Lenin e la rivoluzione

La Repubblica di mercoledì 21 gennaio dedica ben tre pagine a Lenin nell’80° anniversario della morte. Significativamente intitolata “Il peccato originale” è la pagina d’apertura di Enrico Franceschini, che intervista Martin Amis, presentato come “padre spirituale del New Labour di Tony Blair”. Inutile dire che è nell’opera e nel pensiero di Lenin che viene individuato il peccato originale del ‘900: l’orrore del comunismo. Dello stesso tenore il successivo articolo dello storico M. L. Salvadori. Le pagine su Lenin di uno dei più autorevoli quotidiani italiani, di area “ulivista”, non raccontano nulla di nuovo, né propongono una qualche sia pur sommaria ricostruzione della vita e dell’opera del rivoluzionario russo, ma sono nondimeno particolarmente interessanti nella veste di summa del repertorio anticomunista degli ultimi ottant’anni, rinvigorito dal Libro nero del c o m u n i s m o, pubblicato nel ’97 in Francia in coincidenza con l’80° della rivoluzione d’Ottobre e gentile omaggio del cav. Berlusconi ai delegati del congresso di AN. Qualche giorno dopo, nel dibattito apertosi sulle pagine di Liberazione, un esponente della sinistra dei DS, ritornava a parlare di “peccato d’origine del comunismo”, che risiederebbe nella “idea stessa di prendere il potere”1 Le argomentazioni con cui si attacca la rivoluzione d’Ottobre e il suo principale ispiratore, Lenin, possono essere così sintetizzate: La rivoluzione d’Ottobre, anzi, tutte le rivoluzioni, a partire almeno da quella borghese del 1789, sono storicamente delegittimate. Esse, scrive Amis, “istillano amore per la violenza […] è bello in teoria pensare che la rivoluzione abbatte la tirannide. Ma il sangue e la violenza generano quasi sempre altro sangue e altra violenza”. Qui da Lenin, passando per Marx, arriviamo a Robespierre. Scrive Folena: “L’idea che il bene della rivoluzione fosse sopra ogni cosa, in fin dei conti anche sopra il bene del popolo stesso, ha giustificato alcuni dei peggiori orrori della storia dell’umanità. Idea non originale – basti guardare cosa è stato il Terrore in Francia – ma che nel comunismo ha trovato il suo compimento”. Il secondo argomento è invece riferito alla specifica situazione russa: la rivoluzione d’Ottobre avrebbe interrotto il cammino democratico della Russia. L’Ottobre “è calato come una saracinesca” su un paese “che si andava democratizzando […] Lenin si limitò a distruggere. L’innesto del comunismo nella Russia del 1917 è stata una tragedia di cui quel paese porta ancora le conseguenze”. Fu Lenin a “distruggere la società civile, a far trucidare barbaramente lo zar e tutta la sua famiglia, a creare uno stato di polizia, a usare la carestia come un’arma di repressione e ricatto”. (Amis). “Fu Lenin a dirigere l’assalto dopo il febbraio 1917 contro la nascente fragile democrazia russa, e, dopo la presa del potere in ottobre a ordinare la chiusura dell’assemblea costituente, la liquidazione di tutti gli altri partiti, la repressione dei menscevichi, anarchici e socialrivoluzionari”2. Argomento che dal particolare delle modalità di una particolare fase della rivoluzione nel ’17 trascende al generale: il bolscevismo è dispotismo. E ciò non per un accidente della storia, non per una degenerazione inedita imposta da determinate condizioni storiche, ma perché connaturato al progetto stesso, alla teoria leniniana della “dittatura del proletariato”: “Fu Lenin tra il 1902 e il 1904 a teorizzare il comando assoluto dei vertici del partito sulle masse chiamate a obbedire, la superiorità del principio verticistico e burocratico sul principio democratico, l’inutilità del riformismo […] Lenin e Stalin condivisero […] l’idea del diritto dei bolscevichi a detenere il monopolio assoluto del potere e a distruggere ogni opposizione” (Salvadori). E Folena, di rimando: “è nel concetto di dittatura del proletariato che il legame violenza-comunismo è divenuto