partito Socialista Operaio Ungherese. Gli stessi che, guidati dal primo ministro Nèmeth e dal ministro degli esteri Horn, imposero il cambio del nome al partito (Partito Socialista Ungherese) ai primi di ottobre del 1989, sostenendo la necessità di abbattere e non riformare il sistema socialista.
La terapia d’urto per introdurre un’economia di mercato su basi capitalistiche e per collocare l’Ungheria nel contesto euroatlantico è stata garantita dal governo Antall (1990-1993), sostenuto dal Forum Democratico Ungherese in coalizione con i Cristiano-Democratici ed il Partito dei Piccoli Proprietari, in rappresentanza della piccola e media borghesia agraria. I costi sociali sono stati enormi, dal calo costante della produzione nei diversi settori dell’economia ad una disoccupazione e ad un impoverimento di massa. Un balzo indietro che ha determinato e, soprattutto, continua a determinare la totale dipendenza dell’Ungheria dalle potenze imperialiste, a partire soprattutto da Germania e (oggi) Stati Uniti.
Morto Antall alla fine del 1993, alle successive elezioni del maggio 1994, come reazione alle riforme, si è affermata la coalizione composta da PSU ed Alleanza dei Liberi Democratici (primo cartello delle forze di opposizione costituitosi nel maggio 1988). A questo appuntamento elettorale ha partecipato anche il Munkaspart, Partito dei Lavoratori Ungheresi, erede diretto, pur se minoritario, del POSU, ottenendo il 3,2% dei consensi e 110.000 voti. Un risultato non trascurabile se si considerano le enormi difficoltà iniziali, l’isolamento e le continue e violente campagne anticomuniste. Il governo guidato dal socialista Horn si è caratterizzato per il proprio orientamento neo-liberale, promettendo di completare sia il programma di privatizzazione entro il 1998, sia le politiche liberiste di adeguamento strutturale in vista dell’ingresso nella UE. Oltre a questo, Horn ha garantito un ingresso senza tensioni nella Nato. I costi di questa politica si sono visti chiaramente alle successive elezioni del maggio 1998: scarsa affluenza alle urne, tenuta dei socialisti ma crollo dei liberali, e conseguente vittoria della destra liberista e populista della Fidesz (Partito dei Giovani Democratici), grazie ad un uso massiccio dei mezzi di comunicazione di massa ed al sostegno di quella parte della borghesia di affari ungherese lasciata ai margini da Horn. Buono anche il risultato del Munkaspart, che ha visto crescere la sua base di consenso, sfiorando con il 4% lo sbarramento ed ottenendo 180.000 voti.
Con Orban, una sorta di giovane e rampante Berlusconi magiaro, l’Ungheria è entrata a far parte della Nato nel marzo 1999, sostenendo l’aggressione militare contro la Repubblica Federale Jugoslava. Sul piano interno, le riforme hanno continuato ad allargare inesorabilmente la forbice delle disuguaglianze all’interno del paese. Dopo un quadriennio di governo Orban, alle elezioni dell’aprile 2002 il quadro politico ha subito una inaspettata modifica: vittoria, pur se di misura e grazie all’apporto di nuovo decisivo dei liberali, dei socialisti e sconfitta della Fidesz, anche se per soli 10 seggi. Con il Munkaspart che, stretto tra il voto utile, l’alta affluenza alle urne (71%) e l’impossibilità di accedere ai mezzi di comunicazione di massa e di costruire un’alleanza con l’asse socialisti-liberali, ha ottenuto un risultato negativo: 2,2% e 120.000 voti. Nonostante questo risultato, al secondo turno elettorale i comunisti hanno sostenuto contro Orban i candidati socialisti (Thurmer, presidente del partito: “Noi non abbiamo modificato la nostra opinione fondamentale riguardo la politica del Partito Socialista, ma in queste circostanze noi intendiamo contribuire anche al cambio del governo”). Governo oggi guidato dal socialista Medgyssey, che pare voler ripercorrere in pieno le orme di Horn.
Nel corso della crisi che ha preceduto l’aggressione unilaterale anglo-statunitense contro l’Iraq, il governo ungherese è stato tra i promotori, insieme ad Aznar, Blair e Berlusconi, del documento “degli otto” a sostegno della politica di Bush, a partire dalla guerra preventiva, e contro Francia, Germania e Russia. Una scelta di campo che non lascia spazio a dubbi, e dimostra la quasi totale subalternità di Budapest a Washington. Il 12 aprile 2003, poi, si è tenuto il referendum per l’adesione dell’Ungheria alla UE, a partire dal maggio 2004: bassa l’affluenza alle urne (45,62%), ma netta l’affermazione dei “sì” (83,76%).
Nel frattempo, proprio in queste settimane si è aperta l’ennesima campagna anticomunista che, approfittando di un impianto legislativo per nulla in linea con quello della UE, ha portato al fermo del Vicepresidente del Munkaspart, Attila Vajnai, per essersi mostrato in pubblico con una stella rossa appuntata sul petto. Pluralismo, libertà e democrazia.