Legge 30: destrutturato il mercato e i diritti dei lavoratori

Il 24 ottobre è entrato in vigore il Decreto legislativo 276/2003, emanato dal Governo Berlusconi in attuazione della Legge 30 – contenente anche norme non delegate e quindi incostituzionali –, il quale, con i suoi 86 articoli, ha destrutturano il mercato del lavoro e deregolamentano i diritti dei lavoratori. Infatti, esso, interviene a tutto campo a modificare e innovare istituti e discipline del mercato del lavoro, determina la frammentazione dei rapporti di lavoro, arrivando a definire ben 43 diverse tipologie di rapporti.
Un’operazione di complessivo ridisegno delle regole del lavoro, tesa a rimettere in discussione le normative ed i diritti di legge contrattuale inderogabili, con l’obiettivo di privilegiare gli interessi dell’impresa a danno di quelli del lavoro, della sua qualità e dell’individualizzazione dei rapporti di lavoro.
Le lotte dei lavoratori, le grandi mobilitazioni sociali e politiche degli ultimi due anni, nonché l’iniziativa e battaglia politica dei parlamentari del centrosinistra, hanno conseguito solo limitati risultati di parziale attenuazione del carattere negativo del provvedimento, anche sul piano della rappresentanza sociale collettiva.
Si tratta di un provvedimento, ancor più accentuato negativamente,nel decreto legislativo, rispetto alla stessa Legge 30, che tende a snaturare lo stesso carattere della rappresentatività collettiva del sindacato e del suo ruolo contrattuale.

Nuova struttura del mercato del lavoro

La caratteristica essenziale è quella dell’ampliarsi, del moltiplicarsi delle tipologie di rapporti di lavoro, con la progressiva riduzione delle tutele e dei diritti dei lavoratori, attraverso – questo è l’obiettivo – la riduzione dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato, con l’ampliarsi del tempo determinato, a termine, della somministrazione di manodopera, il lavoro a chiamata, l’appalto, il trasferimento di ramo d’impresa, e via elencando.
Per favorire questo processo, negli articoli dal 1° al 32° del decreto si sono definite norme per realizzare:
– l’allargamento della possibilità, per i soggetti privati, ad operare sul e nel mercato del lavoro;
– l’abolizione del divieto di intermediazione di manodopera e favorire l’utilizzazione degli appalti, dei subappalti;
– il trasferimento di reparti, la delocalizzazione o trasferimento di settori d’impresa.
È bene precisare che, come richiesto dalla Comunità europea, anche in Italia il monopolio pubblico del collocamento era già stato superato dal 1997, ma con precise garanzie di salvaguardia dei diritti dei lavoratori e mantenendo il divieto di intermediazione di manodopera. Mentre la competenza in materia di collocamento pubblico – con la sua riforma – è diventata delle Regioni, Province ed Enti locali sulla base dei “Centri per l’impiego”.
Con il decreto 276/03 si ritorna, invece, per certi aspetti alla centralizzazione, poiché l’autorizzazione dei soggetti privati operanti nel mercato del lavoro avviene sul piano nazionale da parte del Ministero del lavoro, il quale ne realizza anche l’anagrafe. Così le Società di somministrazione di manodopera, fra le altre le ex società dell’interinale, che si vedono aboliti i preesistenti divieti e limiti, possono somministrare lavoratori sia a tempo determinato che indeterminato. Inoltre non vi è più la garanzia che il trattamento economico e normativo dei lavoratori non sia “meno favorevole” rispetto ai lavoratori presso la quale operano poiché, fra l’altro, possono essere anche gli unici addetti di quest’impresa.
Nel contempo, modificando le norme della Legge 30/98 sul diritto al lavoro dei disabili, le imprese possono utilizzare la somministrazione temporanea per adempiere agli obblighi sulle quote di disabili da avere in organico.

