L’economia politica del XXI° secolo

Non credo che dall’osservazione e dall’analisi – per serie che siano – di ciò che c’è di nuovo nel sistema dell’economia mondializzata contemporanea si possa ricavare uno scenario futuro che abbia una probabilità abbastanza grande da essere dato quasi per certo. Affermare questo non significa affatto ignorare l’importanza delle “novità”. Il punto è che i fatti non parlano mai da soli; soltanto le analisi consentono di porre i fatti in un contesto che ai fatti stessi danno un senso, mettendo inoltre in evidenza le tendenze strutturali dell’evoluzione a lungo termine ma senza confonderle con i cambiamenti congiunturali che sono invece transitori. I discorsi che di norma si fanno a tale proposito non soltanto confondono, il più delle volte, nella “vulgata”, il transitorio con il duraturo, ma si spingono in un determinismo economicista che autorizza ad affermare – con arroganza pari all’ignoranza – “che non ci sono alternative”, come amava ripetere la signora Thatcher.
Gli elementi dell’argomentazione che mi propongo di svolgere qui consistono quindi in alcuni problemi ed alcune questioni che mi sembrano prioritari.
– È possibile identificare in modo convincente quello che nel “nuovo” è duraturo ed avrà effetti che continueranno a manifestarsi nel lungo periodo, separandolo da quello che è transitorio, vale a dire ciò che è in rapporto con la crisi dell’accumulazione che è proprio ciò che caratterizza l’attuale fase di transizione?
– Come analizzare la possibile interazione fra le trasformazioni durature individuate e le logiche fondamentali e permanenti che definiscono il capitalismo in quanto tale?
Le risposte che si daranno a queste domande devono consentire di evitare il pericolo di sostituire all’analisi delle vecchie contraddizioni e di quelle nuove destinate a manifestarsi nell’avvenire il discorso banale, tutto pii desideri, che caratterizza buona parte di quello che si scrive sull’argomento.

Il decorso della crisi

Gli anni ‘70, ‘80 e ‘90 sono stati caratterizzati da una continua decelerazione dei tassi di crescita e da una crescente ipertrofia finanziaria. Su questo punto l’accordo è generale, trattandosi di fatti di per se stessi incontestabili e non contestati.

Il tasso di crescita del Pil mondiale, che era stato superiore al 5% prima del 1970, è caduto al 4,5% e poi al 3,4% e quindi al 2,9% per ciascuno dei tre ultimi decenni del secolo (Jorge Beinstein, OCDE 1999). Per di più niente sta ad indicare, per i primi due anni del nuovo secolo, che la tendenza stia per essere rovesciata, nonostante i discorsi di circostanza dei rappresentanti dei governi ai G7 i quali annunciano, anno dopo anno, che “domani farà bello”, facendo finta di dimenticarsi che avevano detto la stessa cosa l’anno prima, poi puntualmente smentiti dai fatti.
Questa decelerazione si accompagna all’acuirsi della concorrenza internazionale, tanto che il rapporto esportazioni/Pil dei Paesi dell’OCSE è passato dal 9% che era nel 1960 al 22% nel 1996 (Beinstein, OCSE, 1999).
La decelerazione della crescita ha creato ovunque difficoltà alla finanza pubblica, con entrate fiscali in affanno ed una relativamente più forte resistenza della spesa pubblica. A questi deficit si è risposto ovunque con l’espansione del debito pubblico, come testimonia il rapporto debito pubblico/Pil dei Paesi del G7, rapporto passato dal 42% nel 1980 al 72% nel 1998 (Beinstein, OCSE, 1999). Nello stesso tempo i governi hanno deciso di privilegiare anzitutto gli investimenti di capitale in titoli del debito pubblico, usando la leva dei tassi di interesse che sono passati, sempre per i Paesi del G7, dallo 0,8% per gli anni 1960-1969 al 6% per gli anni 1980-1989 (D.Plihon, 1996). Per i difensori del liberalismo tale rialzo dei tassi di interesse è stato imposto dal “mercato”, così come la crescente domanda di prestiti da parte degli Stati.
Da un punto di vista più generale quella che viene chiamata ipertrofia finanziaria è costituita da un assieme di fenomeni riconoscibile e misurabile e non contestato:
– l’espansione del volume dei mercati dei capitali (l’insieme delle azioni, delle obbligazioni e dei titoli di debito pubblico) ad un ritmo che supera di gran lunga quello di crescita ; tale volume rappresentava già nel 1995 il 189% del Pil della Triade (Stati Uniti d’America, Unione europea, Giappone) ;
– la straordinaria diversificazione dei titoli negoziati sui mercati (con l’invenzione di prodotti “derivati” multipli) alla quale si accompagna l’esplosione di quello che non si può chiamare altro che operazioni di speculazione finanziaria;
– la finanziarizzazione delle, imprese le quali in modo sempre più marcato impiegano le risorse in investimenti finanziari ed in modo sempre più ridotto in investimenti materiali. Per fare un esempio, in Francia la parte degli investimenti finanziari, che non superava il 3% dell’utilizzazione delle risorse delle imprese nel 1979 (contro il 78% di investimenti “reali”), è passata al 36% nel 1989 (Beinstein).
– la progressiva modializzazione dell’ipertrofia finanziaria, che si traduce nella galoppante capitalizzazione di Borsa nei Paesi detti “emergenti” (Hong Kong, Singapore, Malesia…), ha fatto sì che in quei Paesi si è passati dal 70% del loro Pil nel 1983 a oltre il 250% nel 1993 (Beinstein).