indissolubile […] compagne e compagni di Rifondazione […] non solo una parte delle ricette marxiste si sono dimostrate inadeguate alla prova dei fatti, ma anche uno dei cardini su cui il marxismo si è fondato va oggi espulso tanto dall’agire politico quanto dall’impianto teorico della sinistra”. Quindi, conclude Amis, il comunismo è uguale o peggiore del nazismo:“80 anni dopo la sua morte Vladimir Lenin non è stato ancora denunciato abbastanza. Bisognerebbe condannare leninismo e comunismo con la stessa forza con cui abbiamo condannato nazismo e fascismo. E allora, liberata da quel fardello, la sinistra potrà mostrare in pieno la sua vera identità”. L’attacco al leninismo-comunismo è a tutto campo e si avvale dell’intreccio di argomentazioni che si muovono contemporaneamente sul terreno dei principi, dei valori e su quello dei fatti storici, per arrivare insieme alla condanna definitiva e senza appello del “male originale”. Ma, a ben guardare, l’argomento più forte, quello cui tutto il discorso vuole andare a parare, è la delegittimazione storica della rivoluzione, la sua espulsione dalla storia, o la sua derubricazione ad evento secondario, a “macchia” della storia del novecento, come accade già in alcuni nuovi manuali di storia dei licei. Nell’invettiva del blairiano Amis contro la rivoluzione non vi è nulla di originale. Le sue parole (come anche quelle di Folena) paiono direttamente ispirate dai p a m p h l e t della Restaurazione di primo ottocento. Argomentazioni che ebbero un loro notevole revival a partire dal 1989, bicentenario della rivoluzione francese, e anno delle controrivoluzioni anticomuniste. Il giacobinismo fu allora messo al palo e sottoposto ad attacchi demolitori. L’unica rivoluzione ammessa è la controrivoluzione, il rientro nei ranghi dell’ordine politico e sociale predominante ed egemone. E così si ebbe a sinistra, anche in una parte della sinistra che si proclamava comunista, il paradosso della condanna e messa all’indice di rivoluzioni, come quella sovietica, che realizzò un radicale cambiamento dei rapporti sociali per il proletariato e gli sfruttati, e di entusiasti osanna per rivoluzioni- restaurazioni che nel 1989 riportavano a norma, nell’ordine imperialistico dominante, i paesi dell’Europa centro-orientale. Nel nuovo ordine mondiale della restaurazione post 1989, l’idea di rivoluzione, quale rovesciamento dei rapporti di classe, viene messa al bando, anche a costo di rinnegare le origini rivoluzionarie antifeudali del potere borghese, negando – è la triste parabola della socialdemocrazia e della borghesia liberale – legittimità storica non solo all’aborrito comunista Lenin, ma persino al liberale Locke, che riconosceva il diritto del popolo a sollevarsi contro la tirannide. È l’idea stessa di rovesciamento di un ordine sociale e politico che viene messa all’indice, prima ancora di avviare una discussione sui modi e le forme in cui questo rovesciamento possa realizzarsi. Modi e forme che – dovremmo specificare con Marx – non possono che essere storicamente determinati. Ma qui si pretende, come ebbe sarcasticamente a scrivere Gramsci, di “mettere le brache alla storia”, che viene concepita come se si trattasse dello svolgimento di un gioco tra giocatori leali e rispettosi delle regole stabilite e accettate, magari con l’ausilio di un arbitro super partes. Visione sommamente ideologica (nel senso che il giovane Marx conferiva a questo termine ne L’ideologia tedesca: falsa coscienza) del mondo e della storia, che viene propagandata oggi dai cantori del pensiero unico della liberaldemocrazia capitalista. I quali, alle classi sfruttate e ai popoli oppressi concedono pure di poter muovere qualche passo, avanzare qualche rivendicazione, ma solo all’interno del recinto che essi stessi hanno ben delimitato, delle regole che i dominanti hanno imposto. Nel “paese normale”, nella storia “normale” che essi disegnano, la lotta