L’eredità di Paolo Volponi: utopia industriale e invenzione letteraria

*Curatore, per la casa editrice Einaudi, dell’opera completa di Paolo Volponi

Mi piace chiamarmi Volponi e penso a l l ’ e roismo della volpe che, presa in trappola, si morde la zampa pur di scappare. Io sono così, non riesco a rimanere chiuso in trappola e mi strappo la gamba pur di scappare“

La smisurata eredità che la cultura e il pensiero critico italiano potrebbero raccogliere da Paolo Volponi forse può essere condensata in poche parole-chiave: autotrascendersi, fuoriuscire, cercare un varco. Volponi è nato il 6 febbraio 1924 a Urbino, dove il nonno paterno aveva fondato una fornace di mattoni. La sua adolescenza, chiusa in una provincia mezzadrile, sigillata dalla retorica fascista, trovò in quell’attività protoindustriale e nel passato illustre del Montefeltro, dei “varchi”, dei punti di fuga. La fornace con la trasformazione delle crete e con la presenza dei lavoranti, fra cui erano radicate l’ideologia anarchica e quella repubblicana, lasciò un segno importante nella formazione del senso di realtà di Volponi. Dal canto suo, anche Urbino, splendido relitto rinascimentale, è al centro di un’intera rete di figure ossessive nell’opera narrativa e poetica di Volponi: in lui “Città ideale” e “Città nemica” si sovrappongono di continuo, in un doppio movimento negativo-affermativo di ricomposizione e deflagrazione.
Nel settembre 1943, ricevuta la “cartolina”del distretto militare di Pesaro, prese la decisione di non servire nell’esercito della neonata Repubblica Sociale Italiana e si allontanò da Urbino con una improvvisata formazione partigiana che si sbandò dopo il primo scontro con le pattuglie nazifasciste. Il padre lo nascose nella casa dei nonni materni a San Savino, da dove Volponi scappò nel 1944 per raggiunse il fronte e unirsi ai reparti alleati, in compagnia dei quali fece ritorno a Urbino. L’immagine della città natale violata dai mezzi corazzati e dal miscuglio multietnico degli eserciti, rappresentò il primo “rovesciamento del mondo”, l’emblema della fine di un’epoca, il segno dell’avvio di una modernizzazione liberatrice, leggendaria e inevitabile. L’epopea del dopoguerra spinse Volponi fuori dalla città natale. Nel momento di uscire da Urbino, egli – laureato in legge e poeta – si configura come un’intellettuale del tutto atipico nel contesto culturale quarantottesco: nell’Italia stretta dalla restaurazione clericale e dello zdanovismo insegue una ‘ricostruzione’ aderente ai bisogni dell’uomo, sogna un rinnovamento che immetta in Italia la spinta innovativa della modernità industriale valorizzando al contempo tutte le ragioni di un passato illustre e secolare.
Dopo aver pubblicato le sue poesie giovanili, con titolo Il ramarro, Volponi lascia Urbino e si impegna, fra il 1950 e il 1954, in una serie di inchieste sociali in Calabria, in Abruzzo, in Sicilia e in Basilicata a fianco dell’Ente di edilizia pubblica Casas (Comitato amministrativo di soccorso ai senza tetto) presieduto da Adriano Olivetti. Questa fuoriuscita dal grembo della città natale gli permise di sperimentare sul campo gli elementi sedimentati fin dall’infanzia e catalizzati dalla Liberazione: il rapporto città-campagna, il lavoro, la progettazione democratica, l’industria. Nel 1954 inoltre, trasferitosi a Roma per collaborare con il CEPAS (Centro educativo per assistenti sociali) ebbe modo di incontrare Pier Paolo Pasolini e di frequentare il gruppo bolognese di “Officina” (Roversi, Leonetti, Fortini, Scalia, Romanò).