Le divergenze nascono quando si affronta la questioni relativa alle cause di questa evoluzione e più ancora quando si passa alle prospettive a medio e a lungo termine.
La dottrina liberale e la pseudo scienza economica “pura” alla quale si ispira, non avanzano spiegazioni che non siano semplici tautologie, come quella secondo la quale l’evoluzione in esame sarebbe espressione delle “leggi del mercato” poste in essere dalle scelte liberali degli ultimi decenni. I cambiamenti in corso avrebbero quindi la natura di “correttivi” alle “distorsioni” indotte dalle politiche di intervento “anti-liberali” dei decenni precedenti.
L’argomento è del tutto evanescente e rappresenta soltanto una petizione di principio. Perché se le politiche di intervento dei decenni precedenti assicuravano una crescita più forte (e quindi una minor disoccupazione) ed una più stabile ripartizione del reddito (e quindi una minore diseguaglianza) non si vede in che cosa quelle politiche sarebbero più “cattive” dei “retti principi” che producono il contrario!
La dottrina liberale si arrocca, a volte, su un argomento accessorio, quello per il quale questa “difficile” trasformazione non sarebbe che la conseguenza dell’acuirsi della concorrenza sui mercati mondiali, aperti molto più di prima. L’apertura di cui si parla ci sarebbe stata lo stesso grazie alla tendenza alla “mondializzazione” presentata come fosse una tendenza obiettiva, quasi “una forza della natura”, indipendente da ogni opzione di politica economica. Anche qui l’argomentazione è priva di qualunque spessore. Perché, se la concorrenza mondializzata più acuta si salda con una decelerazione della crescita di tutti, in che cosa il principio della incontrollata apertura è “meglio” della regolamentazione del mercato internazionale se questo aveva prodotto, a suo tempo, una più forte crescita generale, unita, per giunta, ad uno scarto più ridotto nel rapporto fra il Pil ed il commercio mondiale? Logicamente si dovrebbe dedurre – dall’esame empirico dei fatti – il contrario di quello che pretende la dogmatica liberale. Nel così denigrato “passato” il motore della crescita non era il commercio estero: l’espansione del commercio estero stesso era la conseguenza di una contemporanea espansione del mercato interno. Adesso si vuol fare dell’aumento delle esportazioni il motore della crescita e si finisce col rallentarla. Ed allora in che cosa questa scelta di principio è meglio del suo tanto deprecato contrario ?
La vulgata liberale, in ultima analisi, non può essere salvata a meno che le “teorie” che ne discendono non dimostrino che la trasformazione in corso è soltanto “transitoria” e che sta preparando una struttura in grado di garantire una crescita più forte a beneficio di tutti i Paesi che accettano di sottomettersi alla logica dei principi liberali (qualunque siano i loro livelli di sviluppo) ed a beneficio di tutti gli strati della popolazione. Ma questa dimostrazione non esiste. Ci si chiede soltanto di crederlo, perché bisogna credere alle virtù taumaturgiche del mercato.

Di tutt’altra natura è la tesi che propongo, anzitutto per spiegare la trasformazione in atto e poi per esaminare a che cosa ci porterà.
Pongo al centro dell’analisi il rapporto di forze sociali costituito, semplificando, da due insiemi di rapporti: quelli attraverso i quali si esprimono i conflitti lavoro/capitale propri di ciascun Paese, e quelli attraverso i quali si esprimono i conflitti fra i sistemi nazionali che fanno parte del sistema mondiale. Questi rapporti non sono “prodotti” da una logica di mercato esterna ai rapporti medesimi, ma definiscono il quadro nel quale opera questa logica. La trasformazione nei rapporti sociali in questione è dominante rispetto a quella della struttura dei mercati.
Orbene, questi rapporti sono stati – dal 1945 al 1980 – più favorevoli (o meno sfavorevoli) al lavoro ed alle nazioni delle periferie del mondo di quanto lo sono stati successivamente. Tali rapporti erano, a loro volta, determinati dalle opzioni politiche del tempo ( la “regolazione dei mercati” per definirle in modo generico) e dal successo che queste politiche hanno riscosso (forte sviluppo, ripartizione meno ineguale della ricchezza). Il progressivo esaurirsi del potenziale di sviluppo dei modelli basati su quei rapporti sociali ha determinato le condizioni per l’inversione (con un certo grado di brutalità, come spesso avviene nella storia) dello scenario in favore del capitale ed a scàpito del lavoro e quindi a favore dei “centri” (la Triade) ed a scàpito delle periferie.
Non ritorno qui su quanto ho già scritto a tale proposito (S. Amin, L’economia politica del XX Secolo), vale a dire l’analisi che ho avanzato per comprendere quanto stava accadendo ai tre modelli di “regolamentazione dell’economia”, il Welfare State, il socialismo realmente esistente e i progetti nazionali populisti, fino al loro crollo.

L’erosione delle capacità di sviluppo dei modelli successivi alla seconda guerra mondiale si era manifestata, già alla fine degli anni Sessanta, con una pronunciata diminuzione tendenziale dei tassi di profitto, che indusse i detentori di capitali da una parte a ritardare le decisioni e dall’altra a rinunciare ad operazioni di ampliamento delle capacità produttive delle imprese, già sottoutilizzate, a vantaggio di investimenti miranti a migliorarne le capacità competitive. Sono state proprio queste imprese (transnazionali in senso lato) che sono riuscite a raggiungere – rispetto ad altre – un alto grado di competitività e a porsi all’avanguardia del movimento in favore della “apertura mondiale” dei mercati della quale sarebbero state le maggiori beneficiarie. A questo primo stadio la crisi aveva le caratteristiche di una crisi di sovra-accumulazione.