politica deve svolgersi, come nel paese additato a modello di democrazia, gli USA, tra partiti politici che si alternino al governo – oggi maggioranza, domani opposizione, e così via – senza mai mettere in discussione le fondamenta economico-sociali su cui tutto il sistema si regge. In altre parole, è la negazione, alla radice, della possibilità della rivoluzione economico sociale, della costruzione di un altro sistema di rapporti sociali, di altre regole. La rivoluzione sociale non è di per sé necessariamente, intrinsecamente, violenta e sanguinosa; né i rivoluzionari francesi, né quelli russi erano costituiti da bande di facinorosi violenti. Se solo si studiassero i fatti storici, si vedrebbe con chiarezza che furono i rappresentanti delle classi il cui potere veniva radicalmente messo in discussione a promuovere una violenta reazione armata, dalla quale i rivoluzionari hanno dovuto difendersi. La guerra civile e la violenza non possono di per sé essere dedotte dal concetto di rivoluzione. Ciò che invece una rivoluzione, in quanto tale, implica, è la rottura del recinto, della gabbia – economica, giuridica, culturale – in cui i dominanti hanno rinchiuso i dominati. La differenza non è nei metodi, nelle forme di lotta, che in una situazione storicamente determinata, fatta di condizioni date e di creatività delle masse, si possono di volta in volta dare e inventare, ma nel rovesciamento dei rapporti di proprietà e di produzione. È questo “uscire dal recinto” che fa scandalo, è questo che per la borghesia è inammissibile. Ecco perché, una volta divenuta dominante, la classe capitalistica deve rinnegare le sue stesse origini rivoluzionarie e guardare con orrore alla rivoluzione, presentata come bagno di sangue, orgia di violenza. Per questo il linguaggio, i toni, gli argomenti usati contro la rivoluzione sono identici a destra e a “sinistra”. L’accusa che la rivoluzione avrebbe interrotto il processo democratico in Russia riprende pari pari quelle dell’emigrazione dei primi anni venti. Per denigrare l’Ottobre si ricorre anche all’invenzione del mito di una Russia zarista avviata sulla strada di riforme democratiche. Bisognerebbe ricordare che la rivoluzione democratico-borghese del febbraio 1917 nacque dalle contraddizioni insanabili della politica zarista che aveva già vanificato il ruolo degli istituti parlamentari concessi dopo la rivoluzione del 1905, e che i governi provvisori successivi alla rivoluzione di febbraio furono del tutto incapaci di far fronte ai grandi problemi delle masse, primo fra tutti la guerra, contro cui si fa strada la parola d’ordine bolscevica della pace immediata. Il “piccolo particolare” della guerra imperialista non a caso viene espunto dal quadro storico della rivoluzione russa. Ma, al fondo di questa accusa, vi è ancora il disconoscimento della legittimità storica di una rivoluzione socialista. L’ u n i c o orizzonte ammesso è quello liberaldemocratico, che definisce democratico un paese non se vi è effettivo autogoverno del popolo, ma se vi sono degli istituti parlamentari. Uscire da quel recinto, sperimentare il governo dei consigli (soviet) viene considerato soffocamento della democrazia. Basterebbe rileggersi le pagine appassionate di John Reed (I dieci giorni che sconvolsero il mondo) per cogliere quanta partecipazione di massa, in un rapido processo di apprendimento politico, vi fosse nei soviet. Ma è sul “dispotismo bolscevico” che si concentrano gi strali più feroci. Qui si ricorre insieme ad una duplice lettura mistificante: dei fatti storici e della teoria leniniana della dittatura del proletariato. La rivoluzione socialista viene presentato come un putsch, un colpo di mano, la presa violenta del “palazzo d’inverno” da parte di una minoranza “giacobina” che intende imporre con la forza al paese il suo programma astratto. Storicamente è un falso bell’e buono: la rivoluzione russa fu un lungo e contraddittorio