Alla fine del 1956 fu convocato a Ivrea per assumere la direzione dei Servizi Sociali dell’Olivetti: all’industria attribuì funzioni di progettazione di nuovi mondi, d’invenzione di realtà sociali più avanzate, non di mero accumulo di profitti. Rispetto alle accuse di principesco paternalismo rivolte dalla sinistra di allora al modello olivettiano, Volponi si collocò strabicamente: in modo più moderato e al contempo ben più radicalmente contestatore. Dal 1955 Adriano, fortemente avversato da Confindustria, sta attuando una politica di alti salari e di riduzione dell’orario di lavoro. Una équipe coordinata da Roberto Olivetti sta inoltre impegnandosi nel settore pionieristico dell’elettronica (in seguito interamente colonizzato dai capitali statunitensi) in una ricerca che porterà, nel 1958, alla creazione dell’”Elea”, il primo calcolatore italiano. Dunque, mentre alla Fiat di Valletta, gerarchica e verticale, si istituivano i reparti-confino, a Ivrea continuava a sussistere un modello di autentica democrazia industriale a cui Volponi partecipò con passione. Al contempo, però, egli delega all’ambito, intrinsecamente ambiguo, dell’invenzione letteraria la verifica della tenuta del modello di democrazia industriale entro le complesse contraddizioni del “miracolo”, fuoriuscendo dai canoni documentaristici del romanzo neorealistico e “industriale” con una vicenda in prima persona e con un personaggio dolente, solitario e diviso.
Dopo la pubblicazione di Memoriale (1962) Volponi diventa un grande narratore e poeta. Le sue due attività per il momento si fronteggiano criticamente, con pari dignità conoscitiva, dividendo zone, tempi e gradi dell’intervento dell’autore. La scelta di un personaggio operaio nevrotico e visionario funziona come contestazione “corporale”, irriducibile a ogni riformismo aziendalistico ma anche “eversiva” rispetto al sindacalismo e alla politicizzazione. Analogamente, lo smisurato personaggio che dice “io” nel secondo romanzo, La macchina mondiale, pubblicato nel 1965, è un filosofo-contadino che, nelle forme monologanti di una lucida follia, riformula in termini premoderni il rapporto uomo-macchina e ripropone, in modi radicalissimi e stranianti, la questione utopica della pubblica felicità.
Mentre nasce e si estende nelle fabbriche l’esperienza dei consigli, nell’azienda di Ivrea nel 1971 Bruno Visentini propone a Volponi la massima carica manageriale. Nelle discussioni immediatamente precedenti l’accettazione di quel prestigioso incarico, Volponi ebbe modo di esporre a Visentini i propri intenti, riconfermando la lezione ereditata da Adriano. Spaventato dalla carica innovativa del progetto, Visentini, forse su pressioni degli azionisti, decise d’un tratto di affiancare a Volponi l’ex ammiraglio Ottorino Beltrami, stravolgendo in senso finanziario e aziendalista il disegno democratico volponiano. In quel preciso momento l’Olivetti imboccò la via che, per successivi “piani di risanamento”, la condusse nelle mani di Carlo De Benedetti a cui, nel 1978, furono sufficienti quindici miliardi e una vecchia compagnia di pellami trasformata in finanziaria per controllare l’azienda. Volponi rassegnò le dimissioni e uscì repentinamente dall’ azienda. Questa traumatica espulsione lasciò più spazio alla conclusione di un magmatico capolavoro: il romanzo Corporale (1974), una delle poche opere della letteratura italiana capace di reggere il confronto col grande romanzo europeo del Novecento. Scritto durante gli anni caldi, a cavallo del ‘68, Corporale – a prima vista – non sembra riflettere che in minima parte le tensioni, le speranze e i conflitti di quell’epoca. Eppure il protagonista, un fallito intellettuale di sinistra, vive nelle proprie viscere una duplice lacerazione: psichica e sociale. La sua paura della bomba nucleare e le sue incoerenze ideologiche alludono a una già avvenuta deflagrazione sociale, quella relativa all’avvio del postmoderno nostrano, col dilagare dei ceti medi e dei consumi culturali di massa, e con l’estinzione dell’Italia popolare.