Questa crisi, che gli economisti di maniera stimano essere “congiunturale”, dovrebbe essere capace di correggere le “distorsioni” presenti al termine del precedente periodo di boom (i “gloriosi anni Trenta”) e di rilanciare rapidamente lo sviluppo. Ma la crisi dura, si appesantisce e, a partire dalla metà degli anni Settanta, ricompare nei Paesi dell’OCSE una disoccupazione massiccia, che era scomparsa dal 1945, con l’esclusione del Giappone fino agli anni Novanta. La crisi si innesca in una spirale regressiva: inarrestabile decelerazione della crescita, aumento della disoccupazione, accentuazione delle diseguaglianze nella ripartizione del reddito, avvento della “finanziarizzazione”. Perché tutto questo ?
Gli economisti tradizionali non sanno rispondere a questa domanda, sia che si richiamino ad un elemento congiunturale secondario – il riaggiustamento del prezzo del petrolio nel 1973 – sia che invochino la “rivoluzione tecnologica” che, dal loro punto di vista e di metodo, rappresenta un fattore “esogeno”, cioè esterno. Ritornerò su questo punto. L’inconsistenza dell’economia tradizionale si appoggia su fondamentali pregiudizi quali l’ignoranza (ignoranza come scelta) dello sviluppo dei rapporti sociali.
L’acuirsi della crisi nel tempo non può essere spiegata, invece, se non con l’involuzione proprio dei rapporti sociali, sempre più sfavorevoli alle classi lavoratrici ed ai popoli delle periferie del mondo, e sempre più favorevoli al capitale dominante, transnazionalizzato.
Rafforzamento della potenza del capitale di fronte alle classi lavoratrici ed ai popoli, diminuzione dello sviluppo, aggravarsi delle ineguaglianze sociali, aumento dei tassi di profitto : tutto questo si collega e si rafforza reciprocamente nel viluppo di una spirale chiamata “deflazione”. Le politiche liberali poste in essere sono quelle volute dal capitale e producono esattamente quei risultati che rispondono alle esigenze esclusive del capitale : l’aumento dei tassi di profitto.
La crescente diseguaglianza sociale – misurata in rapporto alla suddivisione del valore aggiunto, sempre più a favore del profitto e sempre meno a favore del lavoro – rimette in discussione l’equilibrio fra una struttura data di ripartizione del prodotto netto fra i salari e i profitti ma anche l’equilibrio fra la domanda (determinata dai salari) ed il volume degli investimenti necessari ad assicurare la corrispondente produzione. La rottura di questo equilibrio spezza il motore dell’espansione della riproduzione delle merci per sostituirvi la decelerazione e quindi la diminuzione.
La crisi ha cambiato natura. Non è più una crisi di sovra-accunulazione, ma si è trasformata una crisi di sottoconsumo/sovraproduzione relativa. Non se ne può uscire, se non dando mano a politiche di regolazione che assicurino una ripartizione del reddito più favorvole ai lavoratori ed ai popoli delle periferie della Terra, facendo re-innescare, su tali basi, – l’aumento della domanda anche a costo della diminuzione dei tassi di profitto. Ma il cambiamento in questo senso dell’attuale struttura di ripartizione del reddito non potrà essere ottenuto se non si rafforzeranno i settori sociali vittime dello sfruttamento capitalista; non ci si può basare sui meccanismi del mercato, meccanismi che sono sottomessi alla logica della massimizzazione dei tassi di profitto del capitale. La spirale “deflazionista” non può essere spezzata da altro che non siano le lotte sociali e la loro vittoria contro il capitale.
Il discorso liberale ha soltanto una funzione, quella di legittimare le pretese del capitale e prima di tutto il rialzo dei tassi di profitto. Il mito del mercato che si autoregola consente infatti di assicurare che lo stesso aumento dei tassi di profitto condurrà, poi, allo sviluppo mentre in realtà tale aumento è legato alla decelerazione ed alle diseguaglianze. Gli economisti tradizionali non hanno mai fatto altro che razionalizzare (cioè dare una ragione) le politiche proposte, e queste stesse definite dai rapporti di forza sociali che caratterizzano le fasi, i momenti successivi, della storia del capitalismo realmente esistente. Il loro schierarsi in modo massiccio nel liberalismo è di per se stesso espressione di questa volontà di razionalizzare, e di legittimare, le politiche del capitale in una fase che è caratterizzata da uno squilibrio sociale che agisce in suo favore. Attraverso il liberalismo si esprime, in realtà, il sogno permanente del capitale: detenere il monopolio della gestione della società in tutte le sue dimensioni e sottometterla alla logica esclusiva del massimo profitto. Ma questo sogno è soltanto una pessima utopia. Perché la logica esclusiva del profitto non produce un massimo di espansione ma esattamente il suo contrario e cioè la spirale deflazionista. Lo sviluppo esige rapporti sociali meno sfavorevoli al lavoro. Il capitalismo ha una particolarità tutta sua, e cioè che funziona “bene” soltanto se i suoi avversari sono forti e soltanto se il capitale è costretto, proprio lui, a confrontarsi con rivendicazioni che altrimenti, data la sua esclusiva logica unilaterale, non vengono avanzate.
