Le ragioni per dirsi comunisti

Il V Congresso del Prc è stato presentato, e lo è stato nei fatti, un Congresso di svolta. Che cosa implichi questa svolta, a che cosa essa conduca è ancora oggi oggetto di dibattito. Credo di non fare dell’allarmismo quando scrivo che in questo Congresso si è discusso dell’esistenza di un partito comunista. E con partito comunista non intendo la semplice riproposizione di un certo modello storico di partito, ma mi riferisco all’opzione, alla prospettiva che la rifondazione comunista, e sottolineo la rifondazione, può rappresentare per il nostro futuro. La battaglia politica ha dimostrato come la capacità di creare consenso dipenda dalla capacità di fare chiarezza sui contenuti mostrando quanto essi non siano semplici enunciati astratti, ma siano al contrario gravidi di conseguenze nella pratica. Discutendo nei vari congressi di circolo, di federazione ho potuto constatare di persona quanto l’individualismo, nella sua accezione più negativa, l’incomprensione se non addirittura l’indifferenza verso certi temi, sia maggiore laddove è minore l’impegno per la formazione, per la creazione di un patrimonio culturale comune. Le difficoltà più grosse le ho incontrate quando dovevo dimostrare che, per quanto all’interno delle tesi di maggioranza vi fossero varie “ispirazioni”, vi era allo stesso tempo un filo rosso che univa l’enunciazione della necessità del “superamento” della nozione classica di imperialismo con la tanto sbandierata autoriforma del partito. L’accettazione acritica del modello di globalizzazione intesa come emancipazione dell’economia dalla politica e gestione diretta del potere da parte delle multinazionali, impedisce di vedere come alla tesi dell’azzeramento del ruolo degli stati-nazione corrisponda l’azzeramento delle differenze fra i soggetti sociali sfruttati e quindi anche di quei soggetti e organizzazioni che avevano tentato di contrapporsi al dominio del capitale, i partiti. Gli slogan come il “saper fare” e le “miracolose” nuove forme d’agire, se non sono sorrette da una seria e rigorosa analisi di fase, aprono le porte al semplice “ribellismo” e conducono alla fine dell’idea di partito concepito come intellettuale collettivo. Se la storia è innanzitutto storia degli uomini che agiscono all’interno di contesti e rapporti di forza ben determinati, è anche vero che la storia è storia delle idee; ed oggi investigare sulle ragioni della crisi della politica significa altresì investigare sulla crisi di quelle forme associative che hanno tanto segnato il XX secolo, i partiti di massa. Le risposte a questi problemi non possono essere ricercate in una dimensione comunitaria solidaristica, in una sorta di primitivismo, ma credo che rimanga di estrema attualità uno degli insegnamenti, dei fondamenti del comunismo: la progettualità collettiva. Quell’idea di collettivo che, in netta opposizione alla disgregazione dominante propone un modello sociale capace di fondare e creare nuovi legami sociali, è venuta meno proprio nel nostro congresso ed ha impedito molto spesso che il confronto fosse chiaro, partecipato da tutti i compagni. Soltanto da questa “visuale” potremo affrontare senza schemi falsificatori questioni cruciali della nostra storia, come il costituirsi all’interno dei partiti di una “élite” che si pone in posizione dirigente, la cosiddetta questione dei livelli di coscienza. Tematiche che oggi si pongono con estrema radicalità nel nostro agire politico quando decidiamo di “stare nel movimento”, di confrontarci con i vari girotondi. Gramsci studiando il complesso fenomeno del moderno parlamentarismo osservava come anche nell’URSS vi fossero delle élites, ma che in quel caso erano tali perché investite di un compito pedagogico-politico, e in questo senso parlava di un consenso supposto permanentemente “attivo”. L’elettore in questo caso non era un semplice cittadino che esercitava in modo passivo il suo diritto di voto senza poter intervenire efficacemente nel contesto generale, ma era chiamato ad essere “funzionario”, ad una partecipazione attiva. Il V congresso di Rifondazione ha visto mancare tutto questo, la crisi della politica ha colpito anche noi e molto spesso siamo caduti nella trappola del “leaderismo”, frutto del vuoto culturale, dell’incapacità di essere e di fare reale resistenza. Nessuno sta proponendo la concezione di partito come un fine in sé, ma come strumento atto ad operare nella realtà. Se deve essere strumento, dobbiamo allora domandarci e tentare di dare una risposta al perché sia finita un certo tipo di militanza che, pur avendo degli aspetti fideistici, era riuscita a creare “un senso di appartenenza”, e di consapevolezza che fungevano da reale opposizione al pensiero del capitale. Oggi invece, succubi del pensiero unico, non siamo in grado di sviluppare un discorso “altro”, veramente alternativo. Un esempio di questa nostra incapacità è stata la questione palestinese. Durante il mio congresso di federazione sono intervenuta sul problema della equidistanza, sul fatto che oggi non si possa sostenere l’eguale distanza dal terrorismo di Sharon e quello dei kamikaze. Se non riusciamo ad opporci a questo tipo di argomentazione, frutto diretto dello strapotere degli USA che accusano di terrorismo tutto ciò che tenta di contrapporglisi, non riusciremo ad essere solidali con il popolo palestinese. Ebbene proprio perché nel nostro partito manca un’elaborazione alternativa, il mio intervento è stato letto come un’incitazione al terrorismo. Questo semplice aneddoto dimostra come sia sempre più necessario quel lavoro di formazione che impedisce che si sussumano argomenti che non sono nostri e che hanno una ricaduta immediata sul nostro agire politico. Sto scrivendo mentre in Francia un losco figuro si appresta ad andare al ballottaggio con uno dei maggiori esponenti del conservatorismo europeo e la sinistra è distrutta; credo che delle ragioni per dirsi comunisti ce ne siano in abbondanza.