processo di massa, che si sviluppò su più livelli, coinvolse milioni di operai e di contadini e scosse dalle fondamenta l’intera società russa. La guerra disastrosa favorì il precipitare della crisi e l’insorgenza di massa, che si diffuse a macchia d’olio. I bolscevichi non erano degli ideologi astratti e isolati dalle masse, ma di queste rappresentavano nel loro programma le esigenze più profonde. Il 7 novembre 1917, la destituzione del governo provvisorio fu solo un momento di un ben più vasto processo rivoluzionario. Oltretutto, il “palazzo d’inverno” fu preso quasi senza colpo ferire. Marx rifletté non episodicamente sull’esperienza della Comune di Parigi, primo tentativo di rivoluzione comunista represso sanguinosissimamente. Da quell’esperienza il movimento operaio apprendeva che ogni tentativo di rovesciare l’ordinamento fondato sulla proprietà privata borghese avrebbe incontrato da parte della classe capitalistica una reazione ben più violenta e feroce di quella che si scatenò sulla borghesia quando rovesciava il sistema feudale. Bisognava scegliere se dotarsi di strumenti adeguati per bloccare la controrivoluzione, o fare la stessa fine della Comune. Lenin e i bolscevichi erano di fronte ad una scelta obbligata: affrontare con mezzi d’emergenza uno stato d’emergenza, su un terreno – quello della guerra civile – che non essi, ma la reazione interna e l’intervento straniero delle potenze imperialiste avevano imposto. La durezza della guerra civile impose l’accentramento del comando e metodi militari di direzione. L’alternativa era lasciare il proletariato e i contadini russi alla mercé delle bande armate di Denikin e Kolciak. Sin dalla vittoria della rivoluzione in Russia, questa fu circondata da un cordone sanitario, fu una fortezza assediata che dovette cercare di resistere e difendersi con tutti i mezzi di cui disponeva. Ben altro discorso invece è quello tendente a identificare la concezione di Marx e di Lenin sulla dittatura del proletariato con una pretesa vocazione dispotica. Qui si travisa completamente il concetto di dittatura proletaria. Essa si configura come “dittatura democratica”, come governo esercitato dai lavoratori, dalla stragrande maggioranza della popolazione, con l’esclusione o la limitazione dei poteri delle classi rovesciate. Una misura precauzionale nel periodo di transizione, durante il quale, in modo inevitabilmente graduale, si operano le trasformazioni della struttura economico-sociale. Nulla a che vedere con qualsivoglia forma di dispotismo o di tirannide. Nell’elaborazione leniniana, la dittatura del proletariato si articola in un sistema di consigli (soviet), forma di un nuovo tipo di stato, che tende a superare la divisione tra economico e politico e implica una partecipazione ben più ampia e diretta alle decisioni politiche ed economiche di quanto non accada in uno stato liberal-democratico. La riflessione di Stato e rivoluzione e degli scritti successivi al ’17 è tesa a ricercare le forme possibili di una nuova forma di organizzazione statuale fondata sulla partecipazione delle masse, adeguata alla fase di transizione, che non ricalchi le orme dello stato capitalistico. Nella situazione d’emergenza determinata in URSS dalla sindrome della fortezza assediata divenne difficile l’esercizio del governo della maggioranza dei lavoratori articolato nel sistema dei soviet (è questa la dittatura del proletariato). Esso si è dispiegato in forme limitate, monche, con uno strascico anche di errori e arbitrii. Ma è operazione teoricamente e storicamente mistificante voler iscrivere i limiti di questa nuova e sperimentale forma di autogoverno dei lavoratori nelle categorie del dispotismo, del totalitarismo, della dittatura personale di tipo fascista. Nei critici della dittatura del proletariato ancora una volta prevale il pensiero unico, l’unica forma di “democrazia” ammessa è il sistema parlamentare che consente