La dottrina liberale si affanna a voler dimostrare che le cose non stanno così e che il progresso sociale è, al contrario, il sottoprodotto della accumulazione la cui forza sarà direttamente proporzionale alla sottomissione della società alla logica del profitto. Ma per farlo la stessa dottrina liberale è costretta ad abbandonare l’analisi del capitalismo realmente esistente (analisi che non può ignorare lo stato dei rapporti sociali) sostituendovi la “teoria” di un capitalismo immaginario (i mercati che si autoregolano) e quindi una teoria della non-realtà.
L’errore – meglio dire la schiocchezza – di coloro che furono i rappresentanti ed i difensori, anche solo in parte, degli interessi sociali delle vittime del capitale – voglio dire le socialdemocrazie, è stato quello di credere che la sconfitta dei loro concorrenti ed avversari – i “comunisti” del socialismo realmente esistente ed i nazional-populisti del Terzo Mondo – avrebbe segnato il loro trionfo. In realtà la sconfitta dei primi ha causato anche la loro disfatta, ed il loro successivo affiancarsi al liberalismo ha creato le condizioni più favorevoli alla dittatura unilaterale del capitale.
Le questioni che nascono dall’essersi posto il sistema nella spirale discendente della crisi, che tratterò a partire dall’analisi della crisi qui avanzate, sono diverse ed importanti. Fra queste bisognerebbe forse raggrupparne tre.
– Come si articolano i meccanismi economici e sociali in una fase di nuova, vera, grande rivoluzione scientifica e tecnica?
– Come si articolano questi meccanismi su piano mondiale nelle condizioni caratterizzate dalla egemonia degli Stati Uniti?
– Come il sistema dei poteri dominanti gestisce la crisi in corso e come questa gestione è in grado di assicurare una nuova fase di espansione capitalista?

La finanziarizzazione è un fenomeno congiunturale o una trasformazione del capitalismo?

La finanziarizzazione è, a mio avviso, un fenomeno puramente congiunturale.

Lo squilibrio globale fra la domanda e l’offerta, che caratterizza la crisi, si esprime col fatto che una parte crescente del surplus non trova sbocchi favorevoli in investimenti reali, tali da assicurare lo sviluppo del sistema produttivo. Lo sbocco alternativo viene allora inventato dal sistema di gestione della crisi, quello della allocazione “finanziaria”. L’ipertrofia finanziaria, cioè l’aumento di tali allocazioni a livelli fantastici ed incomparabili con quelle destinate all’economia reale, costituisce il vero obiettivo della gestione. Ma la “bolla finanziaria” non può ragionevolmente crescere all’infinito e bisognerà bene che scoppi un giorno o l’altro. Potrebbe accadere che la “bolla” si stabilizzi e che la finanziarizzazione che rappresenta diventi allora la nuova caratteristica di una accumulazione permanente destinata a segnare la prossima fase di un capitalismo in tal modo rinnovato ? Non lo credo affatto.

Le tesi dominanti ispirate “dall’aria che tira” propongono, al contrario, che la finanziarizzazione rappresenta una caratteristica, nuova e duratura, della prossima fase del capitalismo.
Alcune “bolle finanziarie” preoccupano ed è per questa ragione che alcuni riformisti propongono di ridurre il pericolo eliminando la possibilità della speculazione a breve termine. La famosa “tassa Tobin” si rifà a queste preoccupazioni.
Al di là di queste considerazioni di pura gestione della crisi, alcuni analisti pongono l’accento su ciò che ritengono costituire indici di trasformazione qualitativa del capitalismo, chiamato ormai a vestirsi di una forma finanziaria nuova e duratura.
Un primo argomento che viene avanzato a tale proposito pone l’accento sulle questioni relative all’invecchiamento della popolazione nei Paesi della Triade ed all’esplosione dei Fondi pensione. Fra alcuni di questi analisti si suggerisce il “blocco dei creditori” come di una forza sociale già costituita e cosciente dei propri interessi. Si tratta dell’insieme dei pensionati e, dietro a loro, dei salari “stabili”, solidali, dei gestori dei Fondi pensione preoccupati soprattutto di evitare lo spettro dell’inflazione, beneficiari di interesse elevati e della capitalizzazione finanziaria dei loro Fondi. Questo blocco si contrapporrebbe a quello degli “esclusi”, disoccupati e lavoratori precari. La frattura sociale non sarebbe più quella che contrappone il capitale al lavoro nel suo insieme ma il blocco dei creditori (che rappresentano il capitale più il lavoro) contrapposto agli esclusi.
Discutiamone, in quanto la capitalizzazione privata dei Fondi (che è la forma americana) è contraria alla tradizione di certi Paesi europei e della sinistra in generale che preferiscono il sistema a ripartizione. Alcuni governi europei hanno scelto di sostituire il modello americano con quello a ripartizione. Non si tratta esattamente di una strategia avente lo scopo di creare il blocco dei creditori che non esiste (non ancora) né di uno sbocco “inevitabile” dell’evoluzione, ma non se ne vedono neppure i vantaggi per le forse dominanti del capitale dato che cancellerebbe un possibile fronte lavorativo.
Ponendosi al di là di tale argomentazione “parziale” (e anche molto discutibile come ho appena detto) alcuni (in primo luogo Michel Aglietta) credono di poter identificare i meccanismi grazie ai quali il capitalismo sarebbe entrato in una fase qualitativamente nuova, segnata dalla definitiva finanziarizzazione. E si è dato anche un nome a questa trasformazione del sistema di accumulazione in procinto di diventare – secondo Michel Aglietta – un sistema di accumulazione patrimoniale, nuovo modo di riproduzione allargata, stabilizzata ed integrata nella dimensione finanziaria in questione.