Appresa la notizia dell’uscita di Volponi dall’azienda di Ivrea, Umberto Agnelli lo invitò a Torino e gli propose la consulenza del presidente della Fiat per i temi del rapporto fra l’industria e la città e, in seguito, la segreteria generale della Fondazione Agnelli; ma quando, con un articolo sull’Unità, lo scrittore-dirigente rese pubblica la propria decisione di votare per il Partito comunista, dalla dirigenza Fiat venne la richiesta di immediate dimissioni: epilogo distruttivo e desolante, che pose definitivamente una pietra sopra a ogni ulteriore tentativo di autonoma negoziazione intellettuale entro il mondo aziendale.
A partire dall’espulsione dalla Fiat, Volponi accentuò il proprio impegno politico, che culminerà nel 1983 con l’elezione al Parlamento come indipendente nelle liste del PCI. I numerosi articoli pubblicati nella seconda metà degli anni ’70 sul Corriere su “moneta”, “crisi”, “costo del lavoro” e “piano”, non consentono di essere letti come mera invocazione della razionalizzazione del capitale, entro il quadro liberaldemocratico della supremazia dell’impresa. Le politiche ‘fordiste’ subiscono nella pagina volponiana un processo di spostamento figurale e finiscono per liberare logiche non accettate e socialmente represse dal modo di produzione ormai dominante: in primo luogo quella inerente la contraddizione fra forma privata dell’appropriazione e sua potenziale socializzazione. In quel momento nel paese si consumava inoltre la frattura tra il movimento giovanile e il PCI, il primo sempre più portato verso atteggiamenti sovversivi e disperati, il secondo sempre più zelante difensore dell’ordine istituzionale. Il paragone tra i giovani in rivolta e gli animali in fuga negli articoli di Volponi del 1977 rende ragione delle nuove figure che andavano coagulandosi nell’immaginario volponiano alla vigilia della stesura del romanzo fantascientifico e allegorico Il pianeta irritabile (1978).
Volponi arrivò in Senato nel luglio 1983, eletto nel collegio di Urbino come indipendente nelle liste del PCI, e vi portò tutta la propria tensione utopica, il suo sogno di buon governo, celato sotto le maschere dell’impazienza e dell’ansia, del gioco verbale e della rivolta morale. Dal 1983, dopo un’investitura pressoché plebiscitaria, Craxi divenne presidente del Consiglio fino al 1987. Spazzati via tutti i movimenti antagonisti, l’economia italiana visse momenti di cieca euforia: si formò un nuovo ceto di arrampicatori, la Borsa di Milano aumentò di quattro volte la propria capitalizzazione, creando per la prima volta un legame diretto fra masse di risparmiatori e sorti del capitale, giunsero alla ribalta nuovi spregiudicati ‘condottieri’ come Raul Gardini nel campo della chimica o Silvio Berlusconi in quello dei media, e si diffusero a ritmo esponenziale ruberie, malversazioni, truffe, estorsioni. Volponi fece parte della Commissione Industria e in seguito della Commissione Affari Esteri del Senato. Le sue battaglie più accanite furono, nel marzo-giugno 1984, quella contro il Decreto Legge di “San Valentino”, voluto da Craxi, che tagliava d’imperio tre punti di scala mobile, l’invettiva sul Mezzogiorno e sull’”unità delle culture” nel novembre 1984, la battaglia contro la legge Russo- Jervolino sulle tossicodipendenze nel novembre 1989, e la lotta contro la Legge Mammì sui media nell’agosto 1990.
Fin dall’espulsione dall’industria Volponi aveva iniziato ad accumulare una grande quantità di appunti riguardanti due romanzi di ambientazione industriale, che rivelano la sua ansiosa capacità di raccontare le convulsioni della società italiana dal declinare degli anni Settanta in poi. Si trattava di un progetto narrativo sui detriti di quella che era stata la centralità operaia, affiancato da un’altra storia parallela, quella del manager di un’impresa automatizzata, che troverà, con progressive trasformazioni, la sua veste definitiva nello straordinario affresco de Le mosche del capitale (1989).
Contemporaneamente, Volponi compose i poemetti raccolti in Con testo a fronte (1986), vero laboratorio di figure, di cumuli di immagini, interno e contiguo alla stesura dei romanzi. Il referente extratestuale attorno a cui ruotano i poemetti e il romanzo è l’epica stravolta della riarticolazione informatica del lavoro e della globalizzazione.