una partecipazione e una libertà “formali”, una libertà di scelta, per dirla con Zizek3, solo all’interno delle coordinate dei rapporti di potere esistenti. Il solo pensare altre forme di partecipazione e gestione della cosa pubblica è considerato eresia. Vale la pena interrogarsi sulle ragioni di questo perdurante attacco alla figura e all’opera di Lenin, e alla rivoluzione d’Ottobre, ancora a 15 anni dal 1989, che segna simbolicamente la data della sconfitta in molti paesi del primo grande “assalto al cielo”. La prima fase di questo attacco ha puntato a far diventare senso comune – verità consolidata, di per sé evidente, indiscutibile – la visione dell’intera storia del comunismo novecentesco come una sequela essenzialmente di orrori e di disastri politici, sociali, economici, umani: disastro l’URSS, disastri le democrazie popolari dell’Europa centro-orientale. Un cumulo di maleodoranti macerie di cui non c’è nulla da salvare, di cui liberarsi quanto prima e definitivamente. Questa visione della storia del comunismo novecentesco, una volta divenuta senso comune, esime da qualsiasi analisi differenziata, dai tentativi di studio e comprensione, bollati oramai con l’epiteto, divenuto infamante, di “giustificazionismo storico”. Questa operazione ha fatto breccia, come si diceva, anche nella sinistra che si richiama al comunismo, come attestano numerosi interventi apparsi su Liberazione e il manifesto in queste ultime settimane. Ma questa azione fondamentale di demolizione e delegittimazione del comunismo storico non era ancora sufficiente: ciò che andava demolito non era solo una storia, con le sue possibili varianti, alternative, percorsi contraddittori e non unilineari, ma la teoria, i principi che avevano guidato gli uomini nel loro agire: è il peccato originale che va estirpato alla radice. Dunque, Lenin, la figura che assomma in sé la teoria e la pratica della rivoluzione proletaria, concepita e agita come rivoluzione politica, sociale, culturale. Demolire la figura e l’opera di Lenin significa demolire in un sol colpo Marx, la tradizione rivoluzionaria che da Robespierre e Gracco Babeuf, passando per la Comune di Parigi giunge alle rivoluzioni del novecento, dall’Ottobre russo alla rivoluzione cinese e a quella cubana; fino alle lotte anticoloniali e antimperialiste che, grazie agli spazi aperti dalla rivoluzione d’Ottobre, si saldavano con la prospettiva socialista. La demolizione di un’identità comunista moderna non può essere completa senza la demolizione di Lenin, perché Lenin ha saputo analizzare i caratteri fondamentali dell’epoca in cui viviamo, l’epoca dell’imperialismo, e agire politicamente sulla base di quell’analisi. Nella figura di Lenin si concentrano i caratteri essenziali del rivoluzionario. Fondamentale, l’unità di teoria e azione politica. Nel campo teorico, la difesa intransigente del marxismo è unita all’antidogmatismo, alla straordinaria innovazione, che sa cogliere i tratti essenziali di una nuova epoca. Ma l’innovazione non si fonda su una rimozione della teoria, sul suo svilimento, ma sulla sua comprensione e sul suo sviluppo. Lenin è fin troppo consapevole che la lotta teorica e culturale è parte integrante e ineludibile della lotta più generale della trasformazione rivoluzionaria. E dedica ogni sforzo per l’affermazione dell’autonomia teorica del soggetto rivoluzionario (questione, che, aperta in Italia da Antonio Labriola, fu al centro della stesura dei Quaderni del carcere d i Gramsci). Lo stesso Che fare?, prima ancora che una teoria del partito rivoluzionario, che altro è se non l’affermazione della necessità dell’autonomia teorica e organizzativa del proletariato? Il leninismo è la teoria della rivoluzione nelle condizioni dell’epoca attuale; ma la rivoluzione per Lenin non si esaurisce affatto, come vorrebbe una vulgata accolta con troppa superficialità, nella mitica “presa del palazzo d’inverno”, ma è un