L’eterodossa ortodossia del “comunismo rifondato”

Quinto congresso nazionale del Partito della Rifondazione Comunista. Congresso di svolta, si è detto, Congresso di innovazione, in cui il rifondato partito comunista libera le proprie ali dal piombo dello stalinismo, ammainando le luttuose bandiere del fallimentare socialismo reale novecentesco. Congresso, dunque, in cui l’intera esperienza storica del movimento operaio e comunista viene superata, a sinistra, nel segno della discontinuità.
Discontinuità rispetto al passato, rispetto ai troppi marxismi post-marxiani, rispetto al concetto stesso di partito quale intellettuale collettivo, la cui capacità di obiettiva e rigorosa analisi storica, oltre che la cui propria funzione di organizzazione di soggetti sociali che, per la loro precisa collocazione di classe, si pongono come potenzialmente alternativi al modo di produzione capitalistico, finisce con il divenire ingombrante, scomodo vestigio di un tempo indefinitamente lontano, epoca remota in cui il conflitto tra capitale e lavoro guidava la prassi rivoluzionaria del partito di massa.
Le contraddizioni e i conflitti del capitalismo globale trovano oggi una semplice risoluzione nel neokautskyano “ultraimperialismo” imperiale di Toni Negri; il ruolo di un partito comunista non può essere quindi che quello di soggetto genericamente antagonista nei confronti di un vago potere invasivo ed omnicomprensivo, di una realtà ribellistica che mitopoieticamente si oppone allo stato d’eccezione permanente della rivoluzione capitalistica conservatrice.
Ma il Partito, nelle Federazioni, risponde diversamente, abbandonando i buoni propositi di rinnovamento ed autoriforma magnificati nelle tesi di maggioranza; proponendo, nei fatti, la versione edulcorata di un’impostazione organizzativa che palesa, sempre nei fatti, l’incapacità di superare alcuni degli aspetti più deteriori del peggiore stalinismo.
Federazione di Bergamo, Congresso Provinciale, 15 – 16 marzo 2002. Questa la mia esperienza.