La pressione non circoscrivibile dell’equilibrio macro-economico siesprime in termini reali. Ciascun elemento dell’insieme delle risorse (produzione lorda, importazioni), degli impieghi (consumi pubblici, consumi privati, formazione lorda del capitale fisso, variazioni delle scorte, esportazioni) rappresenta la somma di valori reali. Ma il capitale (capitale fisso più le scorte) può essere considerato in due modi. In termini reali è definibile quale scorta di capitali fissi e scorte di materie prime, di semi-lavorati e di prodotti finiti che non hanno ancora raggiunto il consumo finale. Ma nello stesso tempo il capitale può essere preso in considerazione dal punto di vista finanziario: i pacchetti azionari detenuti dai proprietari (azioni, titoli obbligazionari privati); i titoli del debito pubblico appartengono ad un’altra dimensione della proprietà: il diritto ad un reddito prelevato sulla produzione a venire.
In questo senso il sistema capitalista è sempre stato “finanziarizzato” quali che fossero le modalità particolari delle sue successive fasi espansionistiche. Se i volumi corrispondenti alle riserve del capitale reale da una parte, e dall’altra l’insieme dei titoli finanziari crescono allo stesso ritmo (oppure con scarti modesti in un senso o nell’altro, ma con carattere provvisorio, congiunturale), allora la modalità – il tipo, cioè, di finanziarizzazione – può essere considerata stabile. Se anche la componente debito pubblico aumenta ad un ritmo comparabile con quello della produzione e/o dei consumi, l’inflazione dei prezzi rimane modesta e può anche essere quasi zero. Al contrario, se i rapporti quantitativi fra le riserve di capitale reale e l’insieme delle riserve dei titoli finanziari e/o ciascuno dei suoi componenti subisce forti mutamenti (stabilizzandosi però in un modo o nell’altro in nuove e diverse proporzioni), se ne deve concludere che si è di fronte ad un nuovo modello di finanziarizzazione del sistema.
Sembra questo il caso: la fase congiunturale della crisi nel corso della quale questo rapporto è stato rapidamente modificato dalla ipertrofia finanziaria starebbe per essere superata con lo stabilizzarsi di un nuovo rapporto, di una nuova proporzione fra le riserve reali e le riserve finanziarie. Dare un nome a questa nuova modalità (e per di più stabilizzata) di gestione del capitalismo è quindi obbligatorio. E perché non “accumulazione patrimoniale”? Resta da vedere come questa figura potrà riprodursi, come gestirà il rapporto economia reale/dimensione finanziaririzzazione. Questa è, almeno, la lettura che ho fatto delle tesi di Aglietta, pur razionalizzandone il senso che mi sembra un poco ellittico.
Non c’è niente che a priori impedisca di immaginare una diversa modalità di riproduzione allargata associata al modo patrimoniale. Si potrebbe quindi immaginare una fase prossima ventura di espansione capitalista “quasi stagnante” – alla Stuart Mill – caratterizzata da deboli tassi di sviluppo, tanto deboli da essere quasi nulli (o uguali a quelli della crescita demografica) ed equivalenti, od almeno comparabili, a quelli della produzione reale e a quelli delle riserve dei titoli finanziari. Ma allo stesso modo si potrebbe anche immaginare una nuova, vigorosa fase di espansione, tassi elevati di crescita, comparabili con lo sviluppo reale e con quello della sua espressione finanziaria.
Per conto mio ho molti dubbi che un modello “quasi-stagnante” sia stabilizzabile. Implicherebbe il fatto che la società contemporanea venga messa nel frigorifero in tutte le sue dimensioni e su scala mondiale, con la stabilizzazione delle strutture della ripartizione del reddito derivata dalla crisi, e supposte giunte al termine della loro trasformazione (cioè in tutta la loro attuale diseguaglianza), con la stabilizzazione delle strutture della produzione su scala mondiale (cioè con tassi di crescita analoghi in tutte le “metropoli” del sistema). L’ipotesi si basa, quindi, sia sull’estrema passività delle forze sociali e popolari che, dopo averla accettata, l’ineguaglianza l’hanno anche interiorizzata, sia una altrettanta passività dei Paesi delle periferie in pieno abbandono di ogni proposito di “sviluppo”. Tutto questo mi sembra fortemente improbabile. Fortunatamente, direi.
Un modello per il ritorno ad una fase di espansione è certamente immaginabile ed anche facile da immaginare. Ma allora entrano in gioco tutte le forze sociali possibili ed immaginabili. Le trasformazioni dei rapporti di forza indotte dalle lotte e dai conflitti caratteristici di una fase del genere determineranno le modalità di questa espansione. Non esiste, quindi, “un” modello di espansione, ma una grande quantità di modelli che variano secondo i diversi rapporti di forze sia sociali sia internazionali. Sulla carta li si può immaginari senza difficoltà, basandosi sulle intuizioni suggerite da indici trovati qui e là. I rapporti sociali che “l’economista” (quello scolastico, non marxista, non “economista politico”) cancella dal suo orizzonte ritornano in forze e vanificano i suoi sforzi di costruire un modello astratto.
Sia come sia, non c’è attualmente niente che indichi una via di uscita dalla fase della crisi tuttora in corso ed ancor meno indizi di un modello definibile di rinnovata espansione. Il momento attuale continua ad essere caratterizzato dalla presenza di una ipertrofia finanziaria. Essa si esprime attraverso l’esplosione dei tassi di profitto con deboli investimenti reali e forti investimenti finanziari. Questa immagine semplificata ma corretta è, a sua volta, resa più complessa dalla differenzazione, nell’economia reale, fra i settori tradizionali che perdono colpi e le nuove attività promosse dalla rivoluzione tecnologica, sulle quali ritorneremo.