Molteplicità di soggetti operanti sul mercato del lavoro

Contemporaneamente il decreto, allarga ad una molteplicità di soggetti – per di più senza definirne limiti e regole – la facoltà di operare sul mercato del lavoro. Si tratta delle Università pubbliche e private, scuole secondarie, Camere di commercio, Associazioni imprenditoriali, Sindacati, Consulenti del lavoro, Comuni, gli Enti bilaterali. L’unico vincolo, per questi soggetti, è “l’assenza di fini di lucro” ed il collegamento con la “borsa continua del lavoro”.
La sola, pur non completa, elencazione dei soggetti che possono esercitare il servizio di collocamento, di intermediazione di manodopera, esprime la disorganizzazione del sistema, l’abbandono a se stessi dei lavoratori, in particolare i soggetti più deboli (basta por mente agli oltre 700.000 over 45/64enni espulsi dal lavoro), la non stretta connessione tra la realizzazione del rapporto fra domanda-offerta di lavoro e la formazione professionale (anche continua e di aggiornamento professionale), indispensabile e richiesta per l’inserimento o reinserimento al lavoro.
Ma l’aspetto più grave, che ci riporta all’inizio del secolo scorso, è l’intermediazione di manodopera da parte delle associazioni imprenditoriali, dei sindacati nonché degli enti bilaterali.
“Enti bilaterali – secondo il decreto 276/03 – costituiti da una o più associazioni dei datori di lavoro e prestatori di lavoro… quali sedi privilegiate per la regolazione del mercato del lavoro attraverso … l’intermediazione, … la gestione mutualistica dei fondi per la formazione, … la certificazione dei contratti di lavoro …”.
Sono norme queste che, oltre a costituire un’ingerenza nell’autonomia del sindacato e sulle intese tra le parti sociali, come sancito dalla Costituzione, rappresentano la preventiva sanzione legislativa della costituzione di “Enti bilaterali”, anche minoritari, per esercitare funzioni proprie della negoziazione sindacale. Anzi, con “la certificazione” si altera il ruolo di rappresentanza sociale collettiva del sindacato, ed i diritti del singolo lavoratore.
In altre parole, le funzioni affidate dal decreto agli Enti bilaterali portano anche ad una frantumazione e stravolgimento della contrattazione collettiva, ai diversi livelli negoziali (da quello nazionale sino a quello aziendale).

Trasferimento ramo d’azienda

Il declino dell’economia italiana, della sua competitività in Europa e nel mondo, conseguenza anche della frammentazione delle grandi aziende in microimprese, ed il continuo calo dell’occupazione nelle grandi aziende industriali, sottolinea l’esigenza ed urgenza di una nuova politica economica che porti all’inversione della tendenza, all’aggregazione delle piccole imprese per realizzare una nuova fase e funzione delle grandi e medie aziende.
Il decreto, con le norme sul trasferimento del “ramo d’impresa” e gli appalti, si muove in direzione diametralmente opposta, poiché punta, con la modifica anche del Codice civile, a favorire il “trasferimento”, a “decentrare” rami, parti d’azienda anche senza la necessaria e indispensabile autonomia funzionale.
Da un lato si favorisce l’affidamento in appalto (e “subappalto”) dell’attività anche all’interno delle stesse fabbriche, una continuazione del “lavoro in affitto”.
Interi reparti, uffici o attività lavorative svolti da lavoratori dipendenti da altre società ma diretti – spesso – da dirigenti dell’impresa ove operano. Una situazione di frammentazione (divisione), per la dipendenza – il rapporto di lavoro – da imprese diverse, di lavoratori occupati negli stessi stabilimenti, che determinano una frammentazione, una rottura sul piano sociale, della stessa possibilità di insediamento e radicamento sindacale e quindi di tutela dei diritti della contrattazione sindacale. Della stessa sicurezza sul lavoro, come dimostrano gli infortuni sul lavoro che spesso determinano invalidità permanenti o mortali.
Analogamente si hanno effetti devastanti, con le nuove normative che consentono il moltiplicarsi delle decisioni imprenditoriali relative a scorpori, cessioni di parti di stabilimenti, senza la sussistenza del requisito dell’autonomia funzionale e produttiva.
Questi aspetti, oltretutto, contrastano con la direttiva comunitaria 98/50 già recepita dal nostro Paese, che impone il rispetto dei diritti e dei trattamenti contrattuali per i lavoratori antecedenti al trasferimento del ramo d’azienda.