processo complesso, che attraversa diverse fasi, per passare al nuovo modo di produzione dei produttori associati. La conquista del potere politico è solo un primo passo, una leva per poter avviare la transizione. Non è certo un caso che, nel fuoco della lotta, egli continui a lavorare al “quaderno blu”, agli appunti sulla concezione marxista dello Stato e sulle trasformazioni dello Stato nel processo rivoluzionario di transizione. Una straordinaria ricchezza teorica che oggi si vorrebbe buttare alle ortiche presentando la rivoluzione d’Ottobre come un colpo di mano, il putsch di una minoranza “giacobina”, e Lenin come l’iniziatore di un potere dispotico. Lenin viene ancora oggi così massicciamente attaccato e denigrato4 perché la sua figura e la sua teoria sono ancora attuali, perché possono contribuire a guidare l’organizzazione politica e l’azione rivoluzionaria volta al rovesciamento radicale dei rapporti capitalistici. Perché Lenin, attraverso la critica puntuale ai populisti e al revisionismo di Bernstein prima e poi di Kautsky, teorico del “superimperialismo”, con la rottura netta con l’opportunismo dei partiti della II Internazionale legati ai propri rispettivi imperialismi, ci dà ancora oggi gli strumenti per rompere la cappa di subalternità all’ideologia imperialistica dominante. E anche perché Lenin insegna ad essere effettivamente rivoluzionari e non “estremisti”, perché, “utopista antiutopico” 5, invita a valutare correttamente la “verità effettuale”, per poterla realmente cambiare, e insegna che la rivoluzione si può fare senza fare la fine dei comunardi del 1871, massacrati dalla borghesia prussiana e francese. Lenin è il realista che ci insegna a cambiare lo stato di cose presente, analizzando i rapporti di forza, per spostarne a proprio favore il peso attraverso l’azione politica. Un’analisi che non è mai fotografia statica di una situazione, ma visione dialettica di processi in corso, nella loro contraddittorietà, che l’azione politica deve saper volgere a proprio vantaggio, mirando ad approfondire le contraddizioni nel fronte avversario e ad unificare le forze che possono essere alleate. Abbiamo così la trasformazione della guerra imperialista in rivoluzione e l’alleanza del proletariato russo con i contadini. Ma Lenin è anche, e soprattutto, la coerenza rivoluzionaria, una coerenza rivoluzionaria c o n c re t a, che guarda al fine da raggiungere non con l’attaccamento mistico e dogmatico che si deve ad una qualche icona religiosa, ma con la consapevolezza, anche tragica, che trasformazioni reali possono darsi solo sul terreno storicamente determinato d i condizioni date, che la soggettività rivoluzionaria opera per trasformare. La tensione della relazione tra soggettività e oggettività attraversa in campo teorico i Quaderni filosofici non diversamente da quella che corre in campo politico ne I compiti immediati del potere sovietico, estranea al volontarismo come al cedimento opportunistico. È la scienza della rivoluzione: rifiuto netto del determinismo positivistico della seconda Internazionale, che portava i partiti operai all’inazione, all’attendismo, ma rifiuto anche delle fughe precipitose in avanti e ricerca delle possibilità concrete di modificare il quadro dei rapporti esistenti. Il che significa ancorare sul terreno dell’analisi materialistica avveniristiche avanzate e dolorose ritirate: il rivoluzionar io che, ritornato in Russia da un lungo esilio, “spiazza” i suoi compagni con le Tesi d’aprile (passare dalla rivoluzione democratica alla rivoluzione socialista), è lo stesso che perora qualche anno dopo il passaggio alla NEP, cercando di stabilire un nuovo rapporto tra operai e contadini, prospettando una transizione ben più complessa e lunga di quella che poteva apparire nel “comunismo di guerra”. È proprio rispetto a quest’ultima che il pensiero di Lenin è particolarmente ricco e articolato. Basterebbe solo guardare