La tesi del modo di accumulazione patrimoniale mi sembra, in queste condizioni, senza soverchio fondamento. Mi sembra che derivi da una sorta di “pio desiderio” e dalla discutibile convinzione che il capitalismo sia sempre in grado di inventare una soluzione ai propri bisogni e che, quindi, lo stia facendo. Una tesi presa a prestito, si direbbe, con discutibili procedure eclettiche, di elementi spigolati qui e là fra alcuni degli aspetti della nuova realtà, senza porsi la domanda della stabilizzazione e dell’eventuale durata di tali aspetti, ed ancora meno delle condizioni della loro stabilizzazione.
La tesi, in verità, evoca – senza necessariamente dirlo – il discorso di moda oggi che pone in prima fila il contrasto fra il capitalismo anglo-americano e quello dei partners tedeschi, francesi e giapponesi. La tendenza alla finanziarizzazione è vero che è più marcata nel modello-tipo e che l’ideologia anglosassone sta proprio per imporsi alle tradizioni europee e giapponesi? Questo non è impossibile, ma non è sufficiente per definire un nuovo modo di accumulazione stabilizzato. Per quello che se ne sa, la tesi del nuovo sistema patrimoniale deve fare riferimento ad un altro sistema di idee poste in campo, concernenti i rapporti fra la proprietà del capitale e la gestione del capitale medesimo. La coincidenza fra la proprietà e la gestione – senza che mai sia stata perfetta e totale – ha dominato le strutture del capitalismo industriale del XIX° Secolo. Successivamente e per un secolo, dal 1880 al 1980, la tendenza alla separazione delle due funzioni ha rimesso in questione detta coincidenza senza poterla mai cancellare definitivamente per la semplice ragione che il capitalismo è fondato sul principio giuridico fondamentale del carattere sacro della proprietà. Tale separazione relativa, che si è manifestata in modi diversi secondo i Paesi e le circostanze, deve essere strettamente associata alla costituzione degli oligopoli ed alla trasformazione dei rapporti fra il capitale reale e rintracciabile (nelle imprese) e la dimensione finanziaria attraverso la quale si esprimono le forme della proprietà (società anonime, rapporti imprese/banche, allargamento dell’azionariato). Grazie al pensiero marxista, le ragioni di questa separazione non sono difficili da comprendere: si tratta della crescente contraddizione fra il carattere sociale della produzione ed il carattere tuttora privato della proprietà dei mezzi di produzione, cioè del capitale che affida ad altri la gestione. Altri hanno teorizzato questa separazione in modo diverso, come Burnham e successivamente – in una versione “morbida” – e Galbraith, che hanno avanzato la tesi di una “classe tecnocratica” (pubblica e privata) di gestori che hanno dato il cambio ai proprietari veri. Keynes ne aveva già apprezzato i vantaggi, in quanto il “cambio” consentiva “l’eutanasia dei risparmiatori e dei redditieri”, e pose le condizioni che hanno permesso al capitale di liberarsi , per una fase della sua storia, dei dogmi distruttivi del liberalismo.
Saremmo giunti allora, secondo le affermazioni di moda in stretto rapporto con il non casuale ritorno in forze del liberalismo, all’avvio di un processo di restaurazione dei superiori diritti dei proprietari. Tale restaurazione non riguarderebbe soltanto una piccola minoranza (di “borghesi”), ma di larghissime maggioranze di “gente comune”, di salariati, sia attraverso le allocazioni degli investitori istituzionali (Fondi pensione ad esempio) sia attraverso operazioni di Borsa alle quali si affidano “in massa”. L’accumulazione patrimoniale non saebbe nient’altro che quella derivante dalle scelte di questi proprietari, scelte che sono guidate dalla redditività finanziaria dei loro investimenti.
Questo discorso non è molto diverso da quello, vecchissimo, del “capitalismo popolare”, dell’”azionariato popolare”. Ma rimane molto lontano dalla realtà così come lo erano questi vecchi discorsi appena un poco spolverati. Il capitale resta dominato dagli oligopoli che oggi si chiamano “transnazionali”, e gli oligopoli in questione sono dominati da un pugno di autentici capitalisti. Il barone de Sellières che presiede in Francia ai destini del MEDEF, è uno di questi. Le centinaia di migliaia di azionisti del Tunnell della Manica, imbrogliati e raggruppati in una associazione che loro stessi hanno deciso di chiamare gli “Eurosfigati del Tunnell”, non lo sono. I Fondi comuni di investimento non sono gestiti “democraticamente” dai titolari delle “parti”, ma da tecnocrati della finanza, i quali – loro sì – meritano di essere qualificati come autentici partners del capitale dominante.
La tesi della accumulazione patrimoniale non mi pare nient’altro che l’espressione ideologica della social-democrazia che ha aderito al liberalismo. Fa finta di credere al “capitalismo popolare”, accetta e legittima la strategia del capitale che mira a sostituire all’opposizione classista lavoratori/capitale una fasulla contrapposizione generazionale lavoratori attivi/pensionati, approfondendo la frattura fra i segmenti delle classi lavoratrici più o meno a tempo indeterminato e quelli che non lo sono, i precari. La tesi (dell’accumulazione patrimoniale) chiede di accettare questo ordine di cose, “nuovo”, ed a rinunciare alle lotte sociali, e di darsi l’obiettivo di modificare i rapporti di forze.
