Lettera al Movimento

*Tavolo Bastaguerra dei Socialforum

DOV’È L’OPPOSIZIONE POLITICA ALLA GUERRA? COME TORNARE ALLA PAROLA D’ORDINE “ NO ALLA GUERRA SENZA SE E SENZA MA”?

Cerco di placare la mia rabbia e il mio dolore di fronte alla guerra infinita in Iraq, facendo ricorso al ragionamento. Dove siamo ora noi? È questo che dobbiamo chiederci. Dalle immagini sfolgoranti del 15 febbraio 2003 per le strade di Roma, all’immagine insostenibile del papa che accoglie in visita Allawi, il boia di Baghdad, poche ore prima del massacro annunciato di Falluja, poco prima di tornare a casa per imporre la legge marziale e dichiarare guerra al suo stesso popolo. Un silenzio assordante, fatto di impotenza e disorientamento ha avvolto questo ultimo evento, come avvolge il mattatoio iracheno e l’agire indisturbato degli squadroni della morte a stelle e strisce.
Che cosa è successo tra questi due momenti, tra la Roma del 15 febbraio e il Falluja-Halloween di oggi? Il buon senso mi fa dire che, quando un movimento, sia pure imponente e di massa, non raggiunge i suoi obiettivi, si stanca, cade nell’impotenza e torna a casa. Ma perché non abbiamo raggiunto gli obiettivi, cosa è mancato? Credo che un elemento- chiave sia la mancanza di un’opposizione politica in Italia al governo di guerra, una opposizione vera, forte e omogenea, che potesse fare da sponda alla richiesta univoca del movimento “ No alla guerra senza Se e senza Ma”.
Una opposizione che avrebbe dovuto suscitare e sostenere il grande consenso pacifista che aveva nel paese e insorgere nei momenti cruciali. Insorgere quando è stata scatenata la guerra il 20 marzo del 2003, bloccando il Parlamento, chiamando allo sciopero generale, chiamando migliaia di persone ad azioni dirette di massa a oltranza, come dieci volte Scanzano, per scongiurare l’invio di truppe italiane, per abbattere il governo di guerra. Le truppe sono partite, nessuna rivolta di massa, nessuna rivolta in Parlamento, nessun effetto Zapatero, nessun rovesciamento del governo. Anzi, balletti indecorosi su ritiro sì, ritiro no, astensione, tre righine per carità, sì forse con l’Onu, resistenza mai.
Il movimento è stato lasciato solo. La minoranza dell’opposizione non si è dissociata dalla maggioranza dell’opposizione per cominciare un percorso più radicale, si è acquietata su petizioni di principio.
Il movimento si è indebolito e diviso, il Comitato Fermiamo la Guerra ha cominciato a disquisire se le lotte del trainstopping erano violente o no, se il popolo iracheno faceva bene a resistere, con le armi o senza, se era giusto cacciare o no Fassino anche se non voleva ritirare le truppe. Nel frattempo il popolo della pace gradatamente riduceva la sua partecipazione; ogni manifestazione sempre di meno, basta con le marce in piazza, tanto a che serve. Poi sono cominciati i bombardamenti mediatici sulla lotta al terrorismo, mentre di fatto la guerra lo faceva crescere, come la benzina sul fuoco. Oggi siamo allo sterminio programmato del popolo sunnita ribelle, che si aggiunge naturalmente allo scempio dei corpi della popolazione disarmata, il cosiddetto effetto collaterale, frutto principale invece del terrorismo di stato.
Qualcuno a sinistra giudicava Allawi una porta per la democrazia in Iraq. Invece è solo la porta dell’inferno, un macellaio servile, insieme ai macellai di Negroponte, oggi come mai liberi di agire per sterminare gli oppositori e imporre elezioni farsa, sotto dittatura militare, con le urne appese a montagne di cadaveri.
Sono rivoltata e straziata. Il popolo della pace è tornato a casa: disperato? rassegnato? impotente? disorientato? E c’è una strada che porta fuori dal pantano? Dal pantano italiano, intendo. Gramsci diceva che la verità è rivoluzionaria. Forse allora bisognerebbe fare uno sforzo di verità e ristabilire l’abc della politica. Provo a fare affermazioni di verità.
– L’aggressione militare all’Iraq e la conseguente occupazione militare da parte degli angloamericani e dei loro alleati, compresa l’Italia, è contro la legge internazionale e la morale dei popoli.
– Il governo Allawi è illegittimo, mai eletto dal popolo e nominato dagli occupanti illegali, con cui collabora per sterminare gli oppositori e assoggettare la popolazione.
– Accogliere Allawi in visita in Italia, in Europa e in Vaticano (senza una parola contro del movimento pacifista), è stato un atto di ingiustizia internazionale.
– L’imposizione della legge marziale in Iraq e il via libera al massacro di Falluja da parte del governo Allawii costituiscono un atto di guerra civile.
– Ciò che si sta compiendo a Falluja da parte degli eserciti occupanti e delle forze speciali irachene è un crimine contro l’umanità, di cui si fanno complici gli alleati delle forze occupanti – come l’Italia – e gli alleati politici di Allawi che ancora tengono questo governo fantoccio.
– La conferenza di pace e le elezioni di gennaio sono una beffa internazionale ed un’espropriazione di sovranità al popolo iracheno.
– Nessun processo di pacificazione sarà possibile fino a quando non si ristabiliscono le condizioni della legalità internazionale, con la fine dell’occupazione militare, la destituzione del governo Allawi, il risarcimento dei danni da parte degli aggressori, la smilitarizzazione del paese.
– Il popolo iracheno ha diritto di difendersi e di resistere, e noi non abbiamo il diritto, anche se amiamo la non violenza e ripudiamo il terrorismo, di confondere la resistenza col terrorismo, di criminalizzarla e indebolirla.
Ci sarebbero poi molti altri corollari, tra cui il fatto che l’Iraq è pieno di mercenari al seguito degli eserciti occupanti e delle imprese coloniali che hanno invaso il paese; che la legge italiana proibisce l’arruolamento mercenario, così come proibisce la guerra.
I mercenari italiani in Iraq erano mercenari, come una rosa è una rosa, e una rosa è una rosa. E come la guerra è la guerra, e la guerra è la guerra.
Oggi, di fronte a migliaia di corpi fatti a pezzi dei civili inermi e dei resistenti ad oltranza, noi, movimento italiano contro la guerra senza se e senza ma, rischiamo l’estinzione se non riprendiamo parola e lotte, se non ricostituiamo luoghi di riaggregazione e speranze, se non ripartiamo dalla verità.
Allora, dove siamo noi ora?
Vogliamo ricominciare a discutere, almeno in rete? Sento il bisogno di nuove parole.