Legge 40, Legge 194 e Costituzione

Forse per la prima volta in occasione di un dibattito riguardante una legge si è sentito usare l’aggettivo “cattiva”. Le leggi sono di frequente definite “ingiuste”, “incongrue”, “illegittime”, “contrarie ad altre norme” o “incostituzionali”.
Definire un dettato normativo del nostro Stato come “cattivo” è quantomeno singolare, e fa capire che il problema è altro rispetto alla legge in sé. Ciò va sicuramente attribuito alla particolarità della materia di cui questa legge ha inteso occuparsi, che tocca corde personalissime ed intime di uomini e di donne, ma anche alla circostanza che ogniqualvolta il Parlamento legifera in tema di vita, di morte, di sessualità, lo fa con risultati scarsi, non condivisibili, sicuramente non apprezzabili. È evidente che si tratta di una scelta di fondo: uno Stato laico non dovrebbe mai invadere la sfera delle responsabilità o delle scelte individuali, soprattutto se abusando del potere che gli è proprio. Né si può certo condividere l’assetto di qualsiasi legge – e della n. 40 in particolare – che intende rispondere ai bisogni di uomini e donne con una valanga di divieti e di sanzioni, dimenticando che la scelta di ricorrere alle tecniche di fecondazione non è mai semplice, né diretta, né priva di sofferenza, come hanno del resto testimoniato le molte interviste rilasciate da coloro che vi avevano fatto ricorso, rese pubbliche in occasione del referendum.
Eppure molti anni fa, allorquando era stata promulgata la legge 194/ 1978, il Parlamento era riuscito a mantenere un apprezzabile equilibrio tra il dovere di tutela del libero arbitrio e la garanzia di accesso sicuro alle pratiche mediche. La chiave di volta che aveva dato stabilità alla legge 194 e l’aveva fatta resistere agli attacchi di incostituzionalità, era stato il granitico riferimento alla tutela della salute, e quindi all’articolo 31 della Costituzione, come fondamentale diritto dell’individuo, nella sua particolare accezione di rispetto e di tutela della donna, della sua integrità e della salute fisica e psichica.
Né può essere dimenticato quel raccordo di grande importanza costituito dal collegamento dell’articolo 1 con l’articolo 4, ove si affermava che la donna la quale accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità possono comportare un serio pericolo per la sua salute psichica o fisica in relazione allo stato di salute, alle sue condizioni economiche, sociali o famigliari o alle circostanze in cui era avvenuto il concepimento o a timori di anomalie o malformazioni del feto, aveva la facoltà di rivolgersi ad un consultorio avviando il percorso di interruzione della gravidanza. Questo articolo andava coordinato, come detto, all’articolo 1, che indicava invece le linee generali a cui la legge era informata, diretta a favorire la procreazione cosciente e responsabile, nel riconoscimento del valore sociale della maternità e della tutela della vita umana sin dal suo inizio. Ma nella legge 194 c’è in realtà molto di più. Era infatti alla donna che veniva riconosciuto il diritto all’iniziativa di intraprendere un percorso abortivo. Iniziativa ma non decisione, poiché veniva esclusa e non riconosciuta in relazione a motivi personali o etici della donna stessa. In tal modo il ricorso all’interruzione di gravidanza diventava una sorta di pratica di medicina preventiva necessaria ad evitare disturbi fisici o mentali o qualsivoglia altra conseguenza negativa. Ciò stava a significare, comunque, che oggetto della tutela della legge era “la salute” nel suo significato più ampio, si trattasse di benessere fisico o mentale.
Si potrà non condividere totalmente la percezione prevalentemente sociale che questa norma ha fatto propria, ma non si può certo non riconoscere il respiro ampio dei principi, l’utilizzo corretto dello strumento linguistico, l’impostazione generale diretta alla tutela e alla protezione, non alla repressione.
Ben diverso, vien da dire, è l’impianto dell’articolo 1 e di tutta la legge 40/2004, con il suo riferimento continuo a limiti e divieti. Valga per tutti l’articolo 1, laddove si afferma che il diritto all’accesso alla procreazione assistita può avvenire solo secondo le modalità precisate dalla legge stessa. È evidente come il ricorso alle tecniche non costituisca una libera scelta correlata al libero arbitrio, ma sia solo un metodo di cura della patologia della sterilità.