Gli ultimi anni di coraggioso impegno politico, fra il 1989 e il 1992, dopo la morte del figlio Roberto in un disastro aereo a l’Avana, sono segnati da una lotta con il dolore anginoso, sempre più acuto e incalzante. Nonostante il peggioramento nelle condizioni di salute, l’ars praedicatoria volponiana alla fine degli anni ottanta si intensificò anche fuori dall’aula parlamentare. Divenuto Presidente della cooperativa lettori dell’Unità, moltiplicò le occasioni di dialogo diretto col ‘popolo comunista’. Nei comizi si spese interamente: come un tribuno, inesausto, con voce baritonale, era solito arricchire i propri discorsi di frequenti accensioni poetiche, digressioni diegetiche, rimandi fonici che incantavano il pubblico e lasciavano sempre l’impressione di un limpido, inattuale esercizio della verità. Nel febbraio 1991 a Rimini, a conclusione dell’ultimo congresso del PCI, mentre l’Urss si sgretolava, nacque il Partito democratico della sinistra: Volponi, da pochi mesi iscritto al PCI appositamente per poter prendere parte al confronto fra le mozioni contrapposte, abbandonò il congresso e fu tra i fondatori del movimento di Rifondazione comunista.
La posizione da lui espressa riguardo al “crollo del comunismo” non lascia dubbi sulla sua schietta diffidenza per le mode, le banalizzazioni e i luoghi comuni. “Noi riteniamo che il comunismo che è morto non era il ‘comunismo’ ma una sottospecie totalitaria e fissa del capitalismo, bloccatosi come ossessione statale. Il comunismo, invece, la sua teoria di liberazione , la pratica di opposizione ad ogni spreco e alienazione(…) avrebbe potuto salvare questa civiltà. Solo che questa si fosse mostrata disposta a capire e a dibattere, a reagire insieme con i fermenti di una più larga partecipazione, della creatività di un lavoro liberato.” (P. Volponi Questa civiltà in F. Bettini, R. Di Marco, Terza ondata, Bologna, Synergon, 1993). Il “comunismo” di Volponi non è diverso, in sostanza, dal suo ideale di riforma industriale democratica. Per il politico così come per il dirigente olivettiano sono fondamentali la capacità di ascolto e di relazione coi lavoratori. Tuttavia l’impresa riconquista ormai il pieno dominio sulla forza lavoro e tutta la società italiana si ripiega su se stessa e accetta il primato del mercato. Per l’industria si apre l’era delle grandi ristrutturazioni.
Si annunciano gli esuberi, si chiudono gli impianti, la cassa integrazione dilaga. La politica si dimentica in fretta degli operai e guarda alla finanza: per tutti c’è il miraggio della borsa. Il neoliberismo impone vincoli monetari strettissimi, i bilanci si risanano tagliando il welfare, il lavoro deve essere sempre più precario e flessibile. Volponi ancora una volta esige ansiosamente un varco: “a fronte” o “ai margini” dell’attività politica cerca di rappresentare la traumatica trasformazione subìta dalla società italiana nei decenni che seguirono la fine della seconda guerra mondiale. Riprende in mano e pubblica nel 1991 un romanzo giovanile, lasciato per trent’anni nel cassetto: La strada per Roma con cui rappresenta la modernizzazione vista sia come crescita necessaria e sperata che come progetto fallito, utopia tradita e, infine, vera e propria catastrofe culturale.
Ciò che resta del pensiero critico italiano avrebbe insomma molto da guadagnare riconsiderando l’ eredità di Volponi: guardando dritte in faccia le sue scomode verità, le sue inusuali congiunzioni e antinomie. Certo, si corre il rischio di restare travolti dalla grandezza del sentire di questo intellettuale, dal suo grado di tensione psichica e di passione civile. La sovrabbondante figuralità che contraddistingue la pagina volponiana è infatti segno e sintomo di terribili contraddizioni e di incontenibili speranze.
Volponi ci rammenta che la ricerca politica per il bene comune deve saper sortire dall’esistente, dal banale e dall’ovvio, e che la grande letteratura non è mai ancella di un’ideologia, ma è viceversa preziosa custode di irriducibili ragioni di libertà.