l’azione teorica e politica che egli svolge nei concitati e difficilissimi anni successivi all’ottobre 1917, in un paese distrutto da una doppia guerra (dopo la guerra mondiale, la guerra civile): il potere politico è sempre pensato in relazione alla possibilità delle masse di esercitarlo effettivamente. Altro che “dispotismo”! A differenza che nelle rivoluzioni borghesi, dove il compito principale delle masse lavoratrici consisteva nello svolgere l’azione negativa di spazzar via il feudalesimo, mentre l’azione positiva di organizzare la nuova società era svolta dalla minoranza possidente borghese, nella rivoluzione socialista “il compito principale del proletariato e dei contadini poveri da esso diretti è il lavoro positivo o creativo per fondare un sistema estremamente complesso e delicato di nuovi rapporti organizzativi, che abbracciano la produzione e la distribuzione pianificate dei prodotti necessari all’esistenza di decine di milioni di uomini. Questa rivoluzione può essere realizzata con successo solo se la maggioranza della popolazione, e innanzitutto la maggioranza dei lavoratori, è capace di un’attività storicamente creativa e autonoma”6. E tutta la tensione politica e ideale è nella ricerca delle condizioni in cui questa azione creativa delle masse possa effettivamente dispiegarsi. Una ricerca continua che va dalla proposta di ridurre la giornata di lavoro a sei ore, in modo da consentire effettivamente al lavoratore di occuparsi della politica, ai sabati comunisti di lavoro volontario, dalla rivoluzione culturale, senza la quale le masse rimarranno subalterne, alla cooperazione. Sempre nella consapevolezza che la transizione si iscrive nell’oggettività delle condizioni ereditate dalla società capitalistica: “Sappiamo che dal cielo non ci piove nulla, sappiamo che il comunismo sorge dal capitalismo, che solo dalle sue vestigia si può costruire il comunismo. Sono cattive, è vero, ma non ve ne sono altre”. Né ci sono scorciatoie, se non nell’illusione messianica, o nell’autoinganno che si possa sostituire al vecchio mondo un altro mondo buono e santo, nato chissà come e chissà dove. Hic Rhodus, hic salta!

Note

1 Pietro Folena, “Questo dibattito riguarda anche noi socialdemocratici”, Liberazione, 23.1.04, p. 27. Detto per inciso, questo ricorso alla terminologia biblica del “peccato originale” sembra rinviare ad una concezione mistico-religiosa piuttosto che razionale della politica.

2 M. L. Salvadori, “La religione politica dal partito allo stato”, La Repubblica, 21.1.04 , p. 44.

3 Slavoj Zizek, “Né pepsi né coca. La scelta di Lenin”, in il manifesto, 21.1.2004.

4 “Imbecille congenito […] di un’intelligenza pedante, psicotica, nichilista, che fa venire i brividi. Non aveva alcun senso morale. Per Lenin il fine giustifica i mezzi, in qualunque circostanza. C’è qualcosa di folle in un cinismo così assoluto.” Amis nel citato articolo di La Repubblica del 21.1.04.

5 Secondo Amis, il comunismo è una pericolosa utopia, basata sulla “idea salvifica che la società può essere migliorata. Che può essere creato un Uomo Nuovo”; per Salvadori “Lenin ha fondato una religione politica che si è fatta stato e forma di società, […] che ha confiscato con i mezzi del terrore la storia presente in nome di una storia futura idilliaca, che dopo aver promesso il millennio dell’eguaglianza e la fine di ogni violenza ha eretto un sistema di ferrea diseguaglianza”. Contrariamente a quanto scrivono costoro , non c’è nella concezione di Lenin, nessuna idea salvifica, millenaristica, di impronta religiosa, di un comunismo immaginario quale regno della società dell’armonia universale, senza contraddizioni. Nulla è più alieno, nella filosofia materialistico-dialettica di Lenin, del tratto del visionario che promette paradisi futuri.

6 “I compiti immediati del potere soviet i c o ”, in Lenin, Opere complete, editori Riuniti, Roma, 1954-1972, vol. XXVII, p. 215.