Io rimango fermo sulla mia tesi, secondo la quale la finanziarizzazione è , nella crisi che viviamo come anche nella altre che l’hanno preceduta nel corso della storia, associata ad una “transizione”, un momento di crisi. E che, quindi, non è “stabilizzabile”, e che, non fosse altro che per questo, definisce da sola (o principalmente) la fase prossima, quella al di là della crisi. Ciononostante è possibile leggere attraverso le argomentazioni della finanziarizzazione qualche carattere permanente del capitalismo moderno (e non soltanto contemporaneo) e porre al suo interno la questione della sua eventuale senescenza. Ritorneremo su questo, anche se possiamo già immaginare per “l’avvenire” sistemi di rapporti fra il capitale reale e la sua espressione finanziaria differenti da quelli che sono stati “nel passato”. Ma a mio avviso si tratta di una questione secondaria e per niente fondamentale.

La rivoluzione tecnologica: miti e realtà

Dalla crisi tuttora in atto sono emerse certamente delle novità. Dico novità che, quali che siano le strutture che avrà il sistema quando uscirà dalla crisi, lo caratterizzeranno per lungo tempo. Iscriverei queste “novità” in due settori principali.
– La rivoluzione tecnologica ed il suo impatto sui processi di organizzazione della produzione e sulle relazioni sociali, vale a dire sugli “effetti di civilizzazione”
– Il nuovo dispiegamento dell’imperialismo e i nuovi termini coi quali si presenta il “conflitto Nord – Sud”, vale a dire il contrasto fra i Centri e le Periferie.
Lo sviluppo delle forze produttive – che sono sempre, simultaneamente, anche forze distruttive, ha ormai raggiunto un punto che ne modifica qualitativamente la portata e si presenta al nostro esame in termini nuovi. L’arsenale degli armamenti nucleari consentirebbe di mettere fine sul pianeta ad ogni forma di vita. Questo fatto, nuovo nella storia, esigerebbe che si rinunciasse al loro impiego con il loro totale smantellamento. La NATO ha preso la decisione contraria, riconfermando il principio della regolazione dei contrasti politici attraverso la guerra. In altri settori, quali la biogenetica, le conoscenze scientifiche acquisite permetterebbero ugualmente devastazioni tali le cui conseguenze non sono al momento neppure conosciute. Si impone la gestione sociale del loro impiego. È il solo mezzo per integrare nel sistema quei principi etici che sono indispensabili alla sopravvivenza dell’umanità. Con la conclamata volontà di privatizzare tutto, il sistema ha esercitato esattamente l’opzione opposta. Lo sviluppo delle forze produttive dimostra che le regole fondamentali del capitalismo fanno acqua da tutte le parti e che ci condurranno non allo sviluppo sociale ma all’autodistruzione e che quindi devono essere superate
Di qui la questione dell’ambiente. Per la prima volta nella storia dell’umanità si presenta come un dato reale il pericolo di distruzione, irreversibile e totale, di ogni forma vita sul pianeta. Non si può ritenere valido alcun progetto di società che ignori questo dato. Ma, da parte mia, aggiungerei l’affermazione nuda e cruda che il capitalismo, quale che sia la forma di organizzazione che possa inventare, è incapace di rispondere alla sfida. Perché? Ma semplicemente perché il capitalismo è basato su calcoli a breve termine (al massimo qualche anno) proprio come è espresso da uno dei suoi fondamentali concetti, il “biasimo per il futuro”. Mentre è chiaro che una seria presa di coscienza del problema preso in esame comporta la messa in opera di una azione a ben lungo termine, una specie di “da qui all’eternità”. L’emergenza dei problemi dell’ambiente è, a mio avviso, una delle prove che il capitalismo, nel senso di un certo tipo di civilizzazione, deve essere superato.
Scendiamo di qualche gradino e passiamo a considerare la rivoluzione scientifica e tecnologica in atto, in modo particolare tutto quanto concerne l’informatica.
Questa rivoluzione – e l’informatizzazione in particolare – esercita sicuramente una funzione poderosa imponendo la ristrutturazione dei sistemi produttivi , facilitando la re-distribuzione geografica di segmenti comandati a distanza. Ne consegue che i processi lavorativi stanno per essere largamente sconvolti. Ai modelli di lavoro alla catena di montaggio (taylorismo) si sostituiscono nuove forme che colpiscono profondamente la struttura delle classi sociali e la loro capacità di percezione dei problemi legati alla segmentazione dei mercati del lavoro. Si tratta di un cambiamento che inciderà nel lungo periodo. A questo proposito ho suggerito alcune riflessioni che riguardano il senso e i contenuti della legge del valore che, come si sa (o come, a mio giudizio, si dovrebbe sapere) rappresenta un elemento fondamentale del capitalismo, cioè che non si può pensare al capitalismo senza di essa. Allora il senso del cambiamento ha portato a quello che ho proposto di chiamare “deperimento della legge del valore”, il che significa lo stesso e cioè che il capitalismo deve essere superato. Ma può esserlo in modi diversi e differenti. Dal socialismo, che rappresenta la sola risposta umanamente possibile alla sfida. O con la costruzione di una specie di regime di apartheid generalizzato nel quale l’identificazione sociale non sarebbe più basata sulla partecipazione alla produzione della ricchezza (il valore) – e neppure se da questa partecipazione emergesse lo sfruttamento – ma su altri criteri parapolitico-culturali. Ho illustrato la “materiale” possibilità di funzionamento di un sistema di questo genere attraverso un semplice modello di riproduzione della propria base economica.