1. Il giorno venerdì 15 espongo alla Commissione elettorale la mia intenzione di presentare al voto della platea congressuale alcuni degli emendamenti alle tesi di maggioranza elaborati a livello nazionale (14-15, 39, 51-52) e un ulteriore emendamento votato a maggioranza dal circolo di Treviglio (Bg) relativo alla tesi 63 di maggioranza.
2. La presidente della Commissione elettorale motiva l’impossibilità di presentazione degli emendamenti con l’insufficienza di voti riscossi nei circoli nella misura non raggiunta di 15/100. Il che risulta in esplicito contrasto con le norme di procedura congressuali secondo cui è necessaria e sufficiente la sottoscrizione di un numero di delegati pari al 3% degli aderenti al documento congressuale di riferimento.
3. Soltanto dopo ripetuti appelli al rispetto delle norme procedurali, nella mattinata del giorno 16 marzo, ottengo la possibilità di esporre gli emendamenti con la sottoscrizione degli stessi da parte di un’altra compagna.
4. Per la loro presentazione sono concessi due minuti per emendamento, a ciascuno dei quali seguono svariati interventi dei vari dirigenti provinciali e regionali che in un’occasione interrompono addirittura l’intervento di illustrazione con contro-argomentazioni mistificanti e non concernenti la sostanza del dibattito.
5. Al termine della presentazione degli emendamenti, avvenuta prima della votazione delle due diverse tesi nazionali, e quindi prima della divisione ai fini della votazione della platea congressuale, viene violata la procedura secondo cui può intervenire un delegato favorevole
ed uno contrario permettendo in due occasioni esclusivamente gli interventi dei compagni contrari agli emendamenti.
6. Prima della votazione delle due tesi distinte, facendo ricorso, in interventi ripetuti anche in fase di voto, al principio non espresso dal regolamento congressuale del “vincolo del mandato espresso tramite la delega”, non viene inoltre registrato il voto di alcuni compagni con la motivazione che gli stessi avrebbero in seguito votato la seconda mozione.
7. Una volta maturata la convinzione di presentare una lista alternativa alla lista che presumibilmente sarebbe stata “lista bloccata”, un membro della Segreteria mi avvisa del fatto che è necessaria la sottoscrizione del 30% dei delegati della platea congressuale. Solo in seguito la Presidente della Commissione elettorale rettifica sostenendo che si ha la necessità del 10% dei delegati della tesi di maggioranza.
8. Una volta raggiunte e presentate le sei firme necessarie la stessa Presidente cambia la valutazione precedentemente da lei stessa espressa sostenendo la necessità di sette firme, ovvero il 15% dell’intera platea congressuale.
9. A quel punto, fidatomi delle sue indicazioni, rinuncio alla presentazione della lista alternativa, proponendomi di chiedere la possibilità che il voto venga espresso con lista aperta.
10. Viene bocciata la proposta di modalità organizzativa per insufficienza di richiedenti (viene addirittura sottolineata la necessità della presentazione formale e scritta della richiesta) e si passa alla fase del voto dopo una serie di interventi, non consentiti dal regolamento, dei dirigenti provinciali in cui si rimarca la conclamata illeggittimità e a-democraticità della possibilità che
compagni non facenti parte delle liste bloccate per il Congresso regionale e nazionale vengano eletti per le stesse istanze congressuali.
11. Una volta ottenuta la votazione con liste bloccate, le stesse raccolgono poco più del 50% delle approvazioni.
12. A questo si aggiunga il fatto che anche nella fase congressuale direttamente precedente le procedure di voto numerosi sono gli interventi in cui si sottolinea la presunta a-democraticità della stessa presentazione e votazione degli emendamenti (che, comprese le astensioni, raggiungono un consenso pari circa al 20%).
13. È da sottolineare che i criteri tramite cui è stata stilata la lista dei compagni indicati come delegati per i congressi regionale e nazionale è tale per cui:
a) nessun compagno presente rappresenta posizioni minimamente discordanti con la maggioranza (più la minoranza della seconda mozione cooptata, per accordi interni, nella lista bloccata);
b) nessun compagno presente rappresenta la realtà importante (in termini di attività svolta, risultati elettorali e vastità territoriale) della Bassa Bergamasca;
c) nessun compagno presente rappresenta la realtà operaia del territorio (nessun delegato operaio ad un congresso di un partito comunista è un fatto grave quanto insolito).
Non credo sia possibile, laddove la diversità venga tacitata ricorrendo all’arrogante principio della gerarchia, affermare, in buona fede, che sia stata fatta fede all’ossequiosa e teoricamente ostentata osservanza dell’assunto secondo cui ogni differente posizione, quand’anche radicalmente divergente da quella della maggioranza dei compagni, abbia piena ed assoluta legittimità di espressione.
Le conclamate orizzontalità e contaminazione sono pratiche organizzative dimostratesi fasulle, la democrazia un feticcio mistificatorio in senso marxiano, l’apertura movimentista la bizzarra sublimazione della gestione dirigistica del partito a livello territoriale, l’insoddisfazione nei confronti della quale ben emerge dal fatto che quasi il 50% dei compagni non abbia votato a favore delle liste bloccate.

Se è vero che il militante comunista non è e non potrà mai essere, anche oltre il novecento, l’anonimo volontario laico della politica, è d’altro lato auspicabile che il militante comunista, colui il quale dà voce con la sua opera quotidiana nelle fabbriche e nelle scuole all’intellettualità collettiva, allo scientifico sogno proletario, non sia ridotto, da questa prassi, da questa strana concezione della dialettica interna, a funzionario coatto della nuova, originale ed al contempo vieta eterodossa ortodossia del comunismo rifondato.