Oltre 40 tipologie di rapporti di lavoro

Secondo uno studio dettagliato, le forme dei rapporti di lavoro in Italia, comprese quelle nuove normate dagli articoli dal 37 al 74 del decreto 276, superano le 40 tipologie. Tra le nuove normative vi sono: lavoro intermittente, lavoro ripartito, il tempo parziale, l’apprendistato, il lavoro a progetto, occasionale, accessorio. Già la denominazione ne indica la precarietà, l’incertezza dei rapporti, delle tutele, dei diritti.
Il lavoro intermittente riguarda prestazioni – a chiamata –, cioè caratterizzate dall’incertezza, per alcune ore, i fine settimana, periodi natalizi, vacanze estiva e via elencando. Il lavoratore deve restare disponibile per l’azienda, in particolare se si è disoccupati, sino ai 25 anni, di lunga durata, oppure over 45 espulsi dal lavoro. Si deve sempre essere disponibili e informare l’azienda, pena la perdita della indennità di disponibilità.
Con il lavoro ripartito si occupa un posto – con un unico rapporto di lavoro – in due persone (marito e moglie). Se viene meno la disponibilità di un soggetto, perde il posto anche l’altro.
Lavoro a tempo parziale. Si sono cambiate le previgenti normative, e questo a sfavore dei lavoratori, a partire dalle prestazioni che non avvengono più, come stabilito dal contratto nazionale di lavoro, ma sono subordinate all’accordo fra l’azienda ed il singolo lavoratore è stata cancellata la norma sulla maggiorazione retributiva sull’ora supplementare, si sono introdotte clausole elastiche sia sul numero delle ore e la collocazione delle prestazioni nella giornata, settimana, mese.
L’apprendistato cambia la sua caratteristica e viene frantumato in tre tipologie: per il conseguimento del diritto-dovere all’istruzione, dai 15 ai 18 anni; professionalizzante, dai 18 ai 29 anni; per il conseguimento del diploma o altra formazione, dai 17 ai 29 anni. La durata va fino a tre anni, in relazione alla qualifica, ma quella professionalizzante può durare fino a sei anni. Uno stravolgimento delle precedenti norme sull’apprendistato, per collegarle alla cosiddetta riforma Moratti della scuola. Inoltre l’inquadramento professionale è di due livelli inferiori rispetto ai lavoratori con la stessa mansione.
Il contratto d’inserimento è previsto per i giovani dai 18 ai 29 anni, per i disoccupati di lunga durata dai 29 a 32 anni, per gli over 50enni espulsi dal lavoro, e per i disabili.
La durata del contratto va da 9 a 18 mesi, e 36 mesi per i disabili. L’inquadramento professionale è sino a due livelli inferiore rispetto ai lavoratori di pari funzione.
Lavoro a progetto. Prevede la trasformazione delle collaborazioni coordinate – co.co.co. – in un progetto con durata a tempo determinato o determinabile.
Lavoro occasionale o accessorio. Trattasi di lavori saltuari (qualche ora) pagato con un buono (come quello dei “ticket restaurant”), pari a 7,5 euro all’ora (5,8 Euro al lavoratore e 1,5 versati ad Inps e Inail), che si acquistano presso appositi uffici.
Si tratta di un insieme di nuovi rapporti di lavoro che aumenta la precarizzazione dei diritti e dei rapporti di lavoro, l’insicurezza del lavoro, in particolare per le nuove generazioni ed il loro futuro. Proprio il contrario di ciò che è necessario ad una società sviluppata, che deve rilanciare la propria competività, e che, per realizzarsi, necessita invece di sicurezza e collaborazione da parte delle nuove generazioni.
Ed infine, per impedire di fatto la contestazione dei tipi di rapporto di lavoro non corrispondenti alle effettive prestazioni lavorative, nel decreto, con gli articoli da 75 al 96, si introducono forme di certificazione delle stesse, da parte degli Enti bilaterali, Direzioni provinciali per l’impiego, Province, Università pubbliche e private. Un vero proprio stravolgimento delle norme in materia di diritti del lavoro.