La letteratura che si riferisce alle trasformazioni nell’organizzazione del lavoro associate allo sviluppo della rivoluzione tecnologica in corso è già estremamente abbondante ed è escluso che la possa passare in rassegna in questa sede. Tenendo conto soltanto dello spirito informatore, concluderei non di meno che mi sembra passabilmente ingenua, Questa letteratura – penso in modo particolare a quella che tratta del nuovo modello di socievolezza e di società che sarebbe fondato sulla organizzazione “in rete” (che prenderebbe il posto della scala gerarchica) e l’interazione di “progetti” (che sostituirebbe , almeno parzialmente, l’unità costituita finora dall’impresa – avanza le sue proposte come se il capitalismo potesse “adattarsi a tutto”. Non è il caso. Il capitalismo è sufficientemente forte, in alcune circostanze, per “ricuperare” (e non per adattarsi) vale a dire per mettere al proprio servizio (il profitto) le trasformazioni che, in quanto tali, avrebbero altri potenziali sviluppi.
Voglio qui fornire due esempi sorprendenti.
Il primo esempio si riferisce proprio alla nuova società delle reti che aprirebbe la prospettiva per l’affermazione della creatività autonoma degli individui ecc. ecc.
Questa società è già stata posta in essere sotto i nostri occhi. Quali ne sono le effettive conseguenze sociali? Il rapido e straordinario aumento delle rendite di capitale e della proprietà a scàpito dei redditi di lavoro, la precarietà, l’impoverimento e l’esclusione di parti sempre maggiori della popolazione. Tutto questo riporta a zero i discorsi che vanno per la maggiore, secondo i quali l’individuo sarebbe diventato il soggetto della storia mentre le classi e le nazioni non sarebbero che concetti senza senso. In realtà l’individuo rimane un essere sociale prigioniero dell’oppressione e dello sfruttamento, che rimangono le fondamenta di questa nostra società contemporanea.
Il secondo esempio concerne la pretesa autonomia che la grande impresa avrebbe assunto di fronte allo Stato, una delle immagini preferite del discorso antistatale, così caratteristico dei nostri giorni. Senza dubbio l’impresa-gigante non è una novità nella storia del capitalismo. Ma le grandi aziende transnazionali rimangono, prima di tutto, aziende nazionali (specialmente per la proprietà e soprattutto per il controllo del capitale) con attività che si svolgono anche oltre i confini del Paese di origine. Tali attività hanno sempre bisogno del sostegno, attivo e positivo, del loro Stato. Ciononostante queste grandi imprese sono diventate sufficientemente potenti da sviluppare una loro strategia espansionistica al di fuori – e qualche volta anche contro – le logiche politiche statuali. E le imprese in questione cercano di subordinare le logiche politiche statuali alle loro private strategie. Le tesi neo-liberiste antistatali nascondono tale obiettivo per legittimare l’esclusiva logica della difesa degli interessi particolare che queste imprese rappresentano. La “libertà” che rivendicano non è la libertà di tutti, ma è la libertà per le imprese di far prevalere i loro interessi a detrimento degli interessi di altri. In tal senso le tesi neo-liberali sono al tempo stesso ideologiche ed ingannatrici. Il rapporto fra il capitale oligopolistico privato e lo Stato è ambiguo, e niente ci assicura che quello che attualmente ha il sopravvento – ed oggi lo Stato appare totalmente succubo degli interessi privati – possa considerarsi al sicuro per sempre.
Il capitalismo non può assorbire una qualunque necessità imposta da una data modificazione e rimanere nello stesso tempo capitalismo. Ma può sempre “recuperare” quella necessità in certe circostanze, come quelle presenti nel suo attuale dispiegamento, perché il capitalismo oggi domina nel mondo senza rivali; oppure, al contrario, la recupera dando inizio ad un cambiamento verso un altro sistema. Siamo allora in quello che ho definito “lunga transizione”. So che questa proposta di transizione lunga (forse secolare) verso il socialismo – che secondo me non è sinonimo di adesione alle convenzionali tesi riformiste (quelle della Seconda Internazionale) – non è stata certamente quella del marxismo storico del XX Secolo. Ma, dopo tutto, il capitalismo, che non si è presentato in forma compiuta se non con la rivoluzione industriale, non ha che due secoli di storia ed al termine dei quali è già arrivato al suo stadio di putrefazione che obiettivamente impone il suo superamento; occorre inoltre ricordare che la transizione dal feudalesimo dell’Occidente europeo al capitalismo è durata tre secoli, quelli del mercantilismo dal 1500 al 1800.
C’è da dire anche che la transizione è sempre insicura, e soltanto “dopo” si sa a che cosa la transizione è approdata. Infine, il capitalismo potrà essere sostituito da una progressiva costruzione del socialismo (ed è la soluzione auspicabile, ma che esige la preparazione dei mezzi coerenti con l’obiettivo), ma anche da un sistema di oppressione e di sfruttamento che non sarebbe più il capitalismo ma che non sarebbe meno spaventoso.
Ad ogni modo è pur vero che la rivoluzione tecnologica – tutte le rivoluzioni tecnologiche – trasformano le strutture dell’organizzazione del lavoro. Se la società rimane una società classista, le classi non scompaiono affatto, ma subiscono una mutazione al punto che, in certe condizioni, può prevalere l’illusione della loro scomparsa o della loro diluizione in altre realtà, come infatti si pensa stia accadendo. Di conseguenza le forme dell’organizzazione sociale e dei movimenti attraverso i quali si esprimono i progetti degli uni e degli altri, e i loro conflitti, sono a loro volta profondamente influenzati dalla rivoluzione tecnologica.

Traduzione di Enrico Penati