È comunque la parte immediatamente successiva che fa emergere l’effettiva struttura e finalità di questa legge, laddove afferma di voler assicurare i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito. Nessun altro cenno e nessun altro chiarimento. In questo articolo, con una notevole ma non casuale approssimazione linguista, si usa l’espressione “soggetto” introducendo parole nuove di improbabile cittadinanza giuridica. Non si parla di persona, né di individuo, ma solo di “soggetti”. Ma in tal modo è evidente e consequenziale che, appartenendo il concepito alla realtà umana, non si potrà non riconoscergli anche individualità. E ciò dal momento in cui questo soggetto è in fase embrionale, essendo il concepito frutto del concepimento in qualsiasi sua fase.
Del resto, la legge chiarisce con ancora maggiore evidenza la sua posizione quando intitola un capo (il VI) “Misure a tutela dell’embrione”, riconoscendo debba essere attribuita tutela giuridica ad un soggetto a cui aveva dato prima e unicamente la qualifica di concepito, e che non aveva menzionato nell’articolo 1 , nel quale pure veniva ricompresa. È evidente pertanto, e non si può ragionevolmente dire il contrario, che questa legge ha voluto aderire alla posizione di coloro che sostengono che l’embrione sia persona sin dal momento del suo concepimento. Che l’embrione in tal modo venga considerato, trova conferma negli articoli successivi. L’articolo 13 vieta infatti qualsiasi sperimentazione, eccezion fatta per quelle che producono vantaggio diretto per l’embrione, e vieta altresì la manipolazione e la clonazione. Misure queste che, per come configurate, vanno a evidente tutela di una individuata e proclamata identità, incolumità e dignità dell’embrione stesso. Tutti diritti fondamentali, di rango costituzionale.
Il timore di un attacco alla legge 194 è quindi evidente e non così lontano, proprio perché tra i soggetti coinvolti anche nel processo abortivo rientra pure quel concepito a cui l’articolo 1 della legge 40/2004 dedica così tanta attenzione.
La soluzione esiste, ma è un rimedio antico che noi tutti/e ci auguriamo possa resistere anche alla introduzione di queste nuove entità reali alle quali la Legge 40 vorrebbe farci abituare. È solo facendo riferimento ai principi generali della legge 194 che si può ovviare. Sempre comunque in una sua lettura riduttiva, in cui le aspettative delle donne, i loro principi ed il loro diritto non viene qualificato come libertà o libertà di autodeterminazione ma solo come rimedio. Rimedio a cui ricorrere nel caso in cui vi sia conflitto e contrasto tra l’interesse a nascere del concepito e quello della donna stessa alla propria salute, e ad un equilibrio psicofisico che potrebbe patire conseguenze negative dalla prosecuzione e dal completamento della gravidanza. La sentenza 35/1977 della Corte Costituzionale lo ha ribadito in modo cristallino. Ma all’epoca non erano ancora stati enucleati i vari diritti dell’embrione che abbiamo poi ritrovato nella Legge 40, né quello del diritto stesso alla vita disciplinato all’articolo 14, il quale vieta la crioconservazione e la soppressione degli embrioni.
Fidiamo ancora una volta che i principi costituzionali sorreggano la difesa della legge 194, anche se non si può ignorare che rimane irrisolta, nella 194 e ancor più nella legge 40, la questione del riconoscimento dell’autodeterminazione delle donne e non affrontata quella della loro centralità nell’ambito del processo riproduttivo, del loro riconoscimento etico quali soggetti abilitati prima degli altri alla scelta, lasciata alla loro piena responsabilità ed al riconoscimento della stessa.

*Vive a Mestre e a Venezia. Ha preso parte, quale Avvocata di parte civile di famigliari di lavoratori deceduti, al processo del Petrolchimico di Marghera, e quotidianamente sostiene gli inquisiti per occupazione di case abusive, gli sfrattati, ecc. Dall’86 lavora con il “Telefono Rosa” di Treviso. È consulente del Centro antiviolenza di Venezia e ha sostenuto la Libreria delle Donne di Mestre.