Costruire una nuova stagione di diritti del lavoro

Quanto abbiamo cercato di sintetizzare, è il quadro, incompleto di un mutamento destrutturante a 360 gradi del mercato e dei diritti del lavoro, nel quale si trova ad operare – dallo scorso mese di ottobre – la società italiana, il sindacato.
L’operatività delle stesse normative, per vari aspetti, è subordinata al raggiungimento di oltre 50 intese tra Governo e parti sociali, o direttamente fra le parti sociali. Ma anche questo aspetto – che potrebbe essere un elemento positivo –, è invece caratterizzato dall’alterazione delle relazioni sociali, poiché sottoposto alla tagliola, alla spada di Damocle rappresentata dall’intervento sostitutivo, con decretazione, da parte del Governo se, entro tempi determinati, non si raggiungono le intese.
L’insieme di queste misure non porterà ad una maggiore occupazione, come sostiene il governo Berlusconi, ma ad una più estesa precarizzazione dei rapporti del lavoro e ad una minore tutela e diritti del lavoro. I dati dell’andamento occupazionale, negli ultimi 7 anni, sono lì a dimostrarlo. Rispetto alla crescita di oltre 1,5 milioni di occupati nei tre anni sino al 2000, si registra successivamente un progressivo rallentamento della crescita, ed in particolare ritorna ad essere inferiore,alla percentuale di crescita nel Nord, quella del Mezzogiorno.
L’operatività della nuova normativa riteniamo, però, che non consenta nessuna stasi o attesa nell’intraprendere l’iniziativa alternativa per prima costatarne gli effetti. Anzi, unitamente ad una riflessione approfondita e critica sulle cause che non hanno consentito di sconfiggere tale disegno del centrodestra e della Confindustria, si debbono definire i terreni, le linee guida per costruire una nuova stagione dei diritti del lavoro e sociali. A nostro parere quattro sono i terreni sui quali le forze sociali, politiche ed istituzioni devono operare.
In primo luogo, immediatamente si deve sviluppare l’iniziativa, a livello delle singole Regioni, in materia di mercato del lavoro e formazione professionale. Le Regioni – tantopiù dopo la riforma del Capo V della Costituzione – hanno competenze, in raccordo con gli Enti locali, in materia di collocamento e formazione. Sia sul piano legislativo regionale che regolamentare e della negoziazione sindacale. Si deve operare perché siano definite norme di gestione del collocamento pubblico, anche in raccordo con quello privato e la formazione professionale affinché i “Centri per l’impiego” – nei distretti economico produttivi e con la partecipazione dei Comuni – assicurino l’efficienza dell’incontro tra domanda-offerta di formazione, in particolare verso i soggetti più deboli e gli strati sociali in maggiore difficoltà.
Il secondo aspetto riguarda il ripensamento strategico della contrattazione sindacale nazionale, a partire dalla realizzazione del progressivo accorpamento in 10-15 contratti nazionali (rispetto gli attuali oltre 300), riguardanti l’intero mondo dei lavori, per assicurare ad essi – nella diversità, flessibilità e articolazione delle professioni e prestazioni – parità di diritti e tutele economiche e sociali.
In terzo luogo, la definizione di una strategia e proposte operative per la sicurezza e prevenzione del lavoro, la tutela della salute negli ambiente di lavoro. La media di tre infortuni mortali sul lavoro che da anni si perpetuano ogni giorno, unitamente ad un milione di infortuni all’anno, molti dei quali determinano una invalidità permanente, sottolinea drammaticamente che trattasi di una problematica che non può non avere una priorità nell’iniziativa sociale, tanto più dopo le modifiche peggiorative della normativa vigente introdotte con il decreto sul mercato del lavoro.
Il quarto terreno è quello legislativo. Partendo dalla ventina di proposte di legge riguardanti il mondo dei lavori, i diritti e le tutele sociali presentate in parlamento dal centrosinistra in questa Legislatura e gli effetti devastanti delle leggi e decreti legislativi del governo Berlusconi, si devono ridefinire le proposte di legge che si intende presentare ed approvare nella prossima Legislatura in materia di mercato del lavoro, diritti del lavoro, regole di democrazia, sulla rappresentanza e rappresentatività e della contrattazione. Il lavoro, le sue tutele e diritti devono tornare ad essere centrali nella vita sociale, politica e legislativa del Paese. Ma perché ciò avvenga, si deve partire dalla nuova concreta realtà, costruendo precise proposte, strategie e definendo i percorsi per portarli al successo aggregando ed unendo i nuovi mondi del lavoro che costituiscono il presupposto e la condizione per nuove conquiste una nuova stagione dei